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Art. 99 codice penale: Recidiva

Chi, dopo essere stato condannato per un reato, ne commette un altro, può essere sottoposto a un aumento fino ad un sesto della pena da infliggere per il nuovo reato.

La pena può essere aumentata fino ad un terzo: 1) se il nuovo reato è della stessa indole; 2) se il nuovo reato è stato commesso nei cinque anni dalla condanna precedente; 3) se il nuovo reato è stato commesso durante o dopo l’esecuzione della pena, ovvero durante il tempo in cui il condannato si sottrae volontariamente all’esecuzione della pena.

Qualora concorrano più circostanze fra quelle indicate nei numeri precedenti, l’aumento di pena può essere fino alla metà.

Se il recidivo commette un altro reato, l’aumento della pena, nel caso preveduto dalla prima parte di questo articolo, può essere fino alla metà e, nei casi preveduti dai numeri 1) e 2) del primo capoverso, può essere fino a due terzi; nel caso preveduto dal numero 3) dello stesso capoverso può essere da un terzo ai due terzi.

In nessun caso l’aumento di pena per effetto della recidiva può superare il cumulo delle pene risultante dalle condanne precedenti alla commissione del nuovo reato.

Articolo così sostituito dalla L. 11 aprile 1974, n. 99.


Giurisprudenza annotata

Recidiva

In tema di continuazione tra reati commessi da soggetti cui sia stata applicata la recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p., l'aumento ex art. 81, comma 4, c.p., deve essere applicato sulla pena già aumentata per effetto della recidiva stessa.(Annulla in parte senza rinvio, App. Firenze, 13/03/2014 )

Cassazione penale sez. II  14 novembre 2014 n. 49488

 

Deve essere rigettata l'istanza rivolta al giudice dell'esecuzione volta alla rideterminazione della pena precedentemente applicata all'imputato con sentenza di patteggiamento, quando le parti abbiano in quella sede concordato il bilanciamento della circostanza attenuante di cui all'art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90, in termini di equivalenza con la recidiva contestata, poiché in tal caso non v’è spazio per un'applicazione dei principi di cui alla sentenza della Corte di cassazione a Sezioni Unite del 29 maggio 2014, che attengono alla possibilità, in sede di esecuzione, di ritenere la circostanza attenuante di cui all'art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90, prevalente sulla contestata recidiva reiterata di cui all'art. 99, comma 4, c.p., laddove in fase di cognizione tale giudizio di bilanciamento fosse stato ritenuto impossibile.

Tribunale La Spezia  01 ottobre 2014

 

Non esiste incompatibilità tra gli istituti della recidiva e della continuazione, potendo quest'ultima essere riconosciuta anche tra un reato già oggetto di condanna irrevocabile ed un altro commesso successivamente alla formazione di detto giudicato. (Annulla in parte con rinvio, App. Roma, 06/11/2013 )

Cassazione penale sez. IV  30 settembre 2014 n. 49658  

 

Il giudizio sulla recidiva sfugge a qualsivoglia automatismo (salvo che per la recidiva obbligatoria ex art. 99, comma 5, c.p.), giacché non riguarda l'astratta pericolosità del soggetto o un suo status personale svincolato dal fatto reato (sezioni Unite, 24 febbraio 2011, Pg appello Genova in proc. Indelicato). Infatti, il riconoscimento e l'applicazione della recidiva, quale circostanza aggravante, postulano "la valutazione della gravità dell'illecito commisurata alla maggiore attitudine a delinquere manifestata dal soggetto", idonea a incidere sulla risposta punitiva - sia in termini retributivi che in termini di prevenzione speciale - quale aspetto della colpevolezza e della capacità di realizzazione di nuovi reati, soltanto nell'ambito di una relazione qualificata tra i precedenti del reo e il nuovo illecito da questo commesso, che deve essere concretamente significativo - in rapporto alla natura e al tempo di commissione dei precedenti, e avuto riguardo ai parametri indicati dall'art. 133 c.p. - sotto il profilo della più accentuata colpevolezza e della maggiore pericolosità del reo. Pertanto, per ritenere e applicare la recidiva il giudice deve motivatamente spiegare, con riguardo alla nuova azione costituente reato, la sua idoneità a manifestare una più accentuata colpevolezza e una maggiore capacità a delinquere, in relazione alla natura e ai tempi di commissione dei precedenti, così da giustificare l'aumento di pena. (Nella specie, la Corte ha ritenuto che il giudice correttamente avesse riconosciuto la recidiva, avendo la Corte di appello motivatamente condiviso la determinazione del primo giudice, valorizzando la gravità dei fatti incriminati, ritenuti dimostrativi, per la qualità e la quantità della droga, di "apertura di contatti con ambienti criminali").

Cassazione penale sez. IV  15 luglio 2014 n. 34261  

 

E' rilevante e non manifestamente infondata, in riferimento agli art. 3 e 27 comma 3 cost., la q.l.c. dell'art. 99 comma 5 c.p., nella parte in cui prevede l'aumento obbligatorio della pena per la recidiva.

Cassazione penale sez. V  03 luglio 2014 n. 37443  

 

Non è manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 99 comma 5 c.p., nella parte in cui prevede l'aumento obbligatorio della pena per la recidiva, in riferimento agli art. 3 e 27 comma 3 cost., sotto il duplice profilo della manifesta irragionevolezza della norma censurata e dell'identità di trattamento di situazioni diverse cui essa dà luogo. (Solleva quest. legitt.ta' costit., Ass.App. Napoli, 05/07/2013)

Cassazione penale sez. V  03 luglio 2014 n. 37443  

 

La recidiva è circostanza aggravante ad effetto speciale quando comporta un aumento di pena superiore ad un terzo e pertanto soggiace, in caso di concorso con circostanze aggravanti dello tipo, alla regola dell'applicazione della pena prevista per la circostanza più grave, e ciò pur quando l'aumento che ad essa segua sia obbligatorio, per avere il soggetto, già recidivo per un qualunque reato, commesso uno dei delitti indicati all'art. 407, comma secondo, lett. A), cod. proc. pen. Va a tal proposito precisato che è circostanza più grave quella connotata dalla pena più alta nel massimo e, a parità di massimo, quella con la pena più elevata nel minimo edittale, con l'ulteriore specificazione che l'aumento da irrogare in concreto non può in ogni caso essere inferiore alla previsione del più alto minimo edittale per il caso in cui concorrano circostanze, delle quali l'una determini una pena più severa nel massimo e l'altra più severa nel minimo.

Ufficio Indagini preliminari S.Maria Capua V.  03 luglio 2014 n. 621

 

È fondata e rilevante la q.l.c. dell'istituto della recidiva obbligatoria in riferimento agli art. 3 e 27 comma 3 cost., in particolare per quanto concerne la presunzione di applicazione che sembrerebbe operare in caso di recidiva obbligatoria ex art. 99 comma 5 c.p. e che determinerebbe un illegittimo automatismo ed una disuguaglianza punitivi.

Cassazione penale sez. V  03 luglio 2014 n. 37443  

 

Il giudice della cognizione può accertare, a differenza di quello di esecuzione, i presupposti della recidiva reiterata, prevista dall'art. 99, comma quarto, cod. pen., anche quando in precedenza non sia stata dichiarata giudizialmente la recidiva semplice. (Rigetta, App. Venezia, 24/06/2013 )

Cassazione penale sez. V  13 giugno 2014 n. 47072  

 

L'appello incidentale può essere proposto soltanto in relazione ai punti della decisione oggetto dell'appello principale nonché a quelli che hanno connessione essenziale con essi. (In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto legittimo l'appello incidentale proposto dal pubblico ministero sulla mancata considerazione in primo grado della recidiva ex art. 99, comma terzo, cod. pen., trattandosi di questione in rapporto di connessione essenziale con il punto concernente l'entità della pena, appellato anch'esso in via principale dell'imputato). (Dichiara inammissibile, App. Lecce, 06/07/2011 )

Cassazione penale sez. VI  29 maggio 2014 n. 1187  

 

Successivamente ad una sentenza irrevocabile di condanna, la dichiarazione d'illegittimità costituzionale di una norma penale diversa dalla norma incriminatrice, idonea a mitigare il trattamento sanzionatorio, comporta la rideterminazione della pena, che non sia stata interamente espiata, da parte del giudice dell'esecuzione. Ne consegue che per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 251 del 2012, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 69, comma 4, c.p. nella parte in cui vietava di valutare prevalente la circostanza attenuante di cui all'art. 73, comma 5, d.p.r. n. 309 del 1990, sulla recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p., il giudice dell'esecuzione, ai sensi dell'art. 666, comma 1, c.p.p. e in applicazione dell'art. 30, comma 4, della legge n. 87 del 1953, potrà affermare la prevalenza della circostanza attenuante, sempreché una simile valutazione non sia stata esclusa nel merito dal giudice della cognizione, secondo quanto risulta dal testo della sentenza irrevocabile. Per effetto della medesima sentenza della Corte Costituzionale n. 251 del 2012, è compito del pubblico ministero, ai sensi degli artt. 655, 656, 666 c.p.p., di richiedere al giudice dell'esecuzione l'eventuale rideterminazione della pena inflitta all'esito del nuovo giudizio di comparazione.

Cassazione penale sez. un.  29 maggio 2014 n. 42858  

 

Il giudice dell'esecuzione, per effetto della sentenza della C. cost. n. 251 del 2012, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 69, comma 4, c.p., nella parte in cui vietava di valutare prevalente la circostanza attenuante di cui all'art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, sulla recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p., può affermare la prevalenza dell'attenuante anche compiendo attività di accertamento, sempre che tale valutazione non sia stata esclusa dal giudice della cognizione in applicazione di norme diverse da quelle dichiarate incostituzionali; tuttavia, nel rideterminare la pena, deve attenersi ai limiti derivanti dai principi in materia di successione di leggi penali nel tempo, che inibiscono l'applicazione di norme più favorevoli eventualmente medio tempore approvate dal legislatore.

Cassazione penale sez. un.  29 maggio 2014 n. 42858  

 

È costituzionalmente illegittimo, per violazione del principio di uguaglianza e del principio di proporzionalità della pena, l'art. 69, comma 4, c.p., nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all'art. 609 bis, comma 3, c.p., sulla recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p.

Corte Costituzionale  18 aprile 2014 n. 106

 

È costituzionalmente illegittimo, per violazione del principio di uguaglianza, del principio di offensività e del principio di proporzionalità della pena, l'art. 69, comma 4, c.p., nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui di cui all'art. 648, comma 2, c.p., sulla recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p.

Corte Costituzionale  18 aprile 2014 n. 105  

 

Va dichiarata l'illegittimità costituzionale, per violazione dei principi di offensività, uguaglianza e proporzionalità, dell'art. 69, quarto comma, c.p., come sostituito dall'art. 3 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all'art. 609-bis, terzo comma, c.p., sulla recidiva di cui all'art. 99, quarto comma, c.p.; il divieto di soccombenza della recidiva reiterata rispetto all'attenuante dell'art. 609-bis, terzo comma, c.p., impedisce, infatti, il necessario adeguamento, che dovrebbe avvenire appunto attraverso l'applicazione della pena stabilita dal legislatore per il caso di «minore gravità». L'incidenza della regola preclusiva sancita dall'art. 69, quarto comma, c.p.., sulla diversità delle cornici edittali prefigurate dal primo e dal terzo comma dell'art. 609-bis c.p., che viene annullata, attribuisce così alla risposta punitiva i connotati di «una pena palesemente sproporzionata» e, dunque, «inevitabilmente avvertita come ingiusta dal condannato». La norma censurata è in contrasto, altresì, con la finalità rieducativa della pena, che implica «un costante 'principio di proporzione' tra qualità e quantità della sanzione, da una parte, e offesa, dall'altra; ciò si evidenzia, in particolare, nella divaricazione tra i livelli minimi, rispettivamente di cinque anni, per il primo comma dell'art. 609-bis c.p., e di un anno e otto mesi, per il terzo comma dello stesso articolo. Così, per effetto dell'equivalenza tra la recidiva reiterata e l'attenuante della minore gravità, l'imputato viene di fatto a subire un aumento assai superiore a quello specificamente previsto dall'art. 99, quarto comma, c.p., che, a seconda dei casi, è della metà o di due terzi. Infine va sottolineato che, per effetto del divieto in questione, fatti anche di minima entità vengono ad essere irragionevolmente sanzionati con la stessa pena, prevista dal primo comma dell'art. 609-bis cod. pen., per le ipotesi di violenza più gravi, vale a dire per condotte che, pur aggredendo il medesimo bene giuridico, sono completamente diverse, sia per le modalità, sia per il danno arrecato alla vittima.

Corte Costituzionale  18 aprile 2014 n. 106  

 



 
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