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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 161 cod. proc. civile: Nullità della sentenza

La nullità delle sentenze (1) soggette ad appello o a ricorso per cassazione può essere fatta valere soltanto nei limiti e secondo le regole proprie di questi mezzi di impugnazione (2).

Questa disposizione non si applica quando la sentenza manca della sottoscrizione del giudice (3).


Commento

(1) La sentenza può essere affetta da nullità cd. derivata e può essere nulla per vizi che si sono verificati nella formazione stessa della sentenza. Per quanto concerne la nullità derivata va sottolineato che per il principio dell’estensione della nullità ex art. 159, se un giudice decide nel merito anziché pronunciare la nullità di un atto anteriore al processo, la sentenza è nulla. Per quanto riguarda, poi, i vizi propri della sentenza vanno ricordati, ad es. quelli relativi alla costituzione del giudice ed al difetto della motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

 

(2) La regola generale è quella secondo cui la mancata proposizione dell’impugnazione fa passare in giudicato la sentenza e comporta una sanatoria del vizio.

 

(3) Il difetto assoluto di sottoscrizione dell’originale comporta la nullità insanabile della sentenza, senza possibilità di distinguere tra omissione intenzionale e omissione involontaria (in dottrina si parla addirittura di inesistenza giuridica della sentenza priva di sottoscrizione).


Giurisprudenza annotata

1.  Conversione della nullità della sentenza in motivi di impugnazione

 

 

1.1. Nozione.

Il primo comma dell’articolo 161 c.p.c. formula il principio della conversione delle cause di nullità della sentenza in motivi di impugnazione, in forza del quale le nullità della sentenza possono essere fatte valere, al fine della loro rimozione, soltanto attraverso il sistema dei mezzi di impugnazioni e soltanto nei limiti e secondo le regole proprie di questi. Cass. 3 novembre 2000, n. 14348; conforme Cass. 23 giugno 1997, n. 5573; Cass. lav., 28 dicembre 1996, n. 11357; Cass. 15 novembre 1995, n. 11827).

 

A norma dell’art. 161 c.p.c., le nullità anche insanabili - fra le quali rientra il difetto di giurisdizione - possono essere fatte valere solo con i mezzi di impugnazione e secondo le regole proprie di questi, secondo una disciplina, applicabile pure al giudizio amministrativo, che può avere come conseguenza anche quella di impedire la rilevabilità di dette nullità; ne consegue che, qualora il Tar, pronunciando sul merito della domanda, abbia implicitamente riconosciuto la propria giurisdizione e tale statuizione non sia stata contestata nei motivi di appello, non rileva che il Consiglio di Stato abbia affrontato la relativa questione - benché preclusa - ed il ricorso per cassazione avverso la sentenza di quest’ultimo è inammissibile, essendosi formato il giudicato implicito sulla giurisdizione. Cass., Sez. Un., 25 giugno 2009, n. 14889; conforme Cass. 31 maggio 2006, n. 12965; Cass. 18 luglio 2002, n. 10434; Cass. 3 novembre 2000, n. 14348; Cass. lav., 1° dicembre 1998, n. 12168; Cass. lav., 18 novembre 1998, n. 11624; Cass., 20 maggio 1998, n. 5024; Cass. 23 giugno 1997, n. 5575.

 

 

1.2. Ambito di applicazione.

Il principio peraltro opera per le sole sentenze di primo e di secondo grado, non anche per le sentenze della Corte di cassazione, per la cui nullità non è previsto alcun rimedio, fatta salva l’impugnazione per revocazione, nei limiti in cui è esperibile. Cass. lav., 15 gennaio 1996, n. 272.

 

 

  1. Cause di nullità.

La nullità della sentenza può derivare da vizi del procedimento. Cass. 27 maggio 2005, n. 11292; conforme Cass. 3 maggio 2000, n. 5504.

 

La nullità della sentenza può derivare da vizi intrinseci dell’atto (in applicazione di detto principio, la S.C. ha affermato che qualora nel corso del giudizio di primo grado si sia verificata la non integrità del contraddittorio, non rilevata dal giudice che, con la decisione della controversia nel merito, ne abbia implicitamente accertato la regolarità, il relativo error in procedendo, traducendosi in error in iudicando, determina la nullità della sentenza che per il principio dell’assorbimento delle nullità in mezzi di gravame deve formare oggetto di specifica impugnazione, sicché, in difetto di essa, sul punto si forma il giudicato e la questione non può più essere fatta valere in sede di legittimità). Cass. trib., 15 aprile 2011, n. 8637.

 

In tema di opposizione a sanzioni amministrative, deve ritenersi nulla per vizio di motivazione la sentenza nella quale non venga indicato, neppure sommariamente, il contenuto delle infrazioni contestate, posto che tale omissione impedisce di individuare gli elementi di fatto considerati o presupposti nella decisione. (Nella specie la S.C. ha cassato la sentenza impugnata, ritenendo che l’omessa indicazione del contenuto delle infrazioni contestate rendesse incomprensibile l’iter logico seguito in ordine all’identificazione del soggetto responsabile degli illeciti amministrativi, e rilevando che nella motivazione non era stata affrontata la questione, ritualmente sollevata dall’opponente, della configurabilità in capo al medesimo della posizione di amministratore di fatto della società nei confronti della quale era stato accertato l’illecito amministrativo). Cass. lav., 14 maggio 2010, n. 11739; conforme Cass. 2 luglio 2004, n. 12114.

 

In mancanza di una espressa comminatoria non è configurabile nullità della sentenza, ove il testo originale, stilato in forma autografa dall’estensore, non sia agevolmente leggibile. Cass. 3 giugno 1996, n. 5071.

 

È viziata da nullità la sentenza il cui dispositivo non contenga una precisa determinazione del diritto che riconosce o del bene che tende a far conseguire, così da lasciare assoluta incertezza sul contenuto e sulla portata della decisione e, quindi, sul concreto comando giudiziale. Cass. 15 luglio 2009, n. 16448.

 

Sussiste un contrasto insanabile tra dispositivo e motivazione, che determina la nullità della sentenza, ai sensi degli art. 156 e 360 n. 4, c.p.c., nel caso in cui il provvedimento risulti inidoneo a consentire l’individuazione del concreto comando giudiziale, non essendo possibile ricostruire la statuizione del giudice attraverso il confronto tra motivazione e dispositivo, mercé valutazioni di prevalenza di una delle affermazioni contenute nella prima su altre di segno opposto presenti nel secondo. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata, la quale, in una causa di risarcimento dei danni, aveva ritenuto insussistente la prova dell’”an debeatur”, rigettando per tale motivo non solo l’appello principale del danneggiato, che aveva lamentato l’insufficienza della liquidazione effettuata dal giudice di primo grado, ma anche l’appello incidentale del danneggiante, che aveva chiesto il rigetto della domanda). Cass. 2 luglio 2007, n. 14966; conforme Cass. lav., 26 aprile 2002, n. 6119; Cass. lav., 13 luglio 1995, n. 7671; Cass. 4 luglio 2000, n. 8946.

 

L’omessa indicazione nell’epigrafe della sentenza del nome del difensore di una delle parti, nonostante la sua rituale costituzione in giudizio risultante dal contesto della decisione medesima, non costituisce motivo di nullità della sentenza stessa, ma mera irregolarità formale emendabile con la procedura della correzione degli errori materiali. Cass. 3 luglio 2008, n. 18202.

 

È esclusa la nullità nel caso di sentenza deliberata da un collegio di cui faceva parte un magistrato che aveva conosciuto della causa in primo grado, se le parti non hanno prontamente avanzato istanza di ricusazione. Cass. 29 marzo 2007, n. 7702; conforme Cass., 5 marzo 2007, n. 5030.

 

Quando la motivazione richiama un orientamento giurisprudenziale consolidato - tra l’altro riportando le massime in cui esso si è espresso - la motivazione deve ritenersi correttamente espressa da tale richiamo, che rinvia - in evidente ossequio al principio di economia processuale (che oggi trova legittimazione formale nel principio della ragionevole durata del processo, il quale giustifica ampiamente che non si debbano ripetere le argomentazioni di un orientamento giurisprudenziale consolidato, ove condivise dal giudicante e non combattute dal litigante con argomenti nuovi) - appunto alla motivazione risultante dai provvedimenti richiamati, di modo che il dovere costituzionale di motivazione risulta adempiuto “per relationem”, per essere detta motivazione espressa in provvedimenti il cui contenuto è conoscibile. Cass. 30 marzo 2007, n. 7943.

 

È nulla, per violazione del principio del contraddittorio, la sentenza emessa prima della scadenza dei termini previsti dall’art. 190 per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica. Cass. 9 maggio 2011, n. 5590.

 

La nullità della sentenza per lesione del diritto di difesa è determinata dall’omessa segnalazione alle parti, ad opera del giudice, di una questione rilevabile d’ufficio, sulla quale si fondi la decisione, solo però nell’ipotesi in cui la parte prospetti in concreto che dall’inosservanza dell’art. 183 c.p.c. sia derivata la violazione del diritto di chiedere prove o di riottenere la rimessione in termini. Cass. lav., 23 aprile 2010, n. 9702; conforme Cass. 12 marzo 2010, n. 6051.

 

Nel procedimento dinanzi al giudice di pace, è nulla, per violazione del diritto di difesa, la sentenza adottata in assenza della precisazione delle conclusioni delle parti e dell’invito del giudice rivolto ad esse di provvedervi. Cass. 10 marzo 2006, n. 5225.

 

 

  1. Sentenza inesistente.

 

 

3.1. Difetto di sottoscrizione.

La sottoscrizione della sentenza da parte del giudice costituisce un requisito essenziale del provvedimento, la cui ingiustificata mancanza, pur se involontaria, in quanto provocata da errore o dimenticanza, ne determina la nullità assoluta ed insanabile, equiparabile alla inesistenza, senza che possa ovviarsi né con il procedimento di correzione degli errori materiali né con la rinnovazione della pubblicazione da parte dello stesso organo, che, una volta emessa la pronuncia, ha ormai esaurito la sua funzione giurisdizionale Cass. 28 settembre 2006, n. 21049.

 

La sottoscrizione della sentenza da parte del giudice deve essere apposta in calce alla stessa, non essendo sufficiente che sia presente in ciascun foglio ma non anche in calce. Cass. lav., 22 aprile 1995, n. 4564.

 

La sottoscrizione della sentenza da parte del giudice, costituente requisito della sua esistenza giuridica a norma dell’art. 162, comma 2, c.p.c., deve essere costituita da un segno grafico che abbia caratteristiche di specificità sufficienti e possa quindi svolgere funzioni identitarie e di riferibilità soggettiva, pur nella sua eventuale illeggibilità (la quale non inficia la idoneità della sottoscrizione se sussistono adeguati elementi per il collegamento del segno grafico con un’indicazione nominativa contenuta nell’atto). (Nella specie, in una sentenza d’appello in materia di lavoro, in corrispondenza della firma del presidente era rilevabile solo una breve linea, impercettibilmente ondulata; la S.C. rilevata - anche d’ufficio - la conseguente nullità radicale della sentenza, l’ha dichiarata - osservato anche che la firma del cancelliere in calce alla sentenza non vale ad autenticare la firma del giudice - e ha rimesso la causa la giudice “a quo”). Cass. lav., 9 giugno 2000, n. 7928.

 

Ai sensi dell’art. 132 c.p.c. la sentenza emessa dal giudice in composizione collegiale deve recare la firma del presidente e dell’estensore; qualora essa sia sottoscritta solo dal presidente. che però non risulti cumulare in sé anche la qualità di estensore, tale mancanza rende la predetta sentenza viziata da nullità insanabile ex art. 161, comma 2, c.p.c. che può essere fatta valere anche in sede di giudizio di cassazione e, ove non allegata dalla parte, rilevata anche d’ufficio dalla Corte, con annullamento del provvedimento impugnato e remissione della causa al medesimo organo giudicante che ha adottato la decisione priva di sottoscrizione. Cass. 8 novembre 2010, n. 22705.

 

 

3.2. Ulteriori casi di inesistenza

È possibile configurare altri casi di inesistenza della decisione, tutte le volte che essa manchi di quel minimo di elementi o presupposti che sono necessari per produrre quell’effetto di certezza giuridica che è lo scopo del giudicato, come ad esempio nel caso di sentenza emessa a seguito dello smarrimento della sentenza originaria che, nell’impossibilità di ricostruirla, si limiti ad enunciare il dispositivo, senza esporre lo svolgimento del processo, le conclusioni delle parti, la motivazione. Cass., 13 gennaio 2005, n. 586.

 



 
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