codice-proc-civile
Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 189 cod. proc. civile: Rimessione al collegio

Il giudice istruttore, quando rimette la causa al collegio, a norma dei primi tre commi dell’articolo 187 o dell’articolo 188, invita le parti a precisare davanti a lui le conclusioni che intendono sottoporre al collegio stesso, nei limiti di quelle formulate negli atti introduttivi o a norma dell’articolo 183. Le conclusioni di merito debbono essere interamente formulate anche nei casi previsti dall’articolo 187, secondo e terzo comma.

La rimessione investe il collegio di tutta la causa, anche quando avviene a norma dell’art. 187, secondo e terzo comma.



Giurisprudenza annotata

  1. Precisazione delle conclusioni.

Il giudice che intenda pronunciare separatamente sulla giurisdizione o sulla competenza deve invitare le parti a precisare le conclusioni, sicché, il provvedimento che abbia emesso in difetto di detto invito assume natura meramente ordinatoria. Ne consegue che la pronuncia con cui il giudice di pace abbia statuito (come nella specie) sull’eccezione di difetto di giurisdizione senza previamente invitare le parti a precisare le conclusioni ha natura di ordinanza e non è, come tale, preclusiva del regolamento di giurisdizione ai sensi dell’art. 41 c.p.c. Cass., Sez. Un., 10 dicembre 2009, n. 25798.

 

 

  1. Omessa riproposizione di alcune delle domande in sede di precisazione delle conclusioni.

Affinché una domanda proposta con l’atto introduttivo del giudizio possa ritenersi abbandonata non è sufficiente che essa non risulti riproposta al momento della precisazione delle conclusioni, ma è necessario che dalla valutazione complessiva della condotta processuale della parte possa desumersi l’inequivoca volontà di rinunciarvi. Cass. 28 maggio 2008, n. 14104.

 

La omessa riproduzione nelle conclusioni definitive di cui all’art. 189 c.p.c., di una delle domande proposte con l’atto di citazione implica soltanto una mera presunzione di abbandono della stessa, sicché il giudice del merito, al quale spetta il compito di interpretare la volontà della parte, è tenuto ad accertare se, malgrado la materiale omissione, sussistano elementi sufficienti - ricavabili dalla complessiva condotta processuale o dalla stretta connessione della domanda non riproposta con quelle esplicitamente reiterate - per ritenere che la parte abbia inteso insistere nella domanda pretermessa in dette conclusioni. Tale presunzione deve ritenersi peraltro inoperante se, su invito del giudice, le parti abbiano precisato le conclusioni in ordine ad una questione preliminare di merito o pregiudiziale di rito. Cass. 28 giugno 2006, n. 14964.

 

Qualora il difensore della parte, comparso all’udienza di precisazione delle conclusioni, abbia precisato le proprie in modo specifico, le domande e le eccezioni non riproposte, ove non si riconnettano strettamente con altre specificatamente riproposte, o, dalla condotta processuale della parte, non risulti che essa abbia voluto tenerle ferme, debbono presumersi abbandonate o rinunciate, rientrando nei poteri del difensore la rinuncia ad un singolo capo della domanda o la riduzione delle originarie domande; tale rinuncia si distingue da quella agli atti del giudizio, che può, invece, essere fatta solo dalla parte personalmente o da un suo procuratore speciale nelle forme previste dall’art. 306 c.p.c. e non produce effetto senza l’accettazione della controparte. Cass. 8 gennaio 2002, n. 140; conforme Cass. 1º dicembre 1994, n. 10268; Cass. 28 gennaio 1995, n. 1047; Cass. 2 giugno 1999, n. 5394; Cass. 15 maggio 1997, n. 4283; Cass. 27 novembre 1998, n. 788; Cass. 11 febbraio 1994, n. 10268.

 

 

  1. Omessa precisazione delle conclusioni in udienza.

Nel procedimento davanti al giudice di pace, la decisione della causa che non sia stata preceduta dalla precisazione delle conclusioni definitive, istruttorie e di merito, né dal semplice invito a provvedervi rivolto dal giudice alle parti, comporta la nullità della sentenza per violazione del diritto di difesa; tale nullità, peraltro, non rientrando tra quelle tassativamente previste dall’art. 354 c.p.c. che impongono la rimessione della causa al giudice di primo grado, comporta che, in caso di omessa pronuncia del giudice di appello sulla relativa questione, ritualmente sollevata con l’atto d’impugnazione, la causa debba essere rimessa al giudice di secondo grado, il quale deve decidere nel merito previa rinnovazione degli atti nulli, cioè ammettendo le parti a svolgere tutte quelle attività che, in conseguenza della nullità, sono state loro precluse. Cass. 10 marzo 2006, n. 5225.

 

 

  1. Necessità di ribadire le eccezioni in sede di precisazione delle conclusioni.

Nel giudizio di opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., l’opponente ha veste sostanziale e processuale di attore; pertanto, le eventuali “eccezioni” da lui sollevate per contrastare il diritto del creditore a procedere ad esecuzione forzata costituiscono “causa petendi” della domanda proposta con il ricorso in opposizione e sono soggette al regime sostanziale e processuale della domanda. Ne consegue che l’opponente non può mutare la domanda modificando le eccezioni che ne costituiscono il fondamento, né il giudice può accogliere l’opposizione per motivi che costituiscono un mutamento di quelli espressi nel ricorso introduttivo, ancorché si tratti di eccezioni rilevabili d’ufficio. Cass. 20 gennaio 2011, n. 1328.

 

 

  1. Riduzione della domanda originaria.

La delimitazione della domanda originaria mediante riduzione quantitativa della somma pretesa, integra non una mutatio ma una semplice emendatio libelli, sempre consentita ex art. 184 c.p.c. Cass. 2 agosto 1990, n. 7733.

 

 

  1. Rinuncia alla domanda.

Affinché una domanda possa ritenersi abbandonata della parte, non è sufficiente che essa non venga riproposta nella precisazione delle conclusioni, costituendo tale omissione una mera presunzione di abbandono, in quanto invece è necessario accertare se, dalla valutazione complessiva della condotta processuale della parte o dalla stretta connessione della domanda non riproposta con quelle esplicitamente reiterate, emerga una volontà inequivoca di insistere sulla domanda pretermessa. Cass. 3 febbraio 2012, n. 1603.

 

Una volta che la causa sia stata trattenuta in decisione, la rimessione sul ruolo istruttorio non può far rivivere una domanda alla quale la parte abbia, espressamente o implicitamente, rinunciato. Pertanto, l’inclusione della domanda rinunciata tra le conclusioni definitive successivamente alla predetta rimessione sul ruolo integra gli estremi della formulazione di una domanda nuova, la quale come tale va considerata, alla luce della disciplina ratione temporis applicabile. Cass. 7 marzo 2007, n. 5215.

 

 

  1. Domanda nuova proposta in sede di precisazione delle conclusioni.

Nel procedimento davanti al giudice di pace, la decisione della causa che non sia stata preceduta dalla precisazione delle conclusioni definitive, istruttorie e di merito, né dal semplice invito a provvedervi rivolto dal giudice alle parti, comporta la nullità della sentenza per violazione del diritto di difesa; tale nullità, peraltro, non rientrando tra quelle tassativamente previste dall’art. 354 c.p.c. che impongono la rimessione della causa al giudice di primo grado, comporta che il giudice d’appello, ove la questione risulti ritualmente sollevata con l’atto d’impugnazione, debba decidere nel merito previa rinnovazione degli atti nulli, cioè ammettendo le parti a svolgere tutte quelle attività che, in conseguenza della nullità, sono state loro precluse. Cass. 23 dicembre 2011, n. 28681.

 

 

  1. Precisazione delle conclusioni in cause riunite.

Nel giudizio di divisione avente ad oggetto beni immobili, l’istanza di assegnazione in proprietà esclusiva e quella di vendita del bene sono da considerare fra loro antitetiche; ne consegue che, ove la parte che in precedenza abbia avanzato tale istanza, in sede di precisazione delle conclusioni, abbia formulato domanda di vendita, il giudice non può procedere all’assegnazione del bene in proprietà esclusiva dovendosi presumersi abbandonata la relativa precedente istanza; né può assumere rilievo un’eventuale modifica di tali conclusioni formulata in sede di comparsa conclusionale, attesa la limitata funzione di quest’ultima, volta alla sola illustrazione delle conclusioni già assunte. Cass. 23 novembre 2011, n. 24728.

 

 

  1. Precisazione delle conclusioni in caso di condanna generica.

L’art. 278 c.p.c., il quale consente una pronuncia non definitiva limitata all’an debeatur con rinvio della liquidazione del quantum a successiva fase dello stesso giudizio, sulla sola base dell’istanza della parte interessata e senza necessità della adesione della controparte, non esonera l’attore, all’atto della rimessione della causa al collegio, dall’onere di richiedere la separazione, e inoltre di indicare i mezzi di prova dei quali intenda avvalersi per la determinazione del quantum, secondo la disciplina generale, con la conseguenza che, in difetto di tali adempimenti, il giudice deve pronunciarsi sulla domanda di risarcimento, rigettandola se non adeguatamente provata Cass. 23 marzo 2004, n. 5736; conforme Cass. 28 maggio 1999, n. 5193; Cass. 20 novembre 1996, n. 10220; Cass. 1º luglio 1993, n. 7154.

 

 

  1. Riproponibilità in sede di precisazione delle conclusioni delle questioni relative alle ordinanze non reclamate.

La giurisprudenza di legittimità formatasi su controversie cui si applicava, ratione temporis, l’art. 178 c.p.c. sulla reclamabilità al collegio delle ordinanze revocabili del giudice istruttore, ha in genere affermato che in tema di ordinanze revocabili del giudice istruttore, la mancata proposizione del reclamo non impedisce alle parti di ripresentare dinanzi al collegio, ai sensi degli artt. 178 e 189 c.p.c., tutte le questioni risolte con tali ordinanze, purché la riproposizione avvenga in sede di precisazione delle conclusioni, sicché - ove non ne sia stato in questa sede sollecitato il controllo - è precluso al collegio ogni valutazione sul punto che non può neppure formare oggetto di appello. Cass. 14 aprile 2004, n. 7055; conforme Cass. 5 marzo 1999, n. 1874; Cass. 2 agosto 1993, n. 8524; Cass. 30 marzo 1995, n. 3773; Cass. lav., 6 settembre 1994, n. 7672.



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti