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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 114 cod. proc. civile: Pronuncia secondo equità a richiesta di parte

Il giudice, sia in primo grado che in appello, decide il merito della causa secondo equità quando esso riguarda diritti disponibili delle parti e queste gliene fanno concorde richiesta.


Commento

Equità: è un criterio di definizione del giudizio, non stabilito dalla legge ma rimesso al senso di equilibrio del giudice, il quale potrà dettare (equità sostitutiva) o integrare (equità integrativa) la regola applicabile al caso singolo, se ciò è consentito dalla legge o da essa è lasciato alla scelta delle parti, in ragione della disponibilità dei diritti o della modestia economica della questione.


Giurisprudenza annotata

  1. Giudizio secondo equità.

Il potere di emettere una decisione secondo equità ai sensi dell’art. 114 c.p.c. si differenzia dal potere di determinare, nel processo del lavoro, la retribuzione ai sensi dell’art. 36 cost., atteso che, nel primo caso, la decisione viene adottata a prescindere dallo stretto diritto e presuppone l’istanza delle parti, mentre, nel secondo, non è necessaria alcuna richiesta delle parti e la decisione viene adottata secondo le norme di diritto alla stregua della normativa vigente, con applicazione, in via parametrica, del contratto collettivo di settore di cui non sia possibile l’applicazione diretta e sul presupposto che la retribuzione di fatto corrisposta si appalesa rispondente ai criteri di adeguatezza e proporzionalità posti dalla norma costituzionale. Ne consegue che la sentenza con la quale è stata determinata la giusta retribuzione è appellabile ai sensi dell’art. 339, comma 1, c.p.c. Cass. lav., 22 dicembre 2009, n. 26985.

 

 

  1. Richiesta di decisione secondo equità.

La richiesta di giudizio secondo equità, ex art. 114 c.p.c., risolvendosi in un atto di disposizione del diritto controverso, non può essere formulata da difensore privo di mandato speciale; il difetto di tale mandato, tuttavia, può essere fatto valere soltanto col tempestivo ricorso per cassazione e non rende appellabile la sentenza ugualmente pronunciata secondo equità. Cass. lav., 13 agosto 2001, n. 11072.

 

  1. Differenze rispetto al potere di liquidare il danno in via equitativa ex art. 1226 c.c.

Diverso dal potere di emettere la decisione secondo equità - che a norma dell’art. 114 c.p.c. attiene alla decisione nel merito della controversia, e presuppone sempre una concorde richiesta delle parti - è il potere di liquidare in via equitativa il danno (ai sensi dell’art. 1226 c.c.), che consiste nella possibilità per il giudice di ricorrere, anche d’ufficio, a criteri equitativi per supplire all’impossibilità della prova del danno risarcibile nel suo preciso ammontare. Cass. 15 maggio 2009, n. 11331; conforme Cass. 11 novembre 2005, n. 22895; Cass. 11 dicembre 2007, n. 25943; Cass. 25 febbraio 2000, n. 2148; Cass. 11 agosto 1997, n. 7459; App. Reggio Calabria, 3 marzo 2003.

 

Non costituisce estensione del "petitum" o domanda nuova, né modifica la materia del contendere, la richiesta di liquidazione del danno in via equitativa, quando la domanda formulata nell'atto introduttivo abbia avuto ad oggetto il risarcimento del danno da determinarsi in corso di giudizio. Rigetta, App. Roma, 11/11/2009.Cassazione civile sez. II  28 gennaio 2015 n. 1589  

 

L’esercizio del potere discrezionale di liquidare il danno in via equitativa, conferito al giudice dagli art. 1226 e 2056 c.c., espressione del più generale potere di cui all’art. 114 c.p.c., dà luogo non già a un giudizio di equità, ma a un giudizio di diritto caratterizzato dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva o integrativa, che, pertanto, da un lato è subordinato alla condizione che risulti obiettivamente impossibile, o particolarmente difficile per la parte interessata, provare il danno nel suo preciso ammontare, dall’altro non ricomprende anche l’accertamento del pregiudizio della cui liquidazione si tratta, presupponendo già assolto l’onere della parte di dimostrare la sussistenza e l’entità materiale del danno, né esonera la parte stessa dal fornire gli elementi probatori e i dati di fatto dei quali possa ragionevolmente disporre, affinché l’apprezzamento equitativo sia, per quanto possibile, ricondotto alla sua funzione di colmare solo le lacune insuperabili nell’iter della determinazione dell’equivalente pecuniario del danno. Cass. 27 settembre 2011, n. 19756.

 

 



 
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