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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 167 cod. proc. civile: Comparsa di risposta

Nella comparsa di risposta il convenuto deve proporre tutte le sue difese prendendo posizione sui fatti posti dall’attore a fondamento della domanda, indicare  le proprie generalità e il codice fiscale, i mezzi di prova di cui intende valersi e i documenti che offre in comunicazione, formulare le conclusioni  (1).

A pena di decadenza deve proporre le eventuali domande riconvenzionali e le eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio (2). Se è omesso o risulta assolutamente incerto l’oggetto o il titolo della domanda riconvenzionale, il giudice, rilevata la nullità, fissa al convenuto un termine perentorio per integrarla. Restano ferme le decadenze maturate e salvi i diritti acquisiti anteriormente alla integrazione (3).

Se intende chiamare un terzo in causa, deve farne dichiarazione nella stessa comparsa e provvede ai sensi dell’articolo 269 (4).


Commento

Mezzi di prova: [v. 183]; Codice fiscale: [v. 125].

Comparsa di risposta: atto difensivo  sottoscritto dalla parte o dal suo difensore contenente, come tutti gli atti di parte, l’indicazione dell’ufficio giudiziario, le parti, l’oggetto, le ragioni di fatto e di diritto dei provvedimenti di giustizia richiesti e le conclusioni [v. 125]. Conclusioni: richieste che la parte avanza, basandosi sui fatti e sugli elementi di diritto costituenti le ragioni della propria posizione. Vengono proposte sia nel primo atto difensivo che nel momento in cui la causa, terminata l’istruzione, viene rimessa in decisione: in tale ultimo caso, le (—) terranno conto anche di quanto esposto e provato nel corso del giudizio.

Domanda riconvenzionale: si ha quando il convenuto, traendo spunto dalla domanda proposta contro di lui dall’attore, non si limita a chiederne il rigetto, ma propone a sua volta una domanda esercitando, limitatamente ad essa, un’autonoma azione.

Eccezioni processuali e di merito: le eccezioni processuali attengono agli atti introduttivi del giudizio, alla giurisdizione, alla competenza e, più in generale, al processo; quelle di merito (o di natura sostanziale) riguardano i fatti di cui si discute in causa e, quindi, hanno ad oggetto il fatto estintivo, modificativo o impeditivo del diritto dedotto in giudizio, che viene allegato dall’interessato al fine di ottenere il rigetto della domanda della controparte.

Chiamata di terzo: atto con cui una parte fa entrare nel giudizio pendente colui al quale ritiene comune la causa o dal quale pretende essere garantita [v. 106].

 

 

 (1) Il c. 1 si occupa dell’attività minima che il convenuto deve compiere, necessaria per individuare il thema decidendum, consentendo al giudice ed alla controparte di venire a conoscenza degli elementi salienti della materia del contendere. L’onere di prendere posizione sui fatti costituitivi posti dall’attore a fondamento della domanda non è tuttavia previsto a pena di decadenza, per cui, nel silenzio del legislatore, sembra potersi ammettere la possibilità di una contestazione tardiva. In questo caso, però, l’esigenza di piena attuazione del principio del contraddittorio imporrebbe al giudice di ammettere tardivamente le prove dedotte dall’attore in ordine ai fatti tardivamente contestati dal convenuto.  Neanche l’onere di indicare i mezzi di prova e i documenti dei quali il convenuto intende avvalersi è sancito a pena di decadenza, in ragione della previsione di cui all’art. 183, c. 6 nn. 2) e 3) [v. →], che prevede l’assegnazione da parte del giudice istruttore su istanza di parte, di un termine perentorio entro il quale entrambi i contendenti possono produrre documenti e dedurre nuovi mezzi istruttori. Per quanto concerne la formulazione delle conclusioni, la legge non dispone quale grado di definizione debba esserle dato. Tali conclusioni debbono semplicemente esprimere una correlazione con quelle dell’attore; l’art. 183, infatti, consente alle parti di precisare le conclusioni già formulate; le vere e proprie preclusioni si verificano, dunque, successivamente, con l’esaurirsi della prima udienza di comparizione. L’uso, in ogni caso, da parte del legislatore dell’espressione verbale «deve» fa presumere di poter ricollegare l’inosservanza del comma 1 al comportamento sleale e scorretto di cui all’art. 88 [v. →] e valutabile dal giudice ai sensi dell’art. 116 [v. →].

(2) Tale disposizione è in vigore dal 1°-3-2006 ed è applicabile ai procedimenti instaurati successivamente a tale data. La proposizione da parte del convenuto delle eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio già nella comparsa di costituzione e risposta rappresenta un ritorno all’originaria formulazione introdotta con l. 353/1990. Il legislatore del 2005 intende perseguire l’obiettivo di rendere più celere e concentrato il processo, obbligando il convenuto a prendere subito posizione sui fatti di causa. Per quanto riguarda il regime di proponibilità e rilevabilità delle eccezioni, v. 112.

(3) La sanatoria opera, cioè, con effetto ex nunc.

(4) Ove intenda chiamare in causa un terzo, il convenuto ha l’onere di farne dichiarazione nella stessa comparsa, chiedendo contestualmente al giudice istruttore lo spostamento della prima udienza, per effettuare la citazione nel rispetto dei termini di cui all’art. 163bis. Soltanto la tempestiva costituzione della parte convenuta può consentire quel meccanismo di differimento della prima udienza previsto dall’art. 269 e apprestato ad assicurare la comparizione di tutte le parti del processo ad una stessa prima udienza.

 

 

Come già indicato per l’atto di citazione, anche la comparsa di costituzione del convenuto deve contenere l’indirizzo di posta elettronica certificata ed il recapito telefax [v. 125]. Laddove con la comparsa di costituzione e risposta sia spiegata domanda riconvenzionale o richiesta la chiamata in causa di un terzo, anche se tali richieste non comportano aumento di valore del procedimento, la legge ha previsto l’obbligo di provvedere al versamento del contributo unificato al momento del deposito della comparsa, nella misura data dal solo valore della nuova domanda.


Giurisprudenza annotata

  1. Ambito di applicazione.

In relazione al giudizio davanti al giudice di pace non sono applicabili le decadenze e le preclusioni proprie del processo ordinario innanzi al tribunale di cui all’art. 167. Cass. 15 giugno 1999, n. 5919; conforme Cass. 2 giugno 1999, n. 5342; Cass. 16 febbraio 1993, n. 1920.

 

E' pacifico che il termine di venti giorni prima per la tempestiva costituzione del convenuto con la comparsa di risposta fa riferimento in primo luogo all' "udienza di comparizione fissata nell'atto di citazione" (cfr. art. 166 c.p.c.), onde è ininfluente la circostanza che nella specie la prima udienza di comparizione e trattazione sia stata celebrata ai sensi dell'art. 168 bis, comma 4, c.p.c. Il rinvio d'ufficio dell'udienza, a norma dell'art. 168 bis, comma 4, c.p.c., non determina la riapertura dei termini per il deposito della comparsa e per la proposizione dell'appello incidentale, poiché l'art. 166 c.p.c., coordinato con il successivo art. 167, contempla, quali ipotesi utili ad escludere la decadenza dalla proposizione della domanda riconvenzionale o dell'appello incidentale, a norma dell'art. 343 c.p.c., soltanto quella connessa al termine indicato nell'atto di citazione, ovvero, nel caso in cui abbia trovato applicazione l'art. 168 bis, comma 5, quella relativa alla data fissata dal giudice istruttore (così, ad es., Cass., sez. I, 23.6.2008, n. 17032). Conseguentemente, la costituzione della convenuta è da reputare tardiva, di tal che tutte le domande dalla stessa proposte devono essere dichiarare inammissibili d'ufficio.

Tribunale Bari sez. I  28 aprile 2014 n. 2110

 

 

  1. «Onere di prendere posizione sui fatti».

L’art. 167 c.p.c., imponendo al convenuto l’onere di prendere posizione sui fatti costitutivi del diritto preteso da controparte, considera la non contestazione un comportamento univocamente rilevante ai fini della determinazione dell’oggetto del giudizio, con effetti vincolanti per il giudice, che dovrà astenersi da qualsivoglia controllo probatorio del fatto non contestato e dovrà ritenerlo sussistente, in quanto l’atteggiamento difensivo delle parti espunga il fatto stesso dall’ambito degli accertamenti richiesti. Il riferito difetto di contestazione, se concerne fatti costitutivi dei diritto si coordina al potere di allegazione dei medesimi e partecipa della sua natura, sicché simmetricamente soggiace agli stessi limiti apprestati per tale potere. In altre parole, considerato che la identificazione del tema decisionale dipende in pari misura dall’allegazione e dall’estensione delle relative contestazioni, risulterebbe intrinsecamente contraddittorio ritenere che un sistema di preclusioni in ordine alla modificabilità di un tema siffatto operi poi diversamente rispetto all’uno o all’altro dei fatti di identificazione. Cass. 5 marzo 2009, n. 5356.

 

L’onere di specifica contestazione, introdotto, per i giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della legge n. 353 del 1990, dall’art. 167, comma 1, c.p.c., imponendo al convenuto di prendere posizione sui fatti posti dall’attore a fondamento della domanda, comporta che i suddetti fatti, qualora non siano contestati dal convenuto stesso, debbono essere considerati incontroversi e non richiedenti una specifica dimostrazione. Ne consegue che la contestazione limitata solo ad alcuni dei fatti ex adverso allegati, pur se ritenuta decisiva dalla parte interessata, non riveste carattere assorbente e non rende superflua qualsiasi contestazione sulle allegazioni relative a fatti ulteriori che, in caso di rigetto della contestazione ritenuta pregiudiziale e dirimente, potrebbero assumere carattere rilevante ai fini della decisione. Cass. 19 agosto 2009, n. 18399; conforme Trib. Milano, 10 gennaio 2012.

 

L’esclusione dei fatti non contestati dal thema probandum non può ravvisarsi in caso di contumacia del convenuto, in quanto la non negazione fondata sulla volontà della parte non può presumersi per il solo fatto del non essersi la stessa costituita in giudizio, non essendovi un onere in tal senso argomentabile dal sistema; pertanto, al convenuto, costituitosi in appello, non è precluso contestare i fatti costitutivi e giustificativi allegati dall’attore a sostegno della domanda. Cass. 23 giugno 2009, n. 14623.

 

L’onere di specifica contestazione, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 167 c.p.c., deve essere inteso nel senso che, qualora i fatti costitutivi del diritto azionato (nella specie, di riscatto agrario) siano individuati dalla legge, il convenuto ha l’onere di contestarli specificamente e non, genericamente, con una clausola di stile, per evitare che gli stessi siano ritenuti incontestati; solo in presenza di tale condizione, l’attore ha l’onere di provarli, restando così assicurato il principio del contradditorio. Cass. 18 maggio 2011, n. 10860.

 

 

  1. Deduzioni probatorie e conclusioni.

I fatti allegati da una parte possono essere considerati «pacifici», esonerando la parte sulla quale grava il relativo onere, dalla necessità di fornirne la relativa prova, quando l’altra parte abbia impostato la propria difesa su argomenti logicamente incompatibili con il disconoscimento dei fatti medesimi. Cass. 5 marzo 2002, n. 3175; conforme Cass. lav., 20 ottobre 2000, n. 13904.

 

 

  1. Domanda riconvenzionale.

In mancanza di diversa disposizione il termine di cinque giorni dalla presentazione del fascicolo, entro il quale il giudice designato può differire, con decreto motivato, ai sensi del comma 5 dell’art. 168-bis c.p.c., la data della prima udienza, in base al principio generale contenuto nell’art. 152, comma 2, c.p.c., è ordinatorio. Pertanto, anche se il provvedimento è emesso oltre detto termine, è alla nuova data della prima udienza a cui il giudice ha rinviato la causa che occorre aver riguardo per computare i termini di comparizione e di costituzione, e quindi la tempestività della proposizione della domanda riconvenzionale, e non già alla data dell’udienza di comparizione originariamente indicata nell’atto di citazione. Cass. 4 novembre 2003, n. 16526,

 

Il rinvio d’ufficio dell’udienza, a norma dell’art. 168 bis comma 4 c.p.c. non determina la riapertura dei termini per il deposito dèlla comparsa e per la proposizione dell’appello incidentale, poiché l’art. 166 c.p.c., coordinato con il successivo art. 167, contempla, quali ipotesi utili a escludere la decadenza dalla proposizione della domanda riconvenzionale o dell’appello incidentale, a norma dell’art. 343 c.p.c., soltanto quella connessa al termine indicato nell’atto di citazione, ovvero, nel caso in cui abbia trovato applicazione l’art. 168 bis comma 5, quella relativa alla data fissata dal giudice istruttore. Cass. 29 settembre 2009, n. 20813.

 

 

  1. Eccezioni.

Mentre con la domanda riconvenzionale il convenuto, traendo occasione dalla domanda contro di lui proposta, oppone una controdomanda e chiede un provvedimento positivo, sfavorevole all’attore, che va oltre il mero rigetto della domanda attrice, mediante l’eccezione riconvenzionale egli, pur deducendo fatti modificativi, estintivi o impeditivi, che potrebbero costituire oggetto di un’autonoma domanda in un giudizio separato, si limita a chiedere la reiezione della pretesa avversaria, totalmente o anche solo parzialmente, al fine di beneficiare di una condanna più ridotta. Cass. 16 marzo 2012, n. 4233.

 

In tema di competenza territoriale nelle cause relative a diritti di obbligazione, la disciplina di cui all’art. 38, comma 1, c.p.c., come sostituito dall’art. 45 L. 18 giugno 2009 n. 69 la quale, con riguardo a detta specie di competenza, ha riproposto i contenuti del comma 3 del testo previgente dell’art. 38, sia in punto di necessaria formulazione dell’eccezione «a pena di decadenza» nella comparsa di risposta, sia quanto alla completezza dell’eccezione comporta che il convenuto sia tenuto ad eccepire l’incompetenza per territorio del giudice adito con riferimento a tutti i concorrenti criteri previsti dagli art. 18, 19 e 20 c.p.c. (e, nel caso di cumulo soggettivo, ai sensi dell’art. 33 c.p.c., in relazione a tutti i convenuti), indicando specificamente, in relazione ai criteri medesimi, quale sia il giudice che ritenga competente, senza che, verificatasi la suddetta decadenza o risultata comunque inefficace l’eccezione, il giudice possa rilevare d’ufficio profili di incompetenza non proposti, restando la competenza del medesimo radicata in base al profilo non (o non efficacemente) contestato. Vertendosi in tema di eccezione di rito ed in senso stretto, l’attività di formulazione dell’eccezione richiede un’attività argomentativa esplicita sotto entrambi gli indicati profili. Cass. 4 agosto 2011, n. 17020.

 

Le eccezioni di decadenza e di prescrizione ai sensi degli art. 166, 167 e 171 comma 2 c.p.c. vanno proposte dal convenuto almeno 20 gg. prima dell’udienza fissata - per la prima comparizione delle parti (art. 163 c.p.c.) - dall’attore nell’atto di citazione, pena la loro decadenza. La detta decadenza, è rilevabile d’ufficio, atteso che il regime delle preclusioni nel rito civile è posto non solo a tutela dell’interesse di parte, ma anche dell’interesse pubblico al corretto, celere e concentrato andamento del processo civile, con la conseguenza che le relative violazioni devono essere considerate pregiudizievoli di un interesse generale e rilevate d’ufficio dal g.o., anche in presenza di acquiescenza della parte legittimata a dolersene. Trib. Teramo, 20 ottobre 2009; conforme Trib. Roma, 1 luglio 2011.

 

A differenza del difetto di legittimazione passiva - rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio, salvo il limite del giudicato eventualmente formatosi - l’effettiva titolarità attiva del rapporto giuridico attiene al merito della controversia e il suo difetto, non rilevabile d’ufficio dal giudice, è rimesso al potere dispositivo delle parti, le quali sono tenute a dedurlo nei tempi e modi previsti per le eccezioni di parte; ne consegue che, nel giudizio di risarcimento dei danni, l’eccezione relativa alla titolarità del diritto di comproprietà del bene danneggiato deve essere sollevata - nella vigenza del sistema novellato dalla legge n. 353 del 1990, ratione temporis applicabile - nel termine assegnato dal giudice per la proposizione, da parte del convenuto, delle eccezioni non rilevabili d’ufficio. Cass. 3 giugno 2009, n. 12832.

 

L’improponibilità della domanda a causa della previsione d’una clausola compromissoria per arbitrato irrituale è rilevabile non già d’ufficio, ma solo su eccezione della parte interessata e, dunque, non osta alla richiesta ed alla conseguente emissione di un decreto ingiuntivo; tuttavia, è facoltà dell’intimato eccepire l’improponibilità della domanda dinanzi al giudice dell’opposizione ed ottenerne la relativa declaratoria. Cass. 4 marzo 2011, n. 5265.

 

 

  1. Chiamata in causa del terzo.

Il convenuto per poter legittimamente formulare, ai sensi del combinato disposto degli artt. 167, 3º comma, e 269 c.p.c., l’istanza di chiamata in causa di un terzo deve necessariamente costituirsi tempestivamente, ovvero nel rispetto del termine fissato dall’art. 166 stesso codice di rito, di modo che in caso di tardività della costituzione deve conseguire la declaratoria di inammissibilità della predetta richiesta; ai fini dell’osservanza di detto termine, stante l’esplicita previsione contenuta nello stesso art. 166 c.p.c., per il suo computo a ritroso deve aversi riguardo (in via esclusiva) all’udienza indicata nell’atto di citazione e non (anche) a quella eventualmente successiva, cui la causa sia stata rinviata d’ufficio, ai sensi dell’art. 168-bis, 4º comma, c.p.c., in ragione del calendario delle udienze del giudice designato. Cass. 28 maggio 2007, n. 12490.

 

 

  1. Obbligo di indicazione del codice fiscale.

La L. n. 24 del 2010, introducendo l’obbligo di indicazione del codice fiscale in seno agli atti di cui agli art. 125, 163, 167 ha provocato una estensione dell’ambito applicativo dell’art. 6 D.P.R. n. 605 del 1973 (che indica gli “atti nei quali deve essere indicato il numero di codice fiscale”). Ed, allora, l’omessa indicazione del codice fiscale non deve sanzionata con la nullità processuale, ma con le sanzioni speciali previste dalla legislazione vigente (es. art. 13 D.P.R. n. 605 del 1973 come successivamente modificato). Trib. Varese, I, 16 aprile 2010.

 



 
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