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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 10 cod. proc. civile: Determinazione del valore

Il valore della causa, ai fini della competenza, si determina dalla domanda a norma delle disposizioni seguenti (1) (2).

A tale effetto le domande proposte nello stesso processo contro la medesima persona si sommano tra loro (3), e gli interessi scaduti, le spese e i danni anteriori alla proposizione si sommano col capitale (4) (5).


Commento

(1) Ai fini della determinazione della competenza per valore si ha riguardo al valore economico della prestazione o del bene richiesti, ossia in contestazione (cd. petitum mediato).

 

(2) Bisogna tener conto non solo delle risultanze dell’atto di citazione, ma anche delle precisazioni o modificazioni apportate dall’attore alla prima udienza di trattazione. L’eccezione del convenuto invece può costituire solo una fonte complementare degli elementi determinativi della competenza, quando quest’ultima non possa già determinarsi sulla base della sola domanda.

 

(3) Si sommano le domande proposte fin dall’origine in un unico processo, e non anche quelle proposte in processi separati e poi riuniti, ovvero separatamente proposte da attori diversi contro il medesimo soggetto in processi distinti e autonomi. Il cumulo delle domande, poi, deve essere semplice (nel senso che il proponente non deve aver condizionato l’accoglimento dell’una all’esito dell’altra), e non già alternativo (l’una o l’altra domanda) o eventuale (una domanda in via principale e l’altra in via subordinata); in questi casi, infatti, si ha riguardo alla domanda di maggior valore.

 

(4) Soltanto gli interessi, spese e danni maturati prima della proposizione della domanda vanno computati ai fini del valore, purché gli accessori siano richiesti nella domanda.

 

(5) Oltre che ai fini della competenza il criterio del valore ha rilievo ai fini dell’applicazione della tariffa forense. La norma indica il criterio generale per la determinazione, in base al valore, della competenza, stabilendo che questa vada fissata sulla base della domanda, ossia dell’oggetto della pretesa dell’attore indicato nella domanda, senza alcun riguardo alle eccezioni del convenuto ed indipendentemente dalla fondatezza della domanda.


Giurisprudenza annotata

 

  1. Determinazione del valore

Ai fini della determinazione della competenza per valore in relazione ad una controversia avente ad oggetto il riparto di una spesa approvata dall’assemblea di condominio, anche se il condomino agisce per sentir dichiarare l’inesistenza del suo obbligo di pagamento sull’assunto dell’invalidità della deliberazione assembleare, bisogna far riferimento all’importo contestato relativamente alla sua singola obbligazione e non all’intero ammontare risultante dal riparto approvato dall’assemblea, poiché, in generale, allo scopo dell’individuazione della competenza, occorre porre riguardo al “thema decidendum”, invece che al “quid disputandum”, per cui l’accertamento di un rapporto che costituisce la “causa petendi” della domanda, in quanto attiene a questione pregiudiziale della quale il giudice può conoscere in via incidentale, non influisce sull’interpretazione e qualificazione dell’oggetto della domanda principale e, conseguentemente, sul valore della causa. Cass. 16 marzo 2010, n. 6363.

 

Ai fini dell'individuazione del giudice competente, la determinazione del valore della causa deve avvenire con esclusivo riferimento alla domanda proposta con l'atto introduttivo del giudizio ed al momento in cui essa viene proposta, rimanendo irrilevante ogni successiva modificazione o rinunzia.

Tribunale Milano sez. VII  02 dicembre 2014 n. 14340  

 

In materia di procedimento civile, come risulta chiaro dall'art. 10 c.p.c., la determinazione del valore della causa ai fini della individuazione del giudice competente deve avvenire con esclusivo riferimento alla domanda proposta con l'atto introduttivo del giudizio ed al momento in cui essa viene proposta, rimanendo irrilevante ogni successiva modificazione o rinunzia.

Tribunale Milano sez. VII  02 dicembre 2014 n. 14340  

 

 

1.1. Computo degli interessi.

La circostanza che il comma 2 dell’art. 14 del D.P.R. n. 115 del 2002 esclude la rilevanza degli interessi per la individuazione del valore ai fini del contributo unificato, mentre essi sono considerati dall’art. 10, secondo comma, c.p.c. rilevanti ai fini dell’individuazione del valore della domanda ed il fatto che la dichiarazione della parte in funzione della determinazione del contributo unificato è indirizzata al funzionario di cancelleria, cui compete il relativo controllo, escludono decisamente ogni possibile partecipazione di tale dichiarazione di valore alle conclusioni della citazione, cui allude il n. 4 dell’art. 163 e, quindi, la possibilità di considerare la dichiarazione come parte della «domanda», nel senso cui vi allude il primo comma dell’art. 10 citato, quando dice che «il valore della causa, ai fini della competenza, si determina dalla domanda a norma delle disposizioni seguenti» e fra queste dell’art. 14 c.p.c. Cass. 13 luglio 2007, n. 15714.

 

 

1.2. Interessi scaduti.

Ai fini della determinazione del valore della causa, deve tenersi conto, a norma dell’art. 10 c.p.c., non solo del debito principale, ma anche degli interessi «scaduti», dovendo intendersi per tali quelli maturati prima della notificazione dell’atto introduttivo del giudizio di primo grado. Cass. 23 gennaio 2002, n. 738.

 

 

1.3. Privilegio.

Ai fini della determinazione del valore della causa, nel caso in cui la domanda giudiziale abbia ad oggetto il mero accertamento della sussistenza del privilegio, occorre far riferimento all’ammontare del credito cui il privilegio accede, atteso che esso non vive separatamente dal credito ma necessariamente lo presuppone e lo segue. Cass. 15 novembre 2001, n. 14307.

 

 

1.4. Rilevanza dell’oggetto della domanda.

Il valore della causa si desume con riferimento all’oggetto della domanda e non all’oggetto dell’indagine attraverso la quale si debba valutare il fondamento della stessa domanda. Cass. 8 marzo 2001, n. 3398.

 

 

1.5. Valore indeterminabile.

Ai fini della competenza per valore, affinché la causa possa ritenersi di valore indeterminabile, non è sufficiente che sia stata richiesta una condanna generica sull’an, potendo ravvisarsi l’indeterminabilità soltanto quando la controversia non sia suscettibile di valutazione economica. Cass. 20 luglio 1999, n. 7757.

 

 

1.6. Controversia relativa alle spese straordinarie sostenute per i figli dal coniuge affidatario.

La competenza in ordine alla controversia avente ad oggetto l’adempimento delle obbligazioni assunte dal coniuge in sede di separazione consensuale circa il pagamento delle spese straordinarie relative ai figli sostenute dal coniuge affidatario, va determinata in ragione del valore della causa secondo i criteri ordinari, trattandosi di controversia diversa da quella concernente la modifica delle condizioni della separazione, rientrante nella competenza funzionale del tribunale. Cass. 22 agosto 2006, n. 18240.

 

 

1.7. Rivalutazione monetaria.

Al fine di stabilire la competenza per valore del giudice adito (nella specie, giudice di pace in base all’art. 113 comma 2 c.p.c.), la rivalutazione monetaria, ove richiesta in aggiunta alla somma capitale ed agli interessi sino al momento della proposizione della domanda, si cumula, ai sensi dell’art. 10, secondo comma, c.p.c., con il capitale e gli interessi. Cass. 26 febbraio 2008, n. 4994.

 

 

1.8. Sentenze inappellabili.

Le sentenze emesse dal Giudice di Pace il cui valore non risulti superiore ad euro 1.100,00, in forza del combinato disposto degli artt. 339, 3° comma, e 113, 2° comma c.p.c, sono da ritenersi inappellabili e pertanto immediatamente ricorribili per Cassazione a prescindere dal fatto che siano pronunciate secondo diritto o secondo equità. Al fine di determinare il valore deve considerarsi non il contenuto della decisione ma il valore della controversia, applicando analogicamente le norme di cui agli artt. 10 e ss. c.p.c. in tema di competenza. Trib. Bologna, 12 maggio 2010.

 

 

  1. Modificazione della domanda.

Al fine di stabilire se la domanda proposta davanti al giudice di pace debba o meno essere decisa secondo equità, ai sensi dell’art. 113, secondo comma, c.p.c., occorre far riferimento al petitum originario, non essendo rilevante l’eventuale riduzione della domanda in corso di causa e derivando tale irrilevanza non già dal disposto dell’art. 5 c.p.c. (secondo cui la competenza si determina con riferimento allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda), bensì da quello dell’art. 10 del medesimo codice (secondo cui il valore della causa, ai fini della competenza, si determina dalla domanda), che va inteso come riferito alla domanda proposta con l’atto introduttivo del giudizio. Del resto, conferendo rilievo alle riduzioni della domanda nel corso del processo, si attribuirebbe all’attore la possibilità di cambiare le regole del giudizio a proprio piacimento ed eventualmente sulla base di una prognosi sfavorevole dei risultati di un giudizio secondo diritto, il che è da evitare procedendo ad una interpretazione costituzionalmente orientata in relazione all’art. 24 Cost. Cass. 18 settembre 2006, n. 20118; conforme Cass. 30 marzo 2006, n. 4716; Cass. 22 gennaio 2003, n. 968; Cass. 28 agosto 2000, n. 11203; Cass. 1° dicembre 1993, n. 11891.

 

 

  1. Onorari dell’avvocato.

L’art. 6, comma 2, della tariffa forense allegata al D.M. 5 ottobre 1994, n. 585, secondo cui, in sede di liquidazione degli onorari professionali a carico del cliente, “può aversi riguardo al valore effettivo della controversia, quando esso risulti manifestamente diverso da quello presunto a norma del codice di procedura civile”, comporta l’applicazione di tutte le regole processuali, ivi comprese quelle di cui agli artt. 10 e 14 c.p.c. per la determinazione del valore delle cause relative a somme di denaro o a beni mobili, attribuendo al giudice, qualora venga ravvisata una manifesta sproporzione tra il “petitum” della domanda e l’effettivo valore della controversia, un generale potere discrezionale di adeguare la misura dell’onorario all’effettiva importanza della prestazione, dovendo egli comunque giungere a determinare il valore economico della causa (superiore o inferiore che sia rispetto a quello dichiarato o desumibile dai criteri anzidetti), così da instaurare il necessario confronto comparativo tra entità economiche omogenee, giacchè un tale confronto non può aversi tra il valore determinato (o determinabile) della domanda in forza dei criteri codicistici citati e il valore incerto e non determinabile degli interessi vantati dalla parte processuale convenuta. Cass. 8 febbraio 2012, n. 1805.

 

Ai fini della liquidazione degli onorari del difensore a carico del cliente, il parametro di riferimento è costituito dal valore della causa determinato a norma del codice di procedura civile. Quindi, in tema di obbligazioni pecuniarie, il parametro è rappresentato dalla somma pretesa con la domanda di pagamento (art. 10 c.p.c.) e non dalla somma attribuita alla parte vincitrice, che è, invece, criterio applicabile nei confronti del soccombente. Cassazione civile sez. VI  15 ottobre 2014 n. 21869  

 

L'art. 6, comma 2, della tariffa forense allegata al d.m. n 127 del 2004, secondo cui, in sede di liquidazione degli onorari professionali a carico del cliente, “può aversi riguardo al valore effettivo della controversia, quando esso risulti manifestamente diverso da quello presunto a norma del codice di procedura civile”, comporta l'applicazione di tutte le regole processuali, ivi comprese quelle di cui agli artt. 10 e 14 c.p.c. per la determinazione del valore delle cause relative a somme di denaro o a beni mobili. Viene così attribuito al giudice, qualora venga ravvisata una manifesta sproporzione tra il “petitum” della domanda e l'effettivo valore della controversia, un generale potere discrezionale di adeguare la misura dell'onorario all'effettiva importanza della prestazione, dovendo egli comunque giungere a determinare il valore economico della causa (superiore o inferiore che sia rispetto a quello dichiarato o desumibile dai criteri anzidetti), così da instaurare il necessario confronto comparativo tra entità economiche omogenee. Infatti, un tale confronto non può aversi tra il valore determinato (o determinabile) della domanda in forza dei criteri codicistici citati e il valore incerto e non determinabile degli interessi vantati dalla parte processuale convenuta.Cassazione civile sez. I  25 settembre 2014 n. 20302

 

 

3.1. Cause relative al pagamento di somma o liquidazione di danni.

Ai fini della liquidazione degli onorari difensivi a carico della parte soccombente, l’art. 6 della tariffa professionale prevede che nelle cause per pagamento di somme o liquidazione di danni, si deve aver riguardo alla somma in concreto attribuita alla parte vincitrice e non a quella domandata, se maggiore - disciplina parzialmente in deroga al principio della determinazione del valore della controversia dalla domanda ex art. 10 c.p.c. Tale disposizione va interpretata nel senso che la somma da considerare è quella riconosciuta spettante con riferimento alla domanda stessa, a nulla valendo, pertanto, la computabilità della rivalutazione degli interessi, delle spese e dei danni successivi alla proposizione della domanda. La ratio della norma è quella di evitare che il soggetto soccombente debba corrispondere un ingiusto aumento a causa di una richiesta eccessiva avanzata al momento della domanda da parte del difensore-creditore. Cass. 4 febbraio 2005, n. 2274.

 

 

3.2. Cause relative all’opposizione alla dichiarazione di fallimento.

Ai fini della liquidazione dei diritti di procuratore e degli onorari spettanti al difensore per la rappresentanza e la difesa della parte nel giudizio di opposizione alla dichiarazione di fallimento, il valore della causa - da determinarsi in base alla domanda - non va ragguagliato (né all’attivo inventariato, né) all’entità del passivo accertato (non essendo al riguardo applicabile in via analogica l’art. 17, prima parte, c.p.c.), ma deve considerarsi indeterminabile, atteso che oggetto della pronuncia richiesta è la revoca del fallimento in relazione alla sussistenza dei suoi presupposti e che, in particolare, l’insolvenza non si ragguaglia alla massa passiva fallimentare, né comporta giudizi quantitativi, ma risulta, piuttosto, da una comparazione tra i debiti dell’imprenditore ed i mezzi finanziari a sua disposizione, ai fini della valutazione della possibilità di fronteggiare le passività con mezzi ordinari, mentre non rilevano le dimensioni del dissesto. Cass., Sez. Un., 24 luglio 2007, n. 16300; conforme Cass. 12 aprile 2004, n. 6508.

 

 

3.3. Accoglimento parziale della domanda o dell’impugnazione.

Ai fini del rimborso delle spese di lite a carico della parte soccombente, il valore della controversia va fissato - in armonia con il principio generale di proporzionalità ed adeguatezza degli onorari di avvocato nell’opera professionale effettivamente prestata, quale desumibile dall’interpretazione sistematica dell’art. 6, primo e secondo comma, della tariffa per le prestazioni giudiziali in materia civile, amministrativa e tributaria, contenuta nella delibera del Consiglio nazionale forense del 12 giugno 1993, approvata con D.M. 5 ottobre 1994, n. 585 del Ministro di grazia e giustizia, avente natura subprimaria regolamentare e quindi soggetta al sindacato di legittimità ex art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c. - sulla base del criterio del disputatum (ossia di quanto richiesto nell’atto introduttivo del giudizio ovvero nell’atto di impugnazione parziale della sentenza), tenendo però conto che, in caso di accoglimento solo in parte della domanda ovvero di parziale accoglimento dell’impugnazione, il giudice deve considerare il contenuto effettivo della sua decisione (criterio del decisum), salvo che la riduzione della somma o del bene attribuito non consegua ad un adempimento intervenuto, nel corso del processo, ad opera della parte debitrice, convenuta in giudizio, nel quale caso il giudice, richiestone dalla parte interessata, terrà conto non di meno del disputatum, ove riconosca la fondatezza dell’intera pretesa. Cass., Sez. Un., 11 settembre 2007, n. 19014; conforme Cass. lav., 8 marzo 2005, n. 4966; contra Cass. 27 aprile 1981, n. 2518.

 

 

3.4. Opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento.

Ai fini della liquidazione dei diritti e degli onorari spettanti al difensore in sede di opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento, il valore della causa, da determinarsi sulla base della domanda ex art. 10 c.p.c., non va desunto dall’entità del passivo, non essendo applicabile in via analogica l’art. 17 c.p.c. riguardante esclusivamente i giudizi di opposizione ad esecuzione forzata, ma deve considerarsi indeterminabile, atteso che la pronuncia richiesta è di revoca del fallimento e l’oggetto del giudizio, relativo all’accertamento dell’insolvenza, si fonda sulla comparazione tra i debiti dell’imprenditore e i mezzi finanziari a sua disposizione senza investire la delimitazione quantitativa del dissesto, riservata al subprocedimento di verificazione. Cass., Sez. Un., 24 luglio 2007, n. 16300; conforme Cass. 10 luglio 1993, n. 7596; Cass. 2 aprile 2004, n. 6508; contra Cass. 29 ottobre 1981, n. 5701; Cass. 13 luglio 1984, n. 4117; Cass. 28 maggio 2003, n. 8546.

 

 

  1. Pluralità di domande.

 

 

4.1. Risarcimento di danni per responsabilità aggravata.

Il valore della domanda di risarcimento danni, per responsabilità aggravata ex articolo 96 c.p.c., non può essere cumulato ai sensi e per gli effetti dell’articolo 10 c.p.c. con il valore della domanda principale, trattandosi di domanda che rientra nella competenza funzionale - sia per l’an che per il quantum - del giudice che è competente a conoscere della domanda principale. Cass. 26 gennaio 2004, n. 1322.

 

 

4.2. Clausola di contenimento.

In caso di proposizione cumulativa di più domande, qualora l’attore abbia dichiarato di voler limitare complessivamente le domande nell’ambito della competenza per valore del giudice adito (cosiddetta «clausola di contenimento»), tale limitazione ha effetto non solo ai fini dell’individuazione del giudice competente per valore ma, nel caso del giudice di pace, anche in relazione alla scelta del criterio di decisione e, in ogni caso, anche in relazione al merito, con la conseguenza che la sentenza che, accogliendo la domanda, vada oltre il limite indicato con la clausola di contenimento è viziata da ultrapetizione. Cass. 11 dicembre 2003, n. 18942.

 

Qualora l'attore proponga domanda di risarcimento dei danni, cumulandola con quella di riconoscimento degli interessi e della rivalutazione monetaria, non si determina lo spostamento della causa al giudice superiore qualora egli dichiari, in modo inequivoco, di voler contenere l'intero "petitum" nel limite della competenza del giudice adito, con la conseguenza che la "clausola di contenimento" entro il detto limite diviene vincolante anche agli effetti del merito, sebbene non reiterata in sede di precisazione delle conclusioni.Cassazione civile sez. III  06 luglio 2010 n. 15853

 

4.3. Interessi scaduti e spese e danni anteriori.

In tema di determinazione del valore della controversia, l’art. 10, secondo comma, c.p.c., secondo cui gli interessi scaduti le spese e i danni anteriori alla proposizione della domanda si sommano al capitale, intende riferirsi, con elencazione esemplificativa e non tassativa, a tutti quegli elementi - siano essi accessori o meno della domanda - che hanno in comune la capacità di accrescersi durante il processo, sicché la richiesta del riconoscimento e della liquidazione del relativo diritto fino al soddisfo non incide sul valore della controversia. Cass. 27 giugno 2003, n. 10249.

 

 

4.4. Cumulo delle domande ed atto introduttivo del processo.

Il principio del cumulo delle domande stabilito dall’art. 10 c.p.c., è applicabile soltanto quando le diverse domande sono formulate con lo stesso atto introduttivo del processo, non anche quando le domande sono proposte con giudizi diversi, successivamente riuniti, perché in questo secondo caso ciascuno dei singoli procedimenti mantiene la propria individualità nonostante l’intervenuta riunione e la competenza per valore deve essere stabilita verificando il valore di ciascuna domanda. Cass. 1° aprile 2003, n. 4960; conforme Cass. 6 aprile 2000, n. 4325.

 

In caso di proposizione cumulativa di più domande, qualora l'attore abbia dichiarato di voler limitare complessivamente le domande nell'ambito della competenza per valore del giudice adito (cosiddetta "clausola di contenimento"), tale limitazione ha effetto non solo ai fini dell'individuazione del giudice competente per valore ma, nel caso del giudice di pace, anche in relazione alla scelta del criterio di decisione e, in ogni caso, anche in relazione al merito, con la conseguenza che è viziata da ultrapetizione la sentenza che, accogliendo la domanda, vada oltre il limite indicato con la clausola di contenimento.Cassazione civile sez. III  05 settembre 2011 n. 18100  

 

Il cumulo di domande, stabilito agli effetti della competenza per valore ai sensi dell'art. 10, comma 2, c.p.c, riguarda solo le domande proposte tra le stesse parti e non si riferisce all'ipotesi di domande proposte nei confronti dello stesso convenuto da differenti soggetti processuali qualora sussista il litisconsorzio facoltativo; in tal caso il valore del giudizio dovrà essere determinato facendo riferimento a ogni singola domanda.Cassazione civile sez. III  05 luglio 2011 n. 14676

 

Qualora nei confronti della stessa parte siano proposte più domande, anche solo soggettivamente connesse, alcune rientranti nella competenza per valore del giudice di pace, altre in quella per materia del tribunale, l'organo giudiziario superiore è competente a conoscere dell'intera controversia. (In applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto che nel caso di cumulo soggettivo tra una opposizione agli atti esecutivi, di competenza, ratione materiae , del tribunale, ed una opposizione all'esecuzione di competenza, ratione valoris , del giudice di pace, sussiste la competenza del tribunale su tutte le domande, in applicazione delle norme di cui all'art. 10, comma 2, e all'art. 104 c.p.c., sempre che l'ufficio del giudice di pace competente per valore ricada nel circondario del tribunale del giudice dell'esecuzione).Cassazione civile sez. VI  13 luglio 2010 n. 16355

 

 

4.5. Domanda riconvenzionale.

Nell’ipotesi in cui il giudice di pace, anche a seguito della domanda riconvenzionale, conservi la competenza a decidere sulla controversia, ai sensi del combinato disposto degli artt. 7 e 36 c.p.c., - ai fini della individuazione del mezzo di impugnazione esperibile - deve tenersi conto del cumulo delle domande. Cass. 5 settembre 2006, n. 19065.

 

 

4.6. Condominio.

Ai fini della competenza per valore, più domande devono essere sommate tra loro, solo se proposte contro la stessa parte. È da escludere, pertanto, il cumulo tra la domanda di annullamento di una delibera assembleare (proposta contro il condominio) e quella di risarcimento dei danni proposta in proprio contro l’amministratore. Cass. 20 luglio 1999, n. 7757.

 

 

4.7. Risarcimento dei danni.

In tema di risarcimento del danno, le varie componenti della pretesa risarcitoria (danno emergente e lucro cessante, danno diretto ed indiretto, danno materiale e morale) costituendo voci dell’unico petitum e non autonome domande, non possono ritenersi, ove d’importo indeterminato, ciascuna di ammontare pari al massimo della competenza del giudice adito e non possono pertanto portare al superamento di detta competenza in forza dell’indicato cumulo. Del pari, nel caso di domanda di risarcimento del danno di ammontare non specificato, con espressa richiesta di pagamento di rivalutazione e di interessi, non si è in presenza di una pluralità di domande bensì, attesa l’identità del titolo e della relativa natura giuridica, di un’unica domanda di risarcimento dei danni articolata in più voci illiquidate ed indeterminate, con conseguente inapplicabilità dell’art. 10, comma secondo, c.p.c. Cass. 10 febbraio 1999, n. 1136.

 

 

4.8. Cumulo di domande e litisconsorzio facoltativo.

Il cumulo di domande stabilito agli effetti della competenza per valore dall’art. 10, comma secondo c.p.c., riguarda solo le domande proposte tra le stesse parti, mentre non si riferisce all’ipotesi di domande proposte nei confronti dello stesso soggetto da diversi soggetti processuali, in ipotesi di litisconsorzio facoltativo disciplinato dall’art. 103 c.p.c., nel qual caso, non richiamando detta ultima norma l’art. 10, comma secondo, c.p.c., la competenza si determina in base al valore di ogni singola domanda. Cass. 12 ottobre 1998, n. 10081.

 

Con riferimento al giudice di pace, la competenza per materia resta insensibile alla previsione del cumulo delle domande di cui all'art. 10 cod. proc. civ., comma 2, nel senso che, se uno o più domande rientrano nella competenza per materia di un determinato giudice, esse non possono costituire addendi per la determinazione del valore della causa; l'art. 104 cod. proc. civ., infatti, nel prevedere la possibilità di proporre nei confronti della stessa parte più domande, non altrimenti connesse, nello stesso processo, non consente, per l'espresso richiamo all'art. 10 cod. proc. civ., comma 2, la deroga alla competenza per materia, ma soltanto a quella per valore. Tribunale Salerno sez. I  20 febbraio 2014 n. 577

 

 

4.9. Danno derivante da svalutazione monetaria.

Il principio risultante dal secondo comma dell’art. 10 c.p.c., secondo cui, ai fini della determinazione della competenza per valore, si sommano al capitale richiesto gli interessi scaduti, le spese e i danni anteriori alla proposizione della domanda, e non anche quelli posteriori, che sono l’effetto dell’accertamento del diritto contenuto nella sentenza, trova applicazione anche in ordine al danno da svalutazione monetaria, sicché, ai fini della determinazione del valore della causa, deve tenersi conto soltanto della frazione di deprezzamento monetario intervenuto tra l’evento dannoso e la domanda, con esclusione della svalutazione monetaria maturatasi nel periodo successivo. Cass. 8 settembre 2006, n. 19302.

 

 

 

 

 



 
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