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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 184 cod. proc. civile: Udienza di assunzione dei mezzi di prova

Nell’udienza fissata con l’ordinanza prevista dal settimo comma dell’articolo 183, il giudice istruttore procede all’assunzione dei mezzi di prova ammessi  (1) (2) (3).


Commento

Udienza: [v. 127]; Giudice istruttore: [v. 168bis]; Mezzi di prova: [v. 183].

 

 

 (1) Tale disposizione è in vigore dal 1°-3-2006 ed è applicabile ai procedimenti instaurati successivamente a tale data.

 (2) La trasposizione della fase relativa alle istanze istruttorie nell’udienza di cui all’art. 183 ha privato le parti della facoltà — prima prevista — di chiedere al giudice, in sede di udienza ex art. 184, l’assegnazione di termini per l’integrazione delle deduzioni istruttorie e per l’eventuale indicazione dei mezzi di prova contrari, cui seguiva necessariamente un rinvio ad altra successiva udienza. La strada scelta dal legislatore della riforma è stata quella di contingentare i tempi processuali necessari alla fissazione del thema decidendum e, quindi, del thema probandum attraverso l’eliminazione dei termini, ulteriori rispetto a quelli di cui all’art. 183, previsti dall’originaria formulazione del primo comma dell’art. 184.

(3) Le valutazioni circa l’ammissibilità e la rilevanza dei mezzi di prova proposti vengono compiute dal giudice in un momento logicamente antecedente l’udienza di assunzione degli stessi, ossia nella fase dell’udienza di trattazione di cui all’art. 183 c. 7 [v. →].

 

 

La novella del 2005 incide pesantemente sulla fase di istruzione probatoria così come prevista nel previgente regime. L’udienza di cui all’art. 184, infatti, viene ora deputata unicamente ad accogliere l’attività di assunzione dei mezzi di prova già richiesti e ammessi nella fase istruttoria di cui all’art. 183 [v. →].


Giurisprudenza annotata

  1. Udienza per le deduzioni istruttorie.

Nel procedimento ordinario di cognizione, l’udienza per le deduzioni istruttorie indicata dall’art. 184 c.p.c. non costituisce un momento indefettibile che debba necessariamente precedere la rimessione della causa al collegio. Ed infatti, a norma dell’art. 187 del codice di rito, il giudice, ove ritenga che la causa sia matura per la decisione senza necessità di assunzione di mezzi di prova - ciò che può avvenire se tra le parti sia insorta controversia solo in punto di diritto relativamente a diritti disponibili delle parti, o se i fatti controversi siano provati attraverso documenti, ovvero quando le parti stesse non abbiano chiesto l’ammissione di prove sui punti controversi - rimette le parti davanti al collegio per la decisione. Cass. 21 febbraio 2002, n. 2504.

 

 

  1. Giudizio di ammissibilità e rilevanza delle prove.

Se il giudice ha ritenuto “contestato” uno specifico fatto e, in assenza di ogni tempestiva deduzione al riguardo, abbia proceduto all’ammissione ed al conseguente espletamento di un mezzo istruttorio in ordine all’accertamento del fatto stesso, la successiva allegazione di parte diretta a far valere l’altrui pregressa “non contestazione” diventa inammissibile. Cass. 16 marzo 2012, n. 4249.

 

Per la proposizione di un’eccezione sostanziale non si richiede che la parte impieghi formule sacramentali, ma è sufficiente qualsiasi deduzione, anche implicita, che la riveli, come ad esempio l’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio che sia volto a contrastare la domanda avversaria. Incorre pertanto in error in procedendo il giudice di merito che, di fronte a una richiesta di prova, da parte del convenuto in revindica, volta a dimostrare il possesso ultraventennale del bene controverso, e quindi astrattamente idonea a paralizzare la pretesa di controparte, ometta di esaminare l’ eccezione riconvenzionale di usucapione implicita in tale richiesta, anche se non espressamente formulata, e di valutare, di conseguenza, se il mezzo istruttorio è ammissibile e rilevante (principio affermato in relazione ad eccezione riconvenzionale proposta in appello in procedimento instaurato anteriormente alla novella introdotta con legge 353/1990). Cass. 29 aprile 2004, n. 8225.

 

 

  1. Principio di concentrazione della prova.

A norma dell’art. 320 c.p.c., nel procedimento davanti al giudice di pace non è configurabile una distinzione tra prima udienza di comparizione e prima udienza di trattazione, pur essendo il rito caratterizzato dal regime di preclusioni tipico del procedimento davanti al tribunale; ne consegue che la produzione documentale, laddove non sia avvenuta nella prima udienza, rimane definitivamente preclusa, né il giudice di pace può restringere l’operatività di tale preclusione rinviando ad un’udienza successiva alla prima al fine di consentire la produzione non avvenuta tempestivamente. Cass. 21 dicembre 2011, n. 27925.

 

 

  1. Termine per proporre le eccezioni.

Quando sia stata accertata - in relazione ad una scrittura privata - l’autenticità della sottoscrizione e la parte contro cui essa è stata prodotta non abbia inteso promuovere querela di falso, la deduzione di abusivo riempimento di foglio firmato in bianco - qualora non sia esclusa l’esistenza stessa del patto di riempimento - deve ritenersi tardiva ove venga proposta per la prima volta in sede di memorie autorizzate ai sensi dell’art. 184 c.p.c. (nel testo antecedente alla sostituzione di cui all’art. 2 del D.L. n. 35 del 2005, convertito, con modificazioni, nella legge n. 80 del 2005), trattandosi di eccezione in senso proprio. Cass. 22 maggio 2008, n. 13101.

 

 

  1. Specificità delle eccezioni.

L’attività di allegazione non può esaurirsi nell’affermazione di un fatto generico, ma comporta l’individuazione di un fatto specifico; pertanto, non è sufficiente dedurre, come fatto impeditivo della pretesa avversaria, la sussistenza di un’altra pronuncia, ma occorre specificare quale è la pronuncia, la cui efficacia di giudicato è invocata nel giudizio pendente. Cass. 7 aprile 2000, n. 4392.

 

 

  1. Formulazione in modo espresso delle eccezioni.

In tema di prova, deve ritenersi del tutto estranea alla logica formale del processo la configurabilità di richieste istruttorie implicite desumibili dal contenuto degli atti difensivi, poiché la disciplina introdotta dalla legge 26 novembre 1990, n. 353 si impernia sul principio del “clare loqui”, evidenziando, in special modo negli art. 163, terzo comma, n. 5, e 184 c.p.c., l’onere per le parti di indicare specificamente i mezzi di prova dei quali intendono chiedere l’ammissione al giudice. Cass. 6 dicembre 2011, n. 26175.

 

 

  1. Mancata indicazione dei testimoni.

La parte che deposita la lista testimoniale dopo la scadenza del termine assegnatole dal giudice non incorre in alcuna decadenza perché l’art. 184, secondo comma, c.p.c. prevede la perentorietà del termine per indicare nuovi mezzi di prova, non per indicare i nomi dei testi di una prova già ammessa. Cass. 7 settembre 1999, n. 7682.

 

 

  1. Termine per indicare prova contraria.

Perché possa essere concesso il termine per l’indicazione di prova contraria, ai sensi dell’art. 184, primo comma, seconda parte c.p.c., è necessario che la parte interessata formuli apposita istanza al giudice, non potendo questi concederlo d’ufficio, in contrasto con il fondamentale principio dispositivo della prova. L’istanza, per esser tempestiva, deve esser avanzata in apertura dell’udienza fissata, dal giudice, per l’esame dell’ammissibilità e della rilevanza delle prove richieste dall’altra parte, dopo di che è tardiva, e la preclusione è rilevabile d’ufficio. Cass. 15 gennaio 2002, n. 378.

 

 

  1. Produzione documentale.

Nei procedimenti instaurati dopo il 30 aprile 1995, regolati dalle nuove disposizioni introdotte dalla legge 26 novembre 1990, n. 353, non trova più applicazione il principio secondo cui l’inosservanza delle disposizioni che delimitano il momento in cui è possibile produrre in giudizio documenti deve ritenersi sanata qualora la controparte non abbia sollevato la relativa eccezione in sede di discussione della causa dinanzi al collegio. Difatti il novellato art. 184 c.p.c. non solo prevede l’eventuale assegnazione alle parti di un termine entro cui dedurre prove e produrre documenti, ma espressamente stabilisce il carattere perentorio di detto termine, il che vale a sottrarre siffatto termine alla disponibilità delle parti (stante il disposto dell’art. 153 c.p.c.), come del resto implicitamente confermato anche dal successivo art. 184-bis, che contempla la possibilità di rimessione in termini, ma solo ad istanza della parte interessata ed a condizione che questa dimostri di essere incorsa nella decadenza per una causa ad essa non imputabile. Cass. 24 novembre 2006, n. 24606; conforme Cass. 19 marzo 2004, n. 5539.

 

 

  1. Produzione documentale (vecchio rito).

In tema di deduzioni istruttorie, la tardività della relativa produzione documentale rispetto al termine di cui all’art. 184 c.p.c. (nel testo previgente alla novella di cui alla legge n. 353 del 1990) è rilevabile d’ufficio ad opera del giudice con il limite dell’accettazione del contraddittorio, ravvisabile in presenza di un comportamento della controparte che implichi tale accettazione, quale non può ritenersi il mero silenzio, anche prolungato. Ne consegue che l’eccezione di giudicato fondata su provvedimenti prodotti con le difese conclusionali, fuori, quindi, dei termini di cui al citato art. 184 del codice di rito, va disattesa nel silenzio dell’attore all’udienza di discussione. Cass. 20 aprile 2007, n. 9491; Cass. 12 luglio 2000, n. 9273.

 

 

  1. Preclusioni istruttorie.

La finalità alla quale è ispirata la sequenza temporale di cui agli artt. 180, 183 e 184 c.p.c., con il connesso sistema delle preclusioni, è costituita dall’esigenza di assicurare il contraddittorio ed il diritto di difesa, restando nella disponibilità delle parti l’eventuale ampliamento del thema decidendum, possibile fino al momento della precisazione delle conclusioni, anche a seguito della riforma introdotta dalla legge 26 novembre 1990, n. 353. Più in particolare ancora, in caso di costituzione del convenuto oltre la prima udienza di trattazione, i mezzi di prova articolati dal medesimo devono ritenersi ammissibili se dedotti prima della chiusura dell’istruzione senza incontrare alcuna opposizione da parte dell’attore. Cass. 21 ottobre 2004, n. 20581.

 

 

  1. Formulazione di istanze istruttorie all’udienza di precisazione delle conclusioni.

Nel processo regolato dal nuovo rito, introdotto con la legge n. 353 del 1990, qualora, a chiusura dell’udienza di trattazione, in difetto di istanze istruttorie, il giudice abbia rinviato ad altra udienza per le conclusioni, egli non può revocare tale ordinanza all’udienza di precisazione delle conclusioni, ammettendo le prove solo in quella sede formulate, in quanto si era già prodotta la preclusione istruttoria, ed il potere di revoca e modifica delle ordinanze, previsto dall’art. 177 c.p.c., non è esercitabile al fine di rendere inoperante una decadenza già verificatasi, perché di essa neppure il giudice può disporre. Cass. 25 novembre 2002, n. 16571.

 

 

  1. Riapertura dell’istruttoria.

L’ordinanza collegiale che, per qualsiasi ragione, rimette la causa dinnanzi all’istruttore determina la riapertura della fase istruttoria nella quale, essendo restituiti al giudice istruttore tutti i poteri per l’ulteriore trattazione della causa (art. 280 c.p.c.), anche le parti debbono essere necessariamente investite, senza limitazioni di sorta, di tutte le facoltà che esse possono normalmente esercitare in tale fase e della facoltà, quindi, di modificare le domande (emendatio libelli), le eccezioni e conclusioni in precedenza formulate e di produrre nuovi documenti e nuove prove. Cass. 20 ottobre 1995, n. 11272.

 

 



 
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