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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 244 cod. proc. civile: Modo di deduzione

La prova per testimoni deve essere dedotta mediante indicazione specifica delle persone da interrogare e dei fatti, formulati in articoli separati, sui quali ciascuna di esse deve essere interrogata.


Giurisprudenza annotata

 Oggetto della prova per testimoni.

La prova testimoniale deve avere ad oggetto fatti obiettivi e non apprezzamenti o valutazioni richiedenti conoscenze tecniche o nozioni di esperienza non rientranti nel notorio; ne consegue che il giudice, avvalendosi eventualmente di una consulenza tecnica, può porre i fatti riferiti dal testimone a base degli apprezzamenti e delle valutazioni necessarie per decidere, ma non può chiedere al teste di esprimere valutazioni o apprezzamenti personali.

Cass. lav., 8 marzo 2010, n. 5548.

 

Specificità dei fatti e l’indicazione specifica dei testimoni.

La disposizione dell’art. 244 c.p.c., con la quale è imposto alla parte di specificare i fatti da dedurre a prova in articoli separati, ha il duplice scopo di consentire all’avversario di formulare i capitoli di prova contraria indicando i propri testimoni e di dare modo al giudice di valutare se la prova richiesta sia concludente e pertinente; specie in relazione a tale ultimo scopo, la norma in questione deve considerarsi di carattere cogente, sicché la sua inosservanza, da parte di chi propone la prova, determina l’inammissibilità del mezzo istruttorio che, ove erroneamente ammesso ed espletato, non potrà essere tenuto in considerazione dal giudice.

Cass. 31 gennaio 2007, n. 2201.

 

La richiesta di provare per testimoni un fatto esige non solo che questo sia dedotto in un capitolo specifico e determinato, ma anche che sia collocato univocamente nel tempo e nello spazio, al duplice scopo di consentire al giudice la valutazione della concludenza della prova ed alla controparte la preparazione di un'adeguata difesa. Ne consegue che è inammissibile il capitolo di prova volto a dimostrare la sussistenza degli elementi sintomatici della subordinazione, mediante apprezzamenti e valutazioni del teste, cui il giudice non può legare il suo convincimento. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha dichiarato inammissibile l'impugnazione avverso la sentenza d'appello che aveva ritenuto generica la deduzione del ricorrente di aver lavorato per un certo numero di giornate e di ore giornaliere "alle dipendenze" dell'impresa). Dichiara inammissibile, App. Salerno, 28/02/2013

Cassazione civile sez. VI  02 febbraio 2015 n. 1808  

 

Il giudizio sulla idoneità della specificazione dei fatti dedotti nei capitoli di prova - che va comunque condotto non solo alla stregua della letterale formulazione dei capitoli medesimi, ma anche ponendo il loro contenuto in relazione agli altri atti di causa ed alle deduzioni dei contendenti - costituisce apprezzamento di merito non suscettibile di sindacato in sede di giudizio di cassazione se correttamente motivato.

Cass. 31 gennaio 2007, n. 2201.

 

Qualora il giudice ammetta la prova testimoniale e fissi l’udienza per la relativa assunzione, senza stabilire un termine perentorio per l’indicazione dei testi, deve ritenersi che egli abbia concesso alla parte la possibilità di indicare i testi sino all’inizio della prova avvalendosi implicitamente della facoltà, avente natura meramente discrezionale, di consentire l’indicazione tardiva dei testimoni prevista dall’ultimo comma dell’art. 244 c.p.c., nel testo, applicabile “ratione temporis”, anteriore alla riforma introdotta dalla legge n. 353 del 1990.

Cass. 16 maggio 2008, n. 12419.

 

La richiesta di provare per testimoni un fatto esige non solo che questo sia dedotto in un capitolo specifico e determinato, ma anche che sia collocato univocamente nel tempo e nello spazio, al duplice scopo di consentire al giudice la valutazione della concludenza della prova ed alla controparte la preparazione di un’adeguata difesa, sicché è inammissibile il capitolo di prova per testimoni volto a dimostrare il compimento di una dichiarazione ammissiva fatta dal debitore ad un terzo, ai fini dell’interruzione del termine di prescrizione, qualora non sia indicato nel capo di prova il giorno in cui tale dichiarazione sarebbe stata resa.

Cass. 12 ottobre 2011, ord. n. 20997: conforme Cass. 22 maggio 2009 n. 9547.

 

Testimonianza de relato.

In tema di rilevanza probatoria delle deposizioni di persone che hanno solo una conoscenza indiretta di un fatto controverso occorre distinguere i testimoni de relato actoris e quelli de relato in genere. I primi depongono su fatti e circostanze di cui sono stati informati dal soggetto medesimo che ha proposto il giudizio, così che la rilevanza del loro assunto è sostanzialmente nulla in quanto vertente sul fatto della dichiarazione di una parte del giudizio e non sul fatto oggetto dell’accertamento, che costituisce il fondamento storico della pretesa. Gli altri testi, de relato in genere, depongono su circostanze che hanno appreso da persone estranee al giudizio, quindi sul fatto della dichiarazione di costoro, e la rilevanza delle loro deposizioni si presenta attenuata perché indiretta, ma, ciononostante può assumere rilievo ai fini del convincimento del giudice nel concorso di altri elementi oggettivi e concordanti che ne suffragano la credibilità.

Cass. 3 aprile 2007, n. 8358; conforme Cass. 5 gennaio 1998, n. 43.

 

La deposizione de relato ex parte actoris, se riguardata di per sé sola, non ha alcun valore probatorio, nemmeno indiziario; può tuttavia assurgere a valido elemento di prova quando sia suffragata da circostanze oggettive e soggettive ad essa intrinseche o da risultanze probatorie acquisite al processo che concorrano a confortarne la credibilità.

Cass. 19 maggio 2006, n. 11844.

 

 Prova contraria

La parte che nel chiedere prova contraria a quella domandata dalla controparte ometta di indicare contestualmente i testi, non può indicarli successivamente all’ordinanza ammissiva della prova diretta, e se ciononostante la prova contraria è stata espletata, pur se la controparte non ha sollevato contestazioni, il giudice non può tenere conto di tali deposizioni testimoniali, perché in contrasto con il principio di ordine processuale di unità della prova, come tale sottratto alla disponibilità delle parti.

Cass. 22 marzo 2000, n. 3416.

 

Norme processuali: principio di concentrazione ed unicità della prova

In tema di prova testimoniale, in forza dei principi di unicità e concentrazione posti dall’art. 244 c.p.c., costituenti fondamentale garanzia di regolarità del contraddittorio, è necessario che le contrapposte prove testimoniali inerenti allo stesso oggetto siano state dedotte ed ammesse prima dell’assunzione del mezzo istruttorio.

Cass. 12 marzo 2004, n. 5090.

 

Il principio di infrazionabilità della prova tra i vari gradi di giudizio non è stato soppresso in conseguenza dell’intervenuta abrogazione dell’art. 244, secondo comma, c.p.c., ma rafforzato dalla previsione contenuta nell’art. 345 del c.p.c. novellato, in base alla quale anche per le prove testimoniali vale il principio della inammissibilità della nuova prova in appello, che può essere ammessa solo in quanto - senza alterare il regime delle preclusioni - ritenuta dal giudice indispensabile ai fini della decisione, sempre che il fatto che si vuole provare sia stato già dedotto nel corso del giudizio di primo grado.

Cass. 7 giugno 2011, n. 12303.

 

 Norme processuali

Il giudizio sulla superfluità o genericità della prova testimoniale è insindacabile in cassazione, involgendo una valutazione di fatto che può essere censurata soltanto se basata su erronei principi giuridici, ovvero su incongruenze di ordine logico.

Cass. 10 settembre 2004, n. 18222.

 

In considerazione della natura perentoria del termine assegnato ai sensi dell’art. 244 c.p.c. per formulare o integrare i capitoli e la lista della prova testimoniale, è precluso al giudice disporne la proroga o la dilazione, atteso che l’inosservanza del termine produce decadenza dalla prova rilevabile d’ufficio e non sanabile dall’accordo delle parti.

Cass. 29 gennaio 2003, n. 1303.

L’art. 244, terzo comma, c.p.c., nel testo anteriore alla legge 26 novembre 1990, n. 353, che attribuisce al giudice istruttore il potere discrezionale di fissare un termine per formulare o integrare le indicazioni relative alle persone da interrogare o ai fatti sui quali debbano essere interrogate, deve essere interpretato, secondo il suo significato logico e teleologico, nel senso che l’assegnazione del termine perentorio, alla cui inosservanza consegue la decadenza dalla deduzione del mezzo di prova, rilevabile d’ufficio e non sanabile neanche per accordo delle parti, riguarda non solo il completamento di una deduzione probatoria carente o ancora in “itinere”, ma anche la formulazione di capitoli aggiuntivi sul medesimo od altri temi di prova e la deduzione, per la prima volta, di tutte le indicazioni prescritte (ossia, i fatti e i testi) dallo stesso art. 244, essendo tale lettura coerente con il principio costituzionale del giusto processo, anche in riferimento al canone della ragionevole durata.

Cass. 5 gennaio 2011, n. 223.

 

Il ricorrente che, in sede di legittimità, denuncia la mancata ammissione di una prova testimoniale da parte del giudice di merito ha l’onere di indicare specificamente le circostanze che formavano oggetto della prova, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare e, quindi, delle prove stesse che, per il principio di autosufficienza del ricorso, la Corte di cassazione dev’essere in grado di compiere solo sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative. Tale principio trova applicazione anche nel caso di mancata ammissione di una prova testimoniale da parte del consiglio dell’ordine degli avvocati nel corso di un procedimento disciplinare, poiché l’art. 49 del R.D. 22 gennaio 1934, n. 37, sebbene non imponga, a differenza dell’art. 244 c.p.c., l’indicazione specifica dei fatti da provare formulati in articoli separati, prescrive pur sempre che debbono essere sommariamente esposte le circostanze sulle quali l’incolpato ed il P.M. intendono che i testimoni siano esaminati.

Cass., Sez. Un., 22 dicembre 2011, n. 28336.

 

Prova per testimoni nel giudizio di appello

Il principio di infrazionabilità delle prove, comporta la inammissibilità, in appello, di una prova testimoniale che, anche in modo indiretto, si appalesi preordinata a contrastare, completare o confortare le risultanze di quella già dedotta e assunta in primo grado, e cioè a determinare, attraverso nuove modalità e circostanze, ovvero per la connessione delle circostanze già provate con quelle da provare, una diversa valutazione dei fatti che sono stati oggetto dello stesso mezzo istruttorio nelle precedenti fasi del processo. L’accertamento in ordine alla novità della prova involge un apprezzamento di fatto istituzionalmente riservato al giudice di merito e non sindacabile in sede di legittimità (principio affermato in relazione alla disciplina previgente la novella di cui alla legge n. 353 del 1990. Cass. 20 settembre 2006, n. 20327; conforme Cass. lav., 7 maggio 2009 n. 10502.

 

Nullità della prova

Le nullità concernenti l’ammissione e l’espletamento della prova testimoniale hanno carattere relativo, derivando dalla violazione di formalità stabilite non per ragioni di ordine pubblico, bensì nell’esclusivo interesse delle parti e, pertanto, non sono rilevabili d’ufficio dal giudice, ma, ai sensi dell’art. 157, secondo comma, c.p.c., vanno denunciate dalla parte interessata nella prima istanza o difesa successiva al loro verificarsi (o alla conoscenza delle nullità stesse); intendendosi per istanza, ai fini della citata norma, anche la richiesta di un provvedimento ordinatorio di mero rinvio e la formulazione delle conclusioni dinanzi al giudice di primo grado. Ne consegue che dette nullità non possono essere fatte valere in sede di impugnazione. Cass. 17 ottobre 2003, n. 15554.



 
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