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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 131 cod. proc. civile: Forma dei provvedimenti in generale

La legge prescrive in quali casi il giudice pronuncia sentenza, ordinanza o decreto (1) (2).

In mancanza di tali prescrizioni, i provvedimenti sono dati in qualsiasi forma idonea al raggiungimento del loro scopo (3).

Dei provvedimenti collegiali è compilato sommario processo verbale, il quale deve contenere la menzione dell’unanimità della decisione o del dissenso, succintamente motivato, che qualcuno dei componenti del collegio, da indicarsi nominativamente, abbia eventualmente espresso su ciascuna delle questioni decise. Il verbale, redatto dal meno anziano dei componenti togati del collegio e sottoscritto da tutti i componenti del collegio stesso, è conservato a cura del presidente in plico sigillato presso la cancelleria dell’ufficio.


Commento

(1) Questi sono dunque i provvedimenti del giudice, ossia gli atti con cui viene tipicamente esercitata la funzione giurisdizionale. Nell’ambito, però, dell’attività del giudice bisogna anche comprendere gli atti a carattere materiale e con funzione preparatoria, complementare e ausiliare.

 

(2) Anche nel caso in cui è il giudice che, per errore, emette un provvedimento in una forma diversa da quella prescritta dalla legge (per quel determinato contenuto), si applica il principio della prevalenza della sostanza sulla forma. L’atto, pertanto, è sottoposto alla disciplina prevista dal legislatore per quello che si ritiene essere il suo contenuto effettivo. Se il provvedimento, quindi ha contenuto decisorio, esso è sostanzialmente una sentenza e, come tale, è impugnabile ed idoneo a passare in giudicato; se, invece, la sentenza ha contenuto istruttorio o ordinatorio, allora il provvedimento ha natura di ordinanza e, come tale, non può essere impugnata, ma è revocabile e modificabile. È stato, ad es., ritenuto non applicabile, ma revocabile e modificabile, il provvedimento in forma di sentenza non definitiva che decideva soltanto sull’ammissibilità di un mezzo istruttorio, in quanto avrebbe dovuto essere pronunciato con la forma dell’ordinanza.

 

 

(3) Nelle ipotesi, dunque, in cui la legge non dispone nulla sulla forma del provvedimento, il giudice adotterà, tra i tipici provvedimenti giurisdizionali, quello più idoneo al raggiungimento dello scopo, applicando il principio di strumentalità delle forme, di cui all’articolo 121. Egli deve effettuare questa scelta preferendo la forma più adeguata alla funzione da lui attribuita al provvedimento, non essendo libero di costruire un atto atipico, poiché tale provvedimento innominato sarebbe privo di una precisa disciplina.


Giurisprudenza annotata

  1. Principio di prevalenza della sostanza sulla forma.

Al fine di stabilire se un provvedimento abbia natura di sentenza o di ordinanza, è decisiva non già la forma adottata ma il suo contenuto (cosiddetto principio della prevalenza della sostanza sulla forma), di modo che allorquando il giudice, ancorché con provvedimento avente veste formale di ordinanza, abbia, senza definire il giudizio, deciso una o più delle questioni di cui all’art. 279 c.p.c. - in particolare affermando la propria giurisdizione - a detto provvedimento va riconosciuta natura di sentenza non definitiva ai sensi dell’art. 279, comma secondo, n. 4, c.p.c.: con l’ulteriore conseguenza - riguardo alla sentenza del giudice di pace secondo equità - che, a norma dell’art. 361 c.p.c., avverso la stessa va fatta riserva di ricorso per cassazione o deve essere proposto ricorso immediato, determinandosi, in difetto, il passaggio in giudicato della decisione, senza che rilevi in contrario che, nella sentenza definitiva, lo stesso giudice abbia poi ribadito la propria giurisdizione. Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2005, n. 20470; conforme Cass., Sez. Un., 24 febbraio 2005, n. 3816; Cass., Sez. Un., 9 giugno 2004, n. 10946.

 

Per stabilire se un provvedimento ha carattere di sentenza o di ordinanza, è necessario avere riguardo non alla sua forma esteriore o alla denominazione adottata, bensì al suo contenuto e, conseguentemente, all'effetto giuridico che esso è destinato a produrre, sicché hanno natura di sentenze - soggette agli ordinari mezzi di impugnazione e suscettibili, in mancanza, di passare in giudicato - i provvedimenti che, ai sensi dell'art. 279 cod. proc. civ., contengono una statuizione di natura decisoria (sulla giurisdizione, sulla competenza, ovvero su questioni pregiudiziali del processo o preliminari di merito), anche quando non definiscono il giudizio. (Nella specie, in applicazione dell'enunciato principio, la S.C. ha confermato la qualificazione come ordinanza del provvedimento di rimessione in istruttoria per l'espletamento di una consulenza tecnica d'ufficio adottato in un giudizio di scioglimento della comunione, negando rilievo all'anticipazione di merito in esso contenuta circa l'infondatezza dell'eccezione di indivisibilità). Rigetta, App. Milano, 30/05/2008

Cassazione civile sez. II  19 dicembre 2014 n. 27127  

 

 

  1. Sentenza, ordinanza o decreto: criteri distintivi.

In tema di conclusione del processo civile, il provvedimento di estinzione del giudizio, adottato dal tribunale in composizione monocratica, ai sensi dell’art. 305 c.p.c., ha il contenuto sostanziale di una sentenza, in quanto contiene una pronuncia definitiva sui presupposti e condizioni processuali della domanda giudiziale. Infatti, posto che, al fine di stabilire se un provvedimento abbia o meno carattere di ordinanza o di sentenza, deve darsi prevalenza alla sostanza più che alla forma della decisione, si è in presenza di un’ordinanza quando il provvedimento dispone circa il contenuto formale delle attività consentite dalle parti, mentre si è dinanzi ad una sentenza quando il giudice, nell’esercizio del suo potere giurisdizionale, si pronuncia in via definitiva o non definitiva sul merito della controversia o sui presupposti processuali. Pertanto, ove una parte abbia, in un primo tempo, proposto reclamo avanti allo stesso tribunale che ha emesso la pronuncia estintiva (avente contenuto di sentenza), e questo reclamo sia stato correttamente dichiarato inammissibile, essa - ove intenda dolersi della pronuncia estintiva del giudizio - non deve proporre impugnazione contro il provvedimento d’inammissibilità del reclamo ma avverso il primo, ossia contro quello che abbia dichiarato estinto il giudizio di prime cure. Cass. 18 gennaio 2005, n. 950; conforme Cass. lav., 2 settembre 2004, n. 17772; Cass. 25 novembre 2002, n. 16578.

 

Al fine di stabilire se un provvedimento abbia natura di ordinanza o di sentenza, e sia, quindi, soggetto ai mezzi di impugnazione previsti per le sentenze, occorre aver riguardo non già alla sua forma esteriore ed alla qualificazione attribuitagli dal giudice che lo ha emesso, ma agli effetti giuridici che è destinato a produrre, dovendosi rilevare, sotto tale ultimo profilo, che il provvedimento non ha il carattere della decisorietà e della definitività quando la pronuncia spieghi i suoi effetti solo sul piano processuale, producendo la sua efficacia soltanto all’interno del processo. Ne consegue che, qualora il giudice di primo grado, rilevata la nullità della citazione introduttiva, fissi all’attore un termine perentorio per la rinnovazione della citazione, ai sensi dell’art. 164, quinto comma c.p.c., tale provvedimento non è suscettibile di autonoma impugnazione innanzi al giudice di secondo grado, potendo la sua legittimità (anche nella eventualità in cui, come nella specie, si deduca la inapplicabilità della disposizione de qua alle controversie soggette al rito del lavoro) essere contestata in sede di impugnazione della sentenza emessa da quel giudice sulla domanda successivamente alla avvenuta integrazione della citazione introduttiva. Cass. 30 luglio 2004, n. 14637; conforme Cass. 19 gennaio 2004, n. 709; Cass. 10 novembre 1992, n. 12082.

 

Al fine di stabilire se un determinato provvedimento abbia carattere di sentenza o di ordinanza e sia, pertanto, soggetto o meno ai mezzi di impugnazione previsti per le sentenze, è necessario avere riguardo agli effetti giuridici che esso è destinato a produrre; ne consegue che deve essere definito come sentenza il provvedimento con il quale il giudice definisce la controversia soggetta al suo giudizio, sia sotto il profilo sostanziale, sia sotto il profilo processuale; mentre non è definibile come sentenza il provvedimento adottato in ordine all’ulteriore corso del giudizio, anche se con esso siano state decise questioni di merito o di procedura, essendo tali questioni soggette al successivo riesame in sede decisoria. Cass. 19 dicembre 2006, n. 27143.

 

 

  1. Provvedimento del giudice pronunciato erroneamente in una forma diversa da quella stabilita dalla legge.

In forza del principio della prevalenza della sostanza sulla forma, l’ordinanza che abbia il contenuto decisorio di una sentenza va qualificata come tale anche quando proprio una siffatta qualificazione comporti la sussistenza del vizio di cui all’art. 161, comma secondo, c.p.c., per non essere stato l’atto sottoscritto con l’osservanza delle prescrizioni in materia dell’art. 132, comma terzo, c.p.c., ossia dall’estensore e dal presidente ovvero soltanto da quest’ultimo quando cumuli in sé anche l’altra qualità. Conseguentemente, come contro il medesimo provvedimento è ammissibile l’impugnazione correlata alla sua natura di sentenza, così il giudice ad quem ha il potere-dovere di rilevare, anche d’ufficio, la nullità insanabile della sentenza impugnata che non esibisca il detto requisito della duplice sottoscrizione, ancorché tale nullità, non assorbendosi nei mezzi di gravame, possa essere fatta valere anche al fuori del rimedio impugnatorio, secondo quanto previsto dal citato art. 161, comma secondo, c.p.c. Cass. lav., 10 gennaio 2001, n. 260.

 

Il provvedimento dichiarativo dell’estinzione del processo adottato dal giudice monocratico del tribunale ha natura sostanziale di sentenza, ancorché sia pronunciato in forma di decreto; come tale, esso, quando sia stato pronunciato in primo grado, è impugnabile con l’appello, non con il ricorso straordinario per cassazione (che, se proposto, deve essere dichiarato inammissibile). Cass. 6 aprile 2006, n. 8041.

 

 

  1. Fattispecie.

I provvedimenti emessi dal giudice dell’esecuzione sono normalmente assunti, ai sensi dell’art. 487, primo comma, c.p.c., con ordinanza, e sono modificabili o revocabili finché non abbiano avuto esecuzione, costituendo anch’essi espressione del potere di direzione del processo e, in quanto diversamente regolanti quanto già disciplinato dal provvedimento precedentemente adottato, sono soggetti a riesame mediante opposizione agli atti esecutivi. Cass. 15 marzo 2004, n. 5238.

 

In tema di contenzioso tributario, il provvedimento con il quale, nel giudizio di ottemperanza, la commissione tributaria adotta i provvedimenti indispensabili per l’ottemperanza in luogo dell’Ufficio che li ha omessi e nomina un commissario ad acta, al quale fissa un termine per i necessari provvedimenti attuativi, determinando il compenso a lui spettante, ha natura sostanziale di sentenza, tale essendo espressamente qualificato anche dall’art. 70, comma settimo, del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, e non può quindi essere successivamente modificato dal giudice che lo ha emesso, indipendentemente dalla qualificazione in concreto attribuitagli da quest’ultimo. Cass. 13 novembre 2006, n. 24196.



 
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