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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 185 cod. proc. civile: Tentativo di conciliazione

ll giudice istruttore, in caso di richiesta congiunta delle parti, fissa la comparizione delle medesime al fine di interrogarle liberamente e di provocarne la conciliazione (1) (2). Il giudice istruttore ha altresì facoltà di fissare la predetta udienza di comparizione personale a norma dell’articolo 117. Quando è disposta la comparizione personale, le parti hanno facoltà di farsi rappresentare da un procuratore generale o speciale il quale deve essere a conoscenza dei fatti della causa. La procura deve essere conferita con atto pubblico o scrittura privata autenticata e deve attribuire al procuratore il potere di conciliare o transigere la controversia. Se la procura è conferita con scrittura privata, questa può essere autenticata anche dal difensore della parte (3). La mancata conoscenza, senza giustificato motivo, dei fatti della causa da parte del procuratore è valutata ai sensi del secondo comma dell’articolo 116 (4).

Il tentativo di conciliazione può essere rinnovato in qualunque momento dell’istruzione.

Quando le parti si sono conciliate, si forma processo verbale della convenzione conclusa. Il processo verbale costituisce titolo esecutivo (5).

 

 


Commento

Giudice istruttore: [v. 168bis]; Procura: [v. 83]; Istruzione: [v. Libro II, Titolo I, Capo II]; Titolo esecutivo: [v. 474].

Interrogatorio libero: domande sui fatti di causa rivolte, facoltativamente, dal giudice istruttore alle parti al fine di conciliarle o, comunque, per avere un’idea dell’oggetto della lite. L’(—) è diverso dall’interrogatorio formale [v. 230], che è preordinato alla confessione giudiziale [v. 228], tipica prova costituenda del processo accanto al giuramento ed alla testimonianza.

Tentativo di conciliazione: esperimento di amichevole composizione della controversia in atto, svolto, obbligatoriamente, dall’autorità giudiziaria [v. nota (4)], al fine di evitare, in caso di suo esito positivo, le lungaggini del giudizio. Il (—) presuppone la disponibilità del diritto di cui è causa.

Rappresentanza: potere di farsi sostituire nell’esercizio giuridico di un proprio diritto da un terzo, che agisce, di regola, in nome (cd. contemplatio domini) e per conto altrui (c.c. 1387).

Transigere: comporre bonariamente una lite già in atto o in fieri facendosi reciproche concessioni (c.c. 1965).

 

 

(1) Tale disposizione è in vigore dal 1°-3-2006 ed è applicabile ai procedimenti instaurati successivamente a tale data.

(2) La comparizione personale delle parti, tesa a consentire al giudice istruttore di interrogarle liberamente anche per tentare la conciliazione, è oggi subordinata ad una loro richiesta congiunta, salvo che il giudice non intenda esercitare la facoltà di cui all’art. 117 [v. →].

(3) Oggi è possibile, per il difensore del rappresentato, autenticare la procura rilasciata con scrittura privata: non è più necessario l’intervento di un pubblico ufficiale (es. notaio).

(4) La comparizione personale delle parti in giudizio è naturalmente finalizzata all’esperimento dell’interrogatorio libero e, quindi, del tentativo di conciliazione, che può essere rinnovato per tutta l’istruzione sino alla rimessione al collegio. La possibilità, però, che la parte, per un giustificato motivo (ad es. impedimento lavorativo o di salute) non sia fisicamente presente all’udienza non è di ostacolo né all’interrogatorio né al tentativo, purché essa sia rappresentata da un procuratore, generale o speciale (che può essere lo stesso difensore di giudizio), che sia a conoscenza dei fatti di causa. Al contrario la mancata conoscenza dei fatti di causa da parte del procuratore, così come la mancata comparizione all’udienza della parte ingiustificatamente (per l’assenza di entrambe le parti v. 181), senza neanche il tramite di un procuratore, è argomento di prova valutabile dal giudice ex art. 116, c. 2: cioè il giudice istruttore potrà da tali elementi trarre non una prova di per sé sufficiente a fondare la sua idea, bensì solo un indizio, un argomento che, insieme con altri indizi e prove, giustifichi la decisione finale.

(5) L’avvenuta conciliazione delle parti produce come effetto la chiusura del processo. È prassi l’emanazione di una ordinanza di cancellazione della causa dal ruolo ovvero di una formale dichiarazione di estinzione del giudizio in corso, pur ritenendosi che la conciliazione determini ipso iure la conclusione della lite.

Dell’avvenuta conciliazione si redige processo verbale [v. 126], disciplinato, nelle sue formalità, dettagliatamente dall’art. 88 att. Per la competenza conciliativa del giudice di pace, v. 322.

La conciliazione giudiziale, pur richiedendo sempre una convenzione, non è assimilabile ad un negozio di diritto privato puro e semplice. Essa si caratterizza strutturalmente per il necessario intervento del giudice e funzionalmente per l’effetto processuale di chiusura del giudizio e per gli effetti sostanziali derivanti dal negozio giuridico contestualmente stipulato dalle parti (transazione, riconoscimento del debito etc.).


Giurisprudenza annotata

  1. Natura della conciliazione giudiziale.

L’ordinanza che dispone il tentativo di conciliazione, emessa dal giudice onorario aggregato a norma dell’art. 13, comma 2, della legge 22 luglio 1997, n. 276, deve essere comunicata alla parte contumace, non ostandovi la mancata inclusione dell’ordinanza suddetta fra gli atti elencati, in via tassativa, dall’art. 292 c.p.c., attesa l’anteriorità di tale disposizione rispetto all’altra e sulla base del principio della successione delle leggi nel tempo (come osservato, segnatamente, dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 130 del 2002), con la conseguenza che la mancata comunicazione determina la nullità degli atti del giudizio di primo grado. Cass. 30 dicembre 2011, n. 30576.

 

Il potere-dovere di mediazione ora conferito al giudice, vale a dire il potere-dovere di avanzare alle parti in lite proposte conciliative-transattive fino alla chiusura dell'istruzione, poiché salvaguarda l'autonomia ed i diritti, di forma e di sostanza, delle parti e presiede alla piena tutela del preminente e poziore interesse dei minori interessanti all'esito della lite, si rivela sempre più - come nella specie - quale prezioso ed insostituibile strumento di indagine e di adeguata decisione nelle controversie familiari fra coniugi, ex coniugi e genitori e figli.

Tribunale Milano sez. IX  29 ottobre 2013

 

In tema di equa riparazione per violazione del termine di ragionevole durata del processo, il termine per la proposizione della relativa domanda decorre dalla data del provvedimento conclusivo del processo (nella specie, la cancellazione della causa dal ruolo), a nulla rilevando eventi ad esso estranei, quale la stipulazione di un atto di transazione, che resta, dunque, estraneo all’ambito del giudizio ed improduttivo di effetti limitativi sotto il profilo indennitario. Cass. 30 dicembre 2009, n. 27719.

 

La conciliazione giudiziale è atto che esula dai poteri del difensore (salvo espresso conferimento del potere medesimo) e, incidendo direttamente sul diritto controverso, può validamente essere compiuto dalla parte senza il ministero del difensore stesso. Ne consegue che il verbale di conciliazione è valido ed efficace anche quando non sia sottoscritto dal difensore, né questi abbia partecipato all’udienza nella quale le parti si sono conciliate. Cass. 18 settembre 2009, n. 20236.

 

Il verbale di conciliazione giudiziale, per quanto redatto con l’intervento del giudice a definizione di una controversia pendente tra le parti, ha natura negoziale, in quanto la conciliazione è frutto dell’incontro delle volontà delle parti, onde l’interpretazione del contenuto di detto verbale postula un’indagine sulla volontà delle parti e si risolve in un accertamento di fatto. Cass. 28 giugno 2007, n. 14911.

 

 

  1. Interpretazione della conciliazione giudiziale.

In tema di interpretazione della volontà delle parti, all’accordo conciliativo di una controversia si applicano le norme sulla transazione, tra cui l’art. 1967 c.c., con la conseguenza che per l’individuazione dell’oggetto di essa, ed in particolare della prestazione cui si è obbligato uno dei contraenti, possono soccorrere soltanto le regole ermeneutiche stabilite dagli artt. 1362 e ss c. c, con esclusione di dati interpretativi che non abbiano riferimento nel testo scritto, ivi compresi i fatti notori. Cass. 22 luglio 2004 n. 13613.

 

 

  1. Necessità o meno della redazione di un verbale separato.

Poiché la redazione di un verbale separato da quello di udienza prevista dall’art. 88 disp. att. c.p.c. non è requisito di validità dell’atto, la conciliazione giudiziale, che produce per effetto dell’accordo delle parti effetti sostanziali e processuali, costituisce, in presenza dei requisiti di legge, titolo esecutivo l’art. 474 c.p.c., anche se sia inserita nel verbale d’udienza. Cass. 18 aprile 2003, n. 6288.

 

 

  1. Valore del verbale di conciliazione steso dal consulente tecnico.

L’accordo stipulato fra le parti e verbalizzato, in assenza del giudice, dal consulente tecnico d’ufficio, in una controversia avente ad oggetto l’esecuzione di un contratto d’opera, pur non integrando una conciliazione giudiziale con efficacia estintiva del giudizio - trattandosi di verbale redatto al di fuori dell’ipotesi prevista dall’art. 199 c.p.c. - può tuttavia costituire, ove il giudice ne ravvisi gli estremi, un negozio transattivo sostanziale, idoneo a determinare la cessazione dell’originaria materia del contendere e l’insorgere di nuove obbligazioni. Cass. 26 maggio 2008, n. 13578.



 
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