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Art. 9 codice penale: Delitto comune del cittadino all’estero

Il cittadino, che, fuori dei casi indicati nei due articoli precedenti, commette in territorio estero un delitto per il quale la legge italiana stabilisce la pena di morte o l’ergastolo, o la reclusione non inferiore nel minimo a tre anni, è punito secondo la legge medesima, sempre che si trovi nel territorio dello Stato.

Se si tratta di delitto per il quale è stabilita una pena restrittiva della libertà personale di minore durata, il colpevole è punito a richiesta del Ministro della giustizia, ovvero a istanza o a querela della persona offesa.

Nei casi preveduti dalle disposizioni precedenti, qualora si tratti di delitto commesso a danno di uno Stato estero o di uno straniero, il colpevole è punito a richiesta del Ministro della giustizia, sempre che la estradizione di lui non sia stata conceduta, ovvero non sia stata accettata dal Governo dello Stato in cui egli ha commesso il delitto.

 


Giurisprudenza annotata

Sistema di Schengen

In tema di mandato di arresto europeo, non è configurabile il motivo di rifiuto di cui all'art. 18, lett. n), l. 22 aprile 2005 n. 69, con riferimento al cittadino italiano che ha commesso un delitto comune all'estero, perché la previsione della punibilità del fatto secondo la legge italiana, di cui all'art. 9 c.p., e la conseguente possibilità di celebrare il giudizio in Italia, trovano un limite, quando è stato emesso "l'ordine di consegna europeo", nella disciplina fissata dall'art. 19, comma 1, lett. c) l. n. 69 del 2005, che ammette nei confronti del cittadino italiano l'esercizio della potestà punitiva da parte dello Stato membro di emissione. (Rigetta, App. Bologna, 21/03/2014 )

Cassazione penale sez. VI  15 maggio 2014 n. 39777  

 

In tema di mandato di arresto europeo, la disciplina contenuta nell'art. 9 c.p. sulla punibilità dei delitti comuni commessi all'estero dal cittadino italiano è derogata, per gli Stati membri, dal regime introdotto dalla l. 22 aprile 2005, n. 69 ed in particolare dall'art. 19, lett. c) che segna i limiti per l'esercizio della potestà punitiva da parte dello Stato membro di emissione. Ne consegue che, con riferimento all'ipotesi di rifiuto della consegna di cui all'art. 18, lett. n), della stessa legge, una volta intervenuto il mandato di arresto europeo, cessa la possibile giurisdizione italiana sul delitto compiuto all'estero dal cittadino e si interrompe il periodo valutabile ai fini della prescrizione.

Cassazione penale sez. VI  08 aprile 2008 n. 15004  

 

 

Estradizione

La richiesta di trascrizione in Italia dell'atto di nascita di un bambino, formato in Ucraina e attestante, conformemente alla legge locale, che ne sono genitori la coppia italiana richiedente la trascrizione medesima, mentre solo il marito è il padre anche biologico e la nascita è avvenuta a mezzo di fecondazione assistita eterologa, non integra il reato di alterazione di stato, posto che la trascrizione, da effettuarsi comunque d'ufficio, non contrasta con i principi dell'ordine pubblico internazionale (nella specie, il tribunale ha escluso anche il reato di cui all'art. 495 c.p., astrattamente prospettabile, avendo la coppia dichiarato la maternità biologica anche della moglie, che aveva altresì simulato la gravidanza, atteso che tale dichiarazione è avvenuta all'estero, innanzi all'autorità consolare, e che non sussiste la condizione di procedibilità di cui all'art. 9 c.p.).

Tribunale Milano  13 gennaio 2014

 

 

Filiazione

La commissione di un reato comune all’estero (nel caso di specie, indurre in errore e simulare il carattere naturale dello “status filiationis” nei confronti della pubblica autorità, per nascondere la maternità surrogata) contemplato dall’art. 495 cpv. n. 1 c.p. (delitto di false dichiarazioni ad un pubblico ufficiale), punito con pena minima, inferiore ai tre anni ed in ordine al quale manca la condizione di procedibilità al della richiesta del Ministro della giustizia, contemplata dall’art. 9 comma 3 c.p., comporta la non procedibilità nei confronti degli imputati.

Tribunale Milano sez. V  13 gennaio 2014

 

 

Reati commessi all'estero

Anche per il reato di corruzione internazionale, previsto dall'art. 322 bis c.p., trovano applicazione le regole dettate dagli art. 7, 9 e 10 c.p., per cui, qualora il reato sia commesso in territorio estero, occorre, per la sua procedibilità in Italia, che vi sia la richiesta del Ministro della giustizia.

Cassazione penale sez. VI  21 febbraio 2013 n. 9106  

 

È improcedibile, ai sensi dell'art. 9 comma 2 c.p., l'azione penale per il delitto di corruzione internazionale commessa da cittadino italiano all'estero, in mancanza della richiesta del Ministro della giustizia. (Fattispecie di corruzione commessa prima dell'entrata in vigore della l. n. 190 del 2012). Dichiara inammissibile, Trib. lib. Napoli, 26 ottobre 2012

Cassazione penale sez. VI  21 febbraio 2013 n. 9106  

 

In relazione al reato di corruzione internazionale commesso da un cittadino italiano all’estero, per poter affermare la giurisdizione dell’autorità giudiziaria italiana occorre avere riguardo alla disciplina dettata dall’art. 9 c.p., non potendosi utilmente invocare il disposto dell’art. 7, numero 5, c.p.

Cassazione penale sez. fer.  13 agosto 2012 n. 32779  

 

Deve ritenersi che la presenza dell'imputato nel territorio italiano rappresenti una condizione di procedibilità, non solo per i delitti previsti dal primo comma dell'art. 9 c.p. (delitti per i quali sia previsto un minimo edittale non inferiore a tre anni) ma anche, e a maggior ragione, seppur non espressamente enunciata, con riferimento ai delitti per i quali sia prevista la pena della reclusione inferiore al detto minimo, in quanto reati di minor gravità in relazione ai quali la soddisfazione di un'istanza punitiva non può che trovare come presupposto, soprattutto in termini di utilità concreta, la presenza del colpevole nel territorio italiano.

Ufficio Indagini preliminari Milano  24 giugno 2008

 

La locuzione legislativa di cui all'art. 9, comma 1, c.p. "è punito... sempre che si trovi nel territorio dello Stato" configura una condizione di procedibilità che comporta la necessità che il giudicabile si trovi presente nel territorio dello Stato allorché viene esercitata nei suoi confronti l'azione penale che sfocerà nel giudizio di merito; il quale potrebbe svolgersi anche in sua contumacia per non essere egli, in quel momento, più presente sul territorio dello Stato.

Cassazione penale sez. II  19 marzo 2008 n. 23304  



 
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