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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 118 cod. proc. civile: Ordine d’ispezione di persone e di cose

Il giudice può ordinare (1) alle parti e ai terzi di consentire sulla loro persona o sulle cose in loro possesso le ispezioni che appaiano indispensabili per conoscere i fatti della causa, purchè ciò possa compiersi senza grave danno per la parte o per il terzo, e senza costringerli a violare uno dei segreti previsti negli articoli 351 e 352 del codice di procedura penale.

Se la parte rifiuta di eseguire tale ordine senza giusto motivo (2), il giudice può da questo rifiuto desumere argomenti di prova a norma dell’articolo 116, secondo comma.

Se rifiuta il terzo, il giudice lo condanna a una pena pecuniaria non superiore a lire duemila.




Commento

Ispezione: è un mezzo di ricerca della prova disposto dal giudice, comune al processo penale anche se solo nella struttura: qui serve infatti per conoscere o migliorare la comprensione di fatti della causa, mentre in sede penale è previsto per verificare se sussistano tracce o altre conseguenze materiali di un reato. Si effettua su luoghi, cose o persone ed il suo esito risulta da apposito processo verbale. Possesso: è il potere sulla cosa che si manifesta in un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale (c.c. 1140).

 

(1) L’ispezione è disposta discrezionalmente dal giudice con ordinanza revocabile e modificabile ex art. 177. Presupposti particolari per la disposizione dell’ispezione sono la sua indispensabilità per la conoscenza dei fatti di causa e la verifica della sua eventuale inammissibilità, in caso di danno grave alla parte o ad un terzo come nell’ipotesi di lesione del diritto alla riservatezza o nel caso di violazione di segreti penalmente tutelati, la cui elencazione, nella disposizione in commento, è da intendersi tassativa.

 

(2) Il giusto motivo consiste nel diritto del soggetto passivo dell’ispezione di impedirla perché fonte, per lui, di grave danno: eclatante il caso della impossibilità di ispezionare documenti di una P.A., coperti da segreto opponibile al giudice.


Giurisprudenza annotata

1.1. Rigetto.

La motivazione di rigetto dell’istanza relativa a una ispezione giudiziale dei luoghi non deve essere data necessariamente in maniera espressa ma può desumersi implicitamente anche dalla stessa ratio decidendi della sentenza sulla base della valutazione dei fatti ritenuti già provati. Cass. 28 maggio 2003, n. 8526; conforme Cass. lav., 12 marzo 1998, n. 2716; Cass., 27 novembre 1979, n. 6229.

 

 

1.2. Omessa pronuncia.

Non è censurabile in sede di legittimità l’omessa statuizione in ordine all’istanza di ispezione giudiziale, giacché dal mancato esercizio, da parte del giudice, del potere discrezionale di disporla si deduce per implicito che egli, alla stregua delle risultanze istruttorie acquisite, non ne ha ravvisato la necessità. Cass. 8 giugno 2007, n. 13431; conforme Cass. 7 luglio 2006, n. 15430.

 

 

  1. Ambito dell’ispezione di cose.

 

 

2.1. Documenti.

L’ispezione è prevista dal legislatore del processo al fine di permettere al giudicante di conseguire la cognizione - in funzione di un’esigenza particolarmente qualificata che si riassume nel concetto di indispensabilità - di quegli elementi che per diverse ragioni possono essere oggetto solo di osservazione e non anche di acquisizione mediante i normali mezzi di prova, ed è affidata al potere discrezionale del giudice, da esercitarsi in via di eccezionalità; tra le «cose», di cui può chiedersi l’ispezione, rientrano in sé stessi anche i documenti, ma se la legge prevede l’acquisizione al processo con un determinato mezzo istruttorio, è a questo che occorre fare ricorso e, poiché in tema di esibizione sono menzionate come oggetto di essa le scritture contabili dell’imprenditore (art. 2711 c.c. e art. 212 c.p.c.), di queste è ammissibile soltanto l’esibizione quale mezzo di acquisizione di tale prova documentale. Cass. 16 aprile 1997, n. 3260; conforme Cass. 27 marzo 1996, n. 2760; Cass., 3 dicembre 1994, n. 10441.

 

 

2.2. Denunzia al tribunale ex art. 2409 c.c.

Poiché l’ispezione prevista dall’art. 2409, comma 2, c.c., è pur sempre un normale atto istruttorio, che rientra nel «genere» delle ispezioni di cose che il giudice, ex art. 118 c.p.c., può sempre ordinare, anche d’ufficio, anche se l’art. 2409 appunto ne detta presupposti e condizioni particolari in questo specifico contesto (ad es., la necessità di preventiva audizione di amministratori e sindaci), non può ammettersene la reclamabilità immediata al giudice istruttore, dovendo altrimenti ammetterla anche per tutti gli altri provvedimenti istruttori strumentalmente emessi dal tribunale. App. Milano, 24 maggio 1996; App. Milano, 15 maggio 1996.

 

 

2.3. Persone.

In tema di dichiarazione giudiziale di paternità naturale, le indagini genetiche hanno valore decisivo e non solo meramente integrativo di risultanze acquisite altrimenti. La c.t. genetica su cadavere può essere disposta a prescindere dal consenso dei congiunti del defunto, perché al cadavere non può essere riservato il diritto all’integrità fisica, che, al fine di garantire interessi di rango superiore, quali la ricostruzione dei fatti nelle indagini penali, la ricerca scientifica e l’accertamento dell’identità personale del figlio naturale, può essere violato, pur nel rispetto delle regole che presiedono alla “pietas” riservata ai defunti. App. Catania, 21 luglio 2009.

 

Il concetto di visita personale di controllo, come tale soggetta all'autorizzazione di cui all'art. 6 dello Statuto dei Lavoratori, riguarda unicamente le ispezioni corporali, ma non anche quelle sulle cose del lavoratore, atteso che la norma citata — da interpretarsi letteralmente — prevede solo la “visita personale” che nell'ordinamento processuale sia civile (artt. 118 e 258 c.p.c.) che penale (art. 309 cod. proc. pen.) è tenuta distinta dall'ispezione di cose e luoghi; ne consegue che sistemi di verifica a campione su cose anche personali del lavoratore (borse, borsette, giacconi), e non inerenti in modo inscindibile alla sua persona fisica (come ad esempio pantaloni o camicie), una volta che tali cose siano state introdotte sul luogo del lavoro, e sempre nel rispetto della privacy dei singoli, possono essere adottati dal datore di lavoro, senza bisogno di una specifica autorizzazione o di un previo accordo sindacale, comunque auspicabile al fine di evitare l'insorgere di ulteriori contenziosi.

T.A.R. Milano (Lombardia) sez. I  26 giugno 2014 n. 1657  

 

 

  1. Limiti.

La disciplina generale in tema di trattamento dei dati personali subisce deroghe ed eccezioni quando si tratta di far valere in giudizio il diritto di difesa, le cui modalità di attuazione risultano disciplinate dal codice di rito, in quanto alle disposizioni che regolano il processo deve essere attribuita natura speciale rispetto a quelle contenute nel codice della privacy e nei confronti di esse, quindi, nel caso di divergenza, devono prevalere. Ne consegue che se l’atto processuale che contiene il dato personale altrui risulta posto in essere nell’osservanza del codice di rito, non è configurabile alcuna lesione del diritto alla privacy. Cass., Sez. Un., 8 febbraio 2011, n. 3034.

 

 

  1. Questioni di legittimità costituzionale.

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale - per violazione degli artt. 13, 15, 24, 30 e 32 Cost. - del combinato disposto degli art. 269 c.c. e 116 e 118 c.p.c., ove interpretato nel senso della possibilità di dedurre argomenti di prova dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi a prelievi ematici al fine dell’espletamento dell’esame del Dna. Invero, dall’art. 269 c.c. non deriva una restrizione della libertà personale, avendo il soggetto piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, mentre il trarre argomenti di prova dai comportamenti della parte costituisce applicazione del principio della libera valutazione della prova da parte del giudice, senza che ne resti pregiudicato il diritto di difesa, e, inoltre, il rifiuto aprioristico della parte di sottoporsi ai prelievi non può ritenersi giustificato nemmeno con esigenze di tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l’uso dei dati nell’ambito del giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia, sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l’accertamento è tenuto tanto al segreto professionale che al rispetto della L. 31 dicembre 1996, n. 675. Cass. 3 aprile 2003, n. 5116.

 

È manifestamente infondata - in riferimento all’art. 13 cost. - la questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli art. 269 c.c. e 116 e 118 c.p.c., interpretati nel senso della possibilità di trarre argomenti di prova dal rifiuto del consenso ai prelievi ematici, al fine dell’espletamento dell’esame del Dna. Il prelievo ematico, infatti, non costituisce ispezione corporale, ma mezzo tecnico necessario per l’espletamento della consulenza genetica ed ematologica. Cass. 9 aprile 2009, n. 8733.



 
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