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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 246 cod. proc. civile: Incapacità a testimoniare

Non possono essere assunte come testimoni le persone aventi nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio.


Giurisprudenza annotata

Incapacità a testimoniare

L’incapacità a testimoniare, prevista dall’articolo 246 c.p.c., che si identifica con l’interesse a proporre la domanda o a contraddirvi di cui all’articolo 100 c.p.c., determina la nullità della deposizione e non può essere rilevata d’ufficio, ma deve essere eccepita dalla parte interessata a farla valere al momento dell’espletamento della prova o nella prima difesa successiva, restando altrimenti sanata ai sensi dell’articolo 157, secondo comma, c.p.c. Qualora, per difetto di eccezione o per rigetto della medesima, la testimonianza resti validamente acquisita al processo, non resta tuttavia escluso il potere del giudice di procedere alla valutazione della deposizione, sotto il profilo dell’attendibilità del testimone, tenendo conto anche della situazione potenzialmente produttiva di incapacità.

Cass. 16 maggio 2006, n. 11377.

 

La nullità della testimonianza resa da persona incapace, ai sensi dell’art. 246 c.p.c., essendo posta a tutela dell’interesse delle parti, è configurabile come nullità relativa e, in quanto tale, deve essere eccepita subito dopo l’assunzione della prova, rimanendo altrimenti sanata ai sensi dell’art. 157, comma 2, c.p.c.; qualora detta eccezione venga respinta, l’interessato ha l’onere di riproporla in sede di precisazione delle conclusioni e nei successivi atti di impugnazione, dovendosi altrimenti ritenere rinunciata, con conseguente sanatoria della nullità per acquiescenza, rilevabile d’ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo.

Tribunale Savona  30 aprile 2014

 

La nullità della testimonianza resa da persona incapace, ai sensi dell'art. 246 cod. proc. civ., essendo posta a tutela dell'interesse delle parti, è configurabile come nullità relativa e, in quanto tale, deve essere eccepita subito dopo l'assunzione della prova, rimanendo altrimenti sanata ai sensi dell'art. 157, secondo comma, cod. proc. civ.; qualora detta eccezione venga respinta, l'interessato ha l'onere di riproporla in sede di precisazione delle conclusioni e nei successivi atti di impugnazione, dovendosi altrimenti ritenere rinunciata, con conseguente sanatoria della nullità per acquiescenza, rilevabile d'ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo. Rigetta, App. Salerno, 15/02/2010

Cassazione civile sez. un.  23 settembre 2013 n. 21670  

 

Mentre la sussistenza di un interesse di mero fatto, idoneo ad influire sulla veridicità della testimonianza, attiene unicamente alla attendibilità del teste.

Cass. 13 aprile 2005, n. 7677.

 

L’incapacità a testimoniare, prevista dall’art. 246 c.p.c., anche se non venga eccepita o sia stata dedotta tardivamente, da una parte non comporta di per sé l’inattendibilità del testimone, ma, dall’altra, non esonera il giudice dal potere-dovere di esaminarne l’intrinseca credibilità.

Cass. 25 gennaio 2012, n. 1022.

 

Interesse a testimoniare

L’interesse che dà luogo ad incapacità a testimoniare, a norma dell’art. 246 c.p.c., è solo quello - giuridico, personale, concreto - che comporterebbe, in ipotesi, la legittimazione del teste alla proposizione dell’azione ovvero all’intervento o alla chiamata in causa,.

Cass. 20 gennaio 2006, n. 1101.

 

Non può farsi discendere dalla mera eventualità che, in caso di rigetto della proposta domanda di accertamento della mancanza di titolarità del rapporto controverso, il soggetto possa essere chiamato in causa a fini di rivalsa dalla stessa parte che ne abbia invocata la escussione.

Cass. 1 aprile 2005, n. 6894.

 

Chi è privo della capacità di testimoniare perché titolare di un interesse che ne potrebbe legittimare la partecipazione al giudizio nel quale deve rendere la testimonianza, in qualsiasi veste, non esclusa quella di interventore adesivo, non riacquista tale capacità per l’intervento di una fattispecie estintiva del diritto quale la transazione o la prescrizione, in quanto l’incapacità a testimoniare deve essere valutata prescindendo da vicende che costituiscono un posterius rispetto alla configurabilità dell’interesse a partecipare al giudizio che la determina, con la conseguenza che la fattispecie estintiva non può impedire la partecipazione al giudizio del titolare del diritto che ne è colpito e non può renderlo carente dell’interesse previsto dall’art. 246 c.p.c. come causa di incapacità a testimoniare.

Cass. 21 luglio 2004, n. 13585; conforme Cass. 28 luglio 2011 n. 16499.

 

 Potere di valutazione del giudice

La capacità a testimoniare differisce dalla valutazione sull’attendibilità del teste, operando le stesse su piani diversi, atteso che l’una, ai sensi dell’art. 246 c.p.c., dipende dalla presenza in un interesse giuridico (non di mero fatto) che potrebbe legittimare la partecipazione del teste al giudizio, mentre la seconda afferisce alla veridicità della deposizione che il giudice deve discrezionalmente valutare alla stregua di elementi di natura oggettiva (la precisione e completezza della dichiarazione, le possibili contraddizioni, ecc.) e di carattere soggettivo (la credibilità della dichiarazione in relazione alle qualità personali, ai rapporti con le parti ed anche all’eventuale interesse ad un determinato esito della lite), con la precisazione che anche uno solo degli elementi di carattere soggettivo, se ritenuto di particolare rilevanza, può essere sufficiente a motivare una valutazione di inattendibilità.

Cass. 30 marzo 2010, n. 7763.

 

Il giudizio sulla capacità del teste deve essere effettuato con riferimento al momento in cui la deposizione viene resa, restando irrilevante che, successivamente, il teste medesimo sia divenuto parte per successione “mortis causa” alla parte originaria.

Cass. 2 settembre 2008, n. 22030.

 

In tema di prova testimoniale, non sono invalide le dichiarazioni rese da un teste capace ed aventi ad oggetto fatti riferiti al medesimo da altro teste precedentemente dichiarato incapace, non potendo configurarsi una sorta di sopravvenuta incapacità riflessa del teste capace, ma dovendo il giudice apprezzare con particolare severità la verità intrinseca di tali fatti, soprattutto se favorevoli all’incapace.

Cass. 2 luglio 2010, n. 15712.

 

 Questioni processuali

L’eccezione di incapacità a testimoniare deve essere sollevata in sede di assunzione della prova, o nella prima difesa successiva, o al più tardi dal momento della acquisita conoscenza della nullità stessa ove successiva, restando, in difetto, tale nullità sanata.

Cass. 16 maggio 2006, n. 11337.

 

Dalla acquiescenza della parte che aveva interesse a farla valere; ai fini della tempestività dell’eccezione non è sufficiente affermare la tardività della conoscenza della nullità, ma è necessario specificare le circostanze della avvenuta tardiva conoscenza. Ne consegue che non è idoneo ad evidenziare la corrispondente violazione di legge il motivo di ricorso per cassazione con il quale il ricorrente deduca di avere formulato la contestazione della capacità del teste non immediatamente dopo la sua assunzione, ma all’udienza successiva, senza precisarne la ragione. Né l’inidoneità del motivo può essere supplita attraverso l’allegazione di tale ragione - nella specie indicata nell’assenza del legale del ricorrente all’udienza di assunzione - soltanto nella memoria depositata ex art. 378 c.p.c., atteso che essa è destinata esclusivamente ad illustrare e a chiarire i motivi della impugnazione, ovvero alla confutazione delle tesi avversarie, e non può servire a dedurre nuove censure o a sollevare. questioni nuove, che non siano rilevabili d’ufficio, e nemmeno a specificare, integrare o ampliare il contenuto del motivo originario.

Cass. 12 marzo 2005, n. 5454; conforme Cass. lav., 12 maggio 2004, n. 9061; Cass. 19 marzo 2004, n. 5550.

 

In tema di prova testimoniale, le disposizioni limitative della capacità dei testi, come quelle relative alla loro identificazione, sono dettate nell’esclusivo interesse delle parti, le quali devono denunziarne la inosservanza in sede di assunzione della prova, o nella prima difesa successiva, senza di che tale nullità deve ritenersi sanata.

Cass. 12 gennaio 2006, n. 403; Cass. 4 marzo 2005, n. 4776.

 

Qualora il giudice abbia respinto con ordinanza l’eccezione di incapacità a testimoniare tempestivamente sollevata, essa deve essere nuovamente riproposta in sede di precisazione delle conclusioni, chiedendo la revoca del provvedimento emesso; in caso contrario, l’eccezione deve intendersi rinunciata e la sentenza di merito non può essere impugnata per carenza di motivazione sul punto.

Cass. 10 aprile 2012, n. 5643; conforme Cass. 7 febbraio 2003, n. 1840.

 

Fattispecie: la capacità del teste

Il codice della privacy (D.Lgs. 193 del 2003) disciplina in modo diversificato in relazione al tipo di dato il trattamento di dati personali necessario per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, e, ove si tratti di dati sensibili, ossia inerenti la salute e la vita sessuale, richiede, oltre al consenso dell’interessato, la previa autorizzazione del Garante per la protezione dei dati personali, il quale valuta comparativamente il rango del diritto azionato e di quello protetto dalla disciplina. Non costituisce un dato sensibile, ma un mero dato personale, la semplice appartenenza del soggetto chiamato a deporre alla clientela di un medico specialista, sicché non occorre la previa autorizzazione del Garante per il trattamento di tale dato necessario per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria.

Cass. lav., 7 luglio 2008, n. 18584.

 

È incapace a testimoniare, ai sensi dell’art. 246 c.p.c., nel procedimento instaurato nei confronti del committente per il pagamento del corrispettivo per l’esecuzione di un’opera - nella specie pitturazione in un immobile - realizzata al di fuori dall’esercizio di attività di impresa, la moglie del prestatore d’opera in regime di comunione legale dei beni. Infatti, tale regime giuridico, comportante ai sensi dell’art. 177, primo comma, lett. c), c.c. l’acquisizione al patrimonio comune dei proventi delle attività separate di ciascuno dei coniugi, e quindi del corrispettivo del lavoro da quello prestato, è tale da determinare un evidente interesse in causa della testimone, considerato che l’esito positivo della lite per il marito si tradurrebbe in un incremento del patrimonio suddetto. Cass. 22 aprile 2008 n. 10398; conforme Cass. 21 gennaio 2010 n. 988.

 

All’interno di un giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione emessa dall’Ispettorato provinciale del lavoro per omissioni contributive, il lavoratore non è portatore di un interesse che lo legittimi a proporre l’azione e neppure ad intervenire in giudizio, e pertanto non è incapace a testimoniare, onde la sua testimonianza potrà, se del caso, essere valutata dal giudice anche sotto il profilo dell’attendibilità.

Cass. lav., 21 ottobre 2003, n. 15745; conforme Cass. lav., 26 febbraio 2009 n. 4651; Cass. lav., 8 febbraio 2011, n. 3051.

 

Il lavoratore subordinato è incapace a testimoniare nei giudizi di opposizione ad ordinanza-ingiunzione, nei casi in cui l’addebito che ha dato luogo alla sanzione attenga ad elementi del rapporto di lavoro di chi depone come teste, non potendo escludersi a priori l’esistenza di un interesse che legittimi la partecipazione al giudizio.

Cass. lav., 9 maggio 2007, n. 10545.

 

Se, in linea di principio, sussiste incompatibilità tra l’esercizio contestuale, in capo allo stesso soggetto, delle funzioni di difensore e di quelle di testimone nell’ambito del medesimo giudizio, tale incompatibilità (salva la rilevanza della condotta sul piano delle regole deontologiche) non si configura nell’ipotesi in cui un difensore, che abbia reso testimonianza in un processo, in una fase in cui non svolgeva il suo ruolo di difensore costituito, abbia assunto la veste di difensore successivamente all’assunzione della sua testimonianza (come, nel caso di specie, in cui detta qualità era stata assunta in grado di appello), così come non si prospetta nel caso opposto, ovvero quando un difensore, cessata la sua funzione, assuma la qualità di testimone nello stesso processo.

Cass. 8 luglio 2010, n. 16151.

 

L’incapacità a testimoniare di cui all’art. 246 c.p.c. è correlabile soltanto ad un diretto coinvolgimento della persona chiamata a deporre nel rapporto controverso, tale da legittimare una sua assunzione della qualità di parte in senso sostanziale o processuale nel giudizio, e non già alla ravvisata sussistenza di un qualche interesse di detta persona in relazione a situazioni ed a rapporti diversi da quello oggetto della vertenza, anche in qualche modo connessi. Ne consegue che, in un giudizio relativo alla titolarità di una quota di società di persone, gli altri soci della medesima non sono incapaci a deporre, perché l’esito della causa non è destinato in alcun modo a riflettersi sul loro patrimonio o sulla loro sfera giuridica individuale; né il loro eventuale interesse al modo in cui la compagine sociale è formata, allorché la libera trasferibilità delle quote non sia in discussione, ne giustificherebbe la personale partecipazione al giudizio.

Cass. 10 maggio 2010, n. 11314.

 

Fattispecie: l’incapacità del teste

In materia di prova testimoniale, non sussiste con riguardo alle deposizioni rese dai parenti o dal coniuge di una delle parti alcun principio di necessaria inattendibilità connessa al vincolo di parentela o coniugale, siccome privo di riscontri nell’attuale ordinamento, considerato che, venuto meno il divieto di testimoniare previsto dall’art. 247 c.p.c. per effetto della sentenza della Corte cost. n. 248 del 1974, l’attendibilità del teste legato da uno dei predetti vincoli non può essere esclusa aprioristicamente, in difetto di ulteriori elementi in base ai quali il giudice del merito reputi inficiarne la credibilità, per la sola circostanza dell’esistenza dei detti vincoli con le parti.

Cass. 20 gennaio 2006, n. 1109.

 

Nel giudizio relativo all’ opposizione ad ordinanza ingiunzione emessa dall’ Inps per contributi omessi e sanzioni, in relazione ad un asserito rapporto di lavoro, sono utilizzabili le dichiarazioni rese dal lavoratore quali risposte ad interrogatorio libero.

Cass. lav., 14 novembre 2008 n. 27161.



 
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