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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 122 cod. proc. civile: Uso della lingua italiana – Nomina dell’interprete

In tutto il processo è prescritto l’uso della lingua italiana (1) (2).

Quando deve essere sentito chi non conosce la lingua italiana, il giudice può nominare un interprete.

Questi, prima di esercitare le sue funzioni, presta giuramento davanti al giudice di adempiere fedelmente il suo ufficio.


Commento

(1) La norma si applica, secondo la giurisprudenza prevalente, solo agli atti processuali in senso stretto (provvedimenti del giudice, atti di parte introduttivi del processo etc.): è consentito per le dichiarazioni probatorie raccolte nel processo nonché per i documenti allegati, l’utilizzo di una lingua straniera, purché con la relativa traduzione nel verbale d’udienza o con il documento allegato. Poiché l’uso della lingua italiana è prescritto dall’articolo in esame soltanto per gli atti del processo, l’elezione di domicilio e la revoca della stessa, ove effettuata fuori del processo con dichiarazione indirizzata ad altri soggetti, può essere efficacemente compiuta al pari degli atti negoziali in genere, in cui vanno inclusi, anche in lingua straniera, purché l’intenzione del loro autore sia resa in maniera comprensibile per i destinatari, requisito, questo, che spetta al giudice di merito valutare di volta in volta.

 

(2) L’atto processuale (in senso proprio) che viene redatto in altra lingua o anche in dialetto italiano è del tutto inefficace.


Giurisprudenza annotata

  1. Questione di costituzionalità.

È infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 122, 1º comma, c.p.c., nella parte in cui non consente al cittadino italiano appartenente alla minoranza linguistica slovena, nel processo di esecuzione davanti al giudice avente competenza su un territorio dove sia insediata tale minoranza, di usare, su sua richiesta, la propria lingua negli atti da esso compiuti, usufruendo per questi della traduzione in lingua italiana, nonché di ricevere gli atti dell’autorità giudiziaria o della controparte tradotti nella sua lingua, in riferimento agli artt. 6 e 10 Cost. e 3 statuto speciale Friuli-Venezia Giulia. Corte cost. 29 gennaio 1996, n. 15.

 

  1. Uso della lingua italiana.

Il principio dell’obbligatorietà dell’uso della lingua italiana - previsto dall’art. 122 c.p.c. - si riferisce agli atti processuali in senso proprio e non anche ai documenti prodotti dalle parti, ragion per cui, quando questi ultimi siano redatti in lingua straniera, il giudice, ai sensi dell’art. 123 c.p.c., ha la facoltà, e non l’obbligo, di nominare un traduttore, per cui il mancato esercizio di detta facoltà, specie quando trattasi di un testo di facile comprensibilità sia da parte dello stesso giudice che dei difensori, non può formare oggetto di censura in sede di legittimità. Cass. 11 ottobre 2005, n. 19756; conforme Cass. lav., 2 luglio 2004, n. 12162; Cass. 19 settembre 2003, n. 13898; Cass. 2 ottobre 1996, n. 8620; Cass. 19 maggio 1990, n. 4537.

 

È valida la procura alle liti conferita per atto pubblico rogato da notaio in un paese aderente alla Convenzione dell'Aja del 5 ottobre 1961, corredato dalla cd. "apostille", contestualmente autenticata ancorché non in lingua italiana, atteso che l'art. 122, primo comma, c.p.c., prescrivendone l'uso, si riferisce agli atti endoprocessuali e non anche a quelli prodromici, per i quali vige il principio generale della traduzione in lingua italiana a mezzo di esperto. Regola giurisdizione. Cassazione civile sez. un.  02 dicembre 2013 n. 26937

 

In base all'art. 100 dello Statuto della Regione Trentino — Alto Adige, diretto a tutelare una minoranza linguistica territoriale, soltanto "i cittadini di lingua tedesca della provincia di Bolzano" hanno la facoltà di usare la loro lingua nei rapporti con gli uffici giudiziari, sicché un cittadino di lingua tedesca non residente nella provincia di Bolzano non può redigere in tedesco l'atto introduttivo del giudizio, ma deve attenersi alla regola generale dell'uso della lingua italiana, posta dall'art. 122 c.p.c., incorrendo, altrimenti, in una nullità rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del processo, ai sensi dell'art. 23 bis del d.P.R. n. 574 del 1988, aggiunto dall'art. 11 del d.lg. n. 283 del 2001, salva la sanatoria per raggiungimento dello scopo, ove il convenuto si costituisca in giudizio ed accetti l'uso della lingua tedesca, in tal modo qualificando il processo, ai sensi dell'art. 20 del d.P.R. n. 574, come processo "monolingue" in tedesco.Cassazione civile sez. II  22 novembre 2012 n. 20715

 

Il principio della obbligatorietà della lingua italiana, previsto dall’art. 122 c.p.c., si riferisce agli atti processuali in senso proprio (tra i quali, i provvedimenti del giudice e gli atti dei suoi ausiliari, gli atti introduttivi del giudizio, le comparse e le istanze difensive, i verbali di causa) e non anche ai documenti esibiti dalle parti, onde, quando siffatti documenti risultino redatti in lingua straniera, il giudice stesso, ai sensi dell’art. 123 c.p.c., ha la facoltà, e non l’obbligo, di procedere alla nomina di un traduttore, della quale, può farsi a meno allorché le medesime parti siano concordi sul significato delle espressioni contenute nel documento prodotto ovvero tale documento sia accompagnato da una traduzione che, allegata dalla parte e ritenuta idonea dal giudice, non sia stata oggetto di specifiche contestazioni della parte avversa. Cass. 16 giugno 2011, n. 13249; conforme Cass. 23 febbraio 2011, n. 4416; Cass. 28 dicembre 2006, n. 27593.

 

 

  1. Nomina dell’interprete.

Nei procedimenti previsti dalla Convenzione dell’Aja 25 ottobre 1980 (ratificata e resa esecutiva con la legge 15 gennaio 1994, n. 64) in tema di illecita sottrazione di minori, non è necessaria la nomina d’ufficio di un interprete di fiducia per il cittadino straniero che vi prenda parte, stante la mancanza, nel testo normativo, di una prescrizione in tal senso ed apparendo la posizione di detto soggetto adeguatamente tutelata dalla presenza dell’interprete nominato ai sensi dell’art. 122 c.p.c., il quale, dopo aver prestato giuramento, è tenuto a tradurre non solo all’organo giudicante le dichiarazioni rese nella sua lingua dallo straniero, ma anche allo straniero stesso nella sua lingua, il contenuto delle domande rivoltegli e le deduzioni delle parti al riguardo, in modo che egli sia pienamente in grado di comprendere il significato di quanto gli si chiede e di rendere dichiarazioni adeguate e coerenti. Cass. 25 febbraio 2002, n. 2748.

 

 

  1. Minoranze linguistiche.

La sentenza emanata nella regione del Friuli-Venezia Giulia (nella specie, dal Tribunale di Trieste) che non sia tradotta in lingua slovena (in violazione, pertanto, del disposto dell’art. 8 della legge n. 73 del 1977, di ratifica del trattato di Osimo), non può ritenersi perciò solo affetta da nullità per mancato rispetto delle norme di garanzia ricollegabili al principio dell’art. 6 Cost., una tale conseguenza potendosi configurare, in ossequio al principio cosiddetto di strumentalità delle forme degli atti processuali (art. 156 c.p.c.), solo qualora la parte deduca e dimostri che la mancata traduzione le abbia impedito la conoscenza del contenuto della decisione e pregiudicato i propri diritti di azione e di difesa. Cass. 28 gennaio 2005, n. 1820; conforme Cass. 16 ottobre 2001, n. 12591.

 

La questione della mancata traduzione del verbale di contestazione di violazioni del codice della strada redatto in lingua italiana all’interno della provincia di Bolzano nella madrelingua - tedesca - dell’opponente, non è autonomamente proponibile quale vizio di violazione di legge in sede di opposizione a sanzione amministrativa, in quanto, ai sensi del D.P.R. n. 574 del 1988, i cittadini della provincia di Bolzano hanno l’onere di sollevare l’eccezione di nullità degli atti amministrativi non redatti nella loro madrelingua attraverso la proposizione di un apposito rimedio amministrativo, esperibile dinanzi all’organo o ufficio che ha emesso l’atto, e solo in caso di rigetto di questo possono accedere al rimedio giurisdizionale, previsto dall’art. 10 del citato D.P.R., sicché il mancato esperimento del procedimento indicato comporta la sanatoria della nullità. Cass. 22 febbraio 2007, n. 4168.

 

In tema di opposizione ad ordinanza-ingiunzione, la mancata traduzione della stessa in una lingua conoscibile all’ingiunto-opponente non costituisce autonomo motivo di accoglimento dell’opposizione, non imponendo la legge n. 689 del 1981 un siffatto obbligo alla P.A. - diversamente da quanto previsto, in tema di espulsione degli stranieri, dall’art. 13 del D.Lgs. n. 286 del 1998 e, in tema di diritto dell’imputato ad essere assistito dall’interprete, dall’art. 143 cod. proc. pen. - e potendo eventualmente trovare applicazione l’art. 122 c.p.c. Cass. 23 febbraio 2009, n. 4377.

 

In tema di opposizione ad ordinanza-ingiunzione emessa nei confronti di cittadino straniero, laddove quest’ultimo abbia fatto istanza di essere ascoltato previa nomina di un interprete, ribadendo la richiesta, tramite il proprio difensore, all’udienza di comparizione, ed essa sia stata disattesa, la relativa pronuncia va cassata, in quanto emessa in violazione del principio, costituzionalmente garantito, del contraddittorio e delle regole di cui all’art. 122 c.p.c. Cass. 21 aprile 2009, n. 9448.

 

In tema di notificazione di atti giudiziari nei confronti di convenuto straniero identificantesi con un cittadino austriaco, dal contesto generale delle disposizioni contenute nell’art. 4 della Convenzione internazionale stipulata tra la Repubblica Italiana e la Repubblica d’Austria in data 30 giugno 1975 (resa esecutiva in Italia con la legge n. 342 del 1977), aggiuntiva alla Convenzione dell’Aja del 1° marzo 1954 (ratificata dallo Stato italiano con la legge n. 4 del 1957), si evince che la traduzione dell’atto nella lingua del cittadino destinatario non ne costituisce un elemento essenziale, consistendo soltanto in una specifica modalità della sola notificazione diretta a realizzarne l’effettiva conoscenza, con la conseguenza che la mancata allegazione della traduzione ed il rifiuto di accettazione da parte del convenuto comportano che la notificazione, pur sempre rivolta al destinatario, deve essere considerata nulla, ma non inesistente, con l’effetto che il giudice, ai sensi dell’art. 291 c.p.c., è tenuto a disporne la rinnovazione, sempre che non avvenga (come nella specie) la costituzione in giudizio dello stesso convenuto. Cass., Sez. Un., 29 gennaio 2007, n. 1820.

 

In tema di notificazione di atti giudiziari nei confronti di convenuto straniero, laddove l’atto di citazione sia accompagnato dalla traduzione nella lingua del paese in cui la notificazione ha luogo, la mancanza nella copia tradotta di una pagina, interamente dedicata all’esposizione dei fatti su cui si fonda la domanda, è causa di nullità, ai sensi dell’art. 164 c.p.c. sanabile con la costituzione del convenuto o con l’ordine del giudice di integrazione dell’atto in un termine perentorio. Cass. 4 ottobre 2010, n. 20580.

 



 
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