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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 106 cod. proc. civile: Intervento su istanza di parte

Ciascuna parte può chiamare (1) nel processo un terzo al quale ritiene comune la causa (2) o dal quale pretende essere garantita (3) (4).


Commento

(1) La chiamata in giudizio del terzo si determina mediante un atto di citazione, la cui notifica basta per far assumere al terzo chiamato la qualità di parte nel giudizio nel quale deve intervenire, determinandosi un litisconsorzio facoltativo eventuale successivo. Una volta che il terzo è intervenuto nel processo le parti originarie potranno anche proporre contro di lui autonome domande ed a sua volta il terzo potrà proporne contro le parti. L’opportunità della chiamata in causa è rimessa alla valutazione esclusiva del giudice di merito.

 

(2) La norma in esame usa un’espressione generica, quale quella di comunanza di causa, per individuare le ipotesi in cui le parti sono legittimate a chiamare in causa il terzo, espressione coincidente con la fattispecie della connessione oggettiva per oggetto o titolo [v. 103] fra il rapporto sostanziale dedotto in giudizio e quello che fa capo al terzo. In sostanza si tratterebbe di chiamare in causa quegli stessi terzi che avrebbero potuto dispiegare intervento principale o adesivo autonomo [v. 105].

 

(3) La chiamata in causa del terzo sul quale il soggetto passivo d’una prestazione intende riversare gli effetti d’un eventuale soccombenza in giudizio viene definita chiamata in garanzia. Essa riguarda sia i casi di garanzia propria che impropria [v. 32]. Nel primo caso il terzo è soggetto agli effetti della sentenza della causa principale e può proporre eccezioni, mezzi istruttori, istanze ed impugnazioni relative alla causa principale (ad es. nel caso della garanzia per evizione ex art. 1485 c.c.). Nella seconda ipotesi, ove la chiamata si fonda sul medesimo titolo già dedotto nel giudizio principale, se si limita a contestare il suo rapporto di regresso con il chiamante e non quello originariamente dedotto in giudizio, assume i poteri di un interveniente dipendente, mentre se nega l’esistenza della responsabilità del convenuto chiamante verso l’attore assume qualità di parte accessoria nella causa principale ed esercita tutti i relativi poteri.

 

(4) La chiamata del terzo non può essere autorizzata dopo la prima udienza. Chi ha interesse deve farne richiesta, a pena d’inammissibilità, nella comparsa di risposta tempestivamente depositata nel termine di cui all’art. 166 e chiedere contestualmente, ex art. 269, lo spostamento della prima udienza per consentire la notifica dell’atto di chiamata al terzo (per la nuova udienza fissata) nel rispetto dei termini a comparire.


Giurisprudenza annotata

  1. Ambito applicativo della disposizione.

La chiamata di un terzo nel procedimento cautelare da parte del resistente è di per sé ammissibile, ma va autorizzata dal giudice; tale autorizzazione non va concessa se nei confronti del terzo non si propongono domande, ovvero si prospettano domande che vanno formulate nel giudizio di merito. Trib. Napoli, 17 dicembre 2001.

 

Il processo tributario non consente l’intervento adesivo dipendente e, in generale, la partecipazione di soggetti che non siano parti del rapporto tributario, essendovi ammessi solo i soggetti che hanno partecipato direttamente all’emissione dell’atto impositivo o che ne sono i diretti interessati. Non può, di conseguenza, trovare accoglimento l’istanza di chiamata in giudizio di una terza amministrazione pubblica (nella specie: della Regione) autrice dell’atto presupposto dell’imposizione, ma estranea al rapporto tributario. Il sindacato consentito alle commissioni tributarie, incidenter tantum, dell’atto amministrativo presupposto dell’imposizione, finalizzato alla disapplicazione di tale atto con riflessi sulla legittimità dell’atto impugnato, infatti, non può comportare l’esigenza di un contraddittorio nei confronti del soggetto autore dell’atto presupposto. Cass. trib., 5 ottobre 2007, n. 20854.

 

Nel processo tributario, come in quello civile, la fissazione di una nuova udienza per consentire la citazione del terzo, chiesta tempestivamente dal convenuto, al di fuori delle ipotesi di litisconsorzio necessario, è discrezionale. Ne consegue che il giudice può, per esigenze di economia processuale e di ragionevole durata del processo, rifiutare di fissare una nuova prima udienza per la costituzione del terzo. Rigetta, Comm. Trib. Reg. Lombardia, 12/03/2013.Cassazione civile sez. VI  21 gennaio 2015 n. 1112  

 

 

  1. Procura.

Perché il procuratore di una parte possa promuovere giudizio di garanzia contro un terzo e chiamare quest’ultimo in causa, non occorre il rilascio di una nuova e diversa procura, in calce o a margine della citazione per chiamata in garanzia, se nell’atto contenente la procura originaria risulta la chiara espressione di volontà della parte di autorizzare anche la proposizione del giudizio di garanzia. Cass. 25 maggio 2007, n. 12241; conforme Cass. 17 marzo 2005, n. 5768; Cass. 21 maggio 1998, n. 5083.

 

 

  1. Termine per la chiamata.

Qualora l’opponente a decreto ingiuntivo voglia chiamare un terzo nel processo, è onerato di citarlo - a pena di decadenza - con lo stesso atto di opposizione. Cass. 27 gennaio 2003, n. 1185; conforme Trib. Casale Monferrato, 22 dicembre 2003; Trib. Catania, 11 ottobre 2001.

 

 

  1. Provvedimento di autorizzazione alla chiamata in causa.

In tema di intervento nel processo di un terzo su istanza di parte ai sensi dell’art. 106 c.p.c., rientra nei poteri discrezionali del giudice istruttore autorizzare o non autorizzare la chiamata in causa, ma non anche autorizzare la chiamata tardiva e imporre al terzo chiamato di accettare il contraddittorio nello stato in cui la controversia si trova, così ledendone il diritto di difesa, sicché, se il terzo non presti adesione a tale stato e (come nella specie) eccepisca in via principale l’irritualità della chiamata difendendosi nel merito solo in via subordinata, le disposizioni sulle modalità e i termini della chiamata in causa di terzo di cui agli artt. 167 e 269 c.p.c. non sono suscettibili di deroga. Cass. 24 aprile 2008, n. 10682; conforme Cass. 6 luglio 2006, n. 15362.

 

Nel caso in cui una delle parti abbia esteso la domanda ad un terzo citandolo direttamente in giudizio senza l’autorizzazione del giudice, la nullità della chiamata in causa deve ritenersi sanata dalla costituzione in giudizio del terzo, il quale non abbia sollevato al riguardo alcuna eccezione nel primo atto difensivo. Cass. 10 febbraio 2006, n. 2977.

 

 

  1. Presupposti.

 

 

5.1. Comunanza della causa.

Il principio dell’estensione automatica della domanda dell’attore al chiamato in causa da parte del convenuto trova applicazione allorquando la chiamata del terzo sia effettuata al fine di ottenere la liberazione dello stesso convenuto dalla pretesa dell’attore, in ragione del fatto che il terzo s’individui come unico obbligato nei confronti dell’attore ed in vece dello stesso convenuto, realizzandosi in tal caso un ampliamento della controversia in senso soggettivo (divenendo il chiamato parte del giudizio in posizione alternativa con il convenuto) ed oggettivo (inserendosi l’obbligazione del terzo dedotta dal convenuto verso l’attore in alternativa rispetto a quella individuata dall’attore), ma ferma restando, tuttavia, in ragione di detta duplice alternatività, l’unicità del complessivo rapporto controverso. Il suddetto principio, invece, non opera, allorquando il chiamante faccia valere nei confronti del chiamato un rapporto diverso da quello dedotto dall’attore come causa petendi come avviene nell’ipotesi di chiamata di un terzo in garanzia, propria o impropria. Cass. 8 giugno 2007, n. 13374; conforme Cass. 1° giugno 2006, n. 13131.

 

Il principio dell’estensione automatica della domanda principale al terzo chiamato in causa dal convenuto non opera quando lo stesso terzo venga evocato in giudizio come obbligato solidale o in garanzia propria od impropria, essendo in questo caso necessaria la formulazione di un’espressa ed autonoma domanda da parte dell’attore. Cass. 8 novembre 2007, n. 23308.

 

 

5.2. Chiamata in garanzia.

La chiamata in garanzia ricomprende sia i casi di garanzia propria, che si ha quando la causa principale e quella accessoria abbiano lo stesso titolo, ovvero quando ricorra una connessione oggettiva tra i titoli delle due domande, sia quelli di garanzia impropria, che si configura quando il convenuto tenda a riversare su di un terzo le conseguenze del proprio inadempimento, in base ad un titolo diverso da quello dedotto con la domanda principale, ovvero in base ad un titolo connesso al rapporto principale solo in via occasionale o di fatto. Cass. 30 settembre 2005, n. 19208.

 

Qualora il convenuto intenda chiamare in garanzia l’assicuratore è necessaria una specifica procura alle liti ed è nulla la chiamata in causa del terzo, contro il quale sia proposta una domanda di garanzia impropria, ove il procuratore del chiamante sia sfornito di procura ad hoc. Cass. 18 luglio 2008, n. 19912.

 

 

5.2.1. Garanzia propria.

Con riferimento alla posizione dell’assicuratore della responsabilità civile (fuori dell’ambito dell’assicurazione obbligatoria), quale è configurata dall’art. 1917 c.c., ricorre una ipotesi di garanzia propria, atteso che il nesso tra la domanda principale del danneggiato e la domanda di garanzia dell’assicurato verso l’assicuratore è riconosciuto sia dalla previsione espressa della possibilità di chiamare in causa l’assicuratore sia dallo stesso regime dei rapporti tra i tre soggetti contenuto nell’art. 1917, comma 2, c.c. Infatti, nelle ipotesi in cui sia unico il fatto generatore della responsabilità come prospettata tanto con l’azione principale che con la domanda di garanzia, anche se le ipotizzate responsabilità traggono origine da rapporti o situazioni giuridiche diverse, si versa in un caso di garanzia propria che ricorre, solo ove il collegamento tra la posizione sostanziale vantata dall’attore e quella del terzo chiamato in garanzia sia previsto dalla legge disciplinatrice del rapporto. Cass., Sez. Un., 26 luglio 2004, n. 13968.

 

 

5.2.2. Garanzia impropria.

Si ha garanzia impropria, che non comporta deroga ai normali criteri di determinazione della competenza, sia quando la responsabilità del convenuto chiamante e quella del chiamato traggono origine da rapporti o situazioni giuridiche diverse ed è esclusa l’esistenza di ogni legame tra il preteso creditore ed il garante, sia quando il convenuto designa un terzo come responsabile di quanto lamentato dall’attore. Cass. 5 giugno 2006, n. 13178.

 

Il terzo chiamato in garanzia impropria dal convenuto in riferimento alla causa principale ha i poteri processuali di un interventore adesivo dipendente e non può - trattandosi di cause diverse e tra loro scindibili - dedurre eccezioni non sollevate dal convenuto nè impugnare autonomamente la sentenza che dichiari quest’ultimo soccombente nei confronti dell’attore. Pertanto, qualora il convenuto non abbia impugnato la pronuncia che abbia affermato la giurisdizione, in tal modo determinando la formazione del giudicato su tale punto, il terzo chiamato in garanzia impropria non può a sua volta impugnare la sentenza per far valere il difetto di giurisdizione del giudice adito relativamente alla causa principale. Cass., Sez. Un., 30 marzo 2010, n. 7602.

 

L’azione di risarcimento del danno e l’azione di garanzia impropria nei confronti dell’assicuratore della responsabilità civile possono essere proposte in giudizi separati, non essendo configurabile rispetto a esse una ipotesi di litisconsorzio necessario di natura sostanziale (art. 102 c.p.c.). Una volta, tuttavia, che la garanzia impropria sia stata fatta valere dal responsabile mediante chiamata in causa dell’assicuratore nel giudizio risarcitorio, si instaura una situazione di litisconsorzio processuale per dipendenza di una causa dall’altra che nei giudizi di impugnazione determina l’inscindibilità delle cause a norma dell’art. 331 c.p.c. Deriva da quanto precede, pertanto, che ove sia stata ordinata l’integrazione del contraddittorio e nessuna delle parti abbia adempiuto a quanto disposto dal giudice, la impugnazione deve ritenersi inammissibile. Cass. 18 settembre 2007, n. 19364.

 

  1. Effetti della chiamata in causa.

Qualora il convenuto, nel dedurre il difetto della propria legittimazione passiva, chiami un terzo, indicandolo come il vero legittimato, si verifica l’estensione automatica della domanda al terzo medesimo, onde il giudice può direttamente emettere nei suoi confronti una pronuncia di condanna anche se l’attore non ne abbia fatto richiesta, senza incorrere nel vizio di extrapetizione. Cass. 1 luglio 2008, n. 17954; conforme Cass. 5 giugno 2007, n. 13165.

 

Il principio dell’automatica estensione delle domande (nella specie, di risarcimento) al terzo che il convenuto abbia chiamato in causa, indicandolo come effettivo e diretto obbligato, non opera quando il terzo non abbia partecipato al giudizio in tale veste, ma sia in esso intervenuto per far affermare la propria qualità di titolare, in luogo dell’attore, del diritto da questi fatto valere a fondamento della domanda di risarcimento del danno. Incorre, pertanto, nel vizio di ultrapetizione il giudice che condanni, in questo caso, il terzo intervenuto al risarcimento del danno in solido con il convenuto Cass., Sez. Un., 13 luglio 2007, n. 15756.

 

La consulenza tecnica di ufficio svoltasi prima della chiamata in causa di una delle parti processuali deve ritenersi inutilizzabile nel rapporto processuale con questa parte, alla quale non può essere imposto di accettare il processo nello stato in cui si trova: ne consegue che questa consulenza resa con violazione del principio del contraddittorio non è utilizzabile contro la predetta parte né nel giudizio nel quale è stata espletata né in un giudizio diverso avente ad oggetto un analogo accertamento, restando priva di qualsiasi effetto probatorio, anche solo indiziario Cass. 30 maggio 2008, n. 14487.

 

 

  1. Competenza.

 

 

7.1. Competenza per materia.

La causa di garanzia, che si inserisca nella controversia di lavoro per effetto della chiamata in giudizio di un terzo ai sensi dell’art. 420, comma 9, c.p.c., (consentita per tutte le ipotesi contemplate dall’art. 106 c.p.c.) è attratta nella competenza funzionale del giudice del lavoro, in caso di garanzia propria, mentre, in caso di garanzia impropria, cioè fondata su un titolo autonomo, e sempre che questo non sia riconducibile fra quelli contemplati dagli artt. 409 e 442 c.p.c., rimane soggetta alle comuni norme sulla competenza per valore e territorio, ferma restando, per la deducibilità e rilevabilità dell’eventuale incompetenza di detto giudice, la applicabilità delle regole di cui all’art. 38 c.p.c. Cass., Sez. Un., 8 novembre 1989, n. 4692.

 

 

7.2. Competenza per valore e per territorio.

Gli ordinari criteri di competenza territoriale, quali stabiliti dalla legge o contrattualmente indicati dalle parti, non rimangono derogati dalla chiamata in causa di soggetto da cui il chiamante pretenda di essere garantito a titolo diverso (nel caso, garanzia impropria) da quello dedotto in giudizio. Cass. 21 maggio 2004, n. 9774.

 

In ipotesi di chiamata di terzo in garanzia, ove tra le due cause, principale ed accessoria, esista un rapporto di garanzia impropria, non è consentito lo spostamento della competenza per territorio della causa accessoria, ai sensi dell’art. 32 c.p.c., e l’attrazione della stessa davanti al giudice della causa principale. Pertanto, qualora, su richiesta della società concessionaria autorizzata alla rivendita di autovetture in zona, convenuta dal compratore con azione in garanzia per vizi del veicolo, sia disposta la chiamata in causa del terzo (la ditta costruttrice del veicolo), il quale deduca la sussistenza di un rapporto contrattuale (concessione) distinto, autonomo e scindibile da quello principale (vendita), va ritenuta la competenza territoriale come da foro convenzionale in relazione alla causa accessoria. Cass. 14 gennaio 2004, n. 429.

 

 

  1. Interruzione della prescrizione.

La prescrizione è interrotta, da parte del titolare del diritto, dall’atto con il quale si inizia un giudizio, dalla domanda proposta nel corso del giudizio o da ogni altro atto che valga a costituire in mora il debitore, essendo l’effetto interruttivo il risultato dell’esplicita dichiarazione, rivolta dal titolare del diritto al debitore, di volersene avvalere. Cass. 28 luglio 2004, n. 14240.

 

 

  1. Regime delle spese.

In tema di responsabilità per le spese di lite, in caso di chiamata del terzo in garanzia, il rimborso delle spese processuali sostenute da chi sia stato chiamato in garanzia dal convenuto legittimamente viene posto a carico dell’attore, ove questi risulti soccombente nei confronti del convenuto, in ordine a quella pretesa che ha provocato e giustificato la chiamata in garanzia. Le spese processuali del chiamato che non sia rimasto soccombente, infatti, non possono gravare sul chiamante, quando anche quest’ultimo non sia rimasto soccombente né nei confronti del chiamato, né nei confronti della controparte, ma debbono essere rifuse dalla parte soccombente, e quindi da quella che ha azionato una pretesa rivelatasi infondata, ovvero da quella che ha resistito a una pretesa rivelatasi fondata, senza che rilevi, in senso contrario, la mancanza di un’istanza di condanna in tal senso. Cass. 28 agosto 2007, n. 18205.

 

 

  1. Impugnazioni.

In tema di impugnazioni, con riferimento all’azione di garanzia impropria, è ammissibile l’impugnazione incidentale tardiva - ancorché il relativo termine, breve od annuale, sia scaduto, nei modi e termini, secondo il grado, di cui agli artt. 343 e 371 c.p.c. - proposta dalla parte convenuta nel procedimento di primo grado, rimasta soccombente nei confronti dell’attore ma che abbia vittoriosamente avanzato domanda di manleva verso il terzo chiamato in garanzia impropria, allorquando le sia stata notificata l’impugnazione tempestivamente proposta dal medesimo terzo chiamato, con la quale venga rimessa in discussione l’esistenza o la misura dell’obbligazione garantita. Cass. 25 gennaio 2007, n. 1635.

 

Nel caso di appello da parte dell’attore vittorioso il quale chieda il riconoscimento di una somma maggiore di quella riconosciutagli, il convenuto soccombente in primo grado, ma vittorioso quanto alla domanda di garanzia nei confronti del terzo che egli abbia chiamato in causa, non deve proporre appello incidentale condizionato - come invece dovrebbe nella diversa ipotesi in cui sia stato vittorioso ed intenda essere garantito per il caso di accoglimento totale o parziale del gravame principale proposto nei suoi confronti dall’attore soccombente - ma è sufficiente che chieda l’estensione della garanzia per l’evenienza che la sentenza di appello accolga la domanda dell’attore per un importo maggiore di quello riconosciuto dovuto dal tribunale. Cass. 25 settembre 2007, n. 19927.

 

 

  1. Questioni di legittimità costituzionale.

È manifestamente inammissibile la q.l.c. dell’art. 6, comma 2, R.D. 30 ottobre 1933, n. 1611, censurato, in riferimento all’art. 25, comma 1, Cost., in quanto, collegando - nel caso di chiamata in garanzia ovvero per ordine del giudice - l’applicazione del «foro erariale» alla mera richiesta dell’amministrazione statale, intervenuta coattivamente in giudizio (ex artt. 106 o 107 c.p.c.), e, quindi, facendo dipendere da tale richiesta lo spostamento del giudice competente a conoscere della causa principale, distoglie le parti di detta causa dal «giudice naturale precostituito per legge», per effetto di una scelta rimessa alla libera volontà dell’amministrazione e non disciplinata in alcun modo dalla legge. Dall’ordinanza di rimessione, infatti, non è dato comprendere se si censuri la circostanza che parti private possano essere distolte dal loro giudice naturale ovvero la circostanza che la p.a. possa sottrarsi al suo giudice naturale, non avanzando la richiesta di cui alla norma censurata, e poiché, nel primo caso, la censura si risolve nella contestazione della stessa previsione del «foro erariale» è evidente che il giudice a quo avrebbe dovuto fare oggetto dei suoi rilievi l’art. 25 c.p.c. (ovvero l’art. 6, comma 1, R.D. n. 1611 del 1933), mentre, nel secondo caso, la questione è irrilevante nel giudizio a quo, in quanto per tale giudizio è stata dichiarata la competenza del giudice naturale della P.A. ai sensi dell’art. 25 c.p.c. Corte cost. 24 febbraio 2006, n. 71.



 
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