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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 228 cod. proc. civile: Confessione giudiziale

La confessione giudiziale è spontanea o provocata mediante interrogatorio formale.


Giurisprudenza annotata

Oggetto

La confessione giudiziale o stragiudiziale secondo la nozione di cui all’art. 2730 c.c. deve avere per oggetto fatti obiettivi e non opinioni o giudizi, con la conseguenza che non ha valore di confessione, a prescindere dal fatto che sia diretta alla parte o al terzo, l’ammissione che un determinato evento dannoso, sia ascrivibile a propria colpa, trattandosi di un giudizio a formare il quale concorrono valutazioni di ordine giuridico.

Cass. 16 giugno 1990, n. 6059.

 

Le ammissioni contenute nella comparsa di risposta - siccome facenti parte del processo - possono assumere anche il carattere proprio della confessione giudiziale spontanea, alla stregua di quanto previsto dagli art. 228 e 229 c.p.c. Ove, peraltro, l'atto non sia stato sottoscritto personalmente dalla parte, ma rechi solo la sottoscrizione della procura scritta a margine o in calce, la efficacia confessoria è subordinata alla presenza di modalità tali che rivelino inequivocabilmente la consapevolezza della parte delle specifiche dichiarazioni dei fatti sfavorevoli contenute nell'atto.

Cassazione civile sez. II  29 gennaio 2015 n. 1667  

 

La confessione deve avere ad oggetto fatti obiettivi - la cui qualificazione giuridica spetta al giudice del merito - e non già opinioni o giudizi.

Cass. 18 ottobre 2011, 21509.

 

Animus confitendi.

Le dichiarazioni rese dalla parte in sede di interrogatorio formale costituiscono confessione giudiziale se, sotto il profilo soggettivo, ricorre l’ animus confitendi consistente nella consapevolezza e volontà di riconoscere un fatto a sé sfavorevole e vantaggioso per l’altra parte, indipendentemente dalla consapevolezza delle conseguenze che possono derivarne, dovendo altresì la certezza, in ordine al verificarsi di detto fatto, ricavarsi esclusivamente da siffatte dichiarazioni, senza necessità di un qualsiasi ulteriore confronto probatorio.

Cass. 17 gennaio 2003, n. 607.

 

Efficacia della confessione.

L’interrogatorio formale reso in un processo con una pluralità di parti, essendo volto a provocare la confessione giudiziale di fatti sfavorevoli alla parte confitente e ad esclusivo favore del soggetto che si trova rispetto ad essa, in posizione antitetica e contrastante, non può essere deferito, da una parte ad un’altra, su un punto dibattuto in quello stesso processo, tra il soggetto deferente ed un terzo soggetto, diverso dall’interrogando, non avendo valore confessorio le risposte, eventualmente affermative dell’interrogato alle domande rivoltegli, invero la confessione giudiziale produce effetti nei confronti della parte chele fa e della parte che la provoca, ma non può acquisire valore di prova legale nei confronti di persone diverse dal confitente, in quanto costui non ha alcun potere di disposizione relativamente a situazioni giuridiche facenti capo ad altri distinti soggetti del rapporto processuale e se, anche il giudice, ha il potere di apprezzare liberamente la dichiarazione e trarne elementi indiziari di giudizio bei confronti delle altre parti, tali elementi non possono prevalere rispetto alle risultanze delle prove dirette.

Cass. lav., 3 dicembre 2004, n. 22753; conforme Cass. 24 febbraio 2011, n. 4486.

 

Tenuto conto dell’autonomia processuale della posizione del successore nel processo a titolo particolare nel diritto controverso, intervenuto in giudizio ai sensi dell’art. 111 c.p.c., rispetto a quella dell’alienante, la confessione prestata da uno soltanto di loro mentre ha efficacia di prova legale contro il dichiarante, non è opponibile nei confronti dell’altro, in relazione al quale può essere liberamente apprezzata dal giudice quale indizio, al pari delle altre risultanze processuali, secondo quando espressamente previsto dal terzo comma dell’art. 2733 c.c.

Cass. 1 aprile 2003 n. 4904.

 

La prova (piena) dei fatti contrari alla parte che li ha confessati, che il giudice ha il dovere di trarre, non può essere vinta con una mera prova contraria, essendo necessario dimostrare che la difformità dal vero non è stata cosciente.

Cass., Sez. Un., 9 giugno 2002, n. 7097.

 



 
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