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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 121 cod. proc. civile: Libertà di forme

Gli atti del processo, per i quali la legge non richiede forme determinate, possono essere compiuti nella forma più idonea al raggiungimento del loro scopo (1).


Commento

(1) Tale articolo sancisce il principio della libertà delle forme degli atti processuali, anche se in effetti il legislatore difficilmente lascia indeterminati la forma ed il contenuto dei singoli atti, disciplinandone accuratamente i modelli ed il contenuto minimo. Il principio della libertà delle forme rimette alla valutazione discrezionale della parte interessata l’esposizione, sotto il profilo sia quantitativo che qualitativo, delle richieste e delle argomentazioni difensive, con il solo limite derivante dal divieto di usare espressioni sconvenienti od offensive.


Giurisprudenza annotata

  1. Nozione di atto processuale.

Per «atti processuali» debbono intendersi soltanto quelli compiuti in seno al processo nel contraddittorio delle parti e, comunque, sottoscritti dalle parti medesime. Atteso ciò, la dichiarazione sfavorevole alla parte contenuta nella comparsa di risposta, nella comparsa conclusionale, o anche nell’atto di opposizione, nell’atto di citazione o in un ricorso per decreto ingiuntivo (non firmato dalla parte), non può essere considerata confessione giudiziale spontanea ai sensi dell’art. 229 c.p.c. Cass. 4 giugno 2001, n. 7523; conforme Cass. 15 marzo 1994, n. 2465.

 

In tema di processo civile telematico, la ritualità del deposito in via telematica di atti esoprocessuali e, in particolare, degli atti introduttivi del giudizio, nel presente panorama normativo deve essere ricostruita sulla base dei fondamentali principi di cui all'art. 121 c.p.c. e 156 c.p.c., che articolano il generale principio di raggiungimento dello scopo, obiettivo da verificare alla luce della normativa prevista in materia di atti informatici, ove è previsto che: 1. il documento informatico sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale che rispetti le regole tecniche ha la stessa efficacia prevista dall'art. 2702 c.c. (cfr. art. 20 e 21 CAD); 2. i documenti trasmessi da chiunque ad una p.a. con qualsiasi mezzo telematico o informatico idoneo ad accertarne la fonte di provenienza soddisfano il requisito della forma scritta e la loro trasmissione non deve essere seguita da quella del documento originale (art. 45 CAD) (Trib. Milano (14 ottobre 2014).Tribunale Milano sez. lav.  19 dicembre 2014

 

 

  1. Elezione di domicilio.

Pur vigendo, per gli atti processuali non specificamente regolati dalla legge, il principio di libertà della forma, è necessario che detti atti rivestano una forma idonea al raggiungimento dello scopo, la quale, nell’ipotesi di elezione di domicilio, da parte di procuratore abilitato all’esercizio della professione fuori della circoscrizione del Tribunale adito, presso altro procuratore assegnato a detta circoscrizione, deve consistere in una dichiarazione in forma scritta inserita in un atto di parte ovvero in una dichiarazione risultante da un processo verbale, da accludere, l’una o l’altra, al fascicolo di ufficio, non essendovi, altrimenti, certezza dell’elezione di domicilio e della sua provenienza. Cass. 18 aprile 2002, n. 5635; conforme Cass. 11 giugno 1993, n. 6541.

 

L'elezione di domicilio da parte di un procuratore, esercente fuori della circoscrizione cui è assegnato, presso un altro procuratore, assegnato alla circoscrizione del tribunale adito, deve consistere in una dichiarazione scritta inserita in un atto di parte o in una dichiarazione risultante da un processo verbale, da accludere, l'una o l'altra, al fascicolo d'ufficio, non essendovi, altrimenti, certezza dell'elezione di domicilio e della sua provenienza e non essendo, quindi, raggiunto lo scopo dell'atto. Ne consegue che la mera apposizione del timbro di uno studio legale sul frontespizio dell'atto di citazione non costituisce valida elezione di domicilio presso tale studio, non contenendo alcuna dichiarazione in tal senso.Cassazione civile sez. VI  04 dicembre 2012 n. 21759  

 

 

  1. Rinvio delle udienze istruttorie.

Ai sensi dell’art. 82 del R.D. n. 37 del 1934 - non abrogato neanche per implicito dagli artt. 1 e 6 della legge n. 27 del 1997 ed applicabile anche al rito del lavoro - il procuratore che eserciti il suo ministero fuori della circoscrizione del tribunale cui è assegnato deve eleggere domicilio, all’atto di costituirsi in giudizio, nel luogo dove ha sede l’ufficio giudiziario presso il quale è in corso il processo, intendendosi, in difetto, che egli abbia eletto domicilio presso la cancelleria della stessa autorità giudiziaria. Ne consegue che tale domicilio assume rilievo ai fini della notifica della sentenza per il decorso del termine breve per l’impugnazione, nonché per la notifica dell’atto di impugnazione, rimanendo di contro irrilevante l’indicazione della residenza o anche l’elezione del domicilio fatta dalla parte stessa nella procura alle liti. Cass., Sez. Un., 5 ottobre 2007, n. 20845.

 

La mancata comunicazione al procuratore costituito di una delle parti dell’assegnazione della causa ad altro giudice, e del differimento d’ufficio dell’udienza già fissata ad una udienza non immediatamente successiva, determina la nullità di tutti gli atti successivi del processo e della sentenza che lo conclude, per violazione del principio del contraddittorio di cui all’art. 101 c.p.c. riferibile ad ogni atto o provvedimento ordinatorio dello svolgimento del processo. Cass. 10 marzo 2009, n. 5758.

 

 



 
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