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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 112 cod. proc. civile: Corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato

Il giudice deve pronunciare su tutta la domanda (1) e non oltre i limiti (2) di essa; e non può pronunciare d’ufficio su eccezioni, che possono essere proposte soltanto dalle parti.


Commento

Eccezione: ragioni che il convenuto (o l’attore a sua volta nei confronti della domanda riconvenzionale) può addurre al fine di impedire l’accoglimento della domanda giudiziale e che non si risolvono in mere difese. Queste ultime sono delle semplici negazioni della fondatezza della pretesa laddove le eccezioni invece consentono di inserire elementi diversi da quelli costitutivi del diritto controverso, adducendo fatti modificativi, estintivi o impeditivi dello stesso (col relativo onere di provarli) che concorrono alla determinazione del thema decidendum.

 

(1) Se il giudice si pronuncia solo nei confronti di alcune parti o non decide su alcuni dei capi della domanda o sulle eccezioni (come definite dalle parti al momento della precisazione delle conclusioni) o, comunque, se omette il provvedimento necessario per la definizione della questione, si rientra nell’ipotesi di omessa pronuncia, che non ricorre invece nell’ipotesi in cui risultino assorbite nella decisione le domande alternative e subordinate alla principale.

 

(2) La delimitazione della domanda nei suoi confini soggettivi ed oggettivi spetta solo alle parti; in ossequio al principio dispositivo, la fissazione del thema decidendum è infatti sottratta al giudice, per cui una sua decisione ultra petita (cioè in linea con la domanda ma con contenuto che supera quanto richiesto) ovvero extra petita (evidenziante un sostanziale mutamento del petitum o della causa petendi) sarà affetta da vizio di nullità, convertibile in motivo di gravame ex art. 161, non rilevabile, quindi, d’ufficio dal giudice d’appello e sanabile, pertanto, col solo passaggio in giudicato del provvedimento. In tali ipotesi, inoltre, verificandosi tanto la violazione di norme di diritto (art. 112) che la nullità dell’intero procedimento (art. 360 n. 3 e 4), potrà essere proposto anche ricorso per Cassazione avverso la sentenza di appello che non accolga tale motivo di gravame, ovvero contro la stessa pronuncia di primo grado se inappellabile o nel caso di cui all’art. 360 c. 2.


Giurisprudenza annotata

  1. Portata del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato.

Il principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato postulato dall’art. 112 c.p.c., non osta a che il Giudice renda una pronuncia in base ad una norma giuridica diversa da quella invocata dall’istante, id est l’art. 2051 c.c. in luogo dell’art. 2043 c.c., laddove la pronuncia si fondi su fatti ritualmente allegati e provati, essendovi solo il divieto di attribuire alla parte un bene della vita diversa da quello richiesto. Trib. Reggio Emilia, 22 gennaio 2009.

 

Non viola il principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato il giudice che, nell'esercizio del potere di interpretazione della domanda, senza mutare gli elementi obiettivi fissati dall'attore, dispone la cessazione della turbativa anziché la reintegrazione del possesso, poiché la mera turbativa costituisce un minus rispetto allo spoglio e nella domanda di reintegrazione nel possesso è ricompresa o implicita quella di manutenzione dello stesso.Cassazione civile sez. II  14 aprile 2015 n. 7480  

 

Il principio secondo cui l'interpretazione delle domande, eccezioni e deduzioni delle parti dà luogo ad un giudizio di fatto, riservato al giudice di merito, non trova applicazione quando si assume che tale interpretazione abbia determinato un vizio riconducibile alla violazione del principio di corrispondenza fra il chiesto e il pronunciato (art. 112 c.p.c.) od a quello del 'tantum devolutum quantum appellatum' (art. 345 c.p.c.), trattandosi in tal caso della denuncia di un 'error in procedendo' che attribuisce alla Corte di Cassazione il potere-dovere di procedere direttamente all'esame ed all'interpretazione degli atti processuali e, in particolare, delle istanze e deduzioni delle parti.

Cassazione civile sez. III  13 aprile 2015 n. 7374  

 

Il giudice di appello che riformi in parte la sentenza impugnata, indipendentemente da una specifica richiesta dell'appellante, il quale abbia invece domandato nelle sue conclusioni la sola riforma integrale della sentenza, non viola il principio della corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato di cui all'art. 112 cod. proc. civ., in quanto il "petitum" immediato dell'impugnazione è la riforma della sentenza, mentre l'ampiezza di detta riforma dipende dall'esito dello scrutinio degli specifici motivi di appello proposti. Cassa con rinvio, App. Ancona, 17/02/2011

Cassazione civile sez. III  19 dicembre 2014 n. 26908  

 

In riferimento al principio di necessaria corrispondenza tra chiesto e pronunciato, pur dovendosi affermare che al giudice spetta il potere di dare qualificazione giuridica alle eccezioni proposte, tuttavia tale potere trova un limite in relazione agli effetti giuridici che la parte vuole conseguire deducendo un certo fatto, nel senso che la prospettazione di parte vincola il giudice a trarre dai fatti esposti l’effetto giuridico domandato. Cass. 12 ottobre 2007, n. 21484.

 

Il principio di corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato, fissato dall’art. 112 c. p. c., implica unicamente il divieto per il giudice di attribuire alla parte un bene non richiesto o comunque di emettere una statuizione che non trovi corrispondenza nella domanda, ma non osta a che il giudice renda la pronuncia richiesta in base ad una ricostruzione dei fatti di causa -alla stregua delle risultanze istruttorie- autonoma rispetto a quella prospettata dalle parti nonché in base all’applicazione di una norma giuridica diversa da quella invocata dall’istante. Cass. 20 giugno 2008, n. 16809; conforme Cass. lav., 19 luglio 2003, n. 10542.

 

 

1.1. Ordine d’esame delle questioni.

Ai sensi dell’art. 112 c.p.c., il giudice, nell’esaminare le varie questioni che gli sono prospettate, è tenuto a dare priorità a quelle che per la loro natura e contenuto meritano logicamente e giuridicamente precedenza di trattazione, sicché egli è vincolato all’ordine seguito dalle parti solo se esso corrisponda ad una imprescindibile esigenza di carattere logico-giuridico. Cass. 19 settembre 1992, n. 10748.

 

 

1.2. Rapporti con il principio iura novit curia.

La regola della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, enunciata all’art. 112 c.p.c., deve leggersi in coordinamento con il principio iura novit curia, secondo il quale spetta al giudice il potere-dovere di conoscere e determinare le norme applicabili nella fattispecie senza vincoli o limitazioni scaturenti dalle indicazioni delle parti, fermo il rispetto dei fatti posti a fondamento della domanda. Cass. 15 ottobre 1991, n. 10847.

 

 

1.3. Poteri interpretativi del giudice.

Il giudice di merito può interpretare il titolo negoziale su cui si fonda la controversia applicando una norma di legge diversa da quella invocata dall’istante, avendo egli il potere-dovere di inquadrare nell’esatta disciplina giuridica gli atti e i fatti che formano oggetto della lite, purché lasci inalterati il petitum e la causa petendi senza attribuire un bene diverso da quello domandato e senza introdurre nel tema controverso nuovi elementi di fatto. Cass. 26 marzo 2002, n. 4318.

 

 

  1. Ambito di applicazione.

 

 

2.1. Processo amministrativo.

Il giudice deve concretamente esercitare il potere giurisdizionale nell’ambito dell’esatta corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, a norma dell’art. 112 c.p.c., applicabile al processo amministrativo, rappresentando tale regola, proprio con riferimento al concreto esercizio della potestas iudicandi, l’espressione precipua del potere dispositivo delle parti, nel senso che il giudice non può pronunciare oltre i limiti della concreta ed effettiva questione che le parti hanno sottoposto al suo esame e, dunque, oltre i limiti del petitum e della causa petendi, ulteriormente specificati nell’ambito del processo amministrativo dai motivi di ricorso. Cons. St., 19 ottobre 2004, n. 6710; conforme T.A.R. Campania, Napoli, 18 agosto 2004, n. 11481; T.A.R. Campania, Salerno, 9 agosto 2011, n. 1472.

 

Costituisce regola generale quella per cui il giudice debba concretamente esercitare il potere giurisdizionale nell’ambito dell’esatta corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, ai sensi dell’art. 112 c.p.c., pacificamente applicabile al processo amministrativo, sicché può concludersi che sussiste il vizio di ultrapetizione solo se il giudice abbia esaminato e accolto il ricorso per un motivo non prospettato dalle parti oppure abbia pronunciato oltre i limiti delle pretese e delle eccezioni fatte valere dalle parti, ovvero su questioni estranee all’oggetto del giudizio e non rilevabili d’ufficio. Cons. St., 8 febbraio 2011, n. 854.

 

 

2.2. Procedimenti disciplinari di fronte al Consiglio nazionale forense.

Il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, sancito in via generale dall’art. 112 c.p.c., trova applicazione anche nei procedimenti in materia disciplinare innanzi al Consiglio nazionale forense, sicché non è consentito al Consiglio stesso prendere in esame questioni che non siano state ad esso proposte ed annullare il provvedimento in base a vizi che il ricorrente non abbia denunciato. Cass., Sez. Un., 11 aprile 2003, n. 5715; conforme Cass., Sez. Un., 27 luglio 1999, n. 518.

 

 

2.3. Procedimenti di interdizione ed inabilitazione.

I procedimenti d’interdizione ed inabilitazione, ancorché contraddistinti da una peculiare natura e funzione pubblicistica - in quanto hanno rispettivamente ad oggetto la rimozione e l’affievolimento dello stato di capacità della persona e prescindendo da un vero e proprio conflitto tra i soggetti del rapporto controverso, realizzano tra le parti una sorta di concorso verso l’unico fine che è rappresentato dalla tutela del soggetto incapace, o solo parzialmente incapace - non si sottraggono all’essenziale quanto generale principio processuale della domanda. Proprio il richiamato principio della domanda non investe solo il profilo del contraddittorio e riguarda, per certo, anche quello della necessaria corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, ovvero quell’altro generale principio dell’ordinamento processuale che è sancito dall’art. 112 c.p.c., la cui violazione integra le ipotesi d’ultrapetizione e/o extrapetizione della sentenza. App. Milano, 7 marzo 2001.

 

 

2.4. Arbitrato.

 

 

2.4.1. Rituale.

In tema di arbitrato rituale, attesa l’applicabilità del principio di cui all’art. 112 c.p.c. anche al procedimento arbitrale, è inibito agli arbitri di esaminare aspetti nuovi della vicenda che non si traducano in mere argomentazioni difensive, ed è, altresì, precluso l’inserimento, fra i motivi di impugnazione del lodo, di specifiche questioni tratte da clausole negoziali mai poste all’attenzione degli arbitri. Cass. 22 maggio 2003, n. 8038.

 

 

2.4.2. Irrituale.

Il criterio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, al di fuori del giudizio ordinario, trova applicazione anche in materia di arbitrato irrituale e i rimedi esperibili contro il lodo che violi tale criterio sono quelli previsti dalla legge in materia contrattuale contro l’eccesso dai limiti del mandato, ravvisabile ogniqualvolta gli arbitri non si siano attenuti all’incarico ricevuto pronunciando al di fuori di quanto espressamente o implicitamente loro devoluto. Peraltro, l’indagine sui limiti del mandato si risolve in accertamento riservato al giudice del merito, non sindacabile in sede di legittimità se conforme ai criteri dell’ermeneutica negoziale e adeguatamente motivato. Cass. 21 maggio 1996, n. 4688.

 

 

2.5. Processo tributario.

Il giudice tributario deve pronunciarsi sull’intero contenuto della domanda non potendo circoscrivere il thema decidendum a questioni che non esauriscono l’intera materia del contendere e sono inidonee a definire il giudizio. Cass. 30 giugno 2011, n. 14336; conforme Cass. trib., 20 ottobre 2011, n. 21759.

 

 

2.6. Processo “contabile”.

Il giudice contabile, ai sensi dell’art. 112 c.p.c., deve contenere la condanna entro la quantificazione del danno effettuata nella citazione a giudizio. Corte conti Abruzzo, sez. giur., 14 gennaio 2005, n. 67; Corte conti Campania, sez. giur., 22 dicembre 2011, n. 2147.

 

 

  1. Potere-dovere del giudice di interpretare la domanda.

Compete al giudice il potere-dovere di qualificare giuridicamente l’azione e di attribuire al rapporto giuridico sostanziale dedotto in giudizio, anche in difformità rispetto alle deduzioni delle parti. Tale potere trova un limite - la cui sola violazione determina il vizio di ultrapetizione - nel divieto di sostituire l’azione proposta con una diversa, perché fondata su fatti diversi o su una diversa “causa petendi”, con la conseguente introduzione di un nuovo tema di indagine. In particolare, fermo il rispetto delle allegazioni di fatto prospettate dalla parte, una volta che questa abbia dedotto il fatto asseritamente invalidante, spetta al giudice ricondurlo alla categoria della nullità ovvero dell’annullabilità, con la conseguenza che, permanendo immutata la situazione di fatto, la circostanza che il giudice qualifichi nullità la situazione che la parte abbia prospettato in termini di annullabilità, non concreta il vizio di ultrapetizione. Cass. 27 gennaio 2012, n. 1236.

 

Non viola il principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunziato il giudice che, nell’esercizio del potere di interpretazione della domanda, senza mutare gli elementi obiettivi fissati dall’attore, dispone la cessazione della turbativa anziché la reintegrazione nel possesso, dato che la mera turbativa costituisce un “minus” rispetto allo spoglio e nella domanda di reintegrazione nel possesso è ricompresa o implicita quella di manutenzione dello stesso. Cass. 11 novembre 2011, n. 23718.

 

L’interpretazione della domanda giudiziale va compiuta non solo nella sua letterale formulazione, ma anche nel sostanziale contenuto delle sue pretese, con riguardo alle finalità perseguite nel giudizio. Cass. 28 agosto 2009, n. 18783.

 

 

3.1. Interpretazione della domanda in sede di impugnazione.

L’interpretazione operata dal giudice di appello riguardo al contenuto e all’ampiezza della domanda giudiziale è assoggettabile al controllo di legittimità limitatamente alla valutazione della logicità e congruità della motivazione e, a tal riguardo, il sindacato della Corte di cassazione comporta l’identificazione della volontà della parte in relazione alle finalità dalla medesima perseguite, in un ambito in cui, in vista del predetto controllo, tale volontà si ricostruisce in base a criteri ermeneutici assimilabili a quelli propri del negozio, diversamente dall’interpretazione riferibile ad atti processuali provenienti dal giudice, ove la volontà dell’autore è irrilevante e l’unico criterio esegetico applicabile è quello della funzione obiettivamente assunta dall’atto giudiziale. Cass. lav., 8 agosto 2006, n. 17947.

 

Nel giudizio di legittimità, va tenuta distinta l’ipotesi in cui si lamenti l’omesso esame di una domanda da quella in cui si censuri l’interpretazione che ne ha dato il giudice del merito. Mentre ove con il ricorso per cassazione si deduca l’omesso esame di una domanda ai sensi dell’art. 112 c.p.c., prospettandosi un error in procedendo la Corte di cassazione ha il potere-dovere di procedere all’esame diretto degli atti giudiziari per verificare il fondamento della censura dedotta, nel caso in cui si censuri l’interpretazione della domanda data dal giudice del merito, essendo questa attività rientrante nella competenza di quel giudice, il relativo accertamento è insindacabile in questa sede, salvo che sotto il profilo del vizio motivazionale. Cass. 20 giugno 2011, n. 13459.

 

 

3.1.1. Interpretazione del quesito di diritto da parte della S.C.

Quando il motivo di ricorso per cassazione si chiuda con la formulazione di un quesito di diritto, la Corte non è vincolata da quella formulazione qualora essa non corrisponda, anche in parte, al vero contenuto del motivo ed alla sua argomentazione, da sola sufficiente ad indicare e delimitare il tema della disputa. Infatti, l’interpretazione degli atti processuali spetta al giudice, con i soli limiti, imposti dall’art. 112 c.p.c., del divieto di ultrapetizione ed extrapetizione nonché di omissione, anche parziale, della pronuncia. Cass. lav., 24 luglio 2006, n. 16876.

 

 

  1. Regime della pronuncia che viola l’art. 112.

La violazione dei doveri decisori di cui all’art. 112 c.p.c. è ravvisabile soltanto qualora sia mancata da parte del giudice la statuizione sulla domanda o eccezione proposta in giudizio, mentre rientra nel vizio previsto dall’art. 350, n. 5, c.p.c. il silenzio del medesimo giudice in ordine ad una ovvero ad alcune delle questioni giuridiche sottoposte al suo esame nell’ambito di quella domanda o eccezione. Cass. 7 aprile 2004, n. 6858.

 

Qualora la violazione del principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato si riferisca alla sentenza di primo grado, essa non può essere denunziata per la prima volta in cassazione, essendosi formato il giudicato sulla questione oggetto della pronuncia. Cass. lav., 30 marzo 2004, n. 6344.

 

 

  1. Vizio di omessa pronuncia: ricorrenza e deducibilità in generale.

Il vizio di omessa pronuncia, in quanto incidente sulla sentenza pronunciata dal giudice del gravame, è deducibile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360 n. 4 c.p.c. e, risolvendosi nella violazione del principio di corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato (art. 112 stesso codice), integra un error in procedendo, in relazione al quale la Corte di cassazione è anche giudice del fatto ed ha il potere-dovere di esaminare direttamente gli atti di causa e, in particolare, le istanze e le deduzioni delle parti. Cass. 11 gennaio 2005, n. 375; conforme Cass. 9 luglio 2004, n. 12721; Cass. lav., 25 settembre 1996, n. 8468.

 

 

5.1. Casistica.

 

 

5.1.1. Fattispecie nelle quali sussiste il vizio di omessa pronuncia.

La configurazione del vizio da omessa pronuncia di cui all’art. 112 c.p.c. è legata alla sussistenza di un vizio nel momento decisorio, rispetto al quale deve essere omesso completamente il provvedimento indispensabile ai fini della soluzione del caso concreto. È necessario, in altre parole, che il Giudicante si astenga totalmente dal pronunciarsi su taluni capi, autonomi, della domanda, o sulle eccezioni proposte o, infine, che non si pronunci nei confronti di tutte le parti costituite. Il mancato o insufficiente vaglio delle argomentazioni addotte dalle parti a sostegno delle domande avanzate integra, invece, un vizio di natura diversa attinente, in particolare, l’attività valutativa del Giudice e non, quindi, lo stretto momento decisorio. Cass. 10 novembre 2010, n. 22825.

 

 

5.1.2. Fattispecie nelle quali non sussiste il vizio di omessa pronuncia.

Non sussiste violazione dell’art. 112 c.p.c. nel caso in cui, in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo il tribunale pur avendo revocato il d.i. opposto condanni l’opponente al pagamento di una somma minore rispetto a quella originariamente ingiunta giacché a seguito dell’opposizione de qua s’instaura un giudizio ordinario, all’esito del quale il giudice può revocare o ridurre la somma portata dal decreto ingiuntivo. App. Roma, 2 settembre 2010.

 

Non sussiste il vizio di omessa pronuncia su un punto decisivo della controversia qualora la soluzione negativa di una richiesta della parte sia implicita nella costruzione logico-giuridica della sentenza, incompatibile con la detta domanda, quando - cioè - la decisione adottata - in contrasto con la pretesa fatta valere dalla parte - comporti necessariamente il rigetto di questa ultima, anche se manchi una specifica argomentazione in proposito. Cass. 26 marzo 2012, n. 4815; conforme Cass. 26 giugno 2009, n. 15172.

 

L’omessa pronuncia da parte del Giudice adito sull’istanza di distrazione presentata dall’avvocato, onde ottenere gli onorari non riscossi e le spese anticipate al proprio cliente, costituisce una mancanza materiale piuttosto che un vizio di attività o un errore di giudizio da parte dell’organo giudicante e, pertanto, emendabile con il rimedio impugnatorio specifico della correzione della sentenza di cui agli artt. 287 e 288 c.p.c. Il ricorso al predetto rimedio impugnatorio, anziché a quelli ordinari è, infatti, giustificato dal fatto che la decisione sulla predetta istanza è essenzialmente obbligata e che la relativa declaratoria accede a quanto complessivamente sancito in merito alla controversia in esame, senza però assumere una propria autonomia formale. Cass., Sez. Un., 7 luglio 2010, n. 16037.

Contra: L’omessa pronuncia sull’istanza di distrazione delle spese avanzata dal difensore determina un vero e proprio vizio della pronuncia, in violazione del disposto codicistico di cui all’art. 112 c.p.c., da farsi, pertanto, valere esclusivamente a norma dell’art. 360, n. 4, c.p.c. e non come violazione o falsa applicazione di norme di diritto. Ciò rilevato è, dunque, inammissibile nella fattispecie al vaglio della Corte di legittimità il ricorso proposto avverso la sentenza di secondo grado, nella parte in cui la Corte di Appello non disponeva la distrazione delle spese processuali in favore del legale richiedente, per asserita violazione e falsa applicazione dell’art. 91 e ss. c.p.c., in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c. Cass. 8 luglio 2010, n. 16153.

 

Il vizio di omessa pronuncia causativo della nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c. non si configura allorquando il giudice di merito non abbia considerato i fatti secondari dedotti dalla parte, non concernenti, cioè, alcun fatto estintivo, modificativo od impeditivo della fattispecie costitutiva del diritto fatto valere (nella specie, al risarcimento del danno da illecito concorrenziale); in tal caso, è integrato il diverso vizio di cui all’art. 360, n. 5, c.p.c. nella misura in cui il giudice abbia omesso la considerazione di fatti rilevanti ai fini della ricostruzione della quaestio facti in funzione dell’esatta qualificazione e sussunzione in iure della fattispecie. Cass. 29 agosto 2011, n. 17698.

 

  1. Vizi di ultra ed extrapetizione.

In materia di procedimento civile, sussiste vizio di «ultra o extra petizione» ex art. 112 c.p.c. quando il giudice pronunzia oltre i limiti della domanda e delle eccezioni proposte dalle parti, ovvero su questioni non formanti oggetto del giudizio e non rilevabili d’ufficio attribuendo un bene non richiesto o diverso da quello domandato. Tale principio va peraltro posto in immediata correlazione con il principio iura novit curia di cui all’art. 113, comma 1, c.p.c., rimanendo pertanto sempre salva la possibilità per il giudice di assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti e ai rapporti dedotti in lite nonché all’azione esercitata in causa, ricercando le norme giuridiche applicabili alla concreta fattispecie sottoposta al suo esame, e ponendo a fondamento della sua decisione principi di diritto diversi da quelli erroneamente richiamati dalle parti. Cass. 24 giugno 2003, n. 10009; conforme Cass. 6 giugno 2002, n. 8218; Cass. lav., 24 giugno 2000, n. 8636; Cass. lav., 19 giugno 2009, n. 14468; Cass. lav., 13 dicembre 2010, n. 25140.

 

6.1. Vizio di ultrapetizione in generale.

Il vizio di ultrapetizione ex art. 112 c.p.c. ricorre ogni qualvolta il Giudice, interferendo nel potere dispositivo delle parti, alteri alcuno degli elementi obiettivi di identificazione dell’azione (“petitum” e “causa petendi”), attribuendo o negando ad alcuno dei contendenti un bene diverso da quello richiesto e non compreso nemmeno implicitamente o virtualmente nella domanda ovvero, pur mantenendosi nell’ambito del “petitum”, rilevi d’ufficio un’eccezione in senso stretto che, essendo diretta ad impugnare il diritto fatto valere in giudizio dall’attore può essere sollevata soltanto dall’interessato oppure ponga a fondamento della decisione fatti del tutto estranei alla materia del contendere, introducendo nel processo un titolo nuovo e diverso da quello enunciato dalla parte a sostegno della domanda. App. Roma, 3 marzo 2011, n. 911.

 

 

6.1.1. Ipotesi di ultrapetizione.

È viziata per ultrapetizione, a norma dell’articolo 112 c. p. c., la sentenza del giudice di appello che, in accoglimento della domanda di costituzione di servitù coattiva di passaggio formulata con riferimento ad un solo tracciato identificato catastalmente con precisione, l’abbia invece costituita su di un diverso e alternativo percorso a causa della riscontrata natura parzialmente cortilizia del luogo indicato, in quanto, pur potendo il giudice del merito estendere il proprio esame a tutto il fondo servente senza essere vincolato alla ipotesi prospettata dal richiedente, non è tuttavia consentito in appello, a fronte di una richiesta specifica, articolata in termini precisi ed inequivoci, estendere l’ambito della domanda in modo tale da sottrarre al proprietario del fondo servente un grado di giudizio quanto meno in ordine alla identificazione del luogo ove la costituenda servitù deve esercitarsi. Cass. 12 giugno 2006, n. 15821.

Conf.: Incorre nel vizio di ultrapetizione, ai sensi dell’articolo 112 c.p.c., il giudice del merito che, investito della richiesta di tutela di una servitù di passaggio, a piedi e con mezzi meccanici, abbia accolto la domanda, disponendo il ripristino dei luoghi, sul presupposto che tra le parti in causa, titolari di fondi limitrofi, sussista un diritto di proprietà comune sulla strada in quanto costituita “ex collatione privatorum agrorum”, perché, in tale modo, sono rilevate, ai fini dell’accoglimento della domanda di ripristino, questioni estranee all’oggetto del giudizio e si è posto a base della pronuncia un diritto diverso da quello vantato, impedendosi al convenuto di sollevare pertinenti eccezioni ed argomentazioni. Cass. 26 maggio 2008, n. 13568.

 

 

6.1.2. Fattispecie nelle quali non ricorre il vizio di ultrapetizione.

Si ha violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato ex art. 112 c.p.c. e modifica della “causa petendi”, solo con l’indicazione di una realtà fattuale diversa da quella inizialmente prospettata; viceversa, l’individuazione del “nomen iuris” delle fattispecie azionate e la loro esatta qualificazione, spetta pacificamente al Giudice come suo potere-dovere in base al principio “iura novit curia”, con la conseguenza che il Giudice può applicare una norma di legge diversa da quella invocata senza incorrere nel vizio di ultrapetizione, ove rimangano inalterati “petitum” e “causa petendi”. Trib. Reggio Emilia, 10 maggio 2012.

 

Non incorre nel vizio di ultrapetizione il giudice che esamini una questione non espressamente formulata, tuttavia da ritenersi tacitamente proposta per essere in rapporto di necessaria connessione con quelle espressamente formulate, delle quali costituisca l’antecedente logico e giuridico. Cass. lav., 12 marzo 2004, n. 5134; conforme Cass. lav., 14 gennaio 2004, n. 387.

 

 

6.2. Vizio di extrapetizione in generale.

Il giudice di appello incorre nel vizio di extrapetizione allorché pronunci oltre i limiti delle richieste e delle eccezioni fatte valere dalle parti, ovvero su questioni non dedotte e che non siano rilevabili d’ufficio, attribuendo alle parti un bene della vita non richiesto o diverso da quello domandato, mentre non è precluso allo stesso giudice l’esercizio del potere-dovere di attribuire al rapporto controverso una qualificazione giuridica diversa da quella prospettata dalle parti, purché essa non si fondi su elementi di fatto nuovi rispetto a quelli che hanno formato oggetto del dibattito processuale, dovendosi riconoscere al giudice di appello la possibilità di definire, anche con riferimento alla individuazione della causa petendi, l’esatta natura del rapporto dedotto in giudizio onde precisarne il contenuto e gli effetti, in relazione alle norme applicabili. Ne consegue che ben può il giudice di appello, con il solo limite di non esorbitare dalle richieste contenute nell’atto di impugnazione, accogliere il gravame per ragioni giuridiche diverse da quelle dedotte dall’appellante, quando queste ultime non si configurino come eccezioni in senso proprio, ma attengano semplicemente agli elementi integrativi della fattispecie, alla qualificazione giuridica ed agli effetti del rapporto controverso. Cass. 13 agosto 2004, n. 15764.

 

Nel giudizio di cassazione, il controricorrente che deduca non già che il giudice di secondo grado abbia proceduto all’esame di un appello generico (dunque inammissibile), bensì che abbia pronunciato su un punto della sentenza di primo grado che l’atto di appello non aveva investito con una censura specifica, ha l’onere di proporre al riguardo ricorso incidentale, giacché in tanto la Corte di cassazione può esaminare siffatto vizio, qualificabile come extrapetizione, in quanto lo stesso sia stato denunciato con uno specifico motivo di impugnazione, in applicazione del principio secondo cui il vizio di extrapetizione non determina una nullità insanabile della sentenza, di modo che è denunciabile solo con gli ordinari mezzi di impugnazione e non è rilevabile d’ufficio dal giudice del gravame. Cass., Sez. Un., 27 luglio 2004, n. 14083.

 

 

6.2.1. Ipotesi di extrapetizione.

Nell’ipotesi in cui il lavoratore abbia chiesto in giudizio la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatogli ed il datore di lavoro abbia chiesto il rigetto della domanda eccependo la decadenza dalla impugnazione e l’accettazione del trattamento di fine rapporto, incorre nel vizio di extrapetizione il giudice che, sulla base della eccezione, contenuta nelle note autorizzate, dichiari la cessazione del rapporto lavorativo per mutuo consenso, atteso che la contestazione dei fatti costitutivi della domanda, effettuata dal convenuto solo nelle note difensive depositate in giudizio prima della discussione e della pronuncia della sentenza di primo grado, deve considerarsi tardiva e la relativa eccezione deve ritenersi irrilevante. Cass. lav., 18 marzo 2005, n. 5918; conforme Cass. lav., 17 giugno 2000, n. 8266.

 

Nel caso in cui il lavoratore abbia agito per la declaratoria di annullamento del licenziamento per difetto di giusta causa o giustificato motivo, incorre nel vizio di extrapetizione il giudice che accolga la domanda rilevando d’ufficio il mancato esperimento della procedura di licenziamento collettivo non invocato dal ricorrente. Cass. lav., 7 novembre 2001, n. 13781.

 

 

6.2.2. Fattispecie nelle quali non sussiste il vizio di extrapetizione.

Non incorre nel vizio di extrapetizione il giudice d’appello il quale dia alla domanda od all’eccezione una qualificazione giuridica diversa da quella adottata dal giudice di primo grado, e mai prospettata dalla parti, essendo compito del giudice (anche d’appello) individuare correttamente la legge applicabile, con l’unico limite rappresentato dall’impossibilità di immutare l’effetto giuridico che la parte ha inteso conseguire. Cass. 28 giugno 2010, n. 15383.

 

Qualora la parte abbia richiesto gli interessi secondo il tasso bancario o comunque superiore, non è viziata da extrapetizione la pronuncia del giudice che li abbia liquidati nella misura legale, essendo una tale richiesta implicitamente contenuta in quella più ampia di pagamento degli interessi secondo un tasso più elevato. Cass. 7 marzo 2007, n. 5278.

 

Non sussiste il vizio di extra petita (art. 112 c.p.c.) se il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo - giudizio di cognizione non solo per accertare l’esistenza delle condizioni per l’emissione dell’ingiunzione, ma anche per esaminare la fondatezza della domanda del creditore in base a tutti gli elementi, offerti dal medesimo e contrastati dall’ingiunto - revoca il provvedimento monitorio ed emette una sentenza di condanna di questi per somma anche minore rispetto a quella ingiunta, perché mentre l’opponente chiede di accertare l’inesistenza dell’obbligazione ingiuntagli, il creditore, sia con ricorso per ottenere in breve tempo - con forme speciali - un titolo esecutivo per il pagamento del suo credito sia con la domanda di rigetto dell’opposizione, esercita invece un’azione di condanna. Cass. 27 dicembre 2004, n. 24021.

 

Il rango comunitario e costituzionale del principio di divieto di abuso del diritto comporta la sua applicazione d’ufficio da parte del giudice tributario, a prescindere, dunque, da qualsiasi allegazione, al riguardo, ad opera delle parti in causa. Sicché, è di tutta evidenza come sia del tutto impossibile configurare, al riguardo, il vizio di extrapetizione, ai sensi dell’art. 112 c.p.c. Cass. trib., 11 maggio 2012, n. 7393.

 

 

  1. Eccezioni in senso stretto.

 

 

7.1. Eccezioni in senso stretto in generale.

Rientrano tra le eccezioni in senso stretto soltanto quelle come tali espressamente definite dalla legge, nonché quelle corrispondenti all’esercizio di un diritto potestativo: di conseguenza qualora si versi al di fuori di tale nozione (come nella specie, relativa all’attribuzione ad un contratto di effetto novativo su un precedente rapporto obbligatorio) i fatti ritualmente acquisiti alla causa possono essere utilizzati dal giudice anche in assenza di formali difese che li assumano a fondamento. Cass. lav., 21 agosto 2004, n. 16501; Cass. lav., 1 aprile 2004, n. 6450.

 

Le eccezioni non rilevabili d’ufficio sono solo quelle nelle quali la manifestazione della volontà della parte sia strutturalmente prevista quale elemento integrativo della fattispecie difensiva, ovvero quando singole disposizioni espressamente prevedano come indispensabile l’iniziativa di parte, dovendosi in ogni altro caso ritenere la rilevabilità d’ufficio dei fatti modificativi, impeditivi o estintivi risultanti dal materiale probatorio legittimamente acquisito. Cass. 13 gennaio 2012, n. 409.

 

 

7.2. Casistica.

 

L’eccezione di giudicato esterno è rimessa esclusivamente al potere dispositivo della parte, costituendo un’eccezione in senso stretto e non una mera difesa, con la conseguenza che, da un lato, il giudice non può su di essa pronunziarsi d’ufficio e, dall’altro, la sua proponibilità nel rito del lavoro è soggetta alla preclusione di cui all’art. 416, comma 2, c.p.c. sicché ove essa non sia stata sollevata con la memoria difensiva tempestivamente depositata a norma di tale disposizione non può essere per la prima volta proposta in sede di appello né essere rilevata dal giudice di secondo grado, salvo che il giudicato sia intervenuto nel corso del giudizio di appello. Cass. lav., 29 dicembre 1999, n. 14698; contra Cass. 27 settembre 2011, n. 19730.

 

L’interruzione della prescrizione, in replica all’eccezione di prescrizione formulata dal debitore, configura una controeccezione mirante a paralizzare l’eccezione avversaria, assimilabile alle eccezioni in senso stretto, e pertanto il controeccipiente ha l’onere non solo di provare i fatti su cui essa si fonda ma anche di dedurli, o quanto meno è necessario che essi siano implicitamente contenuti nelle argomentazioni difensive da lui sviluppate, non potendo l’esistenza di atti interruttivi essere rilevata d’ufficio dal giudice, neppure se la prova di essi è contenuta in documenti prodotti in giudizio. Cass. lav., 28 luglio 2003, n. 11588; conforme Cass. 12 luglio 2002, n. 10137; contra Cass. lav., 16 maggio 2008, n. 12401; Cass. lav., 13 giugno 2007, n. 13783.

Contra: L’eccezione di interruzione della prescrizione, che è una controeccezione, integra un’eccezione in senso lato e non in senso stretto, che può essere rilevata d’ufficio dal giudice sulla base di elementi probatori ritualmente acquisiti agli atti. Cass. 20 marzo 2006, n. 6092.

 

 

  1. Questioni rilevabili d’ufficio dal giudice.

L’impugnazione immediata di una sentenza non definitiva, di cui la parte si sia riservata l’impugnazione differita, è inammissibile stante il disposto di cui all’art. 340, comma 2, c.p.c. Anche se l’appello prematuro non consuma il diritto d’impugnazione e, quindi, non preclude la reiterazione di questa, contestualmente a quella avverso la sentenza definitiva, successivamente emanata. L’evidenziata inammissibilità deve essere rilevata di ufficio, indipendentemente da una eccezione di parte integrando violazione di un principio di ordine pubblico processuale. Cass. 27 gennaio 2012, n. 1248.

 

Il giudice può rilevare anche d’ufficio il difetto di giurisdizione fino a quando sul punto non si sia formato il giudicato implicito o esplicito. Il giudicato implicito sulla giurisdizione - in particolare - può formarsi tutte le volte che la causa sia stata decisa nel merito, con esclusione per le sole decisioni che non contengano statuizioni che implicano l’affermazione della giurisdizione, come nel caso l’unico tema dibattuto sia stato quello relativo all’ammissibilità della domanda o quando dalla motivazione della sentenza risulti che la evidenza di una soluzione abbia assorbito ogni altra valutazione (ad esempio per la manifesta infondatezza della pretesa) e abbia indotto il giudice a decidere il merito “per saltum”, non rispettando la progressione logica stabilita dal legislatore per la trattazione delle questioni di rito rispetto a quelle di merito. Cass., Sez. Un., 12 ottobre 2011, n. 20932.

 

Il vincolo derivante dal giudicato, partecipando della natura dei comandi giuridici, non costituisce patrimonio esclusivo delle parti ma - mirando a evitare la formazione di giudicati contrastanti, conformemente al principio “ne bis in idem”, corrisponde a un preciso interesse pubblico. L’esistenza del giudicato esterno, pertanto, al pari di quella del giudicato interno, è rilevabile di ufficio anche se il giudicato si è formato in seguito ad una sentenza della Corte di cassazione. Cass. 27 settembre 2011, n. 19730.

 

Va rimessa al Primo presidente della Corte di cassazione affinché valuti l’opportunità di assegnare alle sezioni unite questione, consapevolmente risolta in modo contrastante delle sezioni semplici, se la nullità del contratto possa essere rilevata d’ufficio non soltanto nel caso di proposizione di domanda esatto adempimento ma anche ove siano stati chiesti in giudizio la risoluzione, l’annullamento o la rescissione del medesimo contratto. Cass. 28 novembre 2011, n. 25151.

 

Lo stato di necessità può escludere la responsabilità del trasgressore solo se posto espressamente a fondamento dell’opposizione al verbale di contestazione ricevuto; il giudice non può rilevare d’ufficio vizi diversi da quelli fatti valere dall’opponente con l’atto introduttivo del giudizio, neppure se conseguenti a fatti impeditivi della pretesa sanzionatoria quali la commissione della violazione in stato di necessità o per errore scusabile sul fatto o sulla liceità di esso (c.d. buona fede). Cass. 11 gennaio 2008, n. 573.

 

 

  1. Questioni di legittimità costituzionale.

È manifestamente infondata la q.l.c. dell’art. 112 c.p.c., in relazione agli artt. 24 e 111 Cost., nella parte in cui consente il rilievo d’ufficio della questione attinente alla legittimazione ad agire in ogni stato e grado del processo; infatti, la legitimatio ad causam non attiene al merito della causa ma alla regolare instaurazione del contraddittorio, la cui sussistenza può essere accertata dal giudice, sulla base della prospettazione offerta dall’attore, sino alla conclusione del processo, col solo limite del giudicato interno, e senza necessità d’impulso delle parti, senza che ciò arrechi un vulnus al diritto di difesa delle stesse. Cass. 22 maggio 2007, n. 11837.

 



 
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