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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 113 cod. proc. civile: Pronuncia secondo diritto

Nel pronunciare sulla causa il giudice deve seguire le norme del diritto, salvo che la legge gli attribuisca il potere di decidere secondo equità (1).

Il giudice di pace decide secondo equità le cause il cui valore non eccede millecento euro, salvo quelle derivanti da rapporti giuridici relativi a contratti conclusi secondo le modalità di cui all’articolo 1342 del codice civile.

 

 


Commento

(1) Regola generale è quindi l’applicazione di una norma scritta, facente parte dell’ordinamento positivo e vigente. In particolare, il giudice può farsi aiutare dalle parti nella ricerca delle fonti giuridiche da applicare nel caso concreto, ma resta comunque libero di qualificare la fattispecie e di individuare la norma relativa (cd. jura novit curia). Di conseguenza, sul giudice incombe la presunzione di conoscenza di tutte le norme che vengono pubblicate.


Giurisprudenza annotata

  1. Principio iura novit curia.

In materia di procedimento civile, sussiste vizio di ultra o extra petizione ex art. 112 c.p.c. quando il giudice pronunzia oltre i limiti della domanda e delle eccezioni proposte dalle parti, ovvero su questioni non formanti oggetto del giudizio e non rilevabili d’ufficio attribuendo un bene non richiesto o diverso da quello domandato. Tale principio va peraltro posto in immediata correlazione con il principio iura novit curia di cui all’art. 113, comma 1, c.p.c., rimanendo pertanto sempre salva la possibilità per il giudice di assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti e ai rapporti dedotti in lite nonché all’azione esercitata in causa, ricercando le norme giuridiche applicabili alla concreta fattispecie sottoposta al suo esame, e ponendo a fondamento della sua decisione principi di diritto diversi da quelli erroneamente richiamati dalle parti. Cass. 24 giugno 2003, n. 10009.

 

 

1.1. Atti per i quali vige il principio iura novit curia.

Nei giudizi introdotti anteriormente all’entrata in vigore, (1 settembre 1995), della legge n. 218 del 1995, la parte che invoca l’applicazione della legge straniera, deve comunque provvedere alla specifica indicazione della fonte, oltreché produrre documentazione idonea a consentire al giudice di formarsi il proprio convincimento. Cass. 20 luglio 2007, n. 16089.

 

La possibilità per il giudice di rendere un giudizio secondo equità resta limitata ad ipotesi tassativamente individuate dalla legge (in tal senso, comma 1 dell'art. 113 cod. proc. civ. e comma 1 dell'art. 29 cod. proc. amm.) e non sussiste alcun argomento testuale o sistematico atto a ritenere che la devoluzione di una giurisdizione estesa al merito implichi altresì la possibilità di rideterminare secundum aequitatem la concreta misura della sanzione. Si osserva, inoltre, che il richiamato limite è destinato ad operare con tanto maggiore rigore nella materia sanzionatoria, in cui opera un principio di stretta legalità (sancito in via generale, nella materia che ne occupa, dall'art. 1, l. 24 novembre 1981, n. 689, recante “Modifiche al sistema penale”): un principio - cioè - che risulta in via di principio inconciliabile con la possibilità stessa di rendere un giudizio secondo equità. (Riforma parzialmenteTarPiemonte, sez. II, n. 1012/2012).

Consiglio di Stato sez. VI  12 novembre 2014 n. 5550  

 

La conoscibilità della fonte normativa si atteggia diversamente a seconda che si versi in un'ipotesi di violazione del contratto collettivo nazionale di lavoro privatistico rispetto a quella in cui le questioni attengano ad un contratto collettivo nazionale del pubblico impiego, atteso che, mentre in quest'ultimo caso il giudice procede con mezzi propri (secondo il principio "iura novit curia"), nel primo il contratto è conoscibile solo con la collaborazione delle parti, la cui iniziativa, sostanziandosi nell'adempimento di un onere di allegazione e produzione, è assoggettata alle regole processuali sulla distribuzione dell'onere della prova e sul contraddittorio, che non vengono meno neppure nell'ipotesi di acquisizione giudiziale ex art. 425, quarto comma, cod. proc. civ. Rigetta, App. Napoli, 09/01/2013

Cassazione civile sez. VI  16 settembre 2014 n. 19507  

 

La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848, pur essendo dotata di una particolare natura che la distingue dagli obblighi nascenti da altri Trattati internazionali non assume, in forza dell’art. 11 Cost., il rango di fonte costituzionale né può essere parificata, a tali fini, all’efficacia del diritto comunitario nell’ordinamento interno. Il dovere di rispettare gli obblighi internazionali fissato dall’art. 117, primo comma, Cost., introdotto dalla L. Cost. n. 3/2001, incide sul contenuto della legge statale e non attiene soltanto all’ambito dei rapporti tra lo Stato e le Regioni. Corte cost., 24 ottobre 2007, n. 348.

 

 

1.1.1. Ius superveniens.

La vigenza o meno di una certa norma alla data rilevante in relazione al caso concreto non costituisce nuova questione di fatto, non deducibile in sede di legittimità, poiché rientra nella scienza ufficiale del giudice, il quale in sede di legittimità ha il dovere, prescindendo dalle deduzioni delle parti, di verificare se la disposizione applicata dai giudici di merito fosse effettivamente in vigore e, quindi, applicabile al caso esaminato. Cass. 29 luglio 2009, n. 17692.

 

 

1.2. Atti ai quali è inapplicabile il principio iura novit curia.

La natura di atti meramente amministrativi dei decreti ministeriali (nella specie, il decreto del Ministero dell’economia e delle finanze del 23 gennaio 2004, attuativo del divieto di procedere all’aggiornamento dell’indennità di confine) rende ad essi inapplicabile il principio “iura novit curia” di cui all’art. 113 c.p.c., da coordinarsi, sul piano ermeneutico, con il disposto dell’art. 1 preleggi (che non comprende, appunto, i detti decreti tra le fonti del diritto), con la conseguenza che, in assenza di qualsivoglia loro produzione nel corso del giudizio di merito, deve ritenersene inammissibile l’esibizione, ex art. 372 c.p.c., in sede di legittimità, dovendosi comunque escludere, ove invece gli atti e i documenti siano stati prodotti nel corso del giudizio di merito, la sufficienza della loro generica indicazione nella narrativa che precede la formulazione dei motivi, attesa la necessità della “specifica” indicazione della documentazione posta a fondamento del ricorso, ai sensi dell’art. 366, comma 1 n. 6, c.p.c., che richiede la precisa individuazione della fase di merito in cui la stessa sia stata prodotta. Cass., Sez. Un., 29 aprile 2009, n. 9941; conforme Cass. 26 agosto 2002, n. 12476.

 

La natura di atto amministrativo dei decreti ministeriali osta all'applicabilità del principio "iura novit curia". Ne consegue che spetta alla parte interessata l'onere della relativa produzione, la quale non è suscettibile di equipollenti. Dichiara inammissibile, App. Messina, 15/11/2007

Cassazione civile sez. lav.  02 luglio 2014 n. 15065  

 

 

  1. Giudizio secondo equità del giudice di pace.

 

 

2.1. Ipotesi nelle quali è preclusa la pronuncia di equità c.d. sostitutiva.

 

 

2.1.1. Diritti indisponibili.

Nel giudizio innanzi al giudice di pace, concernente controversia di valore non eccedente i due milioni di lire (o la somma corrispondente in euro), la indisponibilità del diritto in questione preclude la pronuncia secondo equità, dovendo la disposizione dell’art. 113, comma 2, c.p.c. essere letta in correlazione con quella dell’art. 114 del codice di rito. Pertanto non può essere decisa dal giudice di pace secondo equità una causa in materia di somministrazione di acqua potabile da parte del Comune (che abbia assunto la gestione del relativo servizio) la quale, pur rientrando nei suddetti limiti di valore, abbia ad oggetto il diritto dell’ente pubblico territoriale di percepire dall’utente, in base alle norme di apposito regolamento comunale, l’importo corrispondente al consumo minimo, indipendentemente dall’effettivo raggiungimento di detta quantità minima di consumo, e ciò stante l’indisponibilità del diritto del Comune al conseguimento (irrinunciabile, una volta emanato il regolamento che lo preveda) di detto corrispettivo per la somministrazione dell’acqua potabile, tale indisponibilità direttamente discendendo dalle finalità di pubblico interesse perseguite dall’Amministrazione, restando a tale riguardo ininfluente che il rapporto con gli utenti sia disciplinato dalle regole privatistiche e, segnatamente, dagli art. 1559 ss. c.c. Cass. 29 settembre 2004, n. 19531; conforme Cass. 12 giugno 2002, n. 8375.

 

 

2.1.2. Rapporti di diritto pubblico.

Non può essere decisa dal giudice di pace secondo equità una causa che, pur avendo valore inferiore a 1.032,91 euro, verta in materia di diritti indisponibili, avendo ad oggetto il riconoscimento in favore di un giudice onorario di una somma pari a quella percepita a titolo di indennità giudiziaria dai magistrati ordinari, trattandosi di una ragione di credito che trarrebbe origine da un rapporto di diritto pubblico, nell’ambito del quale l’erogazione delle risorse può avvenire soltanto sulla base di disposizioni di legge, non essendo consentito alla valutazione equitativa superare in questo campo l’opzione legislativa mediante un implicito giudizio negativo di ragionevolezza nel merito. Cass. lav., 14 maggio 2004, n. 9251.

 

 

2.1.3. Controversie non decise in base al criterio del valore.

La controversia relativa al riconoscimento di un danno esistenziale per inadempimento derivante al contraente di un contratto di massa (nella specie, sottoscrittore di un abbonamento ferroviario che si duole dei continui ritardi accumulati dai treni percorrenti una tratta fissa interregionale), benché rientrante nella competenza per valore del giudice di pace, resta sottratta al potere di quest’ultimo di decidere secondo equità, ai sensi dell’art. 113, comma 2, c.p.c., nel testo sostituito dal D.L. 8 febbraio 2003 n. 18, convertito con modificazioni dalla L. 7 aprile 2003 n. 63; pertanto la relativa pronuncia non è impugnabile mediante ricorso per cassazione, anche nel regime ratione temporis applicabile, ma esclusivamente con l’appello. Cass. 25 gennaio 2012, n. 1024.

 

È ricorribile per cassazione, e non già appellabile, la sentenza pronunciata dal giudice di pace in materia di contratti di massa nel caso in cui la domanda giudiziale, il cui valore non ecceda 1100 euro, sia stata proposta prima dell’entrata in vigore del D.L. 8 febbraio 2003 n. 18, convertito, con modificazioni, nella L. 7 aprile 2003 n. 63, restando definitivamente fissato a quel momento il criterio di giudizio (secondo equità) in ragione del principio di irrilevanza dei mutamenti di fatto e di diritto sopravvenuti alla proposizione della domanda stessa. Infatti, la norma di diritto transitorio di cui all’art. 1-bis del citato decreto, che è stata introdotta con la legge di conversione ed ha inciso direttamente sul D.L., ha specificato che, per i contratti di massa, la trasformazione del criterio di giudizio, non più equitativo ma secondo diritto, e il conseguente rimedio dell’appello, si applicano soltanto ai giudizi promossi successivamente all’entrata in vigore del decreto-legge convertito, in tal modo confermando, peraltro, il generale principio secondo il quale tale criterio ed il connesso rimedio impugnatorio non hanno efficacia retroattiva. Cass. 10 novembre 2010, n. 22813.

 

Le cause originariamente incardinate davanti al pretore, ancora pendenti alla data del 30 aprile 1995 e attribuite alla competenza del giudice di pace, proseguono davanti a quest’ultimo, in base all’art. 2, comma 3, L. 16 dicembre 1999 n. 479, con il rito alle stesse applicabile ai sensi dell’art. 90 L. 26 novembre 1990 n. 353, benché possano essere decise secondo equità, qualora siano di valore non superiore a euro 1.032,91, come previsto dall’art. 1 della legge n. 479 del 1999. Ne consegue che il mezzo di impugnazione esperibile avverso le sentenze emesse in tali cause, pur se pronunciate secondo equità, é l’appello e non il ricorso per cassazione. Cass., Sez. Un., 22 marzo 2010, n. 6827.

 

 

2.1.4. Opposizione a sanzioni amministrative.

In tema di opposizione a sanzione amministrativa, per espressa disposizione dell’art. 23, comma 11, L. n. 689 del 1981, come modificato dall’art. 99 del D.Lgs. n. 507 del 1999, non trova applicazione l’art. 113 comma 2, c.p.c. e non si fa, quindi, luogo a pronunzia secondo equità. Alla medesima conclusione si giungerebbe, comunque, anche in assenza di una disposizione quale quella di cui all’art. 23 citato, in quanto le opposizioni ex art. 22 ss. legge 689 del 1981 non rientrano nella competenza del Giudice di pace stabilita ratione valoris dall’art. 7 c.p.c., cui fa riferimento l’art. 113 c.p.c., ma in quella speciale attribuita dalla legge ratione materiae. Ne consegue che le sentenze emesse dal Giudice di pace in cause di opposizione a sanzione amministrativa di valore inferiore a £. 2.000.000 sono ricorribili in cassazione per violazione di norme sostanziali e per vizi di motivazione. Cass. 19 novembre 2007, n. 23978.

 

 

2.1.5. Connessione fra domande soggette ad un regime decisorio diverso.

Conf.: Anche la domanda principale va decisa secondo diritto tutte le volte in cui fra le due domande vi sia una connessione caratterizzata dalla circostanza che la decisione richieda l’accertamento di un fatto costitutivo, impeditivo, modificativo od estintivo comune ad entrambe, cosicché l’accertamento od il rigetto dell’una implichi il rigetto o l’accoglimento dell’altra. Cass. 22 novembre 2011, n. 24623.

 

 

2.2. Vincoli normativi nel giudizio di equità.

Nelle controversie di valore non eccedente gli euro 1.100, il giudice di pace deve decidere facendo uso della cosiddetta equità formativa e non è tenuto, quindi, ad individuare la norma sostanziale applicabile alla fattispecie in esame, pur essendo comunque obbligato all’osservanza delle norme processuali, delle norme costituzionali, di quelle comunitarie di rango superiore a quelle di ordinarie, nonché dei principi informatori della materia. Cass. 25 agosto 2006, n. 18508.

 

 

2.2.1. Portata della locuzione «principi informatori della materia».

In considerazione del modesto valore delle controversie soggette alla giurisdizione equitativa e dell’intenzione del legislatore di approntare per esse una metodica decisionale celere e, per quanto possibile, vicina alla giustizia del caso singolo, deve ritenersi che la categoria dei principi informatori della materia - vincolanti per il giudice di pace a seguito della sentenza n. 206 del 2004 della Corte cost. - si riferisce ai canoni fondamentali che ispirano la disciplina di un istituto. Cass. 26 marzo 2009, n. 7372.

 

Il dovere di osservare i principi informatori della materia, imposto al giudice di pace dall’art. 113, comma secondo, c.p.c. (nel testo risultante dalla parziale dichiarazione di illegittimità costituzionale di cui alla sentenza n. 206 del 2004 della Corte costituzionale), nella decisione secondo equità delle cause di valore non superiore a euro 1100,00, non comporta la necessità di individuare la regola equitativa applicabile al caso concreto, desumendola dalle norme fondamentali del rapporto dedotto in giudizio, ma quella di avere cura, nella ricerca selettiva della predetta regola, che essa non contrasti con i principi, preesistenti alle norme in concreto oggettivamente dettate, ai quali il legislatore si è ispirato nella previsione della specifica disciplina. Cass. 22 aprile 2009, n. 9534.

 

In tema di impugnabilità delle sentenze pronunciate dal giudice di pace secondo equità, deve essere annoverato tra principi informatori della materia processuale, quello contenuto nell’art. 112 c.p.c. relativo al canone della corrispondenza tra il chiesto e pronunciato. Cass. 17 gennaio 2012, n. 552.

 

Ai fini dell’impugnazione delle sentenze pronunciate dal giudice di pace secondo equità, la presunzione di pari responsabilità dei due guidatori, in caso di scontro tra veicoli, di cui all’art. 2054 c.c., costituisce principio informatore della materia. Infatti, la norma anzidetta, senza dettare regole in punto di incidenza del rischio della mancata prova di una circostanza rimasta incerta nel giudizio, stabilisce una presunzione che costituisce applicazione dei criteri generalissimi in materia di concorso di cause (art. 41 c.p.), ai quali risulta conformata tutta la disciplina della responsabilità per fatto illecito. Cass. 29 settembre 2011, n. 19871.

 

Ritenuto che si è proceduto di recente, in sede di legittimità (Cass., Sez. Un., 11 novembre 2008 n. 26972, 26973, 26974 e 26975), a una rilettura, in chiave costituzionale, del disposto dell’art. 2059 c.c., considerato principio giuridico informatore, come tale vincolante anche nei giudizi di equità, da leggersi non già come disciplina di un’autonoma fattispecie di illecito produttiva di danno patrimoniale distinta da quella di cui all’art. 2043 c.c., bensì come norma che regola i limiti e le condizioni di risarcibilità dei pregiudizi non patrimoniali (intesa come categoria omnicomprensiva all’interno della quale non è possibile individuare, se non con funzione meramente descrittiva, ulteriori sottocategorie); ritenuto che la peculiarità del danno non patrimoniale viene individuata nella sua tipicità, avuto riguardo alla natura dell’art. 2059 c.c. quale norma di rinvio ai casi previsti dalla legge, ovvero ai diritti costituzionali inviolabili; ritenuto che la risarcibilità del pregiudizio non patrimoniale presuppone, altresì, che la lesione sia grave e che il danno non sia né futile (cioè consistente in meri disagi o fastidi), né immaginario, non può essere considerato danno esistenziale risarcibile l’asserito pregiudizio legato a discredito, disagi, fastidi, ansie, disappunti, insoddisfazioni, provocati dalle formali, reiterate, insistenti richieste della Rai-Radiotelevisione italiana dirette ad ottenere il pagamento del canone peraltro già tempestivamente versato dall’abbonato, le formali, reiterate, insistenti, perentorie richieste (pur se infondate) della Rai non possono dar luogo né ad atti di intimidazione arbitraria, né ad aggressione psicofisica posta in essere nei confronti di un soggetto normale. Cass., Sez. Un., 19 agosto 2009, n. 18356.

 

Quando il giudice di pace abbia pronunciato la propria sentenza secondo equità - nel regime anteriore alle modifiche introdotte dal D.Lgs. n. 40 del 2006 -, avverso tale decisione è inammissibile il ricorso per cassazione con il quale si denunci la erronea quantificazione delle spese di lite, in violazione delle tariffe fissate dal C.n.f. e approvate con decreto ministeriale. Tale censura, infatti, si fonda sulla violazione non di una norma processuale, ma di una norma sostanziale e priva di rilievo costituzionale o comunitario come tale derogabile nei giudizi secondo equità. Cass. 30 gennaio 2012, n. 1318.

 

 

2.2.2. Giurisprudenza precedente a Corte cost. 206/2004.

La pronuncia secondo equità resa dal giudice di pace in controversie non eccedenti il valore di due milioni di lire, non più soggetta ai principi regolatori della materia ed ai principi generali dell’ordinamento (art. 1132 c.p.c. nella riformulazione introdotta dall’art. 21 della legge n. 374 del 1991), è sottoposta soltanto all’osservanza delle norme costituzionali e delle norme comunitarie di rango superiore a quelle ordinarie, nonché delle norme processuali ai sensi dell’art. 311 c.p.c. Cass., Sez. Un., 6 giugno 2002, n. 8223; conforme Cass. 23 maggio 2002, n. 7549.

 

 

2.2.3. Diritto vivente precedente la decisione della Corte costituzionale.

Nel giudizio di equità necessaria - art. 113, comma 2, nel testo di cui all’art. 21, L. 21 dicembre 1991, n. 374) - il giudice di pace, nel formulare la regola decisoria del caso concreto, non ha né obbligo di individuare la norma giuridica astrattamente applicabile né di applicarla in concreto e quindi non ha nessun obbligo di motivare perché intende discostarsene, mentre invece ha l’obbligo di rendere comprensibile il procedimento logico-intuitivo seguito per determinare la regola equitativa. Cass. 11 novembre 2003, n. 16945.

 

 

2.3. Impugnazione delle sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità.

Ai sensi dell’art. 339, terzo comma, c.p.c., le sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità a norma dell’art. 113, secondo comma, c.p.c., sono appellabili esclusivamente per violazione delle norme sul procedimento, per violazione delle norme costituzionali o comunitarie ovvero dei principi regolatori della materia. Cass. 16 aprile 2012, n. 5985.

 

Qualora una controversia promossa davanti al giudice di pace abbia ad oggetto un credito contenuto nei limiti del giudizio di equità, la relativa sentenza - nel regime processuale anteriore all’entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, applicabile “ratione temporis” - è impugnabile con il ricorso per cassazione e non con l’appello, senza che assuma rilievo il fatto che il credito sia parte di uno maggiore eccedente i limiti del giudizio di equità, atteso che la competenza per valore si determina in base alla parte del rapporto che è in contestazione; né a diversa conclusione può giungersi per il fatto che sia stata avanzata domanda di condanna per lite temeraria ai sensi dell’art. 96 c.p.c., poiché essa attiene al regolamento delle spese e non incide, quindi, sul valore della controversia. Cass. 17 giugno 2011, n. 13387.

 

Le sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità in controversie di valore non eccedente i milleduecento euro e soggette, “ratione temporis”, al regime impugnatorio antecedente quello di cui al D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, sono impugnabili con ricorso per cassazione per violazione di norme di diritto - alla luce della sentenza n. 206 del 2004 della Corte costituzionale - soltanto in relazione ai principi informatori della materia, restando preclusa la denuncia di violazione di specifiche norme di diritto sostanziale; ne consegue che costituisce onere del ricorrente indicare chiaramente quali siano i principi informatori che si assumono disattesi, a pena di inammissibilità del ricorso. Cass. 22 febbraio 2011, n. 4282.

 

 

2.3.1. Vizi deducibili con ricorso per cassazione.

Le sentenze del giudice di pace in cause di valore non superiore a euro 1.100,00 sono impugnabili con ricorso per cassazione tra l’altro per violazione dei principi informatori della materia. Atteso che il principio informatore della materia, peraltro, non è la regola individuata dal legislatore, ma il principio, cui lo stesso si è ispirato, ai fini dell’ammissibilità di una censura sotto il detto profilo è necessario che il ricorso indichi con chiarezza e specificamente quale sia il principio che si assume violato, e come la regola equitativa, individuata dal giudice di pace, si ponga in contrasto con tale regola. Cass. 6 settembre 2007, n. 18815.

 

In tema di giudizio di equità, i principi informatori della materia - vincolanti per il giudice di pace a seguito della sentenza n. 206 del 2004 della Corte cost. - rappresentano non tanto una regola di giudizio quanto piuttosto una limitazione del potere discrezionale nel determinare la regola equitativa del caso concreto, giacché il risultato della scelta operata dal giudice, pur potendo non coincidere con quello raggiunto dal legislatore, dovrà necessariamente rispettare i principi ai quali questi si è ispirato nel disciplinare la materia. Pertanto, il ricorso per cassazione che denunci, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 4, c.p.c., la violazione di un principio informatore della materia, deve con chiarezza indicare specificamente quale sia il principio violato e come la regola equitativa individuata dal giudice di pace si ponga in contrasto con esso, trattandosi di principi che - non essendo oggettivizzati in norme - devono essere prima individuati da chi ne lamenta la violazione e soltanto successivamente verificati dal giudice di legittimità prima nella loro esistenza e quindi nella loro eventuale violazione. Cass. 10 gennaio 2007, n. 284.

 

In tema di revocazione delle sentenze, poiché il presupposto è che si tratti di sentenze pronunciate in grado di appello o in unico grado (art. 3951 c.p.c.), avverso le sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità - e quindi inappellabili - deve considerarsi pienamente ammissibile la domanda di revocazione. Cass. 8 giugno 2007, n. 13433.

 

Il ricorso per cassazione contro una sentenza del giudice di pace emessa ai sensi dell’art. 113, comma 2, c.p.c. con il quale si censuri l’ammontare delle spese giudiziali liquidate nella sentenza impugnata, per violazione della tariffa professionale, è da ritenere inammissibile. L’impugnazione, infatti, si risolve nella denuncia della violazione di norme di diritto sostanziale, mentre le suddette decisioni del giudice di pace possono essere impugnate per cassazione solo nei casi in cui non siano stati rispettati i principi generali informatori della materia. Non possono pertanto costituire oggetto di censura in sede di legittimità gli inconvenienti pratici conseguenti all’inosservanza di specifici criteri da adottare nella liquidazione delle spese. Cass. 19 febbraio 2008, n. 4252.

 

 

2.3.2. Impugnazione della decisione vertente anche su domanda riconvenzionale di valore superiore a euro 1.100.

Nel caso in cui siano proposte al giudice di pace domanda principale di valore non eccedente i limiti (millecento euro) previsti per la decisione secondo equità e domanda riconvenzionale, connessa con quella principale a norma dell’art. 36 c.p.c., la quale, pur rientrando nella competenza del giudice di pace, superi il limite di valore fissato dalla legge per le pronunce di equità, l’intero giudizio deve essere deciso secondo diritto, con la conseguenza che il mezzo di impugnazione della sentenza è, non già il ricorso per cassazione, ma l’appello, a nulla rilevando che sulla domanda riconvenzionale sia stata emanata una pronuncia a contenuto meramente processuale che non abbia formato oggetto di impugnazione. Cass., Sez. Un., 6 giugno 2005, n. 11701.

 

Quando in un giudizio dinanzi al giudice di pace avente ad oggetto una domanda sottoposta come tale a regola di decisione secondo equità viene proposta una domanda riconvenzionale di competenza del tribunale, la regola di giudizio - indipendentemente dalla concreta soluzione che possa avere la questione sulla sussistenza o meno della connessione ai sensi dell’art. 36 c.p.c. - diventa quella di diritto, con la conseguenza che, nel regime anteriore all’attuale art. 339 c.p.c. (come modificato dall’art. 1, comma 1, del D.Lgs. n. 40 del 2006), la sentenza resa dal giudice di pace su entrambe le domande, così come la decisione parziale resa separatamente sulla riconvenzionale per negare la connessione (con irrituale declaratoria di inammissibilità per tale ragione o con rituale rimessione al tribunale della riconvenzionale) e la successiva sentenza definitiva sulla principale (anche nel caso in cui non sia stata fatta riserva avverso la parziale ed essa sia divenuta definitiva), sono da intendere pronunciate secondo diritto, con la conseguenza della loro appellabilità. Questo regime impugnatorio può escludersi, con la derivante assoggettabilità della relativa statuizione a ricorso per cassazione, solo nell’ipotesi in cui il giudice di pace abbia risolto espressamente la questione del modo della decisione pronunciandosi sul punto ed affermando che la regola di decisione sulla domanda è quella secondo equità. Cass. 30 marzo 2009, n. 7676.

 

 

2.3.3. Regolamento di competenza.

In tema di procedimento dinanzi al giudice di pace, e alla stregua dell’art. 46 c.p.c. - norma che non può ritenersi implicitamente abrogata in seguito alla nuova disciplina introdotta dalla legge n. 374 del 1991 -, le sentenze del giudice di pace non sono impugnabili con regolamento di competenza; tuttavia, qualora si tratti di controversia di valore inferiore ai due milioni di lire, il proposto regolamento può essere convertito in ricorso ordinario per cassazione, ove ricorrano tutti i requisiti formali e sostanziali e sempre che il ricorrente non abbia inequivocabilmente manifestato la volontà di proporre soltanto l’istanza di regolamento. Ne consegue che, qualora davanti al giudice di pace siano promosse due cause, una di valore maggiore a due milioni di lire e l’altra di valore inferiore e, dopo la riunione, venga dichiarata la incompetenza territoriale, il regolamento di competenza eventualmente proposto risulta inammissibile con riguardo alla sentenza relativa alla causa di maggior valore, che era appellabile, mentre nella parte concernente la causa di minor valore, da decidere secondo equità, si può convertire in ricorso ordinario per cassazione per violazione delle norme sulla competenza. Cass. 21 aprile 2005, n. 8359.

 

 

  1. Questioni di legittimità costituzionale.

In tema di impugnazione delle sentenze pronunciate dal giudice di pace, in relazione alle quali, in base agli artt. 339, comma 3, e 113, comma 2, c.p.c., sono da ritenere inappellabili (e perciò immediatamente ricorribili per cassazione) tutte le sentenze pronunciate dal giudice di pace in controversie non eccedenti il valore di 1100 euro, a prescindere dal fatto che esse siano pronunciate secondo diritto o secondo equità (a tal fine dovendo considerarsi non il contenuto della decisione ma solamente il valore della controversia, da determinarsi applicando analogicamente le norme di cui agli artt. 10 ss. c.p.c. in tema di competenza), è manifestamente infondata la questione di legittimità dell’art. 339, comma 3, c.p.c., in combinato disposto con gli artt. da 10 a 14 del medesimo codice, sollevata, in riferimento all’art. 25, comma 1, Cost., sul rilievo che la norma denunciata consentirebbe all’attore di circoscrivere artificiosamente l’entità della propria domanda, così da farla rientrare nei limiti entro cui il giudice di pace decide secondo equità, pur quando invece il valore effettivo della controversia superi tale limite, con l’effetto di precludere alla controparte la possibilità del ricorso in appello dinanzi al tribunale territorialmente competente. Difatti, premesso che al fine di identificare il valore della domanda (cui si correla il regime dell’eventuale successiva impugnazione) deve aversi riguardo a quanto in concreto richiesto dall’attore, anche a prescindere dall’oggetto dell’accertamento che il giudice debba eventualmente compiere quale antecedente logico per decidere il fondamento della domanda, non è ravvisabile alcuna violazione dell’art. 25, comma 1, Cost. nel fatto che, essendo la formulazione della domanda nella disponibilità della parte, anche la determinazione della misura di quello che l’attore intende giudizialmente richiedere è rimessa alla sua scelta; e ciò in quanto il precetto costituzionale implica che il giudice debba essere precostituito secondo criteri generali ed astratti stabiliti dalla legge, ma non esclude certo che siffatti criteri possano essere formulati dal legislatore in relazione al contenuto della domanda che la parte, nella sua discrezionalità, decida di volta in volta di azionare. Cass. 11 gennaio 2006, n. 393.



 
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