Codice proc. civile Agg. il 28 gennaio 2015

Codice proc. civile Art. 127 cod. proc. civile: Direzione dell’udienza

Codice proc. civile Agg. il 28 gennaio 2015



L’udienza è diretta dal giudice singolo o dal presidente del collegio.

Il giudice che la dirige può fare o prescrivere quanto occorre affinchè la trattazione delle cause avvenga in modo ordinato e proficuo, regola la discussione, determina i punti sui quali essa deve svolgersi e la dichiara chiusa quando la ritiene sufficiente (1).

Commento

Udienza: è il luogo ed insieme il momento in cui il giudice, venendo a contatto con le parti o con i loro difensori, ascolta le difese, prende i vari provvedimenti, raccoglie le prove.

 

(1) Le udienze di istruzione e di discussione delle cause sono tenute nei giorni e nelle ore stabiliti dai dirigenti dei singoli uffici giudiziari, annualmente con decreto approvato dal Presidente del tribunale d’intesa col Procuratore della Repubblica.

Giurisprudenza annotata

  1. Potere di direzione del giudice.

Dalla disposizione di cui all’art. 127 c.p.c. - che riguarda i poteri discrezionali del giudice nella direzione dell’udienza - non deriva l’obbligo del giudice stesso di accogliere una richiesta di rinvio congiuntamente formulata da entrambe le parti. Cass. 13 febbraio 2001, n. 2008.

 

 

  1. Ragionevole durata del processo.

Il rispetto del diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo (derivante dall’art. 111, secondo comma Cost. e dagli artt. 6 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali) impone al giudice (ai sensi degli artt. 175 e 127 c.p.c.) di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano certamente quelli che si traducono in un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue perché non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio, espresso dall’art. 101 c.p.c., da effettive garanzie di difesa (art. 24 Cost.) e dal diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità (art. 111, secondo comma Cost.), dei soggetti nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato ad esplicare i suoi effetti. Cass., Sez. Un., 3 novembre 2008, n. 26373; conforme Cass. lav., 1 marzo 2012, n. 3189; Cass. 8 febbraio 2010, n. 2723; Cass. 18 dicembre 2009, n. 26773; Cass. 19 agosto 2009, n. 18410.

 

Il rispetto del diritto fondamentale a una ragionevole durata del processo impone al giudice, ai sensi degli art. 175 e 127 c.p.c., di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo a una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano quelli che si traducono in un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue perché non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio, da effettive garanzie di difesa e dal diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità, dei soggetti nella cui sfera giuridica l'atto finale è destinato a esplicare i suoi effetti. Ne deriva che l'istanza per la trattazione congiunta di una pluralità di giudizi relativi alla medesima vicenda, non espressamente contemplata dagli art. 115 e 82 disp. att. c.p.c., deve essere sorretta da ragioni idonee ad evidenziare i benefici suscettibili di bilanciare gli inevitabili ritardi conseguiti all'accoglimento della richiesta, bilanciamento che dev'essere effettuato con particolare rigore nel giudizio di cassazione in considerazione dell'impulso d'ufficio che lo caratterizza. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che la mancanza di sufficiente motivazione che caratterizzava l'istanza di rinvio e riunione — afferente a un ricorso per la cassazione di una sentenza di revocazione e ad altri due ricorsi per la cassazione di sentenze relative alla medesima vicenda — si traducesse in violazione del principio di lealtà e probità processuale sancito dall'art. 88 c.p.c., con conseguente applicazione dell'art. 92, comma 1, ultima parte, c.p.c.)

Cassazione civile sez. lav.  01 marzo 2012 n. 3189



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