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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 115 cod. proc. civile: Disponibilità delle prove

Salvi i casi previsti dalla legge (1), il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero (2), nonchè i fatti non specificatamente contestati dalla parte costituita (3).

Il giudice può tuttavia, senza bisogno di prova, porre a fondamento della decisione le nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza (4).


Commento

(1) Oltre alle ipotesi specifiche di poteri istruttori officiosi del giudice di cui agli artt. 117 (interrogatorio libero delle parti), 118 (ispezione di persone e di cose), 213 (richiesta di informazioni alla P.A.), 257 (assunzione di nuovi testimoni), 421, 442 (poteri istruttori del giudice in controversie di lavoro e di previdenza ed assistenza obbligatorie), 714 (poteri istruttori nei procedimenti di interdizione o inabilitazione), il d.lgs. 51/1998 ha generalizzato, nei procedimenti davanti al tribunale in composizione monocratica il potere del giudice di disporre ex officio la prova testimoniale formulandone i capitoli, quando le parti nell’esposizione dei fatti si siano riferite a persone che appaiono in grado di conoscere la verità.

 

(2) Gli artt. 2697-2698 c.c. impongono a chi voglia far valere un diritto in giudizio di provarne i fatti che ne sono a fondamento: è il principio dell’onere della prova.

 

(3) La l. 69/2009 ha introdotto l’onere per ciascuna parte costituita di prendere posizione in maniera specifica in merito ai fatti dedotti dalla controparte, rendendo, in tal modo, più agevole il controllo sul leale comportamento delle parti nel corso del processo. Si supera, pertanto, l’orientamento giurisprudenziale secondo cui non rilevava in linea generale che i fatti non fossero contestati, mancando nell’ordinamento processuale un principio che vincolasse la parte alla contestazione specifica di ogni situazione di fatto dedotta ex adverso, per evitare le conseguenze della loro pacificità. Si era, infatti, precisato che la contestazione generica non equivaleva ad ammissione e che l’atteggiamento, non estrinsecatosi in una precisa contestazione, malgrado la presenza di norme che erano venute affermando l’onere delle parti di prendere posizione quanto ai fatti allegati dalle altre e di farlo subito (artt. 167 e 416), non liberava la parte che ne aveva l’onere dalla necessità di provarli, sebbene da quel comportamento il giudice potesse desumere argomenti di prova.

 

(4) Conformemente al divieto per il giudice di far ricorso alla propria scienza privata, costui può porre a fondamento della decisione i cd. fatti notori, che le parti non hanno bisogno di provare in quanto veri per la loro diffusività ed oggettività. Le nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza cui allude l’articolo in esame, infatti, sono eventi di carattere generale ed obiettivo, che proprio perché tali (come, ad esempio, la svalutazione monetaria oppure un fatto di guerra) non hanno bisogno di essere provati nella loro specificità. In particolare, perché un fatto rivesta carattere di notorietà, occorre che esso sia acquisito alla cultura media della collettività, anche se di un determinato luogo, restando esclusa da detta norma l’utilizzabilità di nozioni eventualmente rientranti nella scienza personale del giudice.


Giurisprudenza annotata

  1. Portata e limiti del principio.

In virtù del principio dispositivo delle prove, ciascuna delle parti è libera di ritirare il proprio fascicolo e di omettere la restituzione del medesimo: in tal caso, tuttavia, il giudice non resta esonerato dal dovere di pronunciare nel merito della causa, sulla base delle risultanze istruttorie ritualmente acquisite e degli atti riscontrabili nel fascicolo dell’altra parte ed in quello di ufficio. Cass. 26 aprile 2010, n. 9917.

 

Il potere di liquidare il danno in via equitativa, conferito al giudice dagli art. 1226 e 2056 c.c., costituisce espressione del più generale potere di cui all’art. 115 c.p.c. ed il suo esercizio rientra nella discrezionalità del giudice di merito, senza necessità della richiesta di parte, dando luogo ad un giudizio di diritto caratterizzato dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva od integrativa, con l’unico limite di non potere surrogare il mancato accertamento della prova della responsabilità del debitore o la mancata individuazione della prova del danno nella sua esistenza, dovendosi, peraltro, intendere l’impossibilità di provare l’ammontare preciso del danno in senso relativo e ritenendosi sufficiente anche una difficoltà solo di un certo rilievo. In tali casi, non è, invero, consentita al giudice del merito una decisione di non liquet, risolvendosi tale pronuncia nella negazione di quanto, invece, già definitivamente accertato in termini di esistenza di una condotta generatrice di danno ingiusto e di conseguente legittimità della relativa richiesta risarcitoria. Cass. 12 ottobre 2011, n. 20990.

 

Il giudice di appello, pur in mancanza di specifiche deduzioni sul punto, deve valutare tutti gli elementi di prova acquisiti, quand’anche non presi in considerazione dal giudice di primo grado, poiché in materia di prova vige il principio di acquisizione processuale, secondo il quale le risultanze istruttorie comunque ottenute, e quale che sia la parte ad iniziativa o a istanza della quale siano formate, concorrono tutte indistintamente alla formazione del convincimento del giudice. Cass. 30 gennaio 2012, n. 1303.

 

Affinché sia rispettata la prescrizione desumibile dal combinato disposto dell’art. 132 n. 4 e degli artt. 115 e 116 c.p.c., non si richiede al giudice del merito di dar conto dell’esito dell’avvenuto esame di tutte le prove prodotte o comunque acquisite e di tutte le tesi prospettategli, ma di fornire una motivazione logica ed adeguata dell’adottata decisione evidenziando le prove ritenute idonee e sufficienti a suffragarla ovvero la carenza di esse. Cass. 20 febbraio 2012, n. 2412.

 

 

  1. Ambito applicativo.

Nel giudizio di responsabilità amministrativa non trova applicazione l’art. 115 c.p.c., per il quale il giudice è rigidamente tenuto alla valutazione delle prove dedotte dalle parti, bensì la specifica norma dell’art. 14 R.D. n. 1038 del 1933, che attribuisce poteri di iniziativa processuale al giudice. Corte conti Lazio, sez. giur., 12 aprile 2010, n. 787.

 

 

  1. Dai fatti pacifici all’onere della contestazione.

I fatti allegati da una parte, in tanto possono considerarsi pacifici, in quanto siano stati esplicitamente ammessi dall’altra parte, ovvero quando quest’ultima abbia impostato le proprie difese su argomenti logicamente incompatibili con il disconoscimento dei fatti stessi, oppure si sia limitata a contestarne esplicitamente e specificamente taluni soltanto, evidenziando in tal modo il proprio disinteresse ad un accertamento degli altri e ciò perché nel vigente ordinamento non sussiste un principio che vincoli alla contestazione specifica di ogni situazione di fatto dichiarata dalla controparte. Trib. Salerno, 7 maggio 2009.

Conf.: Quando, invece, la mancata espressa contestazione della circostanza si fonda sull’assunto della non pertinenza del fatto dedotto al giudizio in corso, l’attore non è esonerato dall’onere di provare il fatto stesso e, in mancanza di tale prova, il ricorso alle presunzioni è rimesso alla discrezionalità del giudice di merito, il cui apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità, se adeguatamente e correttamente motivato. Cass. 24 novembre 2010, n. 23816.

 

Il principio di non contestazione, oggi espressamente contemplato dall’art. 115 c.p.c., a seguito della riforma di cui alla L. n. 69 del 2009, costituisce un principio generale del sistema processuale, vigente anche in epoca anteriore alla sua esplicita codificazione. T.A.R. Calabria, Catanzaro, 8 aprile 2011, n. 498.

Conf.: Il principio di non contestazione di cui al novellato art. 115 c.p.c. aveva in realtà già da diversi anni trovato cittadinanza nell’ordinamento, in virtù di un’interpretazione sistematica ormai consolidata da parte della S.C. Pertanto, l’intervento legislativo del 2009, non può essere ricostruito come una vera e propria modifica normativa, ma piuttosto come una mera ricognizione di un precetto già sancito in via interpretativa sulla base del dato normativo pregresso. Consegue che il suddetto principio, così come ricostruito dalla giurisprudenza a partire dal 2002, deve essere utilizzato anche nella decisione delle controversie sorte anteriormente al 4 luglio 2009. Trib. Piacenza, 2 febbraio 2010; conforme Trib. Piacenza, 23 febbraio 2012; contra Trib. Catanzaro, 18 gennaio 2011.

 

 

3.1. Fatti principali.

Il difetto di contestazione implica l’ammissione dei fatti dedotti in giudizio se si tratta di fatti c.d. principali, ossia costitutivi del diritto azionato, mentre per i fatti c.d. secondari, ossia dedotti in esclusiva funzione probatoria, la non contestazione costituirebbe argomento di prova ai sensi dell’art. 116 comma 2 c.p.c. (Trib. Catanzaro II, 18 gennaio 2011.

Contra: Ogni volta che sia posto a carico di una delle parti un onere di allegazione e di prova, il corretto sviluppo della dialettica processuale impone che l’altra parte prenda posizione in maniera precisa, rispetto alle affermazioni della parte onerata, nella prima occasione processuale utile; in mancanza, il giudice deve porre a fondamento della decisione i fatti che non sono stati specificamente contestati dalla parte costituita, sia che si tratti di fatti principali che di fatti secondari, ossia probatori. Trib. Rovereto, 3 dicembre 2009.

 

 

3.2. Diritti indisponibili.

È ben vero che il principio di non contestazione - ricostruito dal vigente art. 115 c.p.c. come tecnica di semplificazione processuale, ossia come “relevatio ab onere probandi”, applicabile anche ai procedimenti sommari - non opera in relazione ai diritti non disponibili, e quindi nei procedimenti per la dichiarazione di fallimento di cui all’art. 15 L. fall., ma anche in tali processi, ove si controverta di diritti indisponibili (e tali non sono invece quelli di cui agli art. 95 e 101 L. fall.), la non contestazione è, comunque, valutabile ai sensi dell’art. 116 comma 2 c.p.c. Trib. Monza, 29 settembre 2010.

 

 

3.3. Contestazione specifica.

L’onere di specifica contestazione, introdotto, per i giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della L. n. 353 del 1990, dall’art. 167, comma 1, c.p.c., imponendo al convenuto di prendere posizione sui fatti posti dall’attore a fondamento della domanda, comporta che i suddetti fatti, qualora non siano contestati dal convenuto stesso, debbono essere considerati incontroversi e non richiedenti una specifica dimostrazione. Ne consegue che la contestazione limitata solo ad alcuni dei fatti “ex adverso” allegati, pur se ritenuta decisiva dalla parte interessata, non riveste carattere assorbente e non rende superflua qualsiasi contestazione sulle allegazioni relative a fatti ulteriori che, in caso di rigetto della contestazione ritenuta pregiudiziale e dirimente, potrebbero assumere carattere rilevante ai fini della decisione. Cass. 19 agosto 2009, n. 18399.

 

L’onere di specifica contestazione dei fatti allegati dall’attore, imposto dall’art. 115 c.p.c. (nella formulazione posteriore alla L. n. 69 del 2009), non può essere “aggirato” attraverso un’immotivata dichiarazione di mancata conoscenza dei fatti. Trib. Cuneo, 5 ottobre 2010.

 

 

3.4. Contestazione tardiva.

La contestazione tardiva dei fatti ex art. 115 c.p.c. sulla disponibilità delle prove è ammessa solo in presenza dei presupposti per la rimessione in termini, pertanto esaurita la fase dell’ammissione delle prove, la non contestazione diventa tendenzialmente irreversibile. Trib. Varese, 14 ottobre 2011.

 

 

3.5. Contumacia.

L’esclusione dei fatti non contestati dal thema probandum non può ravvisarsi in caso di contumacia del convenuto, in quanto la non negazione fondata sulla volontà della parte non può presumersi per il solo fatto del non essersi la stessa costituita in giudizio, non essendovi un onere in tal senso argomentabile dal sistema; pertanto, al convenuto, costituitosi in appello, non è precluso contestare i fatti costitutivi e giustificativi allegati dall’attore a sostegno della domanda. Cass. 23 giugno 2009, n. 14623.

 

Qualora la domanda risarcitoria sia esaurientemente provata dai documenti offerti dall’attore, oltre che nell’an debeatur anche nel quantum, il convenuto non si sia costituito in giudizio e tale comportamento è valutabile dal giudice quale argomento di prova ex art. 116 c.p.c., la domanda merita accoglimento. Trib. Roma, 9 febbraio 2009.

 

 

3.6. Casistica.

Nel rito del lavoro, la mancata contestazione di un fatto costitutivo della domanda, ai sensi dell’art. 416, comma 3, c.p.c., esclude il fatto non contestato dal tema di indagine solo allorché il giudice non sia in grado, in concreto, di accertarne l’esistenza o l’inesistenza, ex officio, in base alle risultanze ritualmente acquisite. Cass. lav., 4 aprile 2012, n. 5363.

 

Anche nelle controversie in tema di riscatto o prelazione agrari la non contestazione del convenuto costituisce un comportamento univocamente rilevante ai fini della determinazione dell’oggetto del giudizio, con effetti vincolanti per il giudice, che dovrà astenersi da qualsivoglia controllo probatorio del fatto non contestato acquisito al materiale processuale e dovrà, perciò, ritenerlo sussistente, in quanto l’atteggiamento difensivo delle parti espunge il fatto stesso dall’ambito degli accertamenti richiesti. Cass. 9 marzo 2012, n. 3727.

 

In tema di ingiunzione una mancata tempestiva contestazione delle fatture ricevute ovvero del sollecito di pagamento, relativo ad una prestazione pacificamente eseguita e ricevuta permette di individuare nella condotta “de qua” un comportamento tacito concludente. Trib. Roma, 19 settembre 2011.

 

Si applica al giudizio amministrativo il principio generale di non contestazione di cui all’art. 115 c.p.c., come modificato dalla L. n. 69/2009. T.A.R. Piemonte, Torino, 29 gennaio 2010, n. 454.

 

 

  1. Potere del giudice di ricorrere alle nozioni di comune esperienza.

Il giudice è tenuto ad avvalersi, come regola di giudizio destinata a governare sia la valutazione delle prove, che l’argomentazione di tipo presuntivo, delle massime d’esperienza (o nozioni di comune esperienza), da intendersi come proposizioni di ordine generale tratte dalla reiterata osservazione dei fenomeni naturali o socioeconomici. Ne consegue che il mancato ricorso, da parte del giudice del merito, a dette massime, in quanto interferente sulla valutazione del fatto, è suscettibile di essere apprezzato sotto il profilo del vizio della motivazione, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. Cass. 28 ottobre 2010, n. 22022.

 

Le massime o nozioni di comune esperienza costituiscono regole di giudizio di carattere generale, derivanti dall’osservazione reiterata di fenomeni naturali e socioeconomici di cui il giudice è tenuto ad avvalersi, in base all’art. 115 c.p.c., come regola di giudizio destinata a governare sia la valutazione delle prove che l’argomentazione di tipo presuntivo. Equità ed esperienza, tuttavia, costituiscono tecniche di apprezzamento dei fatti che, per quanto omogenee, non sono tra loro sovrapponibili; ne consegue che la quantificazione di una somma (nella specie, concernente le prestazioni extra contratto di un appalto) può logicamente ascriversi a regole di esperienza solo quando abbia ad oggetto una prestazione di carattere usuale suscettibile di oscillazioni minime da caso a caso, oppure quando tale determinazione costituisca la risultante concreta di fatti notori e di nozioni di pratica comune. Cass. 4 ottobre 2011, n. 20313.

 

Il fatto notorio, ex art. 115 comma 2, c.p.c. va ricondotto ad una nozione rigorosa, che lo qualifichi quale fatto acquisito alla conoscenza della collettività (anche del solo luogo ove esso è invocato) con tale grado di certezza da apparire indubitabile e incontestabile. Cons. St., 8 luglio 2011, n. 4102.

 

 

4.1. Ambito del sindacato di legittimità.

Il ricorso al fatto notorio, ai sensi dell’art. 115 comma 2, c.p.c., attiene all’esercizio di un potere discrezionale riservato al giudice di merito; pertanto, l’esercizio, sia positivo che negativo, di tale potere non è sindacabile in sede di legittimità, ed egli non è tenuto ad indicare gli elementi sui quali la determinazione si fonda, essendo, invece, censurabile l’assunzione, a base della decisione, di un’inesatta nozione del notorio, che va inteso quale fatto generalmente conosciuto, almeno in una determinata zona (cd. notorietà locale) o in un particolare settore di attività o di affari da una collettività di persone di media cultura. Cass. 18 luglio 2011, n. 15715.

 

L’affermazione circa la sussistenza di un fatto notorio, ai sensi dell’art. 115, comma 2, c.p.c., vale a dire rientrante nel bagaglio delle normali cognizioni di un individuo medio in determinate condizioni di tempo e luogo, non può essere censurata in sede di legittimità negandosi la notorietà del fatto assunto, ma solo prospettando l’inesatta deduzione dei requisiti del “notorio” ovvero elementi specifici e significativi atti ad escludere l’utilizzabilità in concreto della nozione stessa e ad infirmare sul piano motivazionale la relativa argomentazione (in particolare v. Cass. 20965/2008, 13056/2007), restando fuori da tali casi insindacabile, in quanto costituente esercizio di un potere discrezionale riservato al giudice di merito (v. Cass. 13073/2004, 5493/2004, 12212/2003), il ricorso da parte di quest’ultimo alle ordinarie conoscenze, che rientrino nella cultura di un uomo medio, sia pure in particolari zone e settori di attività. In particolare il “notorio” oggi ricorre quando una persona di ordinario livello intellettivo e culturale vivente in quel contesto storico ed ambientale, può avere agevole conoscenza del “fatto” ritenuto noto, anche tramite elementi che possono essere tratti dalle correnti informazioni frequentemente diffuse da organi di stampa o radiotelevisivi, al la cui opera informativa e divulgativa va ormai riconosciuto, agli effetti dell’art. 115, comma 2, c.p.c., l’innalzamento della soglia del c.d. “notorio”, costituente l’ordinario patrimonio di conoscenza dell’uomo medio, rispetto a precedenti epoche, caratterizzate da un più basso livello socio-culturale generale della popolazione e da minore capacità diffusiva dei mezzi d’informazione di massa. Cass. 19 agosto 2010, n. 18748.

 

 

4.2. Casistica.

Il ricorso alle nozioni di comune esperienza (fatto notorio) comporta una deroga al principio dispositivo ed al contraddittorio, in quanto introduce nel processo civile prove non fornite dalle parti e relative a fatti dalle stesse non vagliati né controllati e, perciò, va inteso in senso rigoroso, ossia quale fatto acquisito alle conoscenze della collettività; pertanto, non configura un fatto notorio la conoscenza che derivi al giudice dalla pregressa trattazione di analoghe controversie, in quanto essa è riconducibile alla scienza privata del giudice. Cass. 27 febbraio 2004, n. 3980.

 

Se non si ritenesse che un impianto di allarme specifico possa in qualche misura essere utile per evitare un furto o per attenuarne le conseguenze non vi sarebbe allora alcuna ragione per installarlo: pertanto, la potenziale utilità allo scopo dell’allarme antifurto può dirsi costituire nozione di fatto rientrante nella comune esperienza per gli effetti di cui all’art. 115, secondo comma, c.p.c. Cass. 10 aprile 2012, n. 5644.

 

L’affermazione che la ricerca del proprio veicolo rimosso provochi stress non può dirsi del tutto ingiustificata alla luce della comune esperienza Cass. 23 marzo 2011, n. 6712.

 

In tema di responsabilità medica, riveste carattere di inescusabilità il comportamento del medico ginecologo che, a fronte della denuncia di una sintomatologia che induce il sospetto di una neoplasia al seno - la quale costituisce uno dei casi in cui il tumore è tanto più efficacemente curabile, quanto più tempestivamente si intervenga, secondo un dato di comune esperienza che emerge dalla osservazione dei fenomeni sociali (e che, come tale, rappresenta una regola di giudizio alla quale il giudice del merito si deve attenere) - non visiti, né faccia visitare da altri la paziente e rinvii ad un futuro indeterminato ulteriori accertamenti. Cass. 29 novembre 2010, n. 24143.



 
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