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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 134 cod. proc. civile: Forma, contenuto e comunicazione dell’ordinanza

L’ordinanza è succintamente motivata (1). Se è pronunciata in udienza, è inserita nel processo verbale; se è pronunciata fuori dell’udienza, è scritta in calce al processo verbale oppure in foglio separato, munito della data e della sottoscrizione del giudice o, quando questo è collegiale, del presidente.

Il cancelliere comunica alle parti l’ordinanza pronunciata fuori dell’udienza (2), salvo che la legge ne prescriva la notificazione.


Commento

Ordinanza: è il provvedimento che il giudice emana nel corso del procedimento per regolarne lo svolgimento e per risolvere le questioni procedurali che possono insorgere tra le parti nel corso dello stesso (cd. funzione ordinatoria del processo). Di regola, l’ordinanza viene pronunciata dopo aver instaurato il contraddittorio tra le parti e viene emessa dal giudice in istruttoria (avendo appunto lo scopo di regolare in maniera ordinata il procedimento: si pensi alle ordinanze di regolarizzazione degli atti, di ammissione delle prove, di riunione delle cause etc.), ma può anche essere emessa dal collegio; è modificabile e revocabile da parte del giudice che l’ha pronunciata; è per sua natura inidonea a pregiudicare in alcun modo la decisione della causa. Può inoltre essere pronunciata fuori udienza nei casi in cui il giudice «si riservi», ossia rinvii la decisione ad un momento successivo all’udienza stessa per poter esaminare meglio la questione proposta; normalmente il giudice scioglie la riserva ed emette, quindi, l’ordinanza entro i cinque giorni successivi all’udienza, secondo quanto stabilito dall’art. 186.

 

(1) Tale requisito pone l’ordinanza a metà strada tra la sentenza, nella quale vi è l’obbligo, costituzionalmente disposto (art. 111 Cost.), della motivazione, e il decreto, che, pur avendo anch’esso funzione ordinatoria-interna al processo, di regola non necessita di motivazione. In ogni modo, è necessaria una motivazione succinta in maniera che sia permesso un controllo sull’iter logico seguito dal giudice per arrivare alla sua pronuncia; tant’è vero che il difetto assoluto di motivazione comporta la nullità dell’ordinanza (tranne che nell’ipotesi di ordinanze di mero rinvio, dove non è necessario l’obbligo della motivazione).

 

(2) La comunicazione alle parti, che viene effettuata dalla cancelleria, avendo lo scopo di far conoscere a queste il contenuto del provvedimento emesso fuori udienza nonché la data della nuova udienza, è considerata un requisito indispensabile, la cui omissione, infatti, comporta la nullità dell’ordinanza, che, se non sanata dalla comparizione della parte, si estende a tutti gli atti successivi.


Giurisprudenza annotata

  1. Ordinanza e sentenza: criteri di identificazione.

Per stabilire se un provvedimento abbia carattere di sentenza o di ordinanza occorre avere riguardo non già alla forma esteriore e alla denominazione data al provvedimento dal giudice che l’ha pronunciato bensì al contenuto sostanziale del medesimo, e cioè all’effetto giuridico che esso è destinato a produrre, trattandosi di sentenza solamente quando il giudice, nell’esercizio del suo potere giurisdizionale, pronuncia, in via definitiva o non definitiva, sul merito della controversia o su presupposti e condizioni processuali. (Nel fare applicazione del suindicato principio, la S.C. ha qualificato come ordinanza il provvedimento formalmente denominato come «sentenza non definitiva» col quale il giudice del merito si è nel caso limitato ad enunciare principi generali senza decidere in concreto nessuna delle questioni sottopostegli). Cass. 19 gennaio 2004, n. 709.

 

Per stabilire se un provvedimento ha carattere di sentenza o di ordinanza, è necessario avere riguardo non alla sua forma esteriore o alla denominazione adottata, bensì al suo contenuto e, conseguentemente, all'effetto giuridico che esso è destinato a produrre, sicché hanno natura di sentenze - soggette agli ordinari mezzi di impugnazione e suscettibili, in mancanza, di passare in giudicato - i provvedimenti che, ai sensi dell'art. 279 cod. proc. civ., contengono una statuizione di natura decisoria (sulla giurisdizione, sulla competenza, ovvero su questioni pregiudiziali del processo o preliminari di merito), anche quando non definiscono il giudizio. (Nella specie, in applicazione dell'enunciato principio, la S.C. ha confermato la qualificazione come ordinanza del provvedimento di rimessione in istruttoria per l'espletamento di una consulenza tecnica d'ufficio adottato in un giudizio di scioglimento della comunione, negando rilievo all'anticipazione di merito in esso contenuta circa l'infondatezza dell'eccezione di indivisibilità). Rigetta, App. Milano, 30/05/2008 .Cassazione civile sez. II  19 dicembre 2014 n. 27127  

 

Al fine di stabilire se un provvedimento abbia natura di ordinanza o di sentenza, e sia quindi soggetto o meno ai mezzi di impugnazione previsti per le sentenze, occorre aver riguardo, non già alla sua forma esteriore ed alla qualificazione attribuitagli dal giudice che lo ha emesso, ma agli effetti giuridici che esso è destinato a produrre. Pertanto, siccome il provvedimento - impropriamente qualificato ordinanza - con cui il giudice monocratico affermi la propria giurisdizione ha natura di sentenza non definitiva, deve ritenersi preclusa, in mancanza di riserva di impugnazione, la riproposizione della questione di giurisdizione attraverso l’impugnazione della sentenza definitiva. Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2005, n. 20470; conforme Cass., Sez. Un., 9 giugno 2004, n. 10946.

 

 

  1. Fattispecie.

I provvedimenti emessi dal giudice dell’esecuzione sono normalmente assunti, ai sensi dell’art. 487, primo comma, c.p.c., con ordinanza, e sono modificabili o revocabili finché non abbiano avuto esecuzione, costituendo anch’essi espressione del potere di direzione del processo e, in quanto diversamente regolanti quanto già disciplinato dal provvedimento precedentemente adottato, sono soggetti a riesame mediante opposizione agli atti esecutivi. Cass. 15 marzo 2004, n. 5238.

 

L’ordinanza con la quale il pretore, in sede di convalida di sfratto per morosità, assegni al debitore un termine per sanare la morosità ai sensi dell’art. 55 legge n. 392 del 1978 nonostante la contestazione da parte dell’intimato in ordine alla sua competenza funzionale, contiene, seppure implicitamente, una pronuncia affermativa della competenza e si configura perciò come una sentenza in senso sostanziale, suscettibile di impugnazione con regolamento di competenza; ne consegue che deve dichiararsi inammissibile l’istanza di regolamento proposta non contro la suddetta ordinanza concessiva del termine per sanare la mora, bensì contro la successiva ordinanza di convalida di sfratto, essendo quest’ultima resa quando, per effetto della precedente decisione, la competenza del giudice adito non era più controvertibile né rilevabile d’ufficio. Cass. 9 agosto 2000, n. 10536.

Contra: L’ordinanza con la quale il pretore, adito per la convalida di sfratto, concede al conduttore il termine di grazia per sanare la morosità, è provvedimento privo di carattere decisorio e inidoneo a pregiudicare la decisione della causa ed è, pertanto, insuscettibile di essere qualificato come sentenza implicita sulla competenza. Cass. 21 luglio 1993, n. 8133.

 

 

  1. Deposito dell’ordinanza.

Le ordinanze ed i decreti del giudice, non resi in udienza e comunque non inseriti in processo verbale, vengono ad esistenza, quali atti del processo, al pari delle sentenze, con il deposito in cancelleria, mentre l’eventuale anteriorità della loro redazione, ancorché risultante dalla data apposta dal giudice medesimo, è priva di autonoma rilevanza. Pertanto, ove con decreto sia imposta una determinata attività processuale ed assegnato un termine per il suo compimento, come nel caso del decreto che, su istanza di riassunzione del procedimento interrotto, fissi l’udienza di comparizione ed un certo numero di giorni per la notificazione dell’atto alla controparte, il dies a quo di tale termine va individuato nella data del deposito in cancelleria, non in quella eventualmente precedente annotata dal giudice quale giorno della pronuncia del decreto stesso, salvo espressa indicazione contraria (indicazione non ravvisabile nella mera dicitura «da oggi»). Cass. 8 agosto 1989, n. 3628.

 

L’ordinanza che abbia revocato fuori udienza la provvisoria esecuzione di un titolo giudiziale, sottrae al medesimo l’efficacia esecutiva fin dal deposito di essa, essendo la comunicazione finalizzata al compimento di atti successivi; conseguentemente il creditore che ha intimato precetto al debitore per l’ adempimento, è soccombente, anche ai fini delle spese (art. 91 c.p.c.), nel giudizio di opposizione all’ esecuzione (art. 615 c.p.c.), da questi instaurato. Cass. 6 marzo 1998, n. 2487.

 

 

  1. Comunicazione.

Le ordinanze pronunciate dal giudice in udienza ed inserite nel processo verbale a norma dell’art. 134 c.p.c. si reputano conosciute sia dalle parti presenti sia da quelle che avrebbero dovuto intervenire, e pertanto non devono essere comunicate a queste ultime dal cancelliere; in particolare, non deve essere comunicata al procuratore costituito ma assente la nomina del consulente tecnico d’ufficio avvenuta in udienza. Cass. lav., 10 marzo 2004, n. 4929.

 

In tema di comunicazione dei provvedimenti del giudice, a mente dell’art. 176 c.p.c. le ordinanze pronunciate dal giudice in udienza ed inserite nel processo verbale a norma dell’art. 134 c.p.c. si reputano conosciute sia dalle parti presenti sia da quelle che avrebbero dovuto intervenire, e pertanto non devono essere comunicate a queste ultime dal cancelliere; a tal fine resta irrilevante che il giudice si sia ritirato in camera di consiglio e abbia dato lettura dell’ordinanza al termine della stessa, in assenza dei legali delle parti. Cass. lav., 9 maggio 2007, n. 10539; conforme Cass. lav., 14 marzo 2011, n. 5966.

 

In tema di interruzione del processo per morte del procuratore di una delle parti, il termine per la riassunzione del processo decorre non dal giorno in cui si è verificato l’evento interruttivo, bensì da quello in cui lo stesso evento sia venuto a conoscenza, in forma legale, della parte interessata alla riassunzione. Poiché le ordinanze pronunciate dal giudice in udienza, inserite nel processo verbale ai sensi dell’art. 134 c.p.c., si reputano conosciute sia dalle parti presenti, sia da quelle che avrebbero potuto e dovuto intervenire (alle quali, quindi, non devono essere comunicate dal cancelliere), nel caso in cui l’interruzione sia disposta con ordinanza pronunciata in udienza, il termine perentorio per la riassunzione decorre, per le suddette parti, dalla data dell’ordinanza stessa, senza che, pertanto, sia necessaria, a tal fine, la presenza in udienza del procuratore della parte interessata alla riassunzione. Cass. 29 aprile 2003, n. 6654.

 

La comunicazione a mezzo posta elettronica dell’ordinanza pronunciata fuori udienza all’indirizzo indicato dal difensore è valida se il destinatario abbia dato risposta per ricevuta non in automatico, documentata dalla relativa stampa, attesa l’esigenza di assicurare la certezza dell’avvenuta ricezione dell’atto da parte del destinatario, in considerazione del carattere sostitutivo della procedura telematica rispetto a quella cartacea, prevista in via generale dagli artt. 136 c.p.c. e 145 disp. att. c.p.c. per la comunicazione degli atti processuali, e della possibilità di eventuali difetti di funzionamento del sistema di trasmissione. Cass. 30 aprile 2012, n. 6635.

 

La comunicazione di cancelleria ex art. 136 c.p.c. ammette equipollenti basati su elementi volontaristici e sul conseguimento dello scopo: ne consegue, nel caso in cui un avvocato abbia aderito ad una convenzione tra l’ordine degli avvocati ed un ufficio giudiziario che preveda le comunicazioni via posta elettronica all’indirizzo e-mail indicato da ciascun legale, la validità della comunicazione di cancelleria effettuata al detto indirizzo a mezzo posta elettronica, ancorché priva di firma digitale, ove sia pervenuta alla cancelleria una risposta per ricevuta, data non in automatico. Cass. lav., 19 febbraio 2008, n. 4061.

 

In presenza di una comunicazione di cancelleria eseguita a mezzo telefax, ai sensi dell’art. 136, terzo comma, c.p.c., l’attestato del cancelliere, da cui risulti che il messaggio è stato trasmesso con successo al numero di fax corrispondente a quello del destinatario, è sufficiente a far considerare la comunicazione avvenuta, salvo che il destinatario fornisca elementi idonei a fornire la prova del mancato o incompleto ricevimento. Cass. 30 marzo 2012, n. 5168.

 

 

  1. Contraddittorietà tra ordinanza e sentenza.

Non è configurabile contraddittorietà della motivazione di una sentenza che contrasti con una precedente ordinanza emessa nello stesso giudizio, atteso che l’ordinanza deve ritenersi implicitamente revocata dalla successiva sentenza. Cass. lav., 25 agosto 2003, n. 12465.

 

Le ordinanze emesse nel corso del giudizio, oltre che revocabili e modificabili, anche implicitamente, hanno efficacia del tutto provvisoria e non comportano alcun effetto preclusivo, con la conseguenza che il giudice del merito può giustificare nella sentenza le proprie scelte su motivi ed argomenti diversi da quelli indicati nell’ordinanza istruttoria. Cass. 31 maggio 2005, n. 11580.

 



 
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