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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 100 cod. proc. civile: Interesse ad agire

Per proporre una domanda o per contraddire alla stessa è necessario avervi interesse (1) (2).


Commento

(1) L’interesse ad agire, quale condizione dell’azione, si specifica in quel rapporto di utilità esistente tra la lesione di un diritto così come affermata ed il provvedimento di tutela giurisdizionale richiesto. Esso deve essere concreto, cioè effettivo, ed attuale, ossia esistente quantomeno al momento della decisione.

 

(2) Il difetto di interesse è rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio, mentre la sua esistenza può anche sopravvenire in corso di causa, purché sia presente al momento della decisione. La carenza di interesse ad agire, e cioè il difetto di legittimazione, dà luogo ad una pronuncia di rigetto.


Giurisprudenza annotata

  1. Interesse ad agire o a resistere in giudizio.

La legittimazione ad agire costituisce una condizione dell’azione diretta all’ottenimento, da parte del giudice, di una qualsiasi decisione di merito, la cui esistenza è da riscontrare esclusivamente alla stregua della fattispecie giuridica prospettata dall’azione, prescindendo, quindi, dalla effettiva titolarità del rapporto dedotto in causa che si riferisce al merito della causa, investendo i concreti requisiti di accoglibilità della domanda e, perciò, la sua fondatezza. Ne consegue che, a differenza della “legitimatio ad causam” (il cui eventuale difetto è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio), intesa come il diritto potestativo di ottenere dal giudice, in base alla sola allegazione di parte, una decisione di merito, favorevole o sfavorevole, l’eccezione relativa alla concreta titolarità del rapporto dedotto in giudizio, attenendo al merito, non è rilevabile d’ufficio, ma è affidata alla disponibilità delle parti e, dunque, deve essere tempestivamente formulata Cass. 27 giugno 2011, n. 14177.

 

Deve essere cassata con rinvio la decisione dei giudici del merito che hanno escluso, dopo la morte dell'originario attore, l'interesse ad agire della figlia di questo nel proseguimento del giudizio promosso dal de cuius per chiedere l'accertamento dell'illegittimità del provvedimento con cui il Comune lo aveva dichiarato decaduto dall'assegnazione in locazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica, atteso che si tratta di un diritto (al mantenimento dell'alloggio assegnatogli) non personalissimo e suscettibile di valutazione economica e perciò astrattamente trasmissibile all'erede.

Cassazione civile sez. VI  16 marzo 2015 n. 5148  

 

L'interesse di agire ex art. 100 c.p.c., che consiste nell'esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l'intervento del giudice, deve essere concreto ed attuale. Tale interesse non è ravvisabile rispetto all'affermazione della liceità di una condotta concorrenziale che pacificamente non è ancora iniziata, pur in presenza di una preventiva diffida da part del convenuto.Tribunale Roma sez. IX  05 gennaio 2015 n. 120  

 

La legitimatio ad causam, attiva e passiva, consiste nella titolarità del potere e del dovere di promuovere o subire un giudizio in ordine al rapporto sostanziale dedotto in causa, mediante la deduzione di fatti in astratto idonei a fondare il diritto azionato, secondo la prospettazione dell’attore, prescindendo dall’effettiva titolarità del rapporto dedotto in causa, con conseguente dovere del giudice di verificarne l’esistenza in ogni stato e grado del procedimento. Da essa va tenuta distinta la titolarità della situazione giuridica sostanziale, attiva e passiva, per la quale non è consentito alcun esame d’ufficio, poiché la contestazione della titolarità del rapporto controverso si configura come una questione che attiene al merito della lite e rientra nel potere dispositivo e nell’onere deduttivo e probatorio della parte interessata. Fondandosi, quindi, la legittimazione ad agire o a contraddire, quale condizione all’azione, sulla mera allegazione fatta in domanda, una concreta ed autonoma questione intorno ad essa si delinea solo quando l’attore faccia valere un diritto altrui, prospettandolo come proprio, ovvero pretenda di ottenere una pronunzia contro il convenuto pur deducendone la relativa estraneità al rapporto sostanziale controverso Cass. 30 maggio 2008, n. 14468; conforme Trib. Salerno, 11 maggio 2009.

 

Il difetto di legittimazione attiva o passiva, da valutarsi in base allo schema normativo astratto al quale si riconduce il diritto fatto valere in giudizio, è questione che, pur risultando decisiva per l’esistenza della titolarità di tale diritto (e, dunque, afferendo in senso lato al “merito”), è rilevabile anche in sede di legittimità alla duplice condizione che non si sia formata sulla sua esistenza cosa giudicata interna (per essere stato il punto ad essa relativo oggetto di discussione e poi di decisione rimasta priva di impugnazione) e che la questione emerga sulla base dei fatti legittimamente prospettati davanti alla Corte di cassazione e, dunque, nel rispetto dei limiti entro i quali deve svolgersi l’attività deduttiva della parti negli atti introduttivi del giudizio di cassazione. Cass. 11 novembre 2011, n. 23568.

 

 

1.1. Caratteri dell’interesse ad agire.

La tutela giurisdizionale e l’interesse ad agire di cui all’art. 100 c.p.c., hanno per oggetto diritti o interessi legittimi nella loro intera fattispecie costitutiva e non, invece, singoli fatti giuridicamente rilevanti, peculiari interpretazioni o singoli presupposti della complessiva situazione di diritto sostanziale, non suscettibili di tutela giurisdizionale in via autonoma, separatamente dal diritto nella sua interezza. Cass. 22 agosto 2007, n. 17877.

 

Il giudizio per regolamento preventivo di giurisdizione presuppone pur sempre l’interesse ad agire (art. 100 c.p.c.) consistente in un dubbio insorto in ordine alla giurisdizione del giudice adito, quale di norma insito nella contestazione della giurisdizione tra le parti, ma se la parte convenuta o resistente aderisce esplicitamente o implicitamente all’assunto della parte attrice o ricorrente che ha ritenuto essere il giudice adito fornito di giurisdizione e non sussiste alcun elemento di fatto - dedotto in ricorso - che possa far dubitare di ciò, la parte attrice o ricorrente non ha interesse a vedere coonestato anticipatamente il suo assunto con una pronuncia di questa Corte sulla giurisdizione che, resa in sede di regolamento preventivo, vincoli il giudice adito. Il ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione è inammissibile per difetto dell’interesse ad agire quando non sussista alcun elemento di fatto e di diritto che possa far dubitare della giurisdizione del giudice adito e nessuna delle parti ne contesti la corretta individuazione Cass., Sez. Un., 30 giugno 2008, n. 17776.

 

 

1.1.1. Interesse all’azione di mero accertamento.

L’interesse ad agire, in termini generali, costituendo una condizione per far valere il diritto sotteso mediante l’azione, si identifica nell’esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l’intervento del giudice. In particolare, nell’azione di mero accertamento, esso presuppone uno stato di incertezza oggettiva sull’esistenza di un rapporto giuridico, tale da arrecare all’interessato un pregiudizio concreto ed attuale, che si sostanzia in un’illegittima situazione di fatto continuativa e che, perciò, si caratterizza per la sua stessa permanenza, sicché, prima che questa cessi, non è individuabile un unico momento destinato a costituire il dies a quo della prescrizione della stessa azione di accertamento, mentre è la sua cessazione che fa venir meno il presupposto di tale azione, determinando, per definizione, l’insussistenza del fattore di incertezza. Pertanto, l’azione meramente dichiarativa è da considerarsi dotata del requisito dell’imprescrittibilità, mentre prescrittibile è il diritto, quando la sua esistenza venga invocata non in sé per sé, ma strumentalmente al concreto conseguimento del particolare bene della vita che costituisce il contenuto del diritto medesimo, con la conseguenza che è la prescrizione dell’azione diretta alla sua concreta attuazione che può precludere l’azione di mero accertamento, per difetto di interesse, in quanto, una volta estinto il diritto, con derivante impossibilità di realizzazione pratica del suo contenuto, viene meno, di norma, ogni utilità all’accertamento della sua mera esistenza, così difettando il presupposto dell’invocazione dell’intervento del giudice. Cass. lav., 13 aprile 2011, n. 8464; conforme Cass. 26 maggio 2008, n. 13556; Cass. lav., 17 maggio 2006, 11536.

 

L’interesse ad agire richiede non solo l’accertamento di una situazione giuridica, ma anche che la parte prospetti l’esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l’intervento del giudice, poiché il processo non può essere utilizzato solo in previsione di possibili effetti futuri pregiudizievoli per la parte, senza che sia precisato il risultato utile e concreto che essa intenda in tal modo conseguire. Ne consegue che non sono proponibili azioni autonome di mero accertamento di fatti giuridicamente rilevanti che costituiscano solo elementi frazionari della fattispecie costitutiva di un diritto, che può costituire oggetto di accertamento giudiziario solo nella sua interezza. Cass. 27 gennaio 2011, n. 2051.

 

L’azione di mero accertamento risulta ammissibile, nel nostro ordinamento, anche al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, dovendosi far leva a questo riguardo essenzialmente sulla nozione di interesse ad agire che deve essere attuale e concreto e non relativo ad un diritto futuro ed ipotetico e che è indubbiamente esistente se l’esigenza di tutela giurisdizionale deriva dalla seria e concreta contestazione potenzialmente idonea ad arrecare tangibile pregiudizio. Cass. lav., 2 agosto 2010, n. 17971; conforme App. Milano, 11 dicembre 2002.

 

 

1.2. Interesse a contraddire.

L’interesse a contraddire, benché disciplinato anch’esso dall’art. 100 c.p.c., non opera sullo stesso piano dell’interesse ad agire e deve essere verificato con minore rigore, in quanto, in presenza della legittimazione passiva della parte convenuta, esso sussiste per il semplice fatto della presentazione di una domanda nei suoi confronti. Cass. lav., 2 agosto 2003, n. 11796.

 

 

  1. Rilevabilità del difetto di interesse.

La legitimatio ad causam, intesa come interesse ad agire o a contraddire, si configura come condizione dell’azione (e cioè come elemento strutturale che la sorregge) interno (e non esterno, quale presupposto sostanziale) all’interesse medesimo, sicché la sua sussistenza deve accertarsi con riferimento al tempo della decisione Cass. 2 dicembre 2002, n. 17064.

 

Il controllo del giudice sulla sussistenza della legitimatio ad causam, nel duplice aspetto di legittimazione ad agire e a contraddire, si risolve nell’accertare se, secondo la prospettazione del rapporto controverso data dall’attore, questi ed il convenuto assumano, rispettivamente, la veste di soggetto che ha il potere di chiedere la pronunzia giurisdizionale e di soggetto tenuto a subirla, con la conseguenza che qualora da tale controllo risulti che già secondo la prospettazione dell’attore, quest’ultimo ovvero il convenuto non possano identificarsi col soggetto rispettivamente avente diritto o tenuto a subire la pronunzia giurisdizionale, il giudice deve rigettare la domanda rispettivamente per difetto di legittimazione attiva o passiva, mentre ogni eccezione del convenuto attinente alla titolarità attiva o passiva del diritto fatto valere non può dar luogo ad una pronunzia sulla legittimazione, ma ad una decisione sul merito del rapporto controverso. Cass. 22 novembre 2002, n. 16492.

 

 

  1. Casistica. Situazioni nelle quali sussiste l’interesse ad agire o a contraddire.

Nel giudizio instaurato nei confronti di più debitori solidali, la sopravvenuta transazione della lite tra il creditore ed uno dei debitori, comporta che il giudice del merito, in sede di dichiarazione della cessazione della materia del contendere, debba valutare se la situazione sopravvenuta sia idonea ad eliminare ogni contrasto sull’intero oggetto della lite, anche in riferimento al condebitore solidale rimasto estraneo alla transazione e, quindi, se sia intenzione di questi profittarne ex art. 1304 c.c. Cass. 10 novembre 2008, n. 26909.

 

Nel contratto a favore di terzo, il diritto del terzo è autonomo rispetto a quello dello stipulante e può, pertanto, essere fatto valere contro il promittente anche in via diretta, senza necessità dell’intervento in giudizio dello stipulante, facendo valere nei confronti di quegli il diritto alla realizzazione del suo credito. Cass. 18 settembre 2008, n. 23844.

 

Fatta richiesta, dal professionista forense che sia stato incaricato dal fallimento di promuovere una procedura esecutiva per il recupero di somme, di liquidazione del relativo compenso professionale, il giudice delegato al fallimento non può, neppure implicitamente, ricusare al richiedente la relativa pronuncia adducendo che l’attivo fallimentare non sia sufficiente, essendo invece obbligato a provvedere esplicitamente sulla domanda del professionista creditore, accogliendola o rigettandola. Ciò, in quanto il professionista vanta un vero e proprio diritto soggettivo alla liquidazione, avendo altresì, giusta l’art. 100 c.p.c. l’interesse ad agire per verificare preventivamente quali concrete possibilità abbia l’importo liquidatogli dal giudice delegato di poter essere positivamente conteggiato sulla sponda dell’avvocato in sede di graduazione dei crediti fallimentari ai sensi dell’art. 111 L. fall. Soltanto il debito del fallimento verso la massa dei creditori - e non il debito del fallimento verso il professionista che abbia agito in fase di recupero crediti per conto del medesimo - deve essere verificato attraverso il procedimento di cui agli artt. 93 e 101, L. fall., previo accertamento del passivo e avvalendosi dello strumento dell’insinuazione, mentre per la determinazione dell’onorario dell’avvocato che abbia agito per conto del fallimento non necessita l’attivazione del contraddittorio processuale allargato ai creditori, in specie per il rilievo che essi, se intendono contestare la liquidazione, possono proporre reclamo contro il decreto emesso dal giudice delegato. Cass. 13 luglio 2007, n. 15671.

 

Allorché si sostenga la nullità generale delle operazioni di voto relative alla elezione di un Consiglio di un ordine professionale, sussiste l’interesse di ogni iscritto all’albo professionale ad impugnare le operazioni elettorali. Cass., Sez. Un., 21 giugno 2007, n. 14385.

 

L’interesse ad agire consiste nell’esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l’intervento del giudice; pertanto, in presenza di assegno bancario oggetto di ammortamento ad istanza del portatore, sussiste l’interesse del traente a proporre azione di accertamento negativo del debito relativo al rapporto sottostante nei confronti del portatore medesimo, né la dichiarazione resa in giudizio da quest’ultimo di nulla avere a pretendere nei confronti del traente comporta la cessazione della materia del contendere, giacché, considerati gli effetti di reintegrazione della legittimazione cartolare che il decreto di ammortamento produce, deve ritenersi che tale dichiarazione liberatoria non realizzi quel soddisfacimento delle ragioni alla base dell’azione di accertamento negativo, che possono esser soddisfatte soltanto da una pronuncia giurisdizionale in ordine al rapporto sostanziale sottostante al titolo cartolare. Cass. 23 maggio 2003, n. 8200.

 

L’interesse ad agire in “negatoria servitutis” sussiste anche quando, pur non denunciandosi l’avvenuto esercizio di atti materialmente lesivi della proprietà dell’attore, questi, a fronte di inequivoche pretese reali affermate dalla controparte sulla stessa, intenda far chiarezza al riguardo con l’accertamento dell’infondatezza delle dette pretese. Cass. 8 marzo 2010, n. 5569; contra Cass. 28 agosto 2002, n. 12607.

 

La servitù di uso pubblico è caratterizzata dall’utilizzazione, da parte di una collettività indeterminata di persone, di un bene il quale sia idoneo al soddisfacimento di un interesse collettivo; la legittimazione ad agire o a resistere in giudizio a tutela di tale diritto spetta non soltanto all’ente territoriale che rappresenta la collettività - normalmente il Comune - ma anche a ciascun cittadino appartenente alla collettività “uti singulus”. Cass. 10 gennaio 2011, n. 333.

 

L’ente esponenziale degli interessi degli utenti dei servizi assicurativi è legittimato a proporre tutte quelle domande che sono volte ad eliminare gli effetti delle violazioni in danno degli utenti medesimi e ad imporre al trasgressore comportamenti conformi alle regole di correttezza, trasparenza ed equità nei rapporti contrattuali, ai sensi degli artt. 1 e 3 della legge 30 luglio 1998, n. 281, applicabili “ratione temporis” (tra queste, le domande dirette a fare accertare: la violazione delle regole della concorrenza; la nullità delle clausole contenenti la determinazione dei premi, pattuite nel periodo al quale risalgono le violazioni; le modalità con cui la compagnia assicuratrice ha proceduto e procede al calcolo dei premi e la determinazione dei criteri per il relativo ricalcolo, al fine di uniformare i corrispettivi a quelli che le compagnie assicuratrici avrebbero potuto determinare, in mancanza dell’intesa illecita; nonché la domanda volta a che vengano adottate le misure idonee ad informare gli assicurati dei loro diritti, ivi inclusa quella di pubblicazione della sentenza di condanna). Il medesimo ente esponenziale è, altresì, legittimato a proporre, in base alle citate disposizioni, le domande di restituzione e di risarcimento dei danni conseguenti agli illeciti concorrenziali, nei limiti in cui facciano valere l’interesse comune all’intera categoria degli utenti dei servizi assicurativi ad ottenere una pronuncia di accertamento su aspetti quali l’esistenza dell’illecito, della responsabilità, del nesso causale tra l’illecito e il danno, dell’esistenza ed entità potenziale dei danni (a prescindere dalle peculiarità delle singole posizioni individuali), ed ogni altra questione idonea ad agevolare le iniziative individuali, sollevando i singoli danneggiati dai relativi oneri e rischi. Deve, invece, essere esclusa la legittimazione dell’ente esponenziale con riferimento alle domande di condanna della compagnia assicuratrice a pagare una somma determinata ad un soggetto assicurato concretamente individuato, in mancanza di una espressa domanda dell’interessato. Cass. 18 agosto 2011, n. 17351.

 

Il preavviso di fermo amministrativo ex art. 86 del D.P.R. n. 602/1973, che riguardi una pretesa creditoria dell’ente pubblico di natura tributaria, è impugnabile innanzi al giudice tributario, in quanto atto funzionale a portare a conoscenza del contribuente una determinata pretesa tributaria, rispetto alla quale sorge, ex art. 100 c.p.c., l’interesse del contribuente alla tutela giurisdizionale per il controllo della legittimità sostanziale della pretesa impositiva, a nulla rilevando che detto preavviso non compaia esplicitamente nell’elenco degli atti impugnabili contenuto nell’art. 19 del D.Lgs. n. 546/1992, in quanto tale elencazione va interpretata in senso estensivo, sia in ossequio alle norme costituzionali di tutela del contribuente e di buon andamento della P.A., che in conseguenza dell’allargamento della giurisdizione tributaria operato con la legge n. 448/2001. Analoghe considerazioni valgono, “mutatis mutandis”, allorquando il preavviso riguardi obbligazioni extratributarie, non essendo necessario per ricorrere davanti al giudice ordinario che il fermo sia già stato eseguito, bastando, appunto, il solo preavviso a giustificare l’immediato accesso alla giurisdizione Cass., Sez. Un., 7 maggio 2010, n. 11087.

 

 

3.1. Rapporto di lavoro.

L’interesse ad agire con l’azione di accertamento per il riconoscimento di una qualifica superiore non implica necessariamente l’attuale verificarsi della lesione di un diritto, essendo sufficiente uno stato di incertezza oggettiva sull’esistenza di un rapporto giuridico e sulla esatta portata dei diritti e degli obblighi da esso scaturenti, che possono essere successivamente accertati, costituendo la rimozione della detta incertezza un risultato utile, giuridicamente rilevante e non conseguibile senza l’intervento del giudice, che stabilisca la sussistenza o meno del diritto alla qualifica pretesa per il periodo di prestazione dell’attività lavorativa, ancorché cessata; l’accertamento della sussistenza dell’interesse ad agire deve in ogni caso compiersi con riguardo all’utilità del provvedimento giudiziale richiesto rispetto alla lesione denunziata, prescindendo da ogni indagine di merito concernente l’esistenza dell’interesse sostanziale tutelato. Cass. lav., 7 giugno 2003, n. 9172.

L’interesse ad agire, quale condizione del lavoratore per far valere un proprio diritto, deve essere attuale e non ipotetico: pertanto, la sua domanda diretta ad ottenere la pensione a carico di un fondo si ferma davanti a quella di trasferimento dei contributi versati allo stesso e proposta in altro giudizio. Cass. lav., 23 novembre 2007, n. 24434.

 

 

3.2. Fallimento.

Ai fini della sussistenza della legittimazione a proporre reclamo avverso il decreto di chiusura del fallimento da parte del creditore del fallito, non ammesso al passivo, che faccia valere la pendenza di un giudizio di opposizione allo stato passivo come causa ostativa della chiusura e deduca la mancanza dei presupposti di cui all’art. 118, comma 2, L. fall., occorre accertare l’interesse in concreto che esso ha a contrastare detto provvedimento, come causa ostativa alla chiusura nella prospettiva dell’esito favorevole di causa dal medesimo promossa perché comunque non potrebbe beneficiare di un eventuale ulteriore riparto, mentre d’altro canto il rimedio ai sensi dell’art. 119, comma 2, L. fall. è esperibile soltanto per contestare la sussistenza, in concreto, di una delle ipotesi previste dall’art. 118, L. fall., in presenza delle quali, invece, gli organi fallimentari non hanno nessun potere discrezionale di protrarre la procedura e quindi differirne la chiusura, a cui non osta pertanto l’opposizione allo stato passivo, né la dichiarazione tardiva di credito. Cass. 15 dicembre 2006, n. 26927.

 

 

3.3. Società.

La società di persone, anche se sprovvista di personalità giuridica, costituisce un distinto centro di interessi e di imputazione di situazioni sostanziali e processuali, dotato di una propria autonoma capacità processuale, sicché legittimato ad agire in giudizio per gli interessi della società e per far valere diritti, ovvero per contestare eventuali obblighi ascritti alla stessa, è esclusivamente il soggetto che rivesta la qualità di legale rappresentante. Cass. 13 dicembre 2006, n. 26744.

 

Il principio secondo cui l’interesse ad agire comporta la verifica, da compiersi d’ufficio da parte del giudice, in ordine all’idoneità della pronuncia richiesta a spiegare un effetto utile alla parte che ha proposto la domanda, trova applicazione anche in riferimento all’azione di accertamento della nullità delle deliberazioni adottate dall’assemblea di una società, il cui esercizio postula un interesse che, oltre a dover essere concreto ed attuale, si riferisca specificamente all’azione di nullità, non potendo identificarsi con l’interesse ad una diversa azione, il cui esercizio soltanto potrebbe soddisfare la pretesa dell’attore. Cass. 20 luglio 2007, n. 16159.

 

L’interesse ad agire deve essere valutato alla stregua della prospettazione operata dalla parte e la sua sussistenza non può essere negata sul presupposto che quanto sostenuto dall’attore non corrisponda al vero, attenendo tale valutazione di fondatezza al merito della domanda. Pertanto, nel caso dell’azione volta a far dichiarare la nullità di una deliberazione assembleare approvativa del bilancio di esercizio di una società, l’attore, che assuma di aver subito un pregiudizio a causa del difetto di chiarezza, veridicità e correttezza di una o più poste contenute in bilancio, ha l’onere di enunciare quali siano esattamente le poste iscritte in violazione dei principi legali vigenti, ed il giudice dovrà valutare se quanto prospettato configuri o meno il pregiudizio al diritto di informazione di cui il socio è portatore; l’esame delle singole poste e la verifica della loro conformità ai precetti legali è, tuttavia, compito logicamente successivo, che attiene al giudizio di fondatezza della domanda, ma non al requisito dell’interesse ad agire. Cass. 9 maggio 2008, n. 11554.

 

 

3.4. Condominio di edifici.

In tema di azione di annullamento delle deliberazioni delle assemblee condominiali, la legittimazione ad agire attribuita dall’art. 1137 c.c. ai condomini assenti e dissenzienti non è subordinata alla deduzione ed alla prova di uno specifico interesse diverso da quello alla rimozione dell’atto impugnato, essendo l’interesse ad agire richiesto dall’art. 100 c.p.c. come condizione dell’azione di annullamento anzidetta, costituito proprio dall’accertamento dei vizi formali di cui sono affette le deliberazioni. App. Roma, 11 gennaio 2012; conforme Trib. Trieste, 20 aprile 2011; Cass. 23 marzo 2001, n. 4270.

 

Nel condominio di edifici, il principio secondo cui l’esistenza dell’organo rappresentativo unitario non priva i singoli condomini del potere di agire a difesa di diritti connessi alla detta partecipazione, né, quindi, del potere di intervenire nel giudizio in cui tale difesa sia stata legittimamente assunta dall’amministratore del condominio e di avvalersi dei mezzi di impugnazione per evitare gli effetti sfavorevoli della sentenza pronunziata nei confronti del condominio, non trova applicazione relativamente alle controversie aventi ad oggetto l’impugnazione di deliberazioni della assemblea condominiale che, come quella relativa alla nomina dell’amministratore, perseguono finalità di gestione di un servizio comune e tendono a soddisfare esigenze soltanto collettive, senza attinenza diretta all’interesse esclusivo di uno o più partecipanti; ne consegue che in tali controversie la legittimazione ad agire, e quindi ad impugnare, spetta in via esclusiva all’amministratore, con esclusione della possibilità di impugnazione da parte del singolo condomino. Cass. 21 settembre 2011, n. 19223.

 

In tema di condominio negli edifici, posto che il condominio stesso si configura come ente di gestione sfornito di personalità giuridica distinta da quella dei singoli condomini, l’esistenza di un organo rappresentativo unitario, quale l’amministratore, non priva i singoli partecipanti della facoltà di agire a difesa dei diritti esclusivi e comuni inerenti all’edificio condominiale, con la conseguenza che l’intervento dei condomini in una causa iniziata dall’amministratore realizza un’ipotesi di intervento della parte, che è ammissibile anche quando l’azione sia stata (in ipotesi) irregolarmente proposta per difetto di legittimazione dell’amministratore, trattandosi in tal caso di sostituzione del legittimato al non legittimato. Cass. 26 marzo 2010, n. 7300.

 

Configurandosi il condominio come un ente di gestione sfornito di personalità giuridica distinta da quella dei singoli condomini, l’esistenza di un organo rappresentativo unitario, quale l’amministratore, non priva i singoli partecipanti della facoltà di agire a difesa dei diritti, esclusivi e comuni, inerenti all’edificio condominiale. Ne consegue che ciascun condomino è legittimato ad impugnare personalmente, anche per cassazione, la sentenza sfavorevole emessa nei confronti della collettività condominiale ove non vi provveda l’amministratore. Cass. 21 gennaio 2010, n. 1011.

 

 

  1. Interesse all’impugnazione.

La soccombenza che determina l’interesse ad impugnare deve essere valutata non solo alla stregua del dispositivo della sentenza, ma anche tenendo conto delle enunciazioni contenute nella motivazione che siano suscettibili di passare in giudicato quali presupposti logici necessari della decisione. Cass. 1° agosto 2001, n. 10498.

 

È ammissibile l’impugnazione con la quale l’appellante si limiti a dedurre soltanto vizi di rito avverso una pronuncia che abbia deciso anche nel merito in senso a lui sfavorevole, solo ove i vizi denunciati comporterebbero, se fondati, una rimessione al primo giudice ai sensi degli artt. 353 e 354 c.p.c.; nelle ipotesi in cui, invece, il vizio denunciato non rientra in uno dei casi tassativamente previsti dai citati artt. 353 e 354 c.p.c., è necessario che l’appellante deduca ritualmente anche le questioni di merito, con la conseguenza che, in tali ipotesi, l’appello fondato esclusivamente su vizi di rito, è inammissibile, oltre che per un difetto di interesse, anche per non rispondenza al modello legale di impugnazione Cass. 29 gennaio 2010, n. 2053.

 

L’interesse all’impugnazione deve sussistere non solo al momento della sua proposizione, ma anche al momento decisione della stessa, così che il suo successivo venire meno ha le stesse conseguenze della sua mancanza iniziale. Cass. lav., 1 marzo 2001, n. 2939.

 

 

4.1. Casistica: fattispecie nelle quali sussiste l’interesse della parte ad impugnare.

L’interesse all’impugnazione, manifestazione del generale principio dell’interesse ad agire - sancito, quanto alla proposizione della domanda ed alla relativa contraddizione alla stessa, dall’art. 100 c.p.c. - va apprezzato in relazione all’utilità concreta derivabile alla parte dall’accoglimento del gravame, e si collega alla soccombenza, anche parziale, nel precedente giudizio, mancando la quale l’impugnazione è inammissibile. Conseguentemente deve escludersi l’interesse della parte integralmente vittoriosa ad impugnare la sentenza al solo fine di ottenere una modificazione della motivazione, salvo il caso che da quest’ultima possa dedursi un’implicita statuizione contraria all’interesse della parte medesima, nel senso che a questa possa derivare pregiudizio da motivi che, quale premessa necessaria della decisione, siano suscettibili di formare giudicato Cass., Sez. Un., 19 maggio 2008, n. 12637; conforme Cass. sez. lav., 10 novembre 2008, n. 26921.

 

 

4.2. Interesse a proporre ricorso per cassazione.

L’interesse ad impugnare deve essere attuale e permanere sino al momento della decisione: è pertanto inammissibile, per difetto di tale interesse, il ricorso per cassazione con cui - sul rilievo che la pronuncia di primo grado era una sentenza costitutiva e che, in forza di essa, non si poteva procedere ad esecuzione forzata prima del formarsi del giudicato - ci si dolga dell’omessa pronuncia, da parte del giudice d’appello, della domanda di accertamento negativo della efficacia esecutiva della sentenza di primo grado, allorché sul titolo non vi sia più discussione, per essere stata la condanna, pronunciata dal tribunale, al pagamento delle somme oggetto di revocatoria fallimentare confermata in appello e poi in cassazione. Cass. 6 dicembre 2006, n. 2671.

 

Posto che il ricorso per cassazione non introduce una terza istanza di giudizio con la quale si può far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata, caratterizzandosi invece come un rimedio impugnatorio a critica vincolata ed a cognizione determinata dall’ambito della denuncia attraverso il vizio o i vizi dedotti, deve affermarsi che, nel caso in cui la decisione impugnata sia fondata su una pluralità di ragioni, tra loro distinte ed autonome, ciascuna logicamente e giuridicamente sufficiente a sorreggerla, il ricorso, per qualificarsi come ammissibile, deve rivolgersi contro ciascuna di queste, in quanto l’eventuale suo accoglimento non toccherebbe le ragioni non censurate e la decisione impugnata resterebbe ferma in base ad esse. Cass. 5 giugno 2007, n. 13070.

 

Il ricorso per cassazione proposto in via autonoma e principale dall’interveniente adesivo dipendente va esaminato come ricorso incidentale adesivo rispetto a quello della parte adiuvata, da intendersi quale ricorso principale, posto che il predetto interveniente - cui è preclusa l’impugnazione in via autonoma della sentenza sfavorevole alla parte adiuvata, salvo che per la statuizione di condanna alle spese giudiziali pronunziata nei suoi confronti - conserva in tal modo la sua posizione processuale secondaria e subordinata, potendo aderire all’impugnazione della parte adiuvata. Cass. 10 agosto 2007, n. 17644.

 

 

4.2.1. Interesse ad impugnare la decisione d’appello con ricorso incidentale.

Il ricorso incidentale per cassazione con il quale la parte totalmente vittoriosa nel merito riproponga una questione pregiudiziale decisa in senso a lei sfavorevole deve essere esaminato prima del ricorso principale della parte soccombente nel merito ed indipendentemente, quindi, da ogni valutazione sulla fondatezza di tale ricorso, in quanto sin dal momento in cui, con il ricorso principale, si rende incerta la vittoria nel merito, sorge l’interesse che rende ammissibile il ricorso incidentale e ne giustifica l’esame nell’ordine logico delle questioni indicato dall’art. 276, comma 2, c.p.c., che, con disposizione applicabile, ai sensi dell’art. 141 disp. att. c.p.c., anche nel giudizio di cassazione, espressamente stabilisce che il giudice decide prima le questioni pregiudiziali proposte dalle parti o rilevabili d’ufficio e successivamente il merito della causa. Cass. lav., 10 settembre 2007, n. 18944.

 

L’esame del ricorso incidentale condizionato proposto dalla parte totalmente vittoriosa su questioni pregiudiziali decise in senso a essa sfavorevoli nella precedente fase di merito deve essere effettuato solo se il ricorso principale sia stato giudicato fondato dalla Corte di cassazione. In caso contrario, infatti, il ricorrente incidentale manca di interesse alla pronuncia sulla propria impugnazione, il cui eventuale accoglimento non potrebbe procurargli un risultato più favorevole di quello derivante dal rigetto del ricorso principale. Cass. trib., 10 settembre 2007, n. 18988.

 

 

  1. Segue: Situazioni nelle quali manca l’interesse ad agire o a resistere in giudizio.

In tema di esecuzioni forzate, il terzo che si pretende legittimato all’opposizione ai sensi dell’art. 619 c.p.c. fa valere una situazione giuridica soggettiva sul bene esecutato o relativa al diritto che l’esecuzione è diretta a realizzare, a suo dire prevalente rispetto al diritto del creditore procedente di soddisfarsi e, quindi, impeditiva di tale soddisfazione, per cui, non avendo interesse all’osservanza del quomodo del processo esecutivo, cioè delle regole del suo svolgimento, non è ammesso a far valere la situazione legittimante l’opposizione di terzo ai sensi del cit. art. 619 c.p.c. - sia che proponga tale opposizione ai sensi dello stesso art. 619 c.p.c., sia che non la proponga - anche per dolersi delle nullità del processo esecutivo e, quindi, per la proposizione dell’opposizione ai sensi dell’art. 617 c.p.c. Cass. 6 giugno 2008, n. 15030.

 

Il corresponsabile di un fatto illecito, se nel giudizio di risarcimento proposto dal danneggiato non abbia formulato domanda di regresso nei confronti degli altri coobbligati solidali, è privo di interesse (ex art. 100 c.p.c.) ad impugnare la sentenza che lo abbia condannato al risarcimento del danno senza accertare la misura della colpa ascrivibile a ciascuno dei corresponsabili. Cass. 26 giugno 2007, n. 14753.

 

La circolare con la quale l’Agenzia delle entrate interpreti una norma tributaria, anche qualora contenga una direttiva agli uffici gerarchicamente subordinati, esprime esclusivamente un parere dell’amministrazione non vincolante per il contribuente (oltre che per gli uffici, per la stessa autorità che l’ha emanata e per il giudice); conseguentemente, la circolare non è impugnabile né innanzi al giudice amministrativo, non essendo un atto generale di imposizione, né innanzi al giudice tributario, non essendo atto di esercizio di potestà impositiva, e sussiste il difetto assoluto di giurisdizione in ordine ad essa. Cass., Sez. Un., 2 novembre 2007, n. 23031.

 

 

  1. Difetto di interesse a proporre impugnazione.

Alla radice di ogni impugnazione deve essere individuato un interesse giuridicamente tutelato, identificabile nella possibilità di conseguire una concreta utilità o un risultato giuridicamente apprezzabile, attraverso la rimozione della statuizione censurata, e non già un mero interesse astratto a una più corretta soluzione di una questione giuridica non avente riflessi pratici sulla soluzione adottata. È, dunque, inammissibile, per difetto d’interesse, un’impugnazione con la quale si deduca la violazione di norme giuridiche, sostanziali o processuali, che non spieghi alcuna influenza in relazione alle domande o eccezioni proposte e che sia diretta quindi all’emanazione di una pronuncia priva di rilievo pratico. Cass. 28 aprile 2006, n. 9877; conforme Cass. 27 gennaio 2006, n. 1755.

Non sussiste l’interesse a ricorrere avverso il provvedimento di accoglimento di una propria istanza. Cass. lav., 23 agosto 2007, n. 17937.

 

La riunione d’ufficio di procedimenti pendenti dinanzi allo stesso giudice in ordine alla medesima causa (art. 273 c.p.c.), trova applicazione anche davanti alla Corte di cassazione nel caso di ricorsi per regolamento preventivo di giurisdizione, con la conseguenza che ove si prospettino, in entrambi i ricorsi, le medesime ragioni, il regolamento proposto con atto notificato in epoca successiva dev’essere dichiarato inammissibile, per carenza di interesse, atteso che, pur non applicandosi al regolamento preventivo il principio di consumazione del gravame, non trattandosi di un mezzo di impugnazione, ciò non ne esclude l’assoggettabilità alla disciplina di cui all’art. 100 c.p.c. Cass., Sez. Un., 2 dicembre 2008, n. 28537.

 

L’interesse ad impugnare va apprezzato in relazione all’utilità concreta che deriva alla parte dall’eventuale accoglimento dell’impugnazione stessa, non potendo esaurirsi in un mero interesse astratto ad una più corretta soluzione di una questione giuridica, priva di riflessi pratici sulla decisione adottata. Ne consegue che, ammesso l’intervento in appello di un soggetto in qualità di successore a titolo particolare nel diritto controverso, è inammissibile, per difetto di interesse, il motivo di ricorso per cassazione, proposto dal medesimo, che censuri la sentenza di appello per aver dichiarato inammissibile la forma incidentale dell’opposizione di terzo spiegata attraverso l’atto di intervento, senza la proposizione di una domanda di merito autonoma e diversa da quella già azionata dalle parti Cass. 25 giugno 2010, n. 15353.

 

 

6.1. Casistica: fattispecie nelle quali non sussiste l’interesse della parte ad impugnare.

La stabilità del provvedimento con il quale il giudice delegato ammette al passivo un credito in chirografo, anziché nel richiesto rango privilegiato, senza istruzione, comporta la carenza di interesse del fallimento ad agire per ottenere la declaratoria di inefficacia della garanzia ipotecaria già disconosciuta in sede di ammissione al passivo. Trib. Napoli, 12 novembre 2004.

 

 

6.2. Difetto di interesse in ordine alla proposizione del ricorso per cassazione.

Poiché il principio contenuto nell’art. 100 c.p.c. - secondo il quale per proporre una domanda o per resistere ad essa è necessario avervi interesse - si applica anche al giudizio di impugnazione, l’interesse ad impugnare una sentenza, o un capo di essa, si ricollega ad una soccombenza, anche parziale, nel precedente giudizio, intesa in senso sostanziale e non formale. Ne consegue che non può intraprendere il giudizio di cassazione chi non sia stato parte del precedente giudizio d’appello. Cass. 11 febbraio 2005, n. 2841; conforme Cass., Sez. Un., 28 novembre 2001, n. 15145.

 

In tema di ricorso per cassazione, qualora la decisione impugnata si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte ed autonome e singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, l’omessa impugnazione di tutte le rationes decidendi rende inammissibili, per difetto di interesse, le censure relative alle singole ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime, quand’anche fondate, non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta definitività delle altre non impugnate, all’annullamento della decisione stessa. Cass. 18 settembre 2006, n. 20118; conforme Cass. 24 maggio 2006, n. 12372; Cass. 8 febbraio 2006, n. 2811.

 

Qualora nel giudizio d’appello una domanda o un’eccezione della quale sia stata dichiarata l’inammissibilità venga anche esaminata nel merito, per affermarne l’infondatezza, tale esame costituisce attività giurisdizionale svolta in carenza di potere. Pertanto la valutazione di infondatezza irritualmente compiuta integra una motivazione ad abundantiam di per sé insuscettibile di arrecare nocumento alla parte, la quale, una volta dichiarata soccombente per effetto della pronunziata inammissibilità della domanda o dell’eccezione proposta, è priva di interesse a censurare in sede di legittimità la sentenza anche con riferimento al capo nella parte in cui ha irritualmente esaminato nel merito la sua pretesa. Cass. 5 luglio 2007, n. 15234; conforme Cass. 5 giugno 2007, n. 13068; Cass. 16 agosto 2006, n. 18170.

 

È inammissibile per difetto di interesse il ricorso per cassazione col quale si prospetti una questione di giurisdizione, quando il ricorrente non possa conseguire alcun risultato utile dalla riforma o dall’annullamento della sentenza impugnata. Cass., Sez. Un., 31 luglio 2007, n. 16871.

 

In tema di giudizio di cassazione, nel caso in cui la sentenza impugnata sia stata riformata nel senso voluto dal ricorrente - per avere la Corte di appello modificato in sede di giudizio di revocazione (art. 395 c.p.c.) la propria sentenza fatta oggetto di ricorso di legittimità - questi ha perso qualsiasi interesse ad una pronuncia sul proprio ricorso, che, per tale ragione, va dichiarato inammissibile. Cass. 12 novembre 2007, n. 23515.

 

È inammissibile per difetto di interesse il ricorso per cassazione proposto avverso una sentenza che abbia rigettato l’opposizione agli atti esecutivi del debitore quando non sia dedotto, nell’atto di impugnazione, l’interesse in concreto leso e non sia indicata quale pronuncia, favorevole all’opponente, avrebbe dovuto rendere il giudice del merito. Cass. 25 gennaio 2012, n. 1029.

 

 

6.3. Difetto di interesse rispetto alla proposizione del ricorso incidentale.

È inammissibile, per difetto di interesse, il ricorso incidentale della parte vittoriosa in secondo grado per le questioni, domande o eccezioni, rilevanti per la decisione, da essa prospettate e non decise, neppure implicitamente, in quanto assorbite da quelle accolte, salva la possibilità di riproporle in sede di rinvio. Cass. 18 maggio 2005, n. 10420; conforme Cass. lav., 29 agosto 2003, n. 12680; conforme Cass., Sez. Un., 8 ottobre 2002, n. 14382.

 

Il ricorso incidentale per cassazione, anche se condizionato, deve essere giustificato da un interesse che abbia per presupposto una situazione sfavorevole al ricorrente, ovverosia una soccombenza, sicché va ritenuto inammissibile quando con esso la parte vittoriosa sollevi questioni che il giudice di appello non abbia deciso in senso a lei sfavorevole avendole ritenute assorbite, in quanto tali questioni, in caso di accoglimento del ricorso principale, possono essere riproposte davanti al giudice di rinvio. Cass. 18 ottobre 2006, n. 22346; conforme Cass. lav., 11 maggio 2006, n. 10848.

 

 

  1. Difetto di interesse nel processo cautelare.

Qualora nel corso del procedimento cautelare si verifichi il fatto pregiudizievole per il cui impedimento la misura cautelare è stata richiesta, il procedimento stesso deve concludersi con una pronuncia di rigetto della domanda per sopravvenuta carenza di interesse ad agire. Trib. Torino, 12 aprile 2002.

 

 

  1. Cessazione della materia del contendere.

La cessazione della materia del contendere - che deve essere dichiarata dal giudice anche d’ufficio - costituisce, nel rito contenzioso davanti al giudice civile, una fattispecie di estinzione del processo, creata dalla prassi giurisprudenziale, che si verifica quando sopravvenga una situazione che elimini la ragione del contendere delle parti, facendo venir meno l’interesse ad agire e a contraddire, e cioè l’interesse ad ottenere un risultato utile, giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l’intervento del giudice, da accertare avendo riguardo all’azione proposta e alle difese svolte dal convenuto. Pertanto, alla emanazione di una sentenza di cessazione della materia del contendere consegue, da un canto, la caducazione della sentenza impugnata, a differenza di quanto avviene nel caso di rinuncia al ricorso, che ne determina il passaggio in giudicato; e, dall’altro, l’assoluta inidoneità della sentenza di cessazione della materia del contendere ad acquisire efficacia di giudicato sostanziale sulla pretesa fatta valere, limitandosi tale efficacia di giudicato al solo aspetto del venir meno dell’interesse alla prosecuzione del giudizio. Trib. Nocera Inferiore, 15 dicembre 2011; conforme Cass. 6 febbraio 2007, n. 2567; Cass. 3 marzo 2006, n. 4714; Cass. lav., 5 dicembre 2005, n. 26351.

 

La sentenza che dichiara cessata la materia del contendere è di carattere meramente processuale ed è inidonea a costituire giudicato sostanziale sulla pretesa fatta valere nel relativo giudizio; ne consegue che l’impugnazione proposta avverso tale sentenza, intesa a modificarne soltanto la motivazione, deve ritenersi inammissibile, difettando in tal caso un interesse attuale ad ottenere la rimozione di eventuali accertamenti contenuti nella suddetta pronuncia. Cass. 6 maggio 2010, n. 10960.

 

Qualora l’attore abbia chiesto l’accertamento di un diritto e la conseguente condanna del convenuto ad un fare, la circostanza che nel corso del giudizio sia divenuta impossibile l’esecuzione della prestazione non determina la cessazione della materia del contendere, non estinguendosi l’interesse all’accertamento del fatto controverso Cass. lav., 19 novembre 2010, n. 23476.

 

 

8.1. Cessazione della materia del contendere nel corso del giudizio di cassazione.

Il giudicato esterno è rilevabile d’ufficio in sede di legittimità anche se formatosi successivamente alla sentenza impugnata, con la conseguenza che il ricorso per cassazione, il cui oggetto è colpito dagli effetti di tale giudicato, è da qualificarsi inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, giacché l’interesse ad impugnare con siffatto ricorso discende dalla possibilità di conseguire, attraverso il richiesto annullamento della sentenza impugnata, un risultato pratico favorevole alla parte. Cass. lav., 29 gennaio 2007, n. 1829.

 

 

8.2. Casistica.

La cessazione dal servizio, per collocamento a riposo del magistrato sottoposto a procedimento disciplinare, sopravvenuta prima del passaggio in giudicato della pronunzia che applica la sanzione disciplinare, comporta, la cessazione della materia del contendere e, quindi, l’inammissibilità, per sopravvenuto difetto di interesse, del ricorso per cassazione proposto contro la decisione della sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, con esclusione della possibilità di qualsiasi altra pronuncia. Cass., Sez. Un., 12 aprile 2005, n. 7440.

 

Nell’ipotesi in cui la sentenza del consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana, impugnata con ricorso per cassazione, sia stata revocata, il relativo ricorso va dichiarato inammissibile per sopravvenuto difetto di interesse, per essere cessata la materia del contendere nel giudizio di cassazione, a nulla rilevando che la sentenza di revocazione potrebbe a sua volta essere impugnata in cassazione, giacché l’eventuale impugnazione costituisce una mera possibilità, mentre la carenza d’interesse del ricorrente a coltivare il ricorso è attuale, essendo venuta meno la pronuncia che ne costituiva l’oggetto. Alla cessazione della materia del contendere consegue la declaratoria di inammissibilità del ricorso in quanto l’interesse ad agire, e quindi anche ad impugnare, deve sussistere non solo nel momento in cui è proposta l’azione o l’impugnazione, ma anche nel momento della decisione, in relazione alla quale, ed in considerazione della domanda originariamente formulata, va valutato l’interesse ad agire. Cass., Sez. Un., 29 novembre 2006, n. 25278.

 

La produzione, nel corso di un giudizio di legittimità dove si controverta del diniego del condono fiscale, di un documento con il quale l’amministrazione finanziaria comunica l’avvenuta soddisfazione della propria «intera pretesa creditoria» dà luogo alla cessazione della materia del contendere, per il venir meno sia dell’interesse delle parti alla decisione dell’impugnazione proposta dal contribuente che, di conseguenza, del potere dovere della Corte di emettere una decisione sulle doglianze contenute nel ricorso. Una siffatta situazione determina il sopravvenire della mancanza di interesse del ricorrente alla decisione del ricorso, e quindi la sopravvenuta inammissibilità dello stesso, che va pertanto dichiarata. Cass. trib., 30 giugno 2006, n. 15113.

 

Quando nelle more del giudizio di legittimità avente ad oggetto la dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio intervenga il decesso di uno dei coniugi, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile per sopravvenuta cessazione della materia del contendere (essendo venuto meno l’interesse ad una definizione del giudizio e, quindi, ad una pronuncia sul merito dell’impugnazione), con ciò travolgendosi ogni statuizione in precedenza emessa e non ancora passata in giudicato. Cass. 16 giugno 2006, n. 13961.

 

Quando, nelle more del giudizio di legittimità avente ad oggetto l’affidamento di figlio minore ad uno degli ex coniugi a seguito di cessazione degli effetti civili del matrimonio, sopravvenga la maggiore età del figlio, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse del ricorrente all’impugnazione. Cass. 11 marzo 2006, n. 5383.

 



 
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