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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 107 cod. proc. civile: Intervento per ordine del giudice

Il giudice, quando ritiene opportuno che il processo si svolga in confronto di un terzo al quale la causa è comune, ne ordina l’intervento (1) (2).


Commento

(1) Nell’ipotesi in cui il terzo possa risentire dell’efficacia della sentenza, il giudice può ordinarne l’intervento laddove supponga che fra le parti originarie vi sia collusione, prevenendo l’emanazione di una sentenza che sarebbe impugnata successivamente mediante opposizione di terzo revocatoria. Quando fra il rapporto di cui è titolare il terzo ed il rapporto dedotto in giudizio esiste un nesso di pregiudizialità [v. 34], l’intervento del terzo può essere strumento per un più corretto accertamento del rapporto pregiudiziale e quindi per una più giusta decisione sulla causa principale: si pensi alla chiamata in causa del datore di lavoro in una causa fra lavoratore ed ente previdenziale per l’accertamento dell’esistenza del pregiudiziale rapporto di lavoro. L’intervento può essere disposto dal giudice in qualsiasi momento, ma solo nell’ambito del giudizio di primo grado. Come facilmente intuibile l’ordine è soggetto esclusivamente alla valutazione del magistrato e non può essere usato come espediente per superare l’eventuale decadenza (ex art. 269) in cui potrebbe essere intervenuta la parte che quindi — non potendo più legittimamente chiamare un terzo in causa — sollecita l’intervento del giudice.

 

(2) Il giudice non chiama direttamente in causa il terzo, ma ne ordina la chiamata con le modalità di cui all’art. 270 alle parti costituite, che hanno così un onere a pena di cancellazione della causa dal ruolo, cui segue, in caso di mancata riassunzione, l’estinzione del giudizio.


Giurisprudenza annotata

  1. Presupposti dell’ordine.

Qualora il convenuto eccepisca di non essere titolare del lato passivo del rapporto dedotto in giudizio e indichi come tale il terzo, il giudice di primo grado, con valutazione discrezionale, non sindacabile in sede di legittimità, può ordinare l’intervento in causa del terzo, a norma dell’art. 107 c.p.c., in tal modo costituendosi un simultaneus processus diretto alla individuazione del titolare passivo del credito azionato, al terzo estendendosi in via automatica la domanda dell’attore. Cass. 14 giugno 2007, n. 13907.

 

Qualora il convenuto, nel dedurre il difetto della propria legittimazione passiva, chiami un terzo, indicandolo come il vero legittimato, si verifica l’estensione automatica della domanda al terzo medesimo, onde il giudice può direttamente emettere nei suoi confronti una pronuncia di condanna anche se l’attore non ne abbia fatto richiesta, senza incorrere nel vizio di extrapetizione. Cass. 1 luglio 2008, n. 17954; conforme Cass. 5 giugno 2007, n. 13165.

 

Condizione legittimante l’adozione dell’ordine di chiamata in causa di un terzo è la negazione da parte dell’originario convenuto della titolarità passiva della obbligazione azionata e della indicazione in capo al terzo di detta titolarità. Pertanto, qualora il convenuto sia rimasto contumace, il giudice che, di ufficio, ipotizzi la esistenza di un diverso obbligato e ne ordini la sostituzione a quello individuato dall’attore, manifesta non già il legittimo intento di consentire, nel simultaneus processus, la individuazione del vero obbligato, bensì la indebita intenzione di correggere in via officiosa la supposta erroneità della vocatio in iudicio da parte attrice, incorrendo, così, nel vizio di extrapetizione. Cass. 5 giugno 2007, n. 13165; conforme Cass. 14 giugno 2007, n. 13908.

 

Quando il convenuto contesti di esser titolare dell’obbligazione dedotta in giudizio indicando un terzo quale esclusivo soggetto passivo della pretesa attrice non v’è necessità di integrare il contraddittorio nei confronti di detto terzo, in quanto potendo emettersi la pronunzia di accertamento della sussistenza o no di quella titolarità pur con effetti limitati alle parti in causa, non si versa in situazione di impossibilità di adottare una pronunzia idonea a produrre gli effetti giuridici voluti senza la partecipazione al giudizio di determinati soggetti. Ne consegue che nella indicata ipotesi l’intervento del terzo nel giudizio può esser disposto in corso di causa ex art. 107 c.p.c., solo dal giudice di primo grado nell’esercizio di un potere discrezionale ed insindacabile, con l’ulteriore conseguenza che se detto giudice, essendone rimasto inosservato l’ordine di intervento, non abbia provveduto a cancellare la causa dal ruolo a norma dell’art. 270 c.p.c., deve ritenersi che tale ordine sia stato implicitamente revocato. Cass. 30 gennaio 2012, n. 1291.

 

L'ordine del giudice ex art. 107 cod. proc. civ. assolve alla funzione di estendere gli effetti sostanziali del giudicato al terzo, qualora il rapporto controverso sia a lui comune ovvero sia connesso per il titolo o l'oggetto con un altro rapporto intercorrente con un'altra parte. Ne consegue che il terzo chiamato in causa è sempre legittimato a proporre impugnazione incidentale adesiva a quella principale (od incidentale di detta parte), sì da evitare che il giudicato sul rapporto controverso possa produrre effetti pregiudizievoli su quello connesso, mentre può proporre impugnazione avverso la sentenza in via principale od incidentale autonoma soltanto in caso di soccombenza, totale o parziale, rispetto a conclusioni formulate in modo autonomo ovvero a pretese fatte valere direttamente nei suoi confronti. Cassa con rinvio, App. L'Aquila, 04/06/2007

Cassazione civile sez. II  24 settembre 2014 n. 20124

 

 

  1. Forma e tempo della chiamata.

Il difetto di integrità del contraddittorio per omessa citazione di litisconsorti necessari può essere rilevato d’ufficio, per la prima volta, anche dal giudice di legittimità, alla duplice condizione che gli elementi che rivelano la necessità del contraddittorio emergano, con ogni evidenza, dagli atti già ritualmente acquisiti nel giudizio di merito e che sulla questione non si sia formato il giudicato (La S.C. ha affermato il principio - in un giudizio avente ad oggetto la richiesta del lavoratore ad essere riassunto alle dipendenze della AD.IM. s.p.a., originaria datrice di lavoro, in forza dell’accordo con il quale la società si era impegnata a ricollocare il medesimo, direttamente ovvero alle dipendenze di altra impresa del gruppo avente sede nel comune di Ascoli Piceno o in comuni limitrofi, entro ventiquattro mesi dal collocamento in mobilità - in relazione all’integrazione del contraddittorio rispetto alle altre imprese del gruppo, che pure avevano aderito direttamente all’impegno, atteso che la pronuncia sulla fondatezza ed accoglibilità della domanda formulata con l’atto introduttivo presupponeva che solamente la AD.IM. avesse sedi di lavoro in Ascoli Piceno o comuni limitrofi). Cass. sez. lav., 3 novembre 2008, n. 26388.

 

 

  1. Ambito.

 

 

3.1. Processo civile.

In materia di procedimento civile avanti al giudice di pace - in forza dell’art. 311 c.p.c. disciplinato, per quanto non espressamente previsto, dalle norme relative al procedimento avanti al tribunale, in quanto applicabili - ben può tale giudice, ai sensi del combinato disposto degli artt. 311, 281-bis, 270 e 107 c.p.c., ordinare la chiamata in causa del terzo ex art. 107 c.p.c. «in ogni momento» del giudizio di primo grado, senza limiti di tempo, e quindi anche dopo l’esaurimento dell’istruttoria orale, non essendo al riguardo vincolato dalle preclusioni in cui siano eventualmente incorse le parti originarie per effetto dell’art. 320 c.p.c., giacché, attese le finalità pubblicistiche che presiedono alla chiamata del terzo iussu iudicis, la deroga al regime delle ordinarie preclusioni nascente dal combinato disposto di cui agli art. 270 e 184-bis c.p.c. non può non trovare applicazione anche nel procedimento in questione, atteso che l’economia dei giudizi e l’uniformità dei giudicati sono valori che devono prevalere sulle pure apprezzabili esigenze di snellezza e celerità a tale procedimento impresse dalla riforma del 1990, come si desume dalla circostanza che proprio con il mantenere in tale occasione immutata la disciplina dell’istituto in questione il legislatore ha dimostrato di considerare le suindicate finalità pubblicistiche come meritevoli di maggiore tutela. Cass. 19 gennaio 2004, n. 707.

 

 

3.2. Giudizi di fronte alla Corte dei conti.

L’intervento in giudizio ex artt. 106 e 107 c.p.c., trova in sede di contenzioso contabile un limite nella compatibilità di applicazione di dette norme nell’ordinamento processuale proprio del giudizio di responsabilità amministrativa: pertanto la chiamata in garanzia della Compagnia Assicuratrice del convenuto non può avvenire nel corso del giudizio, ma solo a seguito di condanna ed in sede di esecuzione di essa. Corte conti Veneto, 16 ottobre 2000, n. 1203.

 

Il giudice di appello non può disporre l’integrazione del contraddittorio nei confronti di litisconsorti facoltativi che non siano stati già chiamati in prime cure ai sensi dell’art. 107 c.p.c. Corte conti, 12 gennaio 2006, n. 18.

 

 

3.3. Procedure concorsuali.

Nel giudizio di opposizione allo stato passivo non è ammissibile la chiamata in causa di terzi, anche per ordine del giudice, laddove faccia difetto la comunanza di causa tra le pretese originariamente introdotte nel giudizio e quelle azionate nei confronti di terzi ad esso estranei, di tal che ne risulti una eterogeneità di causa petendi tra le rispettive domande. Trib. Livorno, 22 gennaio 2002.

 

 

3.4. Altre ipotesi.

Nella controversia instaurata con opposizione ad ordinanza ingiunzione, irrogativa di sanzione amministrativa per omissioni contributive relative ad un rapporto di lavoro subordinato del quale l’opponente contesti l’esistenza, è inammissibile la chiamata in causa del lavoratore al fine di accertare l’insussistenza del rapporto, giacché nel giudizio di opposizione ex artt. 22 e 23 della l., n. 689 del 1981 - avente ad oggetto soltanto l’accertamento della legittimità della pretesa sanzionatoria nei confronti dell’autore dell’illecito amministrativo o dell’obbligato in solido - non sono configurabili situazioni di comunanza di causa ovvero ipotesi di chiamata in garanzia. Cass. lav., 16 dicembre 1999, n. 14179.

 

 

  1. Effetti della chiamata.

L’attribuzione della qualità di parte all’interventore nel processo iussu iudicis non postula la proposizione di domande da parte del medesimo (né che domande siano, viceversa, formulate nei suoi confronti), essendo, per converso, sufficiente la sua presenza o evocazione in giudizio, che dà per ciò stesso luogo ad una fattispecie di litisconsorzio processuale, con la conseguenza che, pur non potendosi pronunciare condanna del terzo in favore dell’attore, se questi non l’abbia voluta, tuttavia la domanda nei confronti del terzo può essere anche implicita e non può mai considerarsi nuova, sempre che l’intervenuto sia stato disposto in ipotesi di declinazione, da parte dell’originario convenuto, della titolarità dell’obbligazione dedotta, con indicazione di quella del terzo e, quindi, al fine di accertare, nel contraddittorio di tutti gli interessati, quale sia la parte obbligata in relazione al titolo azionato con l’atto introduttivo, così che al processo si aggiunga solo una parte e non anche una nuova causa petendi o un diverso petitum. Cass. 10 gennaio 2003, n. 187.

 

Colui che attivamente o passivamente si espone all’esito del processo, oltre a conseguire i vantaggi, deve anche sopportare le eventuali conseguenze sfavorevoli che, in ordine alle spese, sono stabilite a suo carico in base al principio della soccombenza e ciò anche se si tratti di spese non rigorosamente conseguenziali e strettamente dipendenti dall’attività della parte rimasta soccombente ma derivante dagli eventuali errori in cui può incorrere il giudice nei vari gradi o nelle diverse fasi del processo, come nel caso di quelle che vengono sopportate da coloro che sono chiamati a partecipare al giudizio quali terzi evocati per ordine del giudice, ancorché rivelatosi successivamente ingiustificato: solo in tal modo, infatti, rimane efficacemente salvaguardato il fondamentale diritto di difesa delle parti che vengono, anche se ingiustamente, chiamate in giudizio. Cass. lav., 19 aprile 2006, n. 9049.

 

 

  1. Poteri del terzo chiamato in causa.

L’intervento in causa per ordine del giudice, ex art. 107 c.p.c., ha lo scopo di estendere gli effetti sostanziali del giudicato al terzo, cui il rapporto sostanziale controverso sia comune, ovvero sia connesso per il titolo o per l’oggetto con l’altro rapporto in cui il medesimo si trovi con l’attore o con il convenuto, Pertanto, il chiamato in causa è sempre legittimato a proporre impugnazione incidentale adesiva a quella principale od incidentale della parte (attore o convenuto), per evitare che il giudicato sul detto rapporto possa produrre effetti pregiudizievoli su quello ad esso connesso, intercorrente tra lui e la parte al cui gravame aderisce; egli può, invece, impugnare la sentenza, in via principale od in via incidentale autonoma, nella sola ipotesi in cui sia risultato in tutto od in parte soccombente, rispetto alle proprie conclusioni, formulate in modo autonomo, ovvero a pretese fatte valere direttamente contro di lui. Cass. 2 agosto 1995, n. 8473.

 

 

Qualora il convenuto eccepisca di non essere titolare dal lato passivo del rapporto dedotto in giudizio e indichi un terzo come legittimato passivo, non ricorre un'ipotesi di litisconsorzio necessario ex articolo 102 del Cpc, ma il giudice di primo grado, con valutazione discrezionale, può ordinare l'intervento in causa del terzo, a norma dell'articolo 107 del codice di rito, senza che il mancato esercizio di detto potere discrezionale possa formare oggetto di sindacato da parte del giudice di appello - il quale non potrebbe rimettere la causa al primo giudice, ostandovi il disposto dell'articolo 354 del Cpc, che si riferisce solo alla violazione delle ipotesi d'integrazione necessaria del contraddittorio - né da parte del giudice di legittimità. La chiamata in causa di un terzo - comunque - è sempre rimessa alla discrezionalità del giudice di primo grado, involgendo valutazioni circa l'opportunità di estendere il processo ad altro soggetto, onde il relativo potere, comunque esercitato in senso positivo, non può essere oggetto di censura né con il mezzo dell'appello né tantomeno con il ricorso per cassazione.Cassazione civile sez. III  04 ottobre 2013 n. 22761

 

  1. Questioni di legittimità costituzionale.

Nel caso di intervento iussu iudicis ex art. 107 c.p.c., nell’ipotesi in cui, avendo l’originario convenuto negato di essere titolare dell’obbligazione dedotta in giudizio ed abbia indicato un terzo come titolare di tale obbligazione, l’intervento sia stato disposto al fine di accertare, nel contraddittorio di tutti gli interessati, quale sia la parte realmente obbligata rispetto al titolo fatto valere con l’atto introduttivo del giudizio, la domanda nei confronti del terzo chiamato in causa non può essere considerata nuova e pertanto non è necessario che la stessa venga notificata allo stesso rimasto contumace ai sensi dell’art. 292 c.p.c. viceversa la suddetta notifica e necessaria quando la domanda proposta nei confronti del terzo si fondi su un titolo giuridico diverso da quello fatto valere nei confronti dell’originario convenuto, atteso che in tale ipotesi si verifica una mutazione anche oggettiva del rapporto processuale che deve essere necessariamente portata a conoscenza dell’interessato contumace, in assolvimento dell’onere espressamente imposto dalla norma da ultimo citata. Corte cost. 28 marzo 1997, n. 75.



 
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