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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 183 cod. proc. civile: Prima comparizione delle parti e trattazione della causa

All’udienza fissata per la prima comparizione delle parti e la trattazione il giudice istruttore verifica d’ufficio la regolarità del contraddittorio e, quando occorre, pronuncia i provvedimenti previsti dall’articolo 102, secondo comma, dall’articolo 164, secondo, terzo e quinto comma, dall’articolo 167, secondo e terzo comma, dall’articolo 182 e dall’articolo 291, primo comma (1) (2).

Quando pronunzia i provvedimenti di cui al primo comma, il giudice fissa una nuova udienza di trattazione (3).

Il giudice istruttore fissa altresì una nuova udienza se deve procedersi a norma dell’articolo 185 (4).

Nell’udienza di trattazione ovvero in quella eventualmente fissata ai sensi del terzo comma, il giudice richiede alle parti, sulla base dei fatti allegati, i chiarimenti necessari e indica le questioni rilevabili d’ufficio delle quali ritiene opportuna la trattazione (5).

Nella stessa udienza l’attore può proporre le domande e le eccezioni che sono conseguenza della domanda riconvenzionale o delle eccezioni proposte dal convenuto. Può altresì chiedere di essere autorizzato a chiamare un terzo ai sensi degli articoli 106 e 269, terzo comma, se l’esigenza è sorta dalle difese del convenuto (6). Le parti possono precisare e modificare le domande, le eccezioni e le conclusioni già formulate.

Se richiesto, il giudice concede alle parti i seguenti termini perentori:

1) un termine di ulteriori trenta giorni per il deposito di memorie limitate alle sole precisazioni o modificazioni delle domande, delle eccezioni e delle conclusioni già proposte;

2) un termine di ulteriori trenta giorni per replicare alle domande ed eccezioni nuove, o modificate dall’altra parte, per proporre le eccezioni che sono conseguenza delle domande e delle eccezioni medesime e per l’indicazione dei mezzi di prova e produzioni documentali;

3) un termine di ulteriori venti giorni per le sole indicazioni di prova contraria (7).

Salva l’applicazione dell’articolo 187, il giudice provvede sulle richieste istruttorie fissando l’udienza di cui all’articolo 184 per l’assunzione dei mezzi di prova ritenuti ammissibili e rilevanti. Se provvede mediante ordinanza emanata fuori udienza, questa deve essere pronunciata entro trenta giorni (8).

Nel caso in cui vengano disposti d’ufficio mezzi di prova con l’ordinanza di cui al settimo comma, ciascuna parte può dedurre, entro un termine perentorio assegnato dal giudice con la medesima ordinanza, i mezzi di prova che si rendono necessari in relazione ai primi nonchè depositare memoria di replica nell’ulteriore termine perentorio parimenti assegnato dal giudice, che si riserva di provvedere ai sensi del settimo comma (9).

Con l’ordinanza che ammette le prove il giudice può in ogni caso disporre, qualora lo ritenga utile, il libero interrogatorio delle parti; all’interrogatorio disposto dal giudice istruttore si applicano le disposizioni di cui al terzo comma (10).


Commento

Udienza: [v. 127]; Giudice istruttore: [v. 168bis]; Contraddittorio: [v. 101]; Procura: [v. 83]; Attore: [v. 163]; Convenuto: [v. 163]; Termine perentorio: [v. 153].

Udienza di prima comparizione e trattazione: è il momento e il luogo nel quale: 1) si determina per la prima volta l’incontro tra le parti e il giudice; 2) vengono effettuate le verifiche preliminari per assicurare la corretta prosecuzione del processo; 3) sono individuate e sistemate le questioni nelle quali si articola il processo. La comparizione è la presenza di fatto della parte alle singole attività ed, in particolare, alle udienze. Salvo i casi in cui è richiesta la presenza personale della parte (ad es. per il tentativo di conciliazione), la comparizione avviene in persona del difensore, che rappresenta la parte processualmente. Eccezione: in senso lato, si intende ogni argomentazione, di merito o di rito, rilevabile dalla parte o d’ufficio, volta a contrastare la fondatezza della domanda.

Domanda riconvenzionale: azione autonoma esercitata dal convenuto contro l’attore con la quale il primo non si limita a difendersi (chiedendo il rigetto della domanda principale), bensì avanza a sua volta la richiesta di un provvedimento giurisdizionale, ad es. di condanna, avverso l’attore [v. 36].

Conclusioni: richieste finali di parte (ad es. condanna al pagamento, risarcimento del danno) rivolte all’autorità giudiziaria adita e formulate in base alle ragioni di fatto e di diritto esposte nella domanda. Mezzi di prova: spesso è usato quale sinonimo di «prova», con la precisazione, però, che la prova è il risultato che con i (—) si mira a realizzare (formando il convincimento del giudice sulla veridicità di un fatto).

 

 

(1) Tale disposizione è in vigore dal 1°-3-2006 ed è applicabile ai procedimenti instaurati successivamente a tale data. Nella nuova formulazione della norma sono confluite, con qualche ritocco, previsioni contenute negli artt. 180 e 184 nella loro precedente formulazione. L’obiettivo — già rivelato nella modificata rubrica — è quello di concentrare quanto più possibile le fasi di preparazione e di trattazione della causa, accorpandole in un’unica udienza.

(2) Si tratta dell’originario primo comma dell’art. 180, trasposto con la sola specificazione dei commi degli artt. 164 e 167. Nella sostanza, nulla dovrebbe mutare in ordine alle verifiche che il giudice istruttore deve compiere in sede di prima udienza e ai provvedimenti con sequenziali. Ovviamente, il primo contatto tra parti e giudicante non si avrà più nel corso di una prima udienza di comparizione prodromica alla fase della trattazione, come in precedenza previsto dall’art. 180, bensì nell’udienza accorpata disciplinata dall’attuale art. 183.

(3) Nel sistema previgente ciò si verificava nel corso dell’udienza di prima comparizione di cui all’art. 180 ante riforma.

(4) Si tratta dell’eventualità in cui debba disporsi l’interrogatorio libero delle parti al fine di provocarne la conciliazione, oggi subordinata a una richiesta congiunta degli interessati oppure ad un’iniziativa officiosa del giudice istruttore ex art. 117 [v. 185].

(5) È espressione del potere di collaborazione tra le parti ed il giudice, il quale consente, in tal modo, alle stesse di evitare, eventualmente, di incorrere nelle preclusioni di cui ai commi successivi dell’articolo in commento. Tra le principali questioni rilevabili d’ufficio spiccano: il difetto di giurisdizione [v. 37]; l’incompetenza [v. 38]; la litispendenza [v. 39]; la connessione [v. 40].

(6) Le specificazioni si sono rese necessarie a seguito della rimodulazione dell’intera fase.

 (7) L’attuale formulazione contempla tre termini perentori (30 + 30 + 20), pur sempre finalizzati a consentire la definitiva cristallizzazione del thema decidendum e del thema probandum prima che maturino le relative preclusioni. Il triplo termine, quindi, servirà non soltanto a puntualizzare il petitum e la causa petendi mediante deposito di memorie e repliche (cd. emendatio libelli), ma anche a produrre documenti e ad indicare nuovi mezzi di prova, nonché a formulare le controdeduzioni istruttorie allegando i mezzi di prova resi necessari dalle difese avversarie.

(8) Anche la disposizione in commento è stata ulteriormente ritoccata dopo la novella introdotta con il cd. decreto competitività. Non è più previsto che il giudice debba provvedere sulle richieste istruttorie necessariamente con ordinanza cd. riservata, ossia pronunciata fuori udienza [v. 134], poiché ora può valutare l’ammissibilità e la rilevanza dei mezzi di prova direttamente nell’udienza di trattazione ex art. 183, fissando con ordinanza la successiva udienza di cui all’art. 184 per l’assunzione dei mezzi di prova ammessi [v. 184]. Solo nell’ipotesi in cui l’ordinanza non sia pronunciata in udienza, permane la previsione del termine (con ogni probabilità ordinatorio) entro il quale il provvedimento deve essere emesso, pari a trenta giorni decorrenti dallo spirare del triplo termine di cui al c. 6 nn. 1), 2) e 3) dell’art. 183.

(9) Si tratta di tutte quelle ipotesi in cui il giudice ammette alcuni mezzi di prova (es. ispezione ex artt. 118 e 258, giuramento ex art. 240, assunzione di testi ex art. 257 etc.) in assenza di espresse richieste di parte. Successivamente la norma è confluita più coerentemente nell’art. 183, che quindi segna la definitiva fissazione del thema probandum anche nei casi di iniziative probatorie officiose. Quindi, l’ordinanza di cui al c. 7 dell’art. 183 (pronunciata in udienza o «riservata» che sia), ove contenga l’ammissione di mezzi di prova disposti ex officio, dovrà assegnare alle parti un primo termine per le relative deduzioni e uno successivo (parimenti perentorio) per depositare memorie di replica, decorso il quale il giudice si riserva di decidere ai sensi dell’art. 183, c. 7 fissando l’udienza per l’assunzione dei mezzi ammessi e rilevanti. Viene così pienamente garantito il contraddittorio delle parti, espressione del più generale diritto di difesa ex art. 24 Cost.

(10) La nuova disposizione risulta quasi superflua. In sostanza, con l’ordinanza che ammette le prove il giudice può disporre l’interrogatorio libero delle parti e, in tal caso, si applicano le disposizioni di cui al c. 3 che a sua volta rinvia all’art. 185. In realtà, a tale evenienza il giudice poteva già in passato ovviare facendo ricorso ai poteri di cui all’art. 117 [v. →]. A ciò si aggiunga l’ulteriore previsione di cui all’art. 185, c. 2 (immodificato) che parimenti riconosce la possibilità di rinnovare il tentativo di conciliazione in qualunque momento dell’istruzione.

 

 

Con il sistema precedente la riforma del 1990 era consentita la possibilità di modificare domande e proporre nuove eccezioni e nuovi mezzi di prova sino alla rimessione della causa al collegio. Tale sistema determinava un notevole allungamento dei tempi del giudizio, causato dalla continua concessione, da parte del giudice istruttore di rinvii di udienza per consentire a ciascuna parte di replicare ai mutamenti del thema decidendum attuati dalle integrazioni, modifiche e precisazioni di controparte. Il sistema di preclusioni introdotto con l’articolo in commento consente, invece, al giudice di fissare immediatamente la materia del contendere. Sono state concentrate nell’unica udienza di prima comparizione delle parti e di trattazione della causa le attività in precedenza espletate nelle udienze di cui agli artt. 180, 183 e 184 nella loro precedente formulazione. Quanto alla fase delle deduzioni istruttorie — oggi confluita nell’art. 183 — già nel sistema previgente il concedere alle parti la possibilità di indicare nuovi mezzi di prova o eventuali prove contrarie è sembrato in contrasto con lo spirito del legislatore del ’90, ispirato alla celerità del processo. Per tale motivo, infatti, la prevalente giurisprudenza ha optato per una soluzione più elastica, per la quale la richiesta di assegnazione di un termine per l’indicazione di mezzi istruttori non trova ostacolo nella circostanza che la parte non abbia formulato istanze istruttorie nell’atto introduttivo e che tali istanze non siano giustificate da dilatazione del thema decidendum sopravvenuta nella prima udienza di trattazione.


Giurisprudenza annotata

  1. Tendenziale inderogabilità dell’udienza di trattazione.

Il provvedimento del giudice di fissazione di una nuova udienza per consentire la citazione del terzo nel processo chiesta tempestivamente dal convenuto ai sensi dell’art. 269 c.p.c., al di fuori delle ipotesi di litisconsorzio necessario, è discrezionale, potendo il giudice rifiutare di fissare una nuova prima udienza per ragioni di economia processuale e per motivi di ragionevole durata del processo. Cass., Sez. Un., 23 febbraio 2010, n. 4309.

 

 

  1. Accordo delle parti teso ad escludere la fissazione dell’udienza di trattazione.

Le norme con le quali la legge 20 dicembre 1995, n. 534 ha regolato la sequenza delle udienze di cui agli articoli 180 e 183 c.p.c. sono poste a tutela del diritto di difesa delle parti e hanno natura tendenzialmente inderogabile; tuttavia le parti possono rinunziare ad avvalersi del rinvio dall’udienza di prima comparizione a quella di trattazione senza che il giudice sia tenuto, comunque, a fissare l’udienza ex art. 183 c.p.c., atteso che lo sdoppiamento non è riconducibile a ragioni di ordine pubblico del procedimento. Peraltro qualora il giudice d’appello ravvisi il vizio del procedimento consistente nell’omessa assegnazione al convenuto del termine di cui all’art. 180 c.p.c., non vertendosi in una delle ipotesi previste dall’art. 354 c.p.c., il giudice medesimo è tenuto soltanto a rimettere in termini le parti per l’esercizio delle attività deduttive e istruttorie non potute esercitare in primo grado. Cass. 22 ottobre 2004, n. 20592.

 

 

  1. Interrogatorio libero delle parti.

Le dichiarazioni rese in sede d’interrogatorio libero o non formale, che è istituto finalizzato alla chiarificazione delle allegazioni delle parti e dotato di funzione probatoria di carattere meramente sussidiario, non possono avere valore di confessione giudiziale ai sensi dell’art. 229 c.p.c., ma possono solo fornire al giudice elementi sussidiari di convincimento utilizzabili ai fini del riscontro e della valutazione delle prove già acquisite. Cass. 2 aprile 2004, n. 6510.

 

 

  1. Questioni relative alla competenza.

Ai fini del regolamento di giurisdizione d’ufficio, l’art. 59, comma terzo, della legge n. 69 del 2009, a norma del quale il giudice davanti al quale la causa è riassunta può sollevare d’ufficio la questione di giurisdizione davanti alle Sezioni Unite “fino alla prima udienza fissata per la trattazione del merito”, dev’essere interpretato nel senso che il limite oltre il quale il secondo giudice non può sollevare il conflitto di giurisdizione, nel processo davanti al giudice ordinario, non è costituito dal compimento della prima udienza, se nell’udienza prevista dall’art. 183, primo comma, c.p.c. il giudice adotta i provvedimenti indicati nello stesso primo comma, ma dal fatto che il giudice non si sia limitato all’adozione di provvedimenti ordinatori ed eventualmente decisori su questioni impedienti di ordine processuale, logicamente precedenti quella di giurisdizione; in tal caso, quel limite si sposta all’udienza che il giudice fissa in base al secondo comma del medesimo articolo. Cass., Sez. Un., 13 aprile 2012, n. 5873.

 

Ai sensi dell’art. 38, terzo comma, c.p.c., l’incompetenza per materia, valore o territorio, nei casi previsti dall’art. 28, c.p.c., è rilevata d’ufficio non oltre l’udienza di cui all’art. 183 del codice di rito, la quale, nel processo ordinario, si identifica con l’udienza di trattazione della causa, e, nel processo del lavoro, corrisponde all’udienza di discussione della causa fissata con il decreto giudiziale disciplinato dall’art. 415 c.p.c. Ne consegue che, pur volendosi attribuire al concetto di “udienza” un carattere identificativo contenutistico, piuttosto che meramente temporale (tale, dunque, da prescindere dal numero di udienze in cui si sia in concreto svolta la fase processuale), è comunque tardivo il rilievo dell’incompetenza per materia compiuto dal giudice dopo aver posto in essere attività (quale, nella specie, l’ammissione e l’espletamento di una CTU), che logicamente presuppongano l’affermazione della propria competenza. Cass. 6 aprile 2012, n. 5609.

 

 

  1. Difetto di legittimazione processuale.

Al giudice è consentito accertare d’ufficio la sussistenza, in capo alle parti, del potere di promuovere il giudizio o di resistervi, ossia la “legitimatio ad causam” attiva e passiva, ma non di rilevare d’ufficio l’effettiva titolarità dell’obbligazione dedotta in giudizio. Cass. 14 febbraio 2012, n. 2091.

 

 

  1. Formulazione delle eccezioni.

La formulazione di un’eccezione, pur non richiedendo espressioni sacramentali, esige pur sempre una manifestazione non equivoca della volontà di contrastare una deduzione di controparte, sì che deve escludersi che gli estremi di una siffatta volontà possano essere ravvisati nella mera produzione di documenti, benché il loro contenuto risulti idoneo a dimostrare il fondamento della predetta eccezione. Cass. 12 novembre 1998, n. 11412.

 

 

  1. Termine per sollevare le eccezioni.

La questione relativa all’esistenza di una ricognizione di debito opposta in compensazione al credito dedotto in giudizio dalla controparte costituisce eccezione in senso stretto se riferita ad un rapporto obbligatorio diverso da quello che forma oggetto del giudizio. Pertanto, poiché il regime di preclusioni introdotto nel rito civile ordinario riformato dalla legge n. 353 del 1990 deve ritenersi inteso non solo a tutela dell’interesse di parte, ma anche dell’interesse pubblico al corretto e celere andamento del processo e alla sua spedita definizione, l’eccezione di compensazione non può essere proposta, dopo la prima udienza di trattazione, nel termine assegnato dal giudice ai sensi del quinto comma dell’art. 183 c.p.c. Cass. 23 marzo 2006, n. 6532.

 

La cessazione della materia del contendere per intervenuta transazione non costituisce oggetto di eccezione in senso proprio ed è, pertanto, rilevabile di ufficio dal giudice e non è soggetta alle preclusioni previste per detto tipo di eccezioni. Cass. 7 marzo 2006, n. 4883.

 

 

  1. Ordinanze del giudice istruttore.

Se il giudice ha ritenuto “contestato” uno specifico fatto e, in assenza di ogni tempestiva deduzione al riguardo, abbia proceduto all’ammissione ed al conseguente espletamento di un mezzo istruttorio in ordine all’accertamento del fatto stesso, la successiva allegazione di parte diretta a far valere l’altrui pregressa “non contestazione” diventa inammissibile. Cass. 16 marzo 2012, n. 4249.

 

 

  1. Contenuto delle domande.

Per l’esercizio dell’azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore di una società di capitali non è sufficiente invocare genericamente il compimento di atti di mala gestio e riservare una più specifica descrizione di tali comportamenti nel corso del giudizio, atteso che per consentire alla controparte l’approntamento di adeguata difesa, nel rispetto del principio processuale del contraddittorio, la causa petendi deve sin dall’inizio sostanziarsi nell’indicazione dei comportamenti asseritamente contrari ai doveri imposti agli amministratori dalla legge o dallo statuto sociale. Ciò vale tanto che venga esercitata un’azione sociale di responsabilità quanto un’azione dei creditori sociali, perché anche la mancata conservazione del patrimonio sociale può generare responsabilità non già in conseguenza dell’alea insita nell’attività di impresa, ma in relazione alla violazione di doveri legali o statutari che devono essere identificati nella domanda nei loro estremi fattuali. Cass. 27 ottobre 2006, n. 23180.

 

 

  1. Modifiche del thema decidendum.

Nel vigore del regime delle preclusioni di cui al nuovo testo degli artt. 183 e 184 c.p.c. introdotto dalla legge n. 353 del 1990, la questione della novità della domanda risulta del tutto sottratta alla disponibilità delle parti - e pertanto pienamente ed esclusivamente ricondotta al rilievo officioso del giudice - essendo l’intera trattazione improntata al perseguimento delle esigenze di concentrazione e speditezza che non tollerano - in quanto espressione di un interesse pubblico - l’ampliamento successivo del thema decidendum anche se su di esso si venga a registrare il consenso del convenuto. Cass. 27 luglio 2006, n. 17152.

 

 

  1. Modifiche della causa petendi.

Sono consentite dalla legge processuale le modificazioni della causa petendi che non integrino domanda nuova, e cioè solo quelle che importano una diversa qualificazione o interpretazione del fatto costitutivo del diritto; la introduzione di un diverso fatto costitutivo della pretesa, pur comportando le stesse conseguenze in tema di attribuzione del bene della vita, costituisce, invece, concreta domanda nuova, essendo possibile che da una sola situazione scaturisca una pluralità di diritti connotati da requisiti propri e suscettibili di formare oggetto di domande diverse, mentre può considerarsi virtualmente compresa in quella originaria solo la domanda fondata su fatti e comportamenti non diversi, per consistenza ontologica, struttura e qualificazione giuridica, da quelli prospettati con la domanda originaria, e diretta a precisarne o restringerne il petitum. Cass. 23 aprile 2004, n. 7766.

 

 

  1. Fattispecie varie in cui si ha semplice modifica della domanda.

Il risarcimento del danno per equivalente costituisce una reintegrazione del patrimonio del creditore che si realizza mediante l’attribuzione, al creditore, di una somma di danaro pari al valore della cosa o del servizio oggetto della prestazione non adempiuta, e quindi si atteggia come la forma, per così dire, tipica di ristoro del pregiudizio subito dal creditore per effetto dell’inadempimento dell’obbligazione da parte del debitore, mentre il risarcimento in forma specifica, essendo diretto al conseguimento dell’eadem res dovuta, tende a realizzare una forma più ampia e, di regola, più onerosa per il debitore, di ristoro del pregiudizio dallo stesso arrecato, dato che l’oggetto della pretesa azionata non è costituito da una somma di danaro, ma dal conseguimento, da parte del creditore danneggiato, di una prestazione del tutto analoga, nella sua specificità ed integrità, a quella cui il debitore era tenuto in base al vincolo contrattuale. Ne consegue che costituisce una semplice emendatio libelli la richiesta di risarcimento per equivalente allorché sia stato originariamente richiesto, in giudizio, il risarcimento in forma specifica. Allo stesso modo, nelle obbligazioni contrattuali è consentito all’attore che abbia invano svolto l’istanza diretta ad ottenere la restituzione di una cosa determinata, della quale il debitore più non dispone, modificare la domanda richiedendo il risarcimento per equivalente, senza che ciò sia impedito dalla eventuale preventiva conoscenza dell’impossibilità della restituzione, atteso che per poter dare rilievo a tale situazione di impossibilità di adempiere all’obbligo restitutorio, al fine di giustificare la emendatio libelli, è necessario che sul punto intervenga l’ammissione in giudizio del debitore. Cass. 16 giugno 2005, n. 12964; conforme Cass. 16 gennaio 1997, n. 380.

 

Le variazioni puramente quantitative del petitum, che non alterino i termini sostanziali della controversia e non introducano nuovi temi di indagine, non sono vietate, perché non comportano alcuna violazione del principio del contraddittorio, né menomazione del diritto di difesa dell’altra parte. Cass. 20 aprile 2007, n. 9522.

 

Non costituisce domanda nuova, e deve ritenersi ammessa nel corso di tutto il giudizio di primo grado e finché non si precisano le conclusioni, la modificazione quantitativa del risarcimento del danno in origine richiesto, intesa non solo come modifica della valutazione economica del danno costituito dalla perdita o dalla diminuzione di valore di una cosa determinata, ma anche come richiesta dei danni, provocati dallo stesso fatto che ha dato origine alla causa, che si manifestano solo nel corso del giudizio. Cass. 10 novembre 2003, n. 16819.

 

Il mutamento della domanda è inammissibile solo quando, per effetto di esso, mutino i fatti materiali posti a fondamento della pretesa, mentre resta irrilevante il mero mutamento della loro qualificazione giuridica. Ne consegue che nel caso in cui venga proposta da un professionista una domanda in sede monitoria per il pagamento di compensi a lui dovuti da un ente locale, e successivamente, nella fase di opposizione, l’opposto invochi il pagamento del medesimo credito a titolo di ingiustificato arricchimento, fondata sui medesimi fatti posti a fondamento della domanda originaria, non sussiste alcun mutamento inammissibile di quest’ultima. Cass. 18 novembre 2008, n. 27406.

 

 

  1. Domanda nuova («nuovo rito»).

Nel vigore del regime delle preclusioni di cui al nuovo testo degli artt. 183 e 184 c.p.c. introdotto dalla legge n. 353 del 1990, la questione della novità della domanda risulta del tutto sottratta alla disponibilità delle parti - e pertanto pienamente ed esclusivamente ricondotta al rilievo officioso del giudice - essendo l’intera trattazione improntata al perseguimento delle esigenze di concentrazione e speditezza che non tollerano - in quanto espressione di un interesse pubblico - l’ampliamento successivo del thema decidendi anche se su di esso si venga a registrare il consenso del convenuto. Cass. 11 maggio 2005, n. 9875; conforme Cass. 13 dicembre 2006, n. 26691.

 

Nel vigore del regime delle preclusioni di cui al nuovo testo degli artt. 183 e 184 c.p.c. introdotto dalla legge n. 353 del 1990, la questione della novità della domanda risulta del tutto sottratta alla disponibilità delle parti - e pertanto pienamente ed esclusivamente ricondotta al rilievo officioso del giudice - essendo le preclusioni ispirate ad esigenza di ordine pubblico processuale, sicché il thema decidendum non è più modificabile dopo la chiusura della prima udienza di trattazione o dopo la scadenza del termine concesso dal giudice ai sensi dell’art. 183, comma quinto, del codice di rito. Cass. 6 ottobre 2005, n. 19453.

 

 

  1. Domanda nuova («vecchio rito»).

Nei giudizi ai quali non si applica la novella n. 353 del 1990 è ammissibile l’accettazione del contraddittorio sulle domande nuove formulate in primo grado solo fino all’udienza di precisazione delle conclusioni, e non in comparsa conclusionale, (avendo questa soltanto la funzione di illustrare le ragioni di fatto e di diritto sulle quali si fondano le domande e le eccezioni già proposte), né tanto meno nella fase di appello. Cass. 27 luglio 2004, n. 14121.

 

 

  1. Mutamenti della domanda consentiti: da domanda di adempimento a domanda di risoluzione.

L’art. 1453, secondo comma, c.c., secondo il quale, nei contratti a prestazioni corrispettive, qualora uno dei contraenti non adempia la propria obbligazione, l’altro può chiedere la risoluzione anche se abbia già promosso il giudizio per ottenere l’adempimento, introduce una deroga al divieto della “mutatio libelli” nel corso del procedimento. Tale facoltà, è, tuttavia, esercitabile solo quando la domanda di risoluzione resti nell’ambito degli stessi fatti posti a base dell’inadempimento, mentre, ove siano prospettati fatti nuovi idonei a configurare una diversa “causa petendi”, il mutamento deve ritenersi inammissibile anche nel regime processuale applicabile prima della riforma introdotta con la legge n. 353/1990, salva l’esplicita accettazione del contraddittorio della controparte sulla diversa domanda. Cass. 8 gennaio 2008, n. 1003.

 

L’art. 1453 c.c., derogando ai principi di ordine processuale che vietano la mutatio libelli in corso di causa, consente di sostituire in qualsiasi fase e grado del giudizio alla originaria domanda di adempimento in forma specifica quella di risoluzione, ma tale facoltà è attribuita solamente alla parte che abbia chiesto l’adempimento e non anche a quella che in giudizio ad essa si opponga, la quale è pertanto tenuta a spiegare tempestivamente eventuale domanda di risoluzione. Cass. 24 maggio 2005, n. 10927.

 

La facoltà di mutare la domanda di adempimento in quella di risoluzione, consentita dall’art. 1453, comma secondo, c.c. in deroga al divieto della “mutatio libelli”, si estende anche alla conseguente domanda di risarcimento del danno, nonché a quella di restituzione del prezzo, essendo tali domande accessorie alla domanda sia di risoluzione che di adempimento. Cass. 31 ottobre 2008, n. 26325.

 

 

  1. Mutamenti della domanda consentiti: la domanda nuova dopo l’estinzione.

In tema di azioni possessorie, non costituisce domanda nuova, perché inclusa nella originaria domanda di reintegrazione in forma specifica del possesso, la successiva richiesta di risarcimento dei danni in forma generica proposta a seguito della sopravvenuta indisponibilità del bene. Cass. 29 novembre 2006, n. 25241.

 

Nel corso del giudizio inteso alla tutela del diritto di proprietà dall’altrui esercizio di una veduta, dedotto come illegittimo perché derivante dall’intervenuta trasformazione di un’originaria luce, mediante la condanna del convenuto al ripristino degli accorgimenti impeditivi della veduta previsti dall’art. 901 c.c., l’allegazione di un titolo - quale l’insussistenza di una servitù di veduta - diverso rispetto a quello posto originariamente a fondamento della domanda - quale il diritto ad ottenere la conformazione dell’apertura alle caratteristiche della luce - altro non rappresenta se non un’integrazione delle difese, aggiungendosi un ulteriore elemento di valutazione a quello precedentemente dedotto, che non dà luogo alla proposizione di una domanda nuova, così come non implica alcuna rinunzia a che il primo titolo dedotto venga anch’esso se del caso preso in considerazione, e, tanto meno, influisce in alcun modo sulle conclusioni, che restano, comunque, cristallizzate nel medesimo petitum consistente nella richiesta di accertamento della lesione del diritto di proprietà e di pronunzia idonea all’eliminazione della situazione lesiva. Cass. 21 novembre 2006, n. 24702.

 

 

  1. Fattispecie varie in cui si ha domanda nuova.

Il secondo comma dell’art. 1453 c.c. deroga alle norme processuali che vietano la “mutatio libelli” nel corso del processo, nel senso di consentire la sostituzione della domanda di adempimento del contratto con quella di risoluzione per inadempimento, ma tale deroga non si estende alla domanda ulteriore di risarcimento del danno consequenziale a quelle di adempimento e risoluzione, trattandosi di domanda del tutto diversa per “petitum” e “causa petendi” rispetto a quella originaria. Cass. 23 gennaio 2012, n. 870.

 

L’azione di risoluzione del contratto in applicazione dell’art. 1456 c.c. tende ad una pronuncia dichiarativa dell’avvenuta risoluzione di diritto a seguito dell’inadempimento di una delle parti previsto come determinante per la sorte del rapporto, in conseguenza dell’esplicita dichiarazione dell’altra parte di volersi avvalere della clausola risolutiva espressa. Tale azione, per presupposti, carattere, natura, differisce sostanzialmente dall’azione ordinaria di risoluzione per inadempimento per colpa ex art. 1453 c.c., la quale tende invece ad una pronuncia costitutiva diretta a sciogliere il vincolo contrattuale, previo accertamento ad opera del giudice della gravità dell’inadempimento. Ne consegue che, proposta in primo grado domanda di risoluzione ex art. 1453, la domanda di risoluzione ai sensi dell’art. 1456 cit. è inammissibile se, introdotta nel corso del giudizio di primo grado, su di essa non vi sia accettazione del contraddittorio; e ove proposta per la prima volta in appello deve considerarsi nuova, e pertanto preclusa a norma dell’art. 345 c.p.c. Cass. 5 gennaio 2005, n. 167.

 

La domanda di arricchimento senza causa ai sensi dell’art. 2041 c.c., introdotta dall’attore in primo grado all’udienza ex art. 183 c.p.c., costituisce domanda nuova rispetto a quella di pagamento delle spese condominiali, originariamente formulata, e, pertanto, è inammissibile, in quanto diverso è il bene giuridico richiesto (indennizzo, anziché le spese indicate nel riparto), con conseguente mutamento dell’iniziale “petitum”, e per l’introduzione nel processo degli elementi costitutivi di una nuova situazione giuridica, quali l’impoverimento dell’attore e l’altrui locupletazione. Cass. 3 aprile 2012, n. 5288.

 

Nell’interpretazione della domanda occorre tener presente essenzialmente il contenuto sostanziale della pretesa, desumibile, oltre che dal tenore delle deduzioni svolte nell’atto introduttivo e nei successivi scritti difensivi, anche dallo scopo cui la parte mira con la sua richiesta e tenuto conto altresì delle eventuali modifiche e trasformazioni che la domanda ha subito nel corso del giudizio. Ne consegue, fra l’altro, che la pur generica formulazione della domanda introduttiva di accertamento dell’indennità di espropriazione (e delle conclusioni che ad essa domanda si riportano), si presta comunque ad una interpretazione lata del petitum nel senso di comprendervi la determinazione dell’indennità di occupazione; ciò anche in ragione del fatto che la richiesta degli interessi sull’indennità di espropriazione, a decorrere dall’occupazione, altro non rappresenta che il criterio di liquidazione dell’indennità occupatoria. Cass. 9 giugno 2004, n. 10889.

 

La domanda intesa ad ottenere il riconoscimento dell’indennità di occupazione legittima è del tutto autonoma rispetto alle altre richieste proponibili a seguito dell’espropriazione (indennità di espropriazione, risarcimento del danno per perdita della proprietà), essendo munita di diversa causa petendi e petitum, sicché non può ritenersi compresa nell’originaria richiesta di «risarcimento di tutti i danni subiti», e la sua specificazione in sede di precisazione delle conclusioni integra una domanda nuova. Cass. 27 settembre 2006, n. 21018.

 

 

  1. Quarto comma: domande nuove originate dalla domanda riconvenzionale o dalle eccezioni della controparte.

L’art. 183 c.p.c., nel testo di cui alla legge 26 novembre 1990, n. 353, vigente fino al 1º marzo 2006, applicabile “ratione temporis”, dispone, al quarto comma, che nella prima udienza di trattazione l’attore può proporre le domande e le eccezioni che sono conseguenza della domanda riconvenzionale del convenuto ed entrambe le parti possono precisare e modificare le domande e le conclusioni già formulate. Pertanto ove l’attore voglia eccepire la prescrizione del diritto azionato dal convenuto in riconvenzionale, è tenuto, a pena di decadenza, trattandosi di eccezione non rilevabile d’ufficio, a proporla al più tardi in sede di prima udienza di trattazione, non potendo avvalersi delle memorie da depositare nei termini fissati all’art. 183, quinto comma, c.p.c., in quanto finalizzate esclusivamente a consentire alle parti di precisare e modificare le domande e le eccezioni già proposte e di replicare alle domande ed eccezioni formulate tempestivamente, ma non a proporne di ulteriori, non essendo ammissibile estendere il “thema decidendum”. Cass., Sez. Un., 14 febbraio 2011, n. 3567.

 

Sebbene la domanda volta ad ottenere l’inibitoria dell’abuso del marchio sia diversa rispetto a quella volta ad ottenere l’inibitoria di atti di concorrenza sleale, essa può essere formulata per la prima volta con le memorie di cui all’art. 183 c.p.c., se la relativa esigenza sia sorta dalle difese del convenuto. Cass. 19 giugno 2008, n. 16647.

 

 

  1. Quarto comma: nuove eccezioni originate dalle modifiche del thema decidendum introdotte dalla controparte.

Come l’attore può, ai sensi della prima parte del quarto comma dell’art. 183 c.p.c., proporre - senza incorrere in preclusioni - domande ed eccezioni nuove solamente in conseguenza della domanda riconvenzionale e delle eccezioni proposte dal convenuto prospettanti una situazione ulteriore rispetto a quella individuata con la citazione, deve ritenersi che, secondo un’interpretazione in armonia con i precetti costituzionali e con il rispetto del principio fondamentale del contraddittorio, sia analogamente ammissibile la formulazione di nuove eccezioni da una delle parti sollevate, pur se scaduto il termine di cui all’art. 180, secondo comma, c.p.c., in conseguenza della produzione documentale effettuata della controparte, all’esito della quale rimanga introdotta una situazione diversa rispetto a quella emergente dagli originari scritti difensivi della medesima. Cass. 6 aprile 2004, n. 6756.

 

 

  1. Quarto comma: Decisione su questioni non sottoposte al contraddittorio delle parti.

È vietato al giudice porre alla base della propria decisione fatti che non rispondano ad una tempestiva allegazione delle parti, ovvero il giudice non può basare la propria decisione su un fatto, ritenuto estintivo, modificativo o impeditivo, che non sia mai stato dedotto o allegato dalla parte o comunque non sia risultante dagli atti di causa, e che tale allegazione non solo è necessaria ma deve essere tempestiva, ovvero deve avvenire al massimo entro il termine ultimo entro il quale nel processo di primo grado si determina definitivamente il thema decidendum ed il thema probandum, ovvero entro il termine perentorio eventualmente fissato dal giudice ex art. 183, quinto comma, c.p.c. Cass. 22 giugno 2007, n. 14581.

 

 

  1. Quinto comma: domanda di fissazione del termine ultimo per le deduzioni istruttorie.

Nel vigore del regime delle preclusioni di cui agli artt. 183 e 184 c.p.c. come formulati dalla legge 26 novembre 1990, n. 353, ed applicabili alla fattispecie “ratione temporis”, la questione circa la novità delle domande è del tutto sottratta alla disponibilità delle parti e ricondotta esclusivamente al rilievo d’ufficio da parte del giudice, in virtù del principio secondo cui il “thema decidendum” non è più modificabile dopo la chiusura della prima udienza di trattazione o dopo la scadenza del termine concesso dal giudice ai sensi dell’art. 183, quinto comma, cit.; ne consegue che, ove una domanda non sia stata proposta in primo grado nei termini perentori previsti dalla legge, essa deve essere dichiarata inammissibile anche in appello, a causa dell’inderogabile divieto di domande nuove di cui all’art. 345 del codice di rito. Cass. 24 gennaio 2012, n. 947; conforme Cass. 10 gennaio 2012, n. 81; Cass. 30 novembre 2011, n. 25598.

 

Le domande di adempimento contrattuale e di arricchimento senza causa, quali azioni che riguardano entrambe diritti eterodeterminati, si differenziano, strutturalmente e tipologicamente, sia quanto alla “causa petendi” (esclusivamente nella seconda rilevando come fatti costitutivi la presenza e l’entità del proprio impoverimento e dell’altrui locupletazione, nonché, ove l’arricchito sia una P.A., il riconoscimento dell’utilitas da parte dell’ente), sia quanto al “petitum” (pagamento del corrispettivo pattuito o indennizzo). Ne consegue che, nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo - al quale si devono applicare le norme del rito ordinario, ai sensi dell’art. 645, secondo comma, e, dunque, anche l’art. 183, quinto comma, c.p.c. - è ammissibile la domanda di arricchimento senza causa avanzata con la comparsa di costituzione e risposta dall’opposto (che riveste la posizione sostanziale di attore) soltanto qualora l’opponente abbia introdotto nel giudizio, con l’atto di citazione, un ulteriore tema di indagine, tale che possa giustificare l’esame di una situazione di arricchimento senza causa. In ogni altro caso, all’opposto non è consentito di proporre, neppure in via subordinata, nella comparsa di risposta o successivamente, un’autonoma domanda di arricchimento senza causa, la cui inammissibilità è rilevabile d’ufficio dal giudice. Cass., Sez. Un., 27 dicembre 2010, n. 26128.

 

La produzione di un documento all’udienza di rinvio, fissata a norma dell’art. 183, comma quinto, c.p.c. (nel testo risultante dall’art. 18 della legge 26 novembre 1990, n. 353, applicabile “ratione temporis” nella controversia in questione), è ammissibile, in quanto avviene in un momento destinato ancora alla trattazione della causa e all’eventuale modificazione delle eccezioni già proposte, dunque anteriore alla preclusione circa il deposito di nuovi documenti, posta dall’art. 184, commi primo e secondo, c.p.c. (nel testo risultante dall’art. 18 citato). Cass. 26 novembre 2008, n. 28219.

 

 

  1. Intervento e domande nuove.

Chi interviene volontariamente in un processo già pendente ha sempre la facoltà di formulare domande nei confronti delle altre parti, quand’anche sia ormai spirato il termine di cui all’art. 183 c.p.c. per la fissazione del “thema decidendum”; né tale interpretazione dell’art. 268 c.p.c. viola il principio di ragionevole durata del processo od il diritto di difesa delle parti originarie del giudizio: infatti l’interveniente, dovendo accettare il processo nello stato in cui si trova, non può dedurre - ove sia già intervenuta la relativa preclusione -nuove prove e, di conseguenza non vi è né il rischio di riapertura dell’istruzione, né quello che la causa possa essere decisa sulla base di fonti di prova che le parti originarie non abbiano potuto debitamente contrastare. Cass. 16 ottobre 2008, n. 25264.



 
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