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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 105 cod. proc. civile: Intervento volontario

Ciascuno può intervenire in un processo tra altre persone per far valere, in confronto di tutte le parti (1) o di alcune di esse (2), un diritto relativo all’oggetto o dipendente dal titolo dedotto nel processo medesimo (3).

Può altresì intervenire per sostenere le ragioni di alcuna delle parti, quando vi ha un proprio interesse (4).


Commento

(1) Condizione necessaria per l’intervento principale è che l’interveniente sia titolare di un diritto soggettivo da far valere e non di un mero interesse. Si ha intervento principale quando un terzo fa valere nei confronti di tutte le parti del processo un diritto incompatibile con quello vantato da ciascuna di esse (ad es. un diritto di proprietà esclusivo su di un bene). Pur non intervenendo nel giudizio che lo coinvolge, il terzo, comunque, potrebbe proporre contro la sentenza emessa opposizione di terzo [v. 404] o iniziare un autonomo giudizio volto all’accertamento del suo diritto: per evitare giudicati contraddittori e l’incertezza in ordine alla titolarità del suo diritto, il terzo può allora dispiegare il suo intervento nel giudizio pendente.

 

(2) Un terzo può intervenire nel processo per far valere un diritto compatibile con quello originariamente affermato in giudizio e ad esso connesso per l’identità del fatto costitutivo, su cui si fonda la domanda originaria (ad es. un secondo danneggiato che interviene nel processo iniziato dalla prima vittima di un incidente stradale) cd. intervento adesivo autonomo: è un rimedio facoltativo adottabile dal terzo che voglia far valere in tale sede le proprie ragioni.

 

(3) Le ragioni che giustificano l’intervento sono, comunque, ragioni di connessione oggettiva, così come nel litisconsorzio facoltativo [v. 103]: tanto è che l’intervento determina un litisconsorzio facoltativo successivo, attuandosi nella pendenza di un giudizio.

 

(4) Un terzo può, infine, essere titolare d’un rapporto giuridico dipendente dal rapporto oggetto del processo originario ed intervenire in quest’ultimo, quindi, solo per sostenere le ragioni di una delle parti senza far valere un autonomo diritto. Questa dipendenza giustifica l’interesse al suo intervento cd. adesivo dipendente (si pensi al subconduttore che intervenga in una lite fra conduttore e locatore). Come conseguenza di tale posizione di dipendenza, l’interventore ad adiuvandum non potrà proporre impugnazione se la parte adiuvata vi ha rinunciato. La funzione dell’intervento muta a seconda che si consideri il terzo soggetto o meno all’efficacia riflessa della sentenza (a quella diretta non è mai soggetto il terzo: c.c. 2909). Nel primo caso l’intervento assolve il compito di assicurare una tutela preventiva al terzo, consentendogli di partecipare al processo, ma privandolo del rimedio successivo dell’opposizione di terzo revocatoria. Negli altri casi l’intervento può essere giustificato dall’opportunità di prevenire precedenti sfavorevoli e di far accertare l’esistenza ed il modo d’essere del rapporto pregiudiziale nel contraddittorio fra tutte le parti interessate, con la sola particolarità che nell’intervento principale e adesivo autonomo il terzo interventore esercita una azione autonoma seppur connessa a quella del giudizio principale, mentre nell’ipotesi di intervento ad adiuvandum il terzo si colloca in posizione subordinata rispetto alla parte adiuvata, dispiegando soprattutto iniziative istruttorie.


Giurisprudenza annotata

  1. Presupposti generali.

Il diritto che, ai sensi dell’art. 105, comma primo, c.p.c., il terzo può far valere in un giudizio pendente tra altre parti, deve essere relativo all’oggetto sostanziale dell’originaria controversia, da individuarsi con riferimento al “petitum” ed alla “causa petendi”, ovvero dipendente dal titolo dedotto nel processo medesimo a fondamento della domanda giudiziale originaria, restando irrilevante la mera identità di alcune questioni di diritto, la quale, configurando una connessione impropria, non consente l’intervento del terzo nel processo. Cass., Sez. Un., 5 maggio 2009, n. 10274.

 

Il diritto che, ai sensi dell'art. 105, primo comma, cod. proc. civ., il terzo può far valere in giudizio pendente tra altre parti, deve essere relativo all'oggetto sostanziale dell'originaria controversia, da individuarsi con riferimento al "petitum" ed alla "causa petendi", ovvero dipendente dal titolo dedotto nel processo medesimo a fondamento della domanda giudiziale. (Nella specie, la S.C., sulla scorta dell'enunciato principio, ha confermato la sentenza di appello che aveva dichiarato inammissibile l'intervento del terzo poiché, mentre il giudizio tra le parti originarie aveva ad oggetto il contratto autonomo di garanzia, l'interventore aveva spiegato domande aventi ad oggetto il rapporto principale di appalto). Rigetta, App. Napoli, 06/07/2011.Cassazione civile sez. III  20 ottobre 2014 n. 22233  

 

L'interveniente volontario, avendo assunto formalmente la qualità di parte primaria nel processo, è legittimato a proporre appello contro la decisione che abbia concluso il primo grado del giudizio non solo quando le sue istanze siano state respinte nel merito, ma anche quando sia stata negata l'ammissibilità dell'intervento ovvero sia stata omessa ogni pronuncia sulla domanda formulata con l'intervento stesso. Rigetta, App. Ancona, 13/09/2008.Cassazione civile sez. II  29 gennaio 2015 n. 1671

 

L'intervento adesivo dipendente del terzo è consentito ove l'interveniente sia titolare di un rapporto giuridico connesso con quello dedotto in lite da una delle parti o da esso dipendente e non di mero fatto, attesa la necessità che la soccombenza della parte determini un pregiudizio totale o parziale al diritto vantato dal terzo quale effetto riflesso del giudicato. Rigetta, App. Catania, 19/09/2007

Cassazione civile sez. II  26 novembre 2014 n. 25145  

 

Ai fini dell’intervento principale o litisconsortile, anche se l’art. 105 c.p.c. esige che il diritto vantato dall’interveniente non sia limitato ad una meramente generica comunanza di riferimento al bene materiale in relazione al quale si fanno valere le antitetiche pretese delle parti, la diversa natura delle azioni esercitate, rispettivamente, dall’attore in via principale e dal convenuto in via riconvenzionale rispetto a quella esercitata dall’interveniente, o la diversità dei rapporti giuridici con le une e con l’altra dedotti in giudizio, non costituiscono elementi decisivi per escludere l’ammissibilità dell’intervento, essendo sufficiente a farlo ritenere ammissibile la circostanza che la domanda dell’interveniente presenti una connessione od un oggetto sostanziale, tali da giustificare un simultaneo processo, particolarmente allorché la tutela del diritto vantato dall’interveniente sia incompatibile con quella vantata dall’una e/o dall’altra delle parti originarie. Cass. 11 luglio 2011, n. 15208; conforme Cass. 28 dicembre 2009, n. 27398; Cass. 27 giugno 2007, n. 14844; Cass. 12 giugno 2006, n. 13557; Cass., 3 novembre 2004, n. 21060.

 

L’intervento di cui all’art. 105 c.p.c. concerne non la causa, ma il processo ed è tale che il terzo, una volta intervenuto nel processo ed una volta spiegata domanda nei confronti delle altre parti o anche di una sola di esse, diventa parte egli stesso nel processo medesimo, al pari di tutte le altre parti e nei confronti delle stesse (cfr. Cass. n. 3212 del 1971). Del resto la precedente e condivisibile giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo, ulteriormente, di sottolineare che, qualora il terzo spieghi volontariamente intervento litisconsortile, assumendo essere lui (o anche lui) - e non gli altri convenuti (ovvero non solo le altre parti chiamate originariamente in giudizio) - il soggetto nei cui riguardi si rivolge la pretesa dell’attore, la domanda iniziale, anche in difetto di espressa istanza, si intende automaticamente estesa al terzo, nei confronti del quale, perciò, il giudice è legittimato ad assumere le conseguenti statuizioni. Cass. 19 gennaio 2012, n. 743.

 

 

  1. Ambito.

Nei procedimenti di volontaria giurisdizione non è da ritenersi ammissibile un intervento autonomo od adesivo di terzi, poiché non vi sono diritti in contestazione. Trib. Santa Maria Capua Vetere, 28 febbraio 2003.

 

 

  1. Forme e termini dell’intervento volontario.

 

 

3.1. Intervento nel primo grado di giudizio.

Chi interviene volontariamente in un processo già pendente ha sempre la facoltà di formulare domande nei confronti delle altre parti, quand’anche sia ormai spirato il termine di cui all’art. 183 c.p.c. per la fissazione del “thema decidendum”; né tale interpretazione dell’art. 268 c.p.c. viola il principio di ragionevole durata del processo od il diritto di difesa delle parti originarie del giudizio: infatti l’interveniente, dovendo accettare il processo nello stato in cui si trova, non può dedurre - ove sia già intervenuta la relativa preclusione - nuove prove e, di conseguenza non vi è né il rischio di riapertura dell’istruzione, né quello che la causa possa essere decisa sulla base di fonti di prova che le parti originarie non abbiano potuto debitamente contrastare Cass. 16 ottobre 2008, n. 25264.

 

L’atto di intervento volontario in giudizio, che contenga la formulazione di una domanda diretta nei confronti della parte rimasta contumace, deve essere notificato anche a quest’ultima parte; tuttavia, ove siffatta notifica sia stata omessa, la nullità che ne consegue non può essere rilevata d’ufficio dal giudice, ma può essere eccepita soltanto dal contumace successivamente costituitosi o dal medesimo fatta valere con uno specifico motivo d’impugnazione della sentenza che abbia pronunciato sul merito della domanda Cass. 31 marzo 2010, n. 7790.

 

 

3.2. Intervento nei gradi di giudizio successivi al primo.

In tema d’impugnazioni, nell’ipotesi di cumulo oggettivo di cause per connessione propria (art. 34, 36 c.p.c.) o per effetto di riunione dei processi ai sensi dell’artt. 40 e 274 c.p.c., il giudice può scegliere tra una pronuncia non definitiva su una singola domanda e una sentenza definitiva parziale. Quest’ultima opzione deve essere resa manifesta da un esplicito provvedimento di separazione o dalla statuizione sulle spese in ordine alla controversia decisa. Invece, nell’ipotesi di cumulo litisconsortile (artt. 103, 105, 106 e 107 c.p.c.), la sentenza che definisca integralmente la controversia in ordine ad uno dei litisconsorti od intervenienti o chiamati in causa deve sempre ritenersi definitiva e contenere una pronuncia sulle spese e un provvedimento di separazione dei restanti giudizi. Nell’ipotesi, infine, di cumulo solo oggettivo di cause tra le stesse parti, che non presentino alcun nesso di dipendenza, subordinazione o pregiudizialità e, conseguentemente, possano dar luogo ad una pronuncia parziale definitiva, è operante la disciplina della scelta tra l’impugnazione immediata e la riserva d’impugnazione differita Cass. 25 marzo 2011, n. 6993.

 

Non è consentito nel giudizio di legittimità l’intervento volontario del terzo, mancando una espressa previsione normativa, indispensabile nella disciplina di una fase processuale autonoma, e riferendosi l’art. 105 c.p.c. esclusivamente al giudizio di cognizione di primo grado, senza che, peraltro, possa configurarsi una questione di legittimità costituzionale della norma disciplinante l’intervento volontario, come sopra interpretata, con riferimento all’art. 24 Cost., giacché la legittimità della norma limitativa di tale mezzo di tutela giurisdizionale discende dalla particolare natura strutturale e funzionale del giudizio dinanzi alla Corte di Cassazione. Né risulta possibile la conversione in ricorso incidentale dell’atto, inammissibile, con il quale il terzo pretenda di intervenire nel giudizio di legittimità, attesa la necessaria coincidenza fra legittimazione, attiva e passiva, all’impugnazione ed assunzione della qualità di parte nel giudizio conclusosi con la sentenza impugnata. Cass. 17 maggio 2011, n. 10813; conforme Cass., Sez. Un., 29 aprile 2005, n. 8882; Cass., Sez. Un., 23 gennaio 2004, n. 1245.

 

 

3.3. Intervento nel processo del lavoro.

A norma dell’art. 419 c.p.c., nelle controversie soggette al rito del lavoro l’intervento del terzo ex art. 105 c.p.c. non può avvenire oltre il termine stabilito per la costituzione del convenuto e, qualora sia tardivo, la tardività non può essere sanata dall’accettazione del contraddittorio da parte del soggetto contro il quale il terzo abbia proposto la propria domanda, attesa la rilevanza pubblica degli interessi in vista dei quali è posto il divieto di domande nuove; tale previsione, avendo carattere pubblicistico, è sottratta alla disponibilità dei privati, mentre non ha la medesima natura la disposizione (introdotta nell’art. 419 citato dalla sentenza additiva della Corte cost. n. 193 del 1983) prevedente, in caso di intervento volontario, la fissazione di una nuova udienza e la notifica della memoria dell’interveniente e del provvedimento di rifissazione alle parti originarie; con la conseguenza che, in caso di omissione degli adempimenti da ultimo ricordati, la parte nel cui interesse i suddetti sono disposti deve, a norma dell’art. 157 c.p.c., far valere la nullità derivante dalla mancata fissazione della nuova udienza nella prima difesa successiva al fatto o alla notizia di esso. Trib. Roma, 27 gennaio 2010; conforme Cass. lav., 6 giugno 2008, n. 15080; Cass. lav., 4 ottobre 2004, n. 19834; Trib. Ivrea, 30 maggio 2006.

 

 

  1. Tipologie di intervento. Casistica.

 

 

4.1. Intervento principale.

Nel giudizio di omologazione del concordato preventivo proposto da una società di persone e non anche dai singoli soci, questi ultimi non assumono la posizione di litisconsorti necessari, né risultando legittimati ad impugnare la sentenza che rigetta la proposta di concordato, in quanto, pur essendo illimitatamente responsabili per le obbligazioni sociali, essi non sono legittimati a chiedere l’ammissione alla procedura, non rivestendo la qualità di imprenditori commerciali; la loro partecipazione al giudizio si configura pertanto come intervento volontario, a nulla rilevando la circostanza che essi abbiano sottoscritto l’istanza di ammissione alla procedura in qualità di amministratori e rappresentanti della società, né che il rigetto della proposta li esponga alla dichiarazione di fallimento ai sensi dell’art. 147, L. fall., essendo la loro qualità di litisconsorti necessari limitata alla sola partecipazione al giudizio di fallimento, in tutti i suoi gradi. Cass. 17 febbraio 2006, n. 3535.

 

In tema di condominio negli edifici, posto che il condominio stesso si configura come ente di gestione sfornito di personalità giuridica distinta da quella dei singoli condomini, l’esistenza di un organo rappresentativo unitario, quale l’amministratore, non priva i singoli partecipanti della facoltà di agire a difesa dei diritti esclusivi e comuni inerenti all’edificio condominiale, con la conseguenza che l’intervento dei condomini in una causa iniziata dall’amministratore realizza un’ipotesi di intervento della parte, che è ammissibile anche quando l’azione sia stata (in ipotesi) irregolarmente proposta per difetto di legittimazione dell’amministratore, trattandosi in tal caso di sostituzione del legittimato al non legittimato. Cass. 26 marzo 2010, n. 7300.

 

Il terzo assuntore del concordato preventivo di una società in stato di insolvenza è legittimato, in qualità di successore a titolo particolare del liquidatore, a spiegare intervento nel giudizio di responsabilità da quest’ultimo promosso, ai sensi dell’art. 2394 c.c., nei confronti degli amministratori e dei sindaci delle società, in rappresentanza della massa dei creditori. Cass., Sez. Un., 23 febbraio 2010, n. 4309.

 

 

4.2. Intervento adesivo autonomo.

In tema di prestazione d’opera intellettuale, nel caso in cui il professionista si avvalga, nell’espletamento dell’incarico, della collaborazione di sostituti ed ausiliari, ai sensi dell’art. 2232 c.c., gli eventuali contatti tra il cliente e questi ultimi, in assenza di uno specifico mandato in loro favore, non generano un nuovo rapporto professionale, ma restano assorbiti nel rapporto tra committente e professionista incaricato; ne deriva che quest’ultimo ha un interesse autonomo ad intervenire nella causa intentata dal suo sostituto nei confronti del committente per il pagamento delle relative prestazioni professionali. Cass. 30 gennaio 2006, n. 1847.

 

 

4.3. Intervento adesivo dipendente.

Il terzo avente causa da colui che è stato convenuto in giudizio dal promissario acquirente di un immobile con domanda proposta ai sensi dell’art. 2932 c.c. qualora intervenga in tale giudizio acquista la veste di interventore adesivo dipendente e, come tale, non può dedurre eccezioni non sollevate dal convenuto né proporre una impugnazione autonoma Cass., Sez. Un., 9 novembre 2011, n. 23299; conforme Cass. 23 ottobre 2001, n. 13000.

 

Il terzo avente causa da colui che è stato convenuto in giudizio dal promissario acquirente di un immobile con domanda proposta ai sensi dell’art. 2932 c.c. qualora intervenga in tale giudizio acquista la veste di interventore adesivo dipendente e, come tale, non può dedurre eccezioni non sollevate dal convenuto né proporre una impugnazione autonoma. Cass., Sez. Un., 9 novembre 2011, n. 23299.

 

 

  1. Legittimazione ad impugnare dell’interveniente.

L’intervento adesivo dipendente, previsto dall’art. 105, comma 2, c.p.c., dà luogo ad un giudizio unico con pluralità di parti, nel quale i poteri dell’intervenuto sono limitati all’espletamento di un’attività accessoria e subordinata a quella svolta dalla parte adiuvata, potendo egli sviluppare le proprie deduzioni ed eccezioni unicamente nell’ambito delle domande ed eccezioni proposte da detta parte; ne consegue che, in caso di acquiescenza alla sentenza della parte adiuvata, l’interventore non può proporre alcuna autonoma impugnazione, né in via principale né in via incidentale. Cass. 16 novembre 2006, n. 24370.

 

L’interventore adesivo in primo grado non ha autonoma facoltà di proporre appello nell’ipotesi in cui la parte adiuvata non si sia avvalsa del diritto a proporre impugnazione o abbia fatto acquiescenza alla decisione ad essa sfavorevole, salvo che l’impugnazione sia limitata alle questioni specificamente attinenti la qualificazione dell’intervento. Cass. 10 marzo 2011, n. 5744.

 

 

  1. Questioni di legittimità costituzionale.

Sono inammissibili le q.l.c. dell’art. 268, comma 1, c.p.c., censurato, in riferimento agli art. 3, e 111, comma 2, ultimo periodo, cost., nella parte in cui ammette l’intervento principale o litisconsortile previsto dell’art. 105, comma 1, c.p.c. fino al momento di precisazione delle conclusioni, anziché fino all’udienza di trattazione prevista dall’art. 183 del medesimo codice e, in subordine, in riferimento agli art. 24 e 111, comma 2, primo periodo, cost., nella parte in cui non attribuisce al giudice, in caso di intervento volontario o litisconsortile, il potere-dovere di fissare, alla prima udienza successiva all’intervento del terzo, una nuova udienza di trattazione nel corso della quale le parti possano esercitare tutti i poteri previsti dell’art. 183 c.p.c. Invero, la questione principale è espressa in forma ipotetica e contraddittoria, mentre la questione proposta in via subordinata considera, senza alcuna motivazione al riguardo, indiscutibile l’interpretazione dell’art. 268, comma 2, c.p.c. secondo cui a coloro che sono intervenuti nella pendenza del suddetto termine, concesso ai sensi dell’art. 183, comma 6, c.p.c., spetta la facoltà di avanzare istanze istruttorie. Inoltre, l’invocato incremento dei poteri del giudice, consistente nella possibilità di fissare una nuova udienza in caso d’intervento, si pone in antitesi con le limitazioni temporali richieste con la prima prospettazione e postula una decisione modificativa del sistema della trattazione della causa, tale da incidere ben oltre la norma impugnata. - V., citata, ordinanza n. 215/2005. Corte cost., 1 agosto 2008, n. 331.

 

 



 
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