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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 116 cod. proc. civile: Valutazione delle prove

Il giudice deve valutare le prove secondo il suo prudente apprezzamento, salvo che la legge disponga altrimenti (1).

Il giudice può desumere argomenti di prova dalle risposte che le parti gli danno a norma dell’articolo seguente, dal loro rifiuto ingiustificato a consentire le ispezioni che egli ha ordinate e, in generale, dal contegno delle parti stesse nel processo.


Commento

(1) Si tratta delle cd. prove legali, quali le prove documentali (atto pubblico e scrittura privata autenticata o riconosciuta) o quelle assunte nel processo come la confessione [v. 228 e ss.], il giuramento [v. 233 e ss.] e la testimonianza [v. 244 e ss.]: in presenza di una prova legale al giudice è inibita qualsiasi valutazione sul contenuto della stessa, dovendosi semplicemente attenere alle risultanze della prova offerta, così come legalmente stabilito.


Giurisprudenza annotata

  1. Principio del libero convincimento del giudice.

In tema di valutazione delle prove, nel nostro ordinamento, fondato sul principio del libero convincimento del giudice, non esiste una gerarchia di efficacia delle prove, nel senso che, fuori dai casi di prova legale, esse, anche se hanno carattere indiziario, sono tutte liberamente valutabili dal giudice di merito per essere poste a fondamento del suo convincimento, del quale il giudice deve dare conto con motivazione il cui unico requisito è l’immunità da vizi logici. Cass. 8 maggio 2006, n. 10499; conforme Cass. 6 febbraio 2003, n. 1747; Cass. 12 maggio 1999, n. 4687.

Contra: Il potere del giudice di libera valutazione della prova, secondo il suo prudente apprezzamento, non consente allo stesso di attribuire efficacia probatoria esaustiva ad elementi di prova meramente indiziari, quale è l’attestazione scritta di un soggetto privato, valutabili, specie se ne è contestato il contenuto, solo in relazione alle altre prove. Cass. 26 ottobre 1993, n. 10620.

 

Il danno patrimoniale da perdita di "chance" è un danno futuro, consistente nella perdita non di un vantaggio economico, ma della mera possibilità di conseguirlo, secondo una valutazione "ex ante" da ricondursi, diacronicamente, al momento in cui il comportamento illecito ha inciso su tale possibilità in termini di conseguenza dannosa potenziale; l'accertamento e la liquidazione di tale perdita, necessariamente equitativa, sono devoluti al giudice di merito e sono insindacabili in sede di legittimità se adeguatamente motivati. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza del giudice di merito, che, inquadrata la responsabilità per tardiva trasposizione legislativa delle direttive CEE, relative al compenso in favore dei medici ammessi ai corsi di specializzazione universitari, nell'ambito della responsabilità per inadempimento dell'obbligazione "ex lege" dello Stato, aveva identificato la "chance" perduta nella possibilità di godere dei benefici effettivi sullo sviluppo professionale derivanti da una tempestiva attuazione delle direttive ed aveva liquidato il danno in ragione di un criterio prognostico, basato sulle concrete e ragionevoli possibilità di risultati utili). Cassa con rinvio, App. Salerno, 14/04/2011. Cassazione civile sez. III  12 febbraio 2015 n. 2737  

 

 

1.1. Valutazione delle prove e ambito del sindacato di legittimità.

La valutazione delle risultanze istruttorie e la scelta, tra di esse, di quelle che siano idonee a sorreggere la decisione è riservata, salvo alcune specifiche ipotesi di prova legale, al giudice del merito, il quale è soggetto solo al limite legale di dover dare, delle determinazioni prese, congrua ed esatta motivazione che consenta il controllo del criterio logico seguito. Ne consegue che non può essere considerato vizio logico della motivazione la maggiore o minore rispondenza del fatto nei suoi vari aspetti, o un migliore coordinamento dei dati, o un loro più opportuno o appagante collegamento, rientranti appunto nell’ambito dell’apprezzamento a tale giudice riservato, salvo il limite del contrasto con la logica e la razionalità. Cass. 2 aprile 2004, n. 6519; conforme Cass. lav., 1 settembre 2003, n. 12747; Cass. 9 maggio 2003, n. 7058; Cass. lav., 9 novembre 2001, n. 13910.

 

La violazione del principio di cui all’art. 116 c.p.c. sulla valutazione delle prove è censurabile in cassazione, ai sensi dell’art. 360, n. 4, c.p.c., solo se il giudice di merito valuta una prova e in genere una risultanza probatoria non già secondo il suo prudente apprezzamento, ma sulla scorta di altri e diversi valori, oppure attribuisca ad essa un valore legale tipico che il legislatore preveda per una diversa risultanza probatoria. Cass. 20 dicembre 2007, n. 26965.

 

L’art. 116 c.p.c. conferisce al giudice di merito il potere discrezionale di trarre elementi di prova dal comportamento processuale delle parti ed il mancato uso di tale potere non è censurabile in sede di legittimità, neppure sotto il profilo del difetto di motivazione, allorché il giudice abbia deciso di non utilizzare tale argomento sussidiario, avendo già acquisito i necessari elementi di prova in base alle risultanze dell’istruttoria. Cass. 5 dicembre 2011, n. 26088.

 

 

1.2. Apprezzamento del giudice circa la valenza probatoria delle presunzioni.

Il procedimento valutativo della prova per presunzioni si articola in due indefettibili momenti. In particolare il giudice del merito deve, innanzitutto, valutare in maniera analitica ognuno degli elementi indiziari per scartare quelli intrinsecamente privi di rilevanza e per conservare quelli che, presi singolarmente, rivestano i caratteri della precisione e della gravità, ossia presentino una positività parziale o almeno potenziale di efficacia probatoria. Successivamente lo stesso giudice deve procedere a una valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi isolati e accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova presuntiva che, magari non potrebbe dirsi raggiunta con certezza, considerando atomisticamente uno o alcuni indizi. Deriva, da quanto precede, pertanto, che la decisione con la quale il giudice del merito si sia limitato a negare valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziaria, non fossero in grado di acquisirla ove valutati nella loro sintesi (nel senso che ognuno avrebbe potuto rafforzare e trarre vigore dall’altro in un rapporto di vicendevole completamento) è viziata da errore di diritto e, di conseguenza, censurabile in sede di legittimità perché si traduce nella falsa applicazione della norma posta dall’art. 2727 c.c. Cass. trib., 16 maggio 2007, n. 11206.

 

La prova per presunzioni costituisce prova «completa» alla quale il giudice di merito può legittimamente ricorrere, anche in via esclusiva, nell’esercizio del potere discrezionale, istituzionalmente demandatogli, di individuare le fonti di prova, di controllarne l’attendibilità, di scegliere, tra gli elementi probatori sottoposti al suo esame, quelli ritenuti più idonei a dimostrare i fatti costitutivi della domanda o dell’eccezione, senza che possa, per converso, legittimamente predicarsi l’esistenza, nel complessivo sistema processualcivilistico, di una gerarchia delle fonti di prova, salvo il limite della motivazione del proprio convincimento da parte del giudicante e quello della ammissione dell’eventuale prova contraria al fatto ignoto che si pretende di provare tramite presunzioni, ove ciò sia richiesto da una delle parti - e la relativa prova non risulti inammissibile o ininfluente. Cass. 4 marzo 2005, n. 4743; conforme Cass. 31 gennaio 2008, n. 2394.

 

 

1.3. Valutazione della prova testimoniale.

La valutazione delle risultanze delle prove e il giudizio sull’attendibilità dei testi, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili, senza essere tenuto ad un’esplicita confutazione degli altri elementi probatori non accolti, anche se allegati dalle parti. La valutazione delle deposizioni testimoniali, sia il giudizio sull’attendibilità dei testi, sulla credibilità e sulla rilevanza probatoria delle loro affermazioni sono rimessi al libero convincimento del giudice del merito, il quale può anche fondare la propria decisione sulla deposizione di un solo, teste, purché adeguatamente motivata, non esistendo nell’ordinamento giuridico limitazione alcuna in ordine alla valutazione della prova testimoniale in relazione al numero dei testimoni. Cass. 10 ottobre 2011, n. 20802.

 

In tema di valutazione delle prove, l’art. 122 c.p.c. che prescrive l’uso della lingua italiana in tutto il processo, non esonera il giudice dall’obbligo di prendere in considerazione qualsiasi elemento probatorio decisivo, ancorché espresso in lingua diversa da quella italiana, restando affidato al suo potere discrezionale il ricorso ad un interprete a seconda che sia o meno in grado di comprenderne il significato o che in ordine ad esso sorgano contrasti tra le parti. Ne consegue che il giudice del merito non può da un lato dichiarare nulla la deposizione testimoniale resa nell’unica lingua, nella specie l’inglese, conosciuta dal teste, in mancanza dell’interprete in udienza, e dall’altro non riconoscere alcun valore giuridico alla dichiarazione del teste tradotta in italiano, atteso che agli scritti provenienti da terzi può riconoscersi, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., valore probatorio indiziario, in concorso con altri elementi idonei a suffragarne l’attendibilità. Cass. 24 gennaio 2011, n. 1608.

 

La capacità a testimoniare differisce dalla valutazione sull’attendibilità del teste, operando le stesse su piani diversi, atteso che l’una, ai sensi dell’art. 246 c.p.c., dipende dalla presenza in un interesse giuridico (non di mero fatto) che potrebbe legittimare la partecipazione del teste al giudizio, mentre la seconda afferisce alla veridicità della deposizione che il giudice deve discrezionalmente valutare alla stregua di elementi di natura oggettiva (la precisione e completezza della dichiarazione, le possibili contraddizioni, ecc.) e di carattere soggettivo (la credibilità della dichiarazione in relazione alle qualità personali, ai rapporti con le parti ed anche all’eventuale interesse ad un determinato esito della lite), con la precisazione che anche uno solo degli elementi di carattere soggettivo, se ritenuto di particolare rilevanza, può essere sufficiente a motivare una valutazione di inattendibilità. Cass. 30 marzo 2010, n. 7763.

 

In tema di prova testimoniale, l’insussistenza (per effetto della sentenza della Corte cost. n. 248 del 1994) del divieto di testimoniare sancito per i parenti dall’art. 247 c.p.c. non consente al giudice di merito una aprioristica valutazione di non credibilità delle deposizioni rese dalle persone indicate da detta norma, ma neppure esclude che l’esistenza di uno dei vincoli in essa indicati possa, in concorso con ogni altro utile elemento, essere considerato dal giudice di merito -la cui valutazione non è censurabile in sede di legittimità ove correttamente ed adeguatamente motivata ai fini della verifica della maggiore o minore attendibilità delle deposizioni stesse. Cass. lav., 28 luglio 2010, n. 17630.

 

Qualora il giudice del merito ritenga sussistente un insanabile contrasto tra le deposizioni rese dai testimoni in ordine ai fatti costitutivi della domanda, fondando siffatto convincimento non sul rapporto strettamente numerico dei testi, bensì sul dato oggettivo di detto contrasto, ritenuto ostativo al raggiungimento della certezza necessaria alla decisione e, con apprezzamento di fatto congruamente motivato, reputi non superabile il contrasto sulla scorta delle ulteriori risultanze istruttorie, ritenute altresì inidonee a dimostrare la fondatezza della domanda, l’insufficienza della prova si riverbera in danno della parte sulla quale grava l’onere della prova, comportando, conseguentemente, il rigetto della domanda da questa proposta. Cass. 15 febbraio 2010, n. 3468.

 

 

1.4. Valutazione della c.t.u.

La consulenza tecnica, che in genere non è mezzo di prova bensì strumento di valutazione dei fatti già probatoriamente acquisiti, può costituire fonte oggettiva di prova quando si risolva nell’accertamento di situazioni rilevabili solo con l’ausilio di specifiche cognizioni o strumentazioni tecniche, come avviene con la consulenza grafica, che è il principale strumento di accertamento dell’autenticità della sottoscrizione. Ne consegue che il giudice può aderire alle conclusioni della consulenza grafica senza essere tenuto a motivare l’adesione, salvo che dette conclusioni non formino oggetto di specifiche censure. Cass. lav., 19 gennaio 2011, n. 1149.

Conf.: Il giudice può condividere e fare proprie le motivazioni svolte dal proprio consulente qualora in modo logico e con giudizio non affetto da nullità ha negato la tesi avanzata dalla parte attrice. Trib. Trieste, 19 ottobre 2011.

 

Il provvedimento che dispone una consulenza tecnica di ufficio rientra nel potere discrezionale del giudice del merito, insindacabile in sede di legittimità, se adeguatamente sostenuto dalla necessità di risolvere questioni implicanti specifiche cognizioni tecniche. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto insindacabile la valutazione di disporre consulenza tecnica contabile per l'accertamento di crediti retribuitivi, in relazione ad un rapporto di lavoro contestato nella sua esistenza, con formulazione di un quesito articolato su un doppio conteggio - avuto riguardo al c.c.n.l. applicabile ed ai principi normativi di riferimento - poiché giustificato dalle deduzioni delle parti). Rigetta, App. Messina, 06/07/2007

Cassazione civile sez. lav.  02 marzo 2015 n. 4185  

 

Le dichiarazioni rese dalla parte al c.t.u. in sede di espletamento dell’incarico, lungi dall’avere valore di confessione, danno luogo unicamente a elementi liberamente apprezzabili dal giudice e al più produttivi di presunzioni peraltro vincibili mediante qualsiasi mezzo di prova. App. Firenze, 23 marzo 2009.

 

 

1.5. Documenti. Casistica.

Gli atti ed i certificati della P.A., essendo assistiti da una presunzione di legittimità, in difetto di prova contraria, possono essere posti a base della decisione anche quando la P.A. che li ha emessi sia parte in causa. Cass. 2 marzo 2012, n. 3253.

 

L’attestazione amministrativa (o certificazione in senso improprio), vale a dire la dichiarazione di scienza relativa a circostanze che il soggetto dichiarante abbia tratto da un accertamento o un’ispezione su documenti nella sua disponibilità per ragioni d’ufficio, non può costituire piena prova a favore dell’Amministrazione da cui provenga, che di essa intenda avvalersi in causa. Cass. 23 agosto 2011, n. 17524.

 

Le attestazioni contenute in una cartella clinica, redatta da un’azienda ospedaliera pubblica, o da un ente convenzionato con il servizio sanitario pubblico, hanno natura di certificazione amministrativa, cui è applicabile lo speciale regime di cui agli art. 2699 e ss. c.c., per quanto attiene alle sole trascrizioni delle attività espletate nel corso di una terapia o di un intervento, restando, invece, non coperte da fede privilegiata le valutazioni, le diagnosi o, comunque, le manifestazioni di scienza o di opinione in essa espresse. Cass. 30 novembre 2011, n. 25568.

 

La pericolosità della condotta di guida prevista dall’art. 141 c. strad. deve essere desunta dalle caratteristiche e dalle condizioni della strada e del traffico e da ogni altra circostanza di qualsiasi natura; pertanto, la relativa valutazione costituisce il portato di un giudizio dei verbalizzanti che implica un’attività di elaborazione da parte degli stessi, i quali devono rilevare i fatti in accadimento e sottoporli a critica, per desumerne la valutazione di congruità ai criteri di buona condotta di guida o, appunto, di pericolosità. Ne consegue che detta valutazione è priva dell’efficacia probatoria privilegiata prevista dall’art. 2700 c.c. e la sua contestazione nel giudizio di opposizione non richiede la proposizione della querela di falso. Cass. 22 giugno 2010, n. 15108.

 

Le scritture contabili, pur se regolarmente tenute, non hanno valore di prova legale a favore dell’imprenditore che le ha redatte, spettando sempre la loro valutazione al libero apprezzamento del giudice, ai sensi dell’art. 116, comma 1, c.p.c., la cui valutazione, se congruamente motivata, è insindacabile in sede di legittimità. Cass. 6 dicembre 2011, n. 26216.

Il disconoscimento della conformità di una copia fotografica o fotostatica all’originale di una scrittura, ai sensi dell’art. 2719 c.c., non ha gli stessi effetti del disconoscimento della scrittura privata previsto dall’art. 215, comma 1, numero 2, c.p.c., giacché mentre quest’ultimo, in mancanza di richiesta di verificazione, preclude l’utilizzabilità della scrittura, la contestazione di cui all’art. 2719 c.c. non impedisce al giudice di accertare la conformità all’originale anche mediante altri mezzi di prova, comprese le presunzioni. Ne consegue che l’avvenuta produzione in giudizio della copia fotostatica di un documento, se impegna la parte contro la quale il documento è prodotto a prendere posizione sulla conformità della copia all’originale, tuttavia, non vincola il giudice all’avvenuto disconoscimento della riproduzione, potendo egli apprezzarne l’efficacia rappresentativa. Cass. 21 aprile 2010, n. 9439.

 

 

1.6. Prove c.d. atipiche.

Nel vigente ordinamento processuale, improntato al principio del libero convincimento del giudice, è ammessa la possibilità che egli ponga a fondamento della decisione prove non espressamente previste dal codice di rito, purché sia fornita adeguata motivazione della relativa utilizzazione, rimanendo, in ogni caso, escluso che tali prove “atipiche” possano valere ad aggirare preclusioni o divieti dettati da disposizioni sostanziali o processuali, così introducendo surrettiziamente elementi di prova che non sarebbero altrimenti ammessi o la cui ammissione richieda il necessario ricorso ad adeguate garanzie formali. Cass. 5 marzo 2010, n. 5440.

 

Il giudice del merito può porre a fondamento della propria decisione una perizia stragiudiziale, anche se contestata dalla controparte, purché fornisca adeguata motivazione di tale sua valutazione, attesa l’esistenza, nel vigente ordinamento, del principio del libero convincimento del giudice. Cass. 12 dicembre 2011, n. 26550.

 

La perizia stragiudiziale, quale prova atipica, pur non avendo piena efficacia probatoria ha comunque un residuale valore probatorio, sia pure meramente indiziario. Trib. Piacenza, 21 settembre 2009.

 

La consulenza di parte, ancorché confermata sotto il vincolo del giuramento, costituisce una semplice allegazione difensiva di carattere tecnico, priva di autonomo valore probatorio, con la conseguenza che il giudice di merito, ove di contrario avviso, non è tenuto ad analizzarne e a confutarne il contenuto, quando ponga a base del proprio convincimento considerazioni con esso incompatibili e conformi al parere del proprio consulente. Cass. 29 gennaio 2010, n. 2063.

 

 

  1. Fase in cui deve avvenire la valutazione delle prove.

La valutazione della prova, anche con riguardo all’attendibilità delle fonti della medesima, deve necessariamente seguire e non precedere la sua assunzione, dovendo il relativo apprezzamento essere condotto sulla base della presa in considerazione dell’intero contesto di tutti gli elementi acquisiti nel processo, e non può quindi essere aprioristicamente compiuta in un momento anteriore, con la conseguenza di impedirne l’ingresso nel processo, solo sulla base di una valutazione di mera probabilità, quale è quella inerente alla inverosimiglianza del fatto da provare. Cass. 27 gennaio 1994, n. 847.

 

  1. Principio di acquisizione.

Il giudice di appello, pur in mancanza di specifiche deduzioni sul punto, deve valutare tutti gli elementi di prova acquisiti, quand’anche non presi in considerazione dal giudice di primo grado, poiché in materia di prova vige il principio di acquisizione processuale, secondo il quale le risultanze istruttorie comunque ottenute, e quale che sia la parte ad iniziativa o a istanza della quale siano formate, concorrono tutte indistintamente alla formazione del convincimento del giudice. Cass. 30 gennaio 2012, n. 1303.

 

Il principio dell’onere della prova non implica che il fondamento del diritto vantato debba essere dimostrato unicamente dalle prove prodotte dal soggetto gravato dal relativo onere. Tale fondamento può invece desumersi da elementi altrimenti acquisiti o acquisibili al processo, anche attraverso l’esercizio da parte del giudice dei poteri officiosi riconosciutigli in materia dall’ordinamento processuale. Cass. 17 novembre 2003, n. 17336; conforme Cass. 24 gennaio 2003, n. 1112.

 

 

3.1. Processo tributario.

Nel processo tributario l’onere della prova si configura non come onere in senso proprio (quale posizione assimilabile a quella di diritto sostanziale), ma come regola di giudizio per il giudice, regola che, in caso di prova mancante o insufficiente, vale ad individuare la parte a cui carico porre la carente dimostrazione dei fatti dedotti (costitutivi, ovvero impeditivi, o modificativi o estintivi), in modo da consentire al giudice di pervenire comunque a una decisione di merito, dal che deriva l’irrilevanza della provenienza dell’allegazione probatoria (art. 115 c.p.c.), potendo il giudice trarre il proprio convincimento (art. 116 c.p.c.) dagli elementi di prova che siano stati forniti da qualunque delle parti, fermo restando che le regole generali sull’onere della prova vanno coordinate, nella materia tributaria, col limite dei criteri di valutazione utilizzati dall’ufficio nella formulazione dell’avviso di accertamento. Cass. 12 novembre 1998, n. 11420.

 

 

  1. Atti relativi ad un diverso giudizio.

 

 

4.1. Prove raccolte in un diverso processo.

Il giudice di merito può utilizzare, in mancanza di qualsiasi divieto di legge, anche le prove raccolte in un diverso giudizio tra le stesse parti o tra altre parti, delle quali la sentenza che in detto giudizio sia stata pronunciata costituisce documentazione, fermo restando che la valutazione del materiale probatorio non va limitata all’esame isolato dei singoli elementi ma deve essere globale nel quadro di una indagine unitaria ed organica che, ove sia immune da vizi di motivazione, costituisce un apprezzamento di fatto incensurabile in sede di legittimità (tale prova può valere, come indizio idoneo a fornire elementi di giudizio, solo una volta che la relativa documentazione sia ritualmente esibita dalla parte interessata, secondo le regole dell’allegazione, conseguendone che non può validamente formarsi il convincimento del giudicante ove vengano tratti elementi decisivi dal mero riferimento, operato da una delle parti nella comparsa conclusionale, ad una pronuncia, resa in altro processo tra le stesse parti, non acquisita agli atti, e fondata su un documento ritenuto rilevante nella causa in esame ma neppure questo acquisito, pur se controparte non abbia mosso eccezioni nella memoria di replica: Cass. 4 giugno 2001, n. 7518). Cass. lav., 25 febbraio 2011, n. 4652; conforme Cass. 29 ottobre 2010, n. 22200; Cass., Sez. Un., 8 aprile 2008, n. 9040; Cass. 11 giugno 2007, n. 13619.

 

Il giudice civile può trarre argomenti di prova, ai sensi dell’art. 116, secondo comma, c. p. c., da un documento proveniente dal difensore, formato in altro giudizio, in rapporto al comportamento processuale della parte che non ne abbia contestato il contenuto; tale comportamento, tuttavia, non può essere posto da solo a fondamento della decisione, ma deve essere valutato insieme all’intero materiale probatorio acquisito al processo, alla stregua dei parametri indicati dall’art. 2729 c.c. Cass. 24 aprile 2008, n. 10650.

 

Il giudice di merito può legittimamente tenere conto, ai fini della sua decisione, delle risultanze di una consulenza tecnica acquisita in un diverso processo, anche di natura penale ed anche se celebrato tra altre parti, atteso che, se la relativa documentazione viene ritualmente acquisita al processo civile, le parti di quest’ultimo possono farne oggetto di valutazione critica e stimolare la valutazione giudiziale su di essa. Cass. lav., 5 dicembre 2008, n. 28855.

 

 

4.2. Sentenza passata in giudicato tra altre parti.

Dal principio fissato dall’art. 2909 c.c. - secondo cui l’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato fa stato ad ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa - si evince, a contrario, che l’accertamento contenuto nella sentenza non estende i suoi effetti - e non è vincolante - per i terzi. Rispetto ai terzi, infatti, la sentenza passata in giudicato può esclusivamente avere la diversa efficacia di prova, o di elemento di prova documentale, in ordine alla situazione giuridica che abbia formato oggetto dell’accertamento giudiziale; tale efficacia indiretta può essere invocata da chiunque vi abbia interesse, ma spetta al giudice di merito esaminare la sentenza prodotta a tale scopo e sottoporla alla sua libera valutazione, anche in relazione ad altri elementi di giudizio rinvenibili negli atti di causa. Cass. lav., 29 gennaio 2003, n. 1372; conforme Cass. lav., 18 maggio 1999, n. 4821.

 

 

4.3. Prove raccolte nel giudizio estinto.

Il giudice di merito, in difetto di particolari divieti normativi, può utilizzare, per la formazione del proprio convincimento, anche prove e, più in genere, risultanze istruttorie (tra cui in particolare la consulenza tecnica), formate in un diverso giudizio estinto, svoltosi tra le stesse parti o anche tra altre parti, da considerare quali semplici indizi idonei a fornire utili e concorrenti elementi di giudizio. Cass. 20 dicembre 1994, n. 10972.

 

In difetto dell’istanza della parte interessata, il giudice non può trarre argomenti di prova dalle risultanze istruttorie del diverso procedimento estinto, assumendole dai relativi fascicoli d’ufficio. Cass. 6 agosto 2003, n. 11842.

 

 

4.4. Processo penale.

L’assoluzione del testimone dal reato di falsa testimonianza in sede penale non rende di per sé veritiera la dichiarazione resa dal medesimo in sede civile; indipendentemente dalla formula assolutoria, infatti, non viene meno, in capo al giudice civile, il potere-dovere di valutarne l’attendibilità, poiché il principio della libera valutazione delle prove può subire deroghe nei soli casi stabiliti dalla legge. Cass. 14 febbraio 2012, n. 2157.

 

La denuncia di falsa testimonianza non obbliga il giudice civile a disattendere la deposizione del testimone denunciato, occorrendo a tal fine che il giudice penale abbia accertato in modo definitivo la sussistenza del reato. Cass. 29 dicembre 2011, n. 29854.

 

La sentenza penale di applicazione della pena ai sensi dell’art. 444 c.p.p. - pur non contenendo un accertamento capace di fare stato nel giudizio civile - costituisce un importante elemento di prova per il giudice di merito, il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per le quali l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità e il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione. Cass. lav., 22 febbraio 2011, n. 4258.

 

Il giudice civile, in mancanza di alcun divieto, può liberamente utilizzare le prove raccolte in un diverso giudizio tra le stesse o tra altre parti, e può anche avvalersi delle risultanze derivanti dagli atti delle indagini preliminari svolte in sede penale, le quali possono anche essere sufficienti a formare il convincimento del giudice, la cui motivazione non è sindacabile in sede di legittimità quando la valutazione compiuta sia stata estesa anche a tutte le successive risultanze probatorie e non si sia limitata ad un apprezzamento della sola prova formatasi nel procedimento penale. Cass. 15 ottobre 2004, n. 20335; conforme Cass. 29 luglio 2003, n. 11682.

Contra: Non costituiscono validi elementi di prova nel giudizio civile gli accertamenti penali consistenti in atti acquisiti o formati in sede di indagini preliminari e non ancora sottoposti al vaglio del giudice dibattimentale. Cass. lav., 10 giugno 1999, n. 5703.

 

 

  1. Argomenti di prova.

 

 

5.1. Valenza probatoria in generale.

La norma dettata dall’art. 116, comma 2, c.p.c., nell’abilitare il giudice a desumere argomenti di prova dalle risposte date dalle parti nell’interrogatorio non formale, dal loro rifiuto ingiustificato a consentire le ispezioni da esso ordinate e, in generale, dal contegno delle parti stesse nel processo, non istituisce un nesso di conseguenzialità necessaria tra eventuali omissioni e soccombenza della parte ritenuta negligente, ma si limita a stabilire che dal comportamento della parte il giudice possa trarre «argomenti di prova», e non basare in via esclusiva la decisione, che va comunque adottata e motivata tenendo conto di tutte le altre risultanze. Cass. 17 gennaio 2002, n. 443.

 

In virtù dell’interpretazione congiunta degli art. 88 e 116 c.p.c. è possibile, nei casi di comportamento processuale gravemente scorretto, sanzionare la parte con il riconoscere alla sua condotta un valore quasi confessorio, di riconoscimento implicito della fondatezza delle domande avversarie. Solo la consapevolezza della propria virtuale soccombenza, infatti, può condurre la parte alla violazione ripetuta e grave di quei doveri di correttezza e leale collaborazione che la legge impone. Trib. Mondovì, 22 marzo 2010.

 

 

5.2. Contegno delle parti nel corso del processo.

Le parti sono libere di sottrarsi alle ispezioni ed indagini tecnico-scientifiche ordinate dal giudice, ma questi può dalla motivazione del rifiuto desumere argomenti di prova a norma dell’art. 116, comma 2 del codice di rito. Trib. Modena, 8 febbraio 2011.

 

In tema di prove, non può supplirsi all’onere di provare i fatti costitutivi della domanda con la richiesta alla controparte di esibizione di documenti, integrando, tra l’altro, l’inosservanza all’ordine di esibizione, quando concesso, un comportamento liberamente valutabile dal giudice di merito, ai sensi dell’art. 116, comma 2, c.p.c. Cass. 18 settembre 2009, n. 20104.

 

Non sussistendo nel vigente ordinamento processuale un onere per la parte di contestazione specifica di ogni fatto dedotto ex adverso, la mera mancata contestazione in quanto tale e di per sé considerata non può avere automaticamente l’effetto di prova; tuttavia ove il giudice valuti tale comportamento ex art. 116 c.p.c. non semplicemente di per sé (e quindi solo in quanto omessa contestazione), ma come espressione significativa del comportamento processuale della parte, da inquadrare nell’ambito di quest’ultimo e valutata in relazione all’intero complesso di tesi difensive esposte, assume la rilevanza prevista da detta norma e può quindi costituire perfino unica e sufficiente fonte di prova. Cass. 4 febbraio 2005, n. 2273; conforme Cass. 5 febbraio 2003, n. 1672.

 

Il rifiuto della parte di consentire al consulente tecnico d’ufficio le necessarie indagini per l’accertamento del danno, costituisce condotta valutabile, ex art. 116 c.p.c., ai fini dell’accertamento della responsabilità. Cass. 16 novembre 1999, n. 12694.

Proprio la mancanza di prove oggettive assolutamente certe e difficilmente acquisibili circa l’effettivo concepimento ad opera del preteso genitore naturale, se non consente di fondare la dichiarazione di paternità sulla sola dichiarazione della madre, non esclude che il Giudice possa desumere argomenti di prova dal comportamento processuale dei soggetti coinvolti - ed in particolare dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi agli accertamenti biologici - traendo la dimostrazione della fondatezza della domanda esclusivamente dalla condotta processuale del preteso padre, globalmente considerata e posta in opportuna correlazione con quanto affermato dalla madre. Cass. 23 aprile 2010, n. 9727.

 

In tema di accertamento del diritto a prestazioni previdenziali di invalidità, l’ingiustificata mancata presentazione dell’assicurato alla visita medica fissata per l’espletamento della consulenza tecnica disposta d’ufficio per l’accertamento delle condizioni di salute può far ritenere il difetto di prova in ordine alla sussistenza del dedotto stato invalidante, prova il cui onere incombe sull’assicurato alla stregua dei criteri di cui all’art. 2697 c.c., trattandosi di fatto costitutivo del diritto azionato. Cass. 29 dicembre 2011, n. 29906.

 

In materia di contenzioso tributario, costituisce comportamento rilevante ai sensi dell’art. 116 c.p.c. idoneo non solo ad integrare le risultanze acquisite, ma anche a rappresentare l’unica e sufficiente fonte di prova su cui il giudice di merito fondi la propria decisione la condotta del socio che, nel corso del processo tributario a carico della società, distrugga i materiali informatici originali dai quali emergano le violazioni contestate e ciò, anche allorché gli organi verificatori ne abbiano già estratto copia, poiché detto comportamento si pone in contrasto con i doveri di lealtà e probità di cui all’art. 88 c.p.c. Cass. trib., 16 dicembre 2011, n. 27149.

 

 

5.2.1. Processo amministrativo.

Il nuovo c. proc. amm., riprendendo l’art. 116 comma 2 c.p.c., ha introdotto all’art. 64 in tema di valutazione della prova al quarto comma la possibilità per il giudice di desumere argomenti di prova dal comportamento tenuto dalle parti nel corso del processo: tale norma è applicabile al comportamento di chi dopo aver impugnato diniego di condono lascia pendente il ricorso per anni e nelle more presenta altra domanda di sanatoria. T.A.R. Liguria, Genova, 27 aprile 2011, n. 672.



 
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