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Art. 232 cod. proc. civile: Mancata risposta

Se la parte non si presenta o rifiuta di rispondere senza giustificato motivo, il collegio, valutato ogni altro elemento di prova, può ritenere come ammessi i fatti dedotti nell’interrogatorio.

Il giudice istruttore, che riconosce giustificata la mancata presentazione della parte per rispondere all’interrogatorio, dispone per l’assunzione di esso anche fuori della sede giudiziaria.


Giurisprudenza annotata

Valutazione della mancata risposta

In materia di procedimento contumaciale, qualora venga notificata personalmente al contumace l’ordinanza ammissiva dell’interrogatorio formale, ai sensi dell’art. 292, primo comma, c.p.c., e siano così rispettate le norme a tutela del contraddittorio, se egli non si presenti all’udienza fissata per l’interrogatorio senza giustificato motivo il giudice, valutato ogni altro elemento di prova, può ritenere come ammessi i fatti dedotti nell’interrogatorio.

Cass. lav., 31 dicembre 2009, n. 28293.

 

Il giudice può ritenere come ammessi i fatti dedotti nell’interrogatorio stesso quando la parte non si presenti a rispondere senza giustificato motivo, valutando ogni altro elemento probatorio, che non deve risultare “ex se” idoneo a fornire la prova del fatto contestato ma deve soltanto fornire elementi di giudizio integrativi, idonei a determinare il convincimento del giudice sui fatti dedotti nell’interrogatorio medesimo.

Tribunale Milano  09 ottobre 2013 n. 12553  

 

La valutazione, ai sensi dell'art. 232 cod. proc. civ., della mancata risposta all'interrogatorio formale rientra nell'ampia facoltà del giudice di merito di desumere argomenti di prova dal comportamento delle parti nel processo, a norma dell'art. 116 cod. proc. civ. In particolare, il giudice può ritenere come ammessi i fatti dedotti nell'interrogatorio stesso quando la parte non si presenti a rispondere senza giustificato motivo, valutando ogni altro elemento probatorio, che non deve risultare "ex se" idoneo a fornire la prova del fatto contestato (poiché, in tal caso, sarebbe superflua ogni considerazione circa la mancata risposta all'interrogatorio), ma deve soltanto fornire elementi di giudizio integrativi, idonei a determinare il convincimento del giudice sui fatti dedotti nell'interrogatorio medesimo; l'esercizio di tale potere non può essere censurato in sede di legittimità né per violazione di legge, né per vizio di motivazione.

Cassazione civile sez. VI  26 aprile 2013 n. 10099  

 

La mancata risposta all’interrogatorio formale costituisce un comportamento processuale qualificato che, nel quadro degli altri elementi probatori acquisiti, può fornire elementi di valutazione idonei ad integrare il convincimento del giudice sulle circostanze articolate nei singoli capitoli. Tuttavia, qualora lo stesso giudice ritenga che i fatti dedotti non siano suffragati da alcun elemento di riscontro, può negare ad essi valore probatorio senza però prescindere dalla valutazione del risultato del mezzo istruttorio e dall’espressa menzione delle ragioni che sorreggono il proprio negativo apprezzamento.

Cass. 19 marzo 2009 n. 6697.

 

In tema di interrogatorio formale, l’inciso contenuto nell’art. 232 c.p.c. - secondo il quale il giudice può ritenere ammessi i fatti dedotti nell’interrogatorio se la parte non si presenta o si rifiuta di rispondere senza giustificato motivo, «valutato ogni altro elemento di prova» - va interpretato nel senso che la mancata risposta non equivale ad una confessione, ma può assurgere a prova dei fatti dedotti secondo il prudente apprezzamento del giudice (art. 116 c.p.c.), il quale può trarre elementi di convincimento in tal senso non solo dalla concomitante presenza di elementi di prova indiziaria dei fatti medesimi, ma anche dalla mancata proposizione di prove in contrario.

Cass. 19 ottobre 2006, n. 22407; conforme Cass. 20 aprile 2006, n. 9254.

 

In sede di impugnazione

La valutazione, ai sensi dell’art. 232 c.p.c., della mancata risposta all’interrogatorio formale rientra nell’ampia facoltà del giudice del merito di desumere argomenti di prova dal comportamento delle parti nel processo, ai sensi dell’art. 116, secondo comma, c.p.c., con la conseguenza che l’esercizio negativo di tale potere non può essere censurato in sede di legittimità né per violazione di legge, né per vizio di motivazione. Non è in particolare configurabile un vizio di motivazione per il fatto che il giudice di secondo grado abbia esercitato il proprio potere discrezionale in modo diverso rispetto al giudice di primo grado, atteso che il contenuto e l’estensione del potere di valutazione del materiale probatorio da parte del giudice di secondo grado sono uguali a quelli del giudice di primo grado, onde il secondo giudice non è in alcun modo vincolato al diverso esercizio della discrezionalità da parte del primo giudice.

Cass. 5 novembre 2001, n. 13635; conforme Cass. 26 febbraio 2003, n. 2864; Cass. 18 ottobre 2001, n. 12750; Cass. 2 aprile 2001, n. 4800; Cass. 29 marzo 1996, n. 2888; Cass. lav., 5 novembre 1979, n. 5719.

 

In ossequio al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, il ricorrente che denunci il vizio di motivazione della sentenza impugnata, per avere il giudice di merito omesso di esaminare la mancata comparizione della controparte a rispondere all’interrogatorio formale, deve trascriverne il contenuto integrale, o indicare le circostanze di fatto che ne formano oggetto.

Cass. 3 marzo 2009, n. 5043.

 

 



 
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