codice-proc-civile
Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 110 cod. proc. civile: Successione nel processo

Quando la parte vien meno per morte o per altra causa (1), il processo è proseguito dal successore universale o in suo confronto (2).


Commento

(1) La norma si applica ad ogni specie di processo e non solo a quello di cognizione. Il presupposto è il venir meno (materialmente) della parte. Si ritiene unanimemente che il legislatore, con l’espressione «per altra causa», abbia inteso riferirsi all’ipotesi di estinzione della persona giuridica, che dia in egual modo luogo ad una successione a titolo universale. Nel caso in cui la persona giuridica sia soggetta a liquidazione, la giurisprudenza ritiene, invece, che, esaurite le relative operazioni, essa non sia ancora estinta finché sono ancora pendenti controversie relative a rapporti patrimoniali della società. Non rappresentano, invece, delle fattispecie di successione a titolo universale, bensì particolare [v. 111], la cessione di azienda, il conferimento di azienda in una società di capitali o la devoluzione dei beni ai sensi degli artt. 31 e 32 c.c. In ipotesi di morte (di persona fisica) gli eredi, successori universali del de cuius, acquistano la veste di litisconsorti necessari e devono tutti partecipare al giudizio.

 

(2) La successione nel processo avviene automaticamente, senza formalità, solo nel processo di esecuzione. Nel processo di cognizione, invece, la norma in esame va integrata con la disciplina dell’interruzione del processo.


Giurisprudenza annotata

  1. Portata dell’art. 110.

L’art. 110 c.p.c., secondo il quale, in caso di morte di una parte, il processo è proseguito dal successore universale o nei suoi confronti, esaurisce i propri effetti nella sfera processuale e non si estende fino alla creazione di una legittimazione sostanziale esclusa dalla specifica disciplina del rapporto in contestazione. Ne deriva che, in tema di azione di divorzio - dove il decesso di uno dei coniugi, sopravvenuto nel corso del relativo processo, determina lo scioglimento del matrimonio per altra causa, precludendo il diritto ad ottenere il bene della vita richiesto in via giudiziale (cessazione degli effetti civili del matrimonio) - detta norma non vale a radicare la legitimatio ad processum del successore a titolo universale nei confronti del coniuge superstite, non verificandosi alcuna successione nel diritto e nel rapporto per l’intrinseca intrasmissibilità della situazione soggettiva correlativa. Cass. 25 giugno 2003, n. 10065.

 

  1. Successione tra persone fisiche.

 

2.1. Litisconsorzio necessario tra gli eredi.

In tema di litisconsorzio necessario, promossa impugnazione, da parte di un erede, della sentenza di primo grado in un giudizio nel quale siano succeduti alla parte deceduta più eredi, ai sensi dell’art. 110 c.p.c., la sentenza non passa in giudicato nei confronti degli altri; inoltre, una volta integrato il contraddittorio, la sentenza di accoglimento o rigetto dell’appello, con la relativa statuizione sul rapporto sostanziale, ha effetto nei confronti di tutti gli eredi, sebbene alcuni rimangano contumaci, stante la unitarietà ed inscindibilità della loro legittimazione; l’esito del precetto di cui era parte il “de cuius” è infatti destinato ad incidere solo indirettamente, e nella misura di cui all’art. 754 c.c., col patrimonio dei singoli eredi, mentre incide direttamente sull’eredità nel suo complesso. Cass. 1 gennaio 2011, n. 25706.

 

2.2. Momento nel quale si trasmette la legitimatio ad causam del de cuius.

In tema di equa riparazione, ai sensi della legge 24 marzo 2001 n. 89, qualora la parte costituita sia deceduta anteriormente al decorso del termine di ragionevole durata del processo presupposto, l’erede ha diritto al riconoscimento dell’indennizzo “iure proprio” dovuto al superamento del predetto termine, soltanto a decorrere dalla sua costituzione in giudizio; ne consegue che qualora l’erede agisca sia “iure haereditatis” che “iure proprio”, non può assumersi come riferimento temporale di determinazione del danno l’intera durata del procedimento, ma è necessario procedere ad una ricostruzione analitica delle diverse frazioni temporali al fine di valutarne separatamente la ragionevole durata, senza, tuttavia, escludere la possibilità di un cumulo tra il danno morale sofferto dal dante causa e quello personalmente patito dagli eredi nel frattempo intervenuti nel processo, non ravvisandosi incompatibilità tra il pregiudizio patito “iure proprio” e quello che lo stesso soggetto può far valere “pro quota” e “iure successionis”, ove già entrato a far parte del patrimonio del proprio dante causa. Cass. 19 ottobre 2011, n. 21646.

Nella società personale di fatto, in caso di morte del socio l’art. 2284 c.c., richiamato dall’art. 2293 c.c., prevede che l’erede non entri, salvo diverso accordo, nella compagine sociale, ma abbia soltanto diritto alla liquidazione della quota, situazione peraltro che non lo priva dell’interesse a partecipare al giudizio volto a far accertare lo scioglimento della società, del quale il suo dante causa era parte, dal momento che l’eventuale mancanza del suo interesse attuale e concreto ad opporsi all’accertamento dello scioglimento della società, sebbene possa costituire motivo di cessazione della materia del contendere, lascia però sussistere il diritto alla verifica della soccombenza virtuale, al fine di non dover sopportare l’onere delle spese processuali Cass. 30 dicembre 2011, n. 30542.

Avverso la sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio, intervenuta successivamente alla morte di una delle parti, è ammissibile l’appello della parte superstite, al fine di ottenere una pronuncia di cessazione della materia del contendere nella causa di divorzio, ormai priva di oggetto, essendo gli effetti civili del matrimonio già venuti meno, per la morte di uno dei coniugi, ai sensi dell’art. 149 c.c.; nel giudizio d’impugnazione, gli eredi della parte deceduta sono legittimati processuali ex art. 110 c.p.c., in qualità di successori universali della parte deceduta, anche se ad essi non sia trasmesso o non sia trasmissibile il diritto controverso. Cass. 17 luglio 2009, n. 16801.

In tema di interruzione del processo per morte di una delle parti in corso di giudizio il ricorso per riassunzione ad opera della parte non colpita dall'evento interruttivo notificato individualmente nei confronti dei chiamati all'eredità è idoneo ad instaurare validamente il rapporto processuale tra notificante e destinatario della notifica, se questi riveste la qualità di successore universale della parte deceduta ex art. 110 c.p.c.; pertanto, il chiamato all'eredità, per il solo fatto di aver ricevuto ed accettato la predetta notifica, non assume la qualità di erede, ma ha l'onere di contestare, costituendosi in giudizio, l'effettiva assunzione di tale qualità ed il conseguente difetto di "legitimatio ad causam", così da escludere la condizione di fatto che ha giustificato la predetta riassunzione.Tribunale Salerno sez. II  27 ottobre 2014 n. 5033

 

 

2.3. Modalità di costituzione in giudizio del successore universale e prova della qualità di erede.

In tema di interruzione del processo per morte di una delle parti in corso di giudizio, il ricorso per riassunzione ad opera della parte non colpita dall’evento interruttivo, notificato individualmente nei confronti dei chiamati all’eredità, è idoneo ad instaurare validamente il rapporto processuale tra notificante e destinatario della notifica, se questi riveste la qualità di successore universale della parte deceduta ex art. 110 c.p.c.; pertanto, il chiamato all’eredità, per il solo fatto di aver ricevuto ed accettato la predetta notifica, non assume la qualità di erede, ma ha l’onere di contestare, costituendosi in giudizio, l’effettiva assunzione di tale qualità ed il conseguente difetto di “legitimatio ad causam”, così da escludere la condizione di fatto che ha giustificato la predetta riassunzione. Tuttavia tale eccezione, in ragione della sua natura sostanziale, introduce questione che va risolta nel merito e quindi non può essere denunciata per la prima volta con il ricorso per cassazione. Cass. 31 marzo 2011, n. 7517.

 

 

2.3.1. Costituzione e prova della qualità di erede nei giudizi di impugnazione.

È inammissibile il ricorso per cassazione proposto da chi dichiari di agire quale erede del legale rappresentante di una società di persone, che è stato parte nel giudizio di merito, e non già in rappresentanza della società, qualità che non si acquisisce automaticamente per successione. Cass. 22 dicembre 2006, n. 27499.

 

Il soggetto che proponga appello - non diversamente da chi proponga ricorso per cassazione - nell’asserita qualità di erede di colui che ha partecipato al precedente grado del giudizio deve allegare la propria legitimatio ad causam per essere subentrato nella medesima posizione del proprio autore e fornirne, quindi, tramite le opportune produzioni documentali, la necessaria dimostrazione, provando sia il decesso della parte originaria, sia l’asserita qualità di erede. La mancanza di tale prova è circostanza rilevabile d’ufficio, al di là della contestazione della controparte, in quanto attinente alla titolarità del diritto processuale di adire il giudice dell’impugnazione e, come tale, alla regolare instaurazione del contraddittorio. Ai fini del convincimento probatorio, il giudice può utilizzare come argomento di prova, ex art. 116 c.p.c., il comportamento tenuto dalle parti, ed in particolare il fatto che la controparte consideri l’intervenuta successione come verificata e riconosca la qualità di erede, ovvero imposti una linea difensiva incompatibile con la mancanza di quella qualità. Cass. 13 giugno 2006, n. 13685; conforme Cass. 17 ottobre 2006, n. 22244.

 

 

  1. Successione tra enti.

La società che propone ricorso per cassazione avverso la sentenza di appello emessa nei confronti di un’altra società, della quale affermi di essere successore (a titolo universale o particolare), è tenuta a fornire la prova documentale della propria legittimazione, nelle forme previste dall’art. 372 c.p.c., a meno che il resistente non l’abbia - nel controricorso, e non successivamente, nella memoria ex art. 378 c.p.c. - esplicitamente o implicitamente riconosciuta, astenendosi dal sollevare qualsiasi eccezione in proposito e difendendosi nel merito dell’impugnazione. Cass., Sez. Un., 18 maggio 2006, n. 11650.

 

È inammissibile il ricorso per cassazione proposto da chi dichiari di agire quale erede del legale rappresentante di una società di persone, che è stato parte nel giudizio di merito, e non già in rappresentanza della società, qualità che non si acquisisce automaticamente per successione. Cass. 22 dicembre 2006, n. 27499.

 

 

3.1. Fusione delle società mediante incorporazione.

La fusione di società realizza una successione universale corrispondente a quella “mortis causa” e produce gli effetti, tra loro interdipendenti, dell’estinzione della società incorporata e della contestuale sostituzione, nella titolarità dei rapporti giuridici attivi e passivi facenti capo a questa, della società incorporante, che rappresenta il nuovo centro di imputazione e di legittimazione dei rapporti giuridici già riguardanti i soggetti fusi o incorporati; ne consegue, in tema di azione revocatoria fallimentare, che, trattandosi di successione universale, essa concerne, al di là del letterale riferimento dell’art. 2504-bis c.c. ai diritti ed agli obblighi, tutte le situazioni giuridiche per loro natura trasmissibili e, quindi, anche le situazioni di scienza giuridicamente rilevanti, ivi compresa l’eventuale conoscenza dello stato di insolvenza del soggetto, poi fallito, che ha effettuato un pagamento nel periodo sospetto. Cass. 19 maggio 2011, n. 11059.

 

L’art. 2504 bis c.c., come riformulato dal D.Lgs. n. 6/2003, avendo natura innovativa, non può considerarsi norma retroattiva, sicché non si applica alle fusioni compiute anteriormente alla sua entrata in vigore. La fusione per incorporazione di società, perfezionatasi prima dell’entrata in vigore dell’art. 2504-bis c.c., nella sua nuova versione codicistica, non determina, però, l’applicazione della disciplina dell’interruzione del processo di cui all’art. 299 c.p.c. e ss., stante la diversa formulazione letterale dell’art. 110 c.p.c. rispetto a quella dell’art. 299 c.p.c. e ss. Pertanto, la società incorporata a seguito della volontaria fusione non subisce alcun pregiudizio dalla continuazione di un processo di cui era perfettamente edotta e, parimenti, nessun nocumento soffre la società incorporante o risultante dalla fusione, la quale ben può intervenire nel processo e impugnare la decisione sfavorevole. Cass., Sez. Un., 17 settembre 2010, n. 19698; contra Cass. 24 marzo 2006, n. 6686.

 

Nel regime anteriore alla modificazione dell’art. 2504-bis c.c. (recata dall’art. 23, comma 1, del D.Lgs. 28 dicembre 2004, n. 310), l’incorporazione di una società realizza una situazione giuridica corrispondente a quella della successione universale e produce gli effetti, tra loro indipendenti, dell’estinzione della società incorporata e della contestuale sostituzione, nella titolarità dei rapporti giuridici attivi e passivi facenti capo a questa, della nuova persona giuridica. Pertanto, se tale evento si verifica nel corso del giudizio di primo grado, ancorché in quel giudizio non sia stata dichiarata in udienza (o notificata) l’estinzione della rappresentata, il difensore della società incorporata non può proporre impugnazione a nome della società incorporante, in difetto di espresso mandato di quest’ultima, avvalendosi della procura conferita dalla società estinta; né può assumere rilievo il nuovo testo dell’art. 2504-bis c.c. - secondo cui la società che risulta dalla fusione o quella incorporante “assumono i diritti e gli obblighi delle società partecipanti alla fusione, proseguendo in tutti i loro rapporti” -, non avendo tale nuova disciplina carattere interpretativo ed efficacia retroattiva, bensì esclusivamente innovativo. Cass. 25 febbraio 2011, n. 4740.

 

L’impugnazione notificata presso il procuratore costituito di una società che, successivamente alla chiusura della discussione (o alla scadenza del termine di deposito delle memorie di replica), si sia estinta per incorporazione, deve ritenersi valida se l’impugnante non abbia avuto notizia dell’evento modificatore della capacità della persona giuridica, mediante notificazione di esso (fattispecie anteriore alla modifica dell’art. 2504-bis c.c. ad opera del D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6). Cass., Sez. Un., 14 settembre 2010, n. 19509.

 

 

3.2. Scissione.

Allorquando, ai sensi degli artt. 61 e 62 disp. att. c.c., l’unico condominio comprendente un complesso immobiliare si sciolga e si costituiscano tanti condomini separati, si verifica, ai fini processuali, una situazione cui va applicata, in via analogica, la disposizione di cui all’art. 110 c.p.c. Ne consegue che il processo intrapreso contro l’originario condominio, venuto meno quest’ultimo, deve essere proseguito nei confronti dei nuovi condomini risultanti dallo scioglimento. Cass. 11 aprile 1995, n. 4156.

 

 

3.3. Successione tra enti pubblici. Casistica.

La successione fra enti pubblici è astrattamente configurabile - oltre che nei casi in cui in tal senso abbia disposto una legge od un provvedimento amministrativo - nell’ipotesi in cui l’estinzione di un ente sia disposta al fine di trasferire la sua struttura organizzativa ed i suoi compiti istituzionali ad un altro ente, permanendo, in capo al nuovo soggetto, gli scopi perseguiti da quello soppresso. Nel caso dello scioglimento degli enti comunali di consumo - introdotti dalla legislazione post-bellica allo scopo di assolvere ad una funzione calmieratrice dei prezzi di generi di prima necessità, nella crisi di mercato successiva al conflitto mondiale, esigenza ormai insussistente al momento dello scioglimento - al venir meno degli scopi dell’ente è conseguita la messa in liquidazione dei rapporti giuridici, sicché ne va esclusa la titolarità passiva in capo al Comune, il quale non può essere qualificato come successore dell’ente di consumo, a nulla valendo l’avvenuta istituzione di un ufficio interno (ufficio stralcio), la quale non può dar luogo all’attuazione di un fenomeno successorio inesistente Cass. 31 ottobre 2008, n. 26310.

 

Con riguardo ai giudizi in corso, in cui sia parte la Ferrovie dello Stato s.p.a., il subentro nei rapporti attivi e passivi della Rete ferroviaria italiana s.p.a. integra una successione a titolo universale ai sensi dell’art. 110 c.p.c., con conseguente legittimazione del successore ad impugnare la sentenza e proseguire il processo, mentre è irrilevante a tal fine la successiva cessione di parte della società a Trenitalia s.p.a. perché, ai sensi dell’art. 111 c.p.c., il processo prosegue tra le parti originarie. Cass. lav., 2 febbraio 2005, n. 1998.

 

 

3.4. Trasferimento del diritto controverso nel corso del giudizio da un ente ad un altro.

In tema di contenzioso tributario, a seguito della istituzione - operata dal capo II del titolo V del D.Lgs. 30 luglio 1999, n. 300 - delle agenzie fiscali (Agenzia delle entrate, delle dogane, del territorio e del demanio), divenute operative a partire dal 1° gennaio 2001, ex art. 1, D.M. 28 dicembre 2000 (le quali gestiscono le funzioni già esercitate dai vari dipartimenti ed uffici del Ministero delle finanze, ora confluito nel Ministero dell’economia e delle finanze (al quale rimangono le sole «funzioni statali» elencate nell’art. 56), hanno personalità giuridica di diritto pubblico (art. 61), sono rappresentate dai rispettivi direttori (art. 68), e possono avvalersi del patrocinio dell’Avvocatura dello Stato (art. 72), (il ricorso per Cassazione del contribuente avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale, pronunciata nell’ambito di un procedimento in corso al momento dell’esecutività delle agenzie fiscali predette, è ammissibile sia che venga proposto nei confronti del Ministero dell’economia e delle finanze (che conserva la qualità di parte) sia che venga proposto nei confronti dell’Agenzia delle entrate. Ciò in quanto il trasferimento dei rapporti inerenti le entrate tributarie all’Agenzia delle entrate (ove non assegnati ad altre agenzie, enti od organi), in assenza di diverse previsioni legislative, non costituisce una ipotesi di successione nel processo ai sensi dell’art. 110 c.p.c. (circoscrivibile al «venir meno della parte per morte o per altra causa», con subingresso nel rapporto sostanziale di un successore a titolo universale), quanto una successione a titolo particolare nel diritto controverso, ai sensi dell’art. 111 dello stesso codice, essendo l’Agenzia delle entrate destinataria del trasferimento di posizioni attive e passive specificamente determinate: tutto ciò, fermo rimanendo che la facoltà di chiamare in causa il successore a titolo particolare può essere esercitata con l’atto di impugnazione e, per la prima volta, anche nella fase di legittimità. Cass., Sez. Un., 5 maggio 2003, n. 6774; conforme Cass., Sez. Un., 29 aprile 2003, n. 6633.

 

 

  1. Questioni di legittimità costituzionale.

È manifestamente infondata la q.l.c. dell’art. 300 c.p.c., censurato, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., «nella parte in cui non prevede che, in caso di morte della parte costituita, la cui conoscenza sia acquisita nel processo indipendentemente dalla dichiarazione dell’evento interruttivo da parte del suo procuratore, il giudice debba disporre l’integrazione del contraddittorio nei confronti dei suoi eredi». La questione, infatti, risulta proposta sulla base di un presupposto interpretativo erroneo, in quanto, posto che nel caso in cui il difensore della parte costituita non dichiari l’evento interruttivo, il processo resta pendente fra le parti originarie (e, quindi, nei confronti del de cuius), salva l’efficacia della sentenza contro i successori, determinandosi per la difesa del procuratore la c.d. ultrattività del mandato, non si può comparare l’ipotesi in cui il litisconsorzio manchi, perché il processo è incardinato nei confronti di una parte singola (il de cuius), con quella che ricorre quando uno fra i coeredi del defunto si costituisca in prosecuzione volontaria (o anche quando il processo venga riassunto nei confronti di uno o di alcuni fra i coeredi), giacché solo in questa seconda situazione, imponendo l’art. 110 c.p.c. la prosecuzione nei confronti del successore a titolo universale, se vi sono più successori, la prosecuzione deve avvenire nei confronti di tutti, mentre, se nessuno dei coeredi è ancora in causa, non si può configurare una situazione di litisconsorzio necessario e, quindi, non si può porre un problema di integrazione del contraddittorio, che suppone la presenza nel giudizio di almeno uno dei litisconsorzi. Corte cost., 10 marzo 2006, n. 91.

 



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti
24 Nov 2016 francesco mossuto

Buonasera, non ho chiara una cosa, nel caso in cui l’attore della causa verrebbe a mancare, e gli eredi non fossero d’accordo sul continuare la causa o meno, cosa prevede l’articolo ?
serve la decisione ad unisono per poterla continuare , o basta anche solo un erede ?