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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 153 cod. proc. civile: Improrogabilità dei termini perentori

I termini perentori non possono essere abbreviati o prorogati, nemmeno sull’accordo delle parti.

La parte che dimostra di essere incorsa in decadenze per causa ad essa non imputabile può chiedere al giudice di essere rimessa in termini. Il giudice provvede a norma dell’articolo 294, secondo e terzo comma.


Commento

Termine perentorio: è quel termine, previsto espressamente dalla legge, il cui decorso comporta ipso iure la decadenza dal potere di compiere l’atto.

 

Causa non imputabile: evento non addebitabile alla parte o al suo difensore (ad es. negligenza), bensì alla forza maggiore o al caso fortuito. Rimessione in termini: fissazione da parte del giudice di un nuovo termine per consentire alla parte il compimento dell’atto o attività, dalle quali essa era decaduta.


Giurisprudenza annotata

  1. Improrogabilità dei termini perentori e diritto di difesa.

 

 

1.1. Fondamento.

La regola della improrogabilità dei termini perentori rientra tra i principi di «ordine pubblico processuale», rispondendo ad esigenze di economia processuale tese al rapido svolgimento del processo. Cass. 29 novembre 2004, n. 2241; conforme Cass. 26 febbraio 1991, n. 2756; Cass. 18 giugno 1996, n. 5572.

 

 

1.2. Rilevabilità d’ufficio.

L’inosservanza del termine è rilevabile d’ufficio dal giudice, a prescindere dal comportamento della controparte, che in ipotesi si sia costituita in giudizio, nonostante la notificazione dell’atto oltre il termine, senza eccepire alcunché, tenuto conto che la possibilità di sanatoria a seguito di acquiescenza è ammissibile soltanto con riferimento alla forma degli atti processuali, e non anche relativamente all’osservanza dei termini perentori. Cass. 30 gennaio 2004, n. 1771.

 

1.3. Inosservanza incolpevole ante riforma 69/2009.

Già prima della riforma attuata con la legge n. 69/2009, che ha introdotto l’istituto della remissione in termini per la parte che è incorsa in decadenze per causa ad essa non imputabile (infra - 3), con una serie di pronunce la Corte di cassazione affermava che, almeno in linea di principio, non può escludersi la possibilità che il giudice proroghi il termine, pur perentorio, da lui stabilito o ne assegni un altro, laddove quello precedente non sia stato rispettato per causa non imputabile alla parte, la quale è però in questo caso tenuta a fornire la prova dell’evento ostativo. Cass. 28 novembre 2007, n. 24762; conforme Cass. 15 gennaio 2007, n. 637; Cass. 4 marzo 2002, n. 3102; Cass. 5 luglio 2000, n. 8952; Cass. 15 luglio 2003, n. 11072; Cass. 6 febbraio 2004, n. 2292; Cass. lav., 14 febbraio 2005, n. 2899; Cass. 15 gennaio 2007, n. 637; Cass. 15 luglio 2003, n. 11072; Cass. 24 luglio 1999, n. 8009; Cass. 13 luglio 1995, n. 7658; Cass. 19 agosto 2003, n. 12179.

 

La rimessione in termini prevista dall’art. 184-bis riguarda le sole ipotesi in cui le parti costituite siano decadute dal potere di compiere determinate attività difensive nell’ambito della causa in trattazione, e, pertanto, esso non è invocabile per le «situazioni esterne» allo svolgimento del giudizio, quali quelle riscontrabili al momento della instaurazione della causa o nella fase introduttiva della impugnazione, attività per le quali vige la regola della improrogabilità dei termini perentori, restando affidata alla discrezionalità del legislatore la differenziazione delle condizioni di accesso alla tutela giurisdizionale. Cass. 7 febbraio 2008, n. 2946; conforme Cass. 27 marzo 2007, n. 7528; Cass. 7 marzo 2006, n. 4861; Cass. 14 marzo 2006, n. 5474; Cass. 21 aprile 2004, n. 7612; Cass. lav., 9 agosto 2002, n. 12132; Cass. 11 luglio 2000, n. 9178; Cass. 27 agosto 1999, n. 8999; Cass. 15 ottobre 1997, n. 10094.

 

 

  1. Irregolare funzionamento degli uffici giudiziari.

La situazione di irregolare funzionamento degli uffici giudiziari, prevista dagli artt. 1. e 2, D.Lgs. n. 437 del 1998, si configura come situazione obiettiva il cui accertamento è rimesso al Ministro della giustizia, che la dichiara con apposito decreto da pubblicarsi nella Gazzetta Ufficiale, il quale produce l’effetto automatico di allungare il termine e preclude, nel contempo, qualsiasi accertamento in ordine alla possibilità in concreto che la parte aveva di compiere l’atto entro il termine originario. Cass. lav., 28 novembre 1992, n. 12747.

 

L’atto compiuto resta valido ed efficace anche se posto in essere prima dell’emanazione del decreto, purché, ovviamente, entro il periodo interessato dalla proroga. Cass. 17 giugno 1993, n. 6763.

 

 

  1. La rimessione in termini.

 

 

3.1. In generale.

La rimessione in termini, tanto nella versione prevista dall’art. 184 bis c.p.c. che in quella di più ampia portata contenuta nell’art. 153, comma 2, c.p.c., come novellato dalla L. 18 giugno 2009 n. 69, richiede la dimostrazione che la decadenza sia stata determinata da una causa non imputabile alla parte, perché cagionata da un fattore estraneo alla sua volontà. Cass. lav., 28 settembre 2011, n. 19836; conforme Cass. lav., 25 marzo 2011, n. 7003.

 

La rimessione in termini, tanto nella versione prevista dall’art. 184 bis c.p.c., quanto in quella di più ampia portata prefigurata nel novellato art. 153, comma 2, c.p.c., presuppone la tempestività dell’iniziativa della parte che assuma di essere incorsa nella decadenza per causa ad essa non imputabile, tempestività da intendere come immediatezza della reazione della parte stessa al palesarsi della necessità di svolgere un’attività processuale ormai preclusa (la S.C. in applicazione dell’enunciato principio, ha confermato la sentenza impugnata, che aveva dichiarato inammissibile per tardività la domanda di manleva proposta da un convenuto nei confronti di altro convenuto solo in sede di precisazione delle conclusioni, non risultando specificato se il primo, ricorrente in cassazione, avesse, o meno, avanzato immediata istanza di rimessione in termini, ai fini della proposizione di quella domanda, in conseguenza di quanto già emerso a seguito di un’ordinanza istruttoria di esibizione documentale). Cass. 11 novembre 2011, n. 23561.

 

Nel caso in cui il ricorrente, nonostante la rituale comunicazione della udienza di discussione, fissata ex art. 435 cod. proc. civ., non provveda a notificare l'atto di appello, né, partecipando a detta udienza, adduca alcun giustificato impedimento al fine di essere rimesso in termini ai sensi dell'art. 153 cod. proc. civ., l'improcedibilità della impugnazione può essere dichiarata d'ufficio ancorché la notifica sia avvenuta per altra successiva udienza, cui la causa - in quella prima udienza - sia stata rinviata dal giudice per l'acquisizione del fascicolo di ufficio di primo grado. Rigetta, App. Napoli, 27/07/2011

Cassazione civile sez. lav.  22 gennaio 2015 n. 1175  

 

L’istituto della rimessione in termini di cui all’art. 184 bis c.p.c. (nella formulazione anteriore all’abrogazione disposta dall’art. 46 L. 18 giugno 2009 n. 69) applicabile ratione temporis, deve essere letto alla luce dei principi costituzionali di effettività del contraddittorio e delle garanzie difensive; tale istituto, pertanto, può trovare applicazione non solo nel caso di decadenza dai poteri processuali di parte interni al giudizio di primo grado, ma anche nel caso di decadenza dall’impugnazione per incolpevole decorso del termine. Cass. 29 luglio 2010, n. 17704.

 

L’intervento regolatore delle Sezioni Unite, derivante da un preesistente contrasto di orientamenti di legittimità in ordine alle norme regolatrici del processo, induce ad escludere che possa essere ravvisato un errore scusabile, ai fini dell’esercizio del diritto alla rimessione in termini ai sensi dell’art. 153 c.p.c. o dell’abrogato art. 184 bis c.p.c., in capo alla parte che abbia confidato sull’orientamento che non è prevalso. Cass. 15 dicembre 2011, n. 27086.

 

 

3.2. L’overruling.

Ove l’overruling si connoti del carattere dell’imprevedibilità (per aver agito in modo inopinato e repentino sul consolidato orientamento pregresso), si giustifica una scissione tra il fatto (e cioè il comportamento della parte risultante ex post non conforme alla corretta regola del processo) e l’effetto, di preclusione o decadenza, che ne dovrebbe derivare, con la conseguenza che - in considerazione del bilanciamento dei valori in gioco, tra i quali assume preminenza quello del giusto processo (art. 111 cost.), volto a tutelare l’effettività dei mezzi di azione e difesa anche attraverso la celebrazione di un giudizio che tenda, essenzialmente, alla decisione di merito - deve escludersi l’operatività della preclusione o della decadenza derivante dall’overruling nei confronti della parte che abbia confidato incolpevolmente (e cioè non oltre il momento di oggettiva conoscibilità dell’arresto nomofilattico correttivo, da verificarsi in concreto) nella consolidata precedente interpretazione della regola stessa, la quale, sebbene soltanto sul piano fattuale, aveva comunque creato l’apparenza di una regola conforme alla legge del tempo. Ne consegue ulteriormente che, in siffatta evenienza, lo strumento processuale tramite il quale realizzare la tutela della parte va modulato in correlazione alla peculiarità delle situazioni processuali interessate dall’overruling. Cass., Sez. Un., 11 luglio 2011, n. 15144.

 

In tema di effetti del mutamento di una consolidata interpretazione del giudice della nomofiliachia di una norma processuale (cd. overruling), posto che alla luce della nuova esegesi dell’art. 202 R.D. 11 dicembre 1933 n. 1775, di cui alla sentenza n. 7607 del 2010 delle Sezioni Unite della Corte di cassazione il termine breve di quarantacinque giorni per proporre ricorso per cassazione avverso la sentenza emessa dal tribunale superiore delle acque pubbliche in unico grado decorre dalla notifica della copia integrale del dispositivo, senza dover attendere la registrazione della sentenza stessa (come richiesto, invece, dal pregresso “diritto vivente” formatosi sulla predetta norma), è da reputarsi comunque ammissibile il ricorso proposto entro il termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c. e secondo le indicazioni della precedente lettura giurisprudenziale dell’art. 202 citato allorquando la predetta notifica sia intervenuta prima del mutamento di giurisprudenza e la scadenza dell’indicato termine sia avvenuta appena tre giorni dopo la pubblicazione della citata sentenza n. 7607 del 2010, non potendo reputarsi tale pronuncia oggettivamente conoscibile in tempo utile per l’impugnativa nel termine breve. Cass., Sez. Un., 21 novembre 2011, n. 24413.

 

Non può, invece, invocarsi l’affidamento incolpevole nell’orientamento della giurisprudenza, allorché la controversia sia stata compiutamente conosciuta dal giudice dotato di giurisdizione secondo le norme vigenti al momento dell’introduzione della controversia, come allora generalmente interpretate. Cass., Sez. Un., 11 aprile 2011, n. 8127.

 

Il diritto alla rimessione in termini, nell’ipotesi di mutamento di giurisprudenza ad opera della Corte di Cassazione, relativo ad un’interpretazione precedentemente consolidata riguardante norme processuali relative al giudizio di legittimità, non può essere riconosciuto quando il ricorso sia proposto dopo tre mesi dalla pronuncia modificativa del precedente orientamento salvo che, come nella specie, non riguardi l’impugnazione di un provvedimento emesso dal giudice di merito in sede di rinvio, giacché in tal caso, la procedura seguita si è conformata integralmente al precedente indirizzo interpretativo, con conseguente giustificabile incertezza circa l’applicabilità o meno ad un procedimento non definito di un orientamento medio tempore mutato. Cass. 8 giugno 2011, n. 12515; conforme Cass. 7 febbraio 2011, n. 3030.

 

Alla luce del principio costituzionale del giusto processo, va escluso che abbia rilevanza preclusiva l’errore della parte la quale abbia fatto ricorso per cassazione facendo affidamento su una consolidata, al tempo della proposizione dell’impugnazione, giurisprudenza di legittimità sulle norme regolatrici del processo, successivamente travolta da un mutamento di orientamento interpretativo, e che la sua iniziativa possa essere dichiarata inammissibile o improcedibile in base a forme e termini il cui rispetto, non richiesto al momento del deposito dell’atto di impugnazione, discenda dall’overruling; il mezzo tecnico per ovviare all’errore oggettivamente scusabile è dato dal rimedio della rimessione in termini, previsto dall’art. 184 bis c.p.c. (“ratione temporis” applicabile), alla cui applicazione non osta la mancanza dell’istanza di parte, dato che, nella specie, la causa non imputabile è conosciuta dalla corte di cassazione, che con la sua stessa giurisprudenza ha dato indicazioni sul rito da seguire, “ex post” rivelatesi non più attendibili. Cass. 2 luglio 2010, n. 15811; conforme Cass. 17 giugno 2010, n. 14627.

 



 
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