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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 263 cod. proc. civile: Presentazione e accettazione del conto

Se il giudice ordina la presentazione di un conto (1), questo deve essere depositato in cancelleria con i documenti giustificativi, almeno cinque giorni (2) prima dell’udienza fissata per la discussione di esso.

Se il conto viene accettato, il giudice istruttore ne dà atto nel processo verbale e ordina il pagamento delle somme che risultano dovute. L’ordinanza non è impugnabile e costituisce titolo esecutivo.


Commento

(1) Il rendimento dei conti non costituisce un mezzo di prova in senso proprio, ma è strutturato come uno speciale procedimento volto all’accertamento della situazione di dare ed avere. Il procedimento di rendiconto è fondato sul presupposto dell’esistenza dell’obbligo legale o negoziale di una delle parti di rendere il conto all’altra, facendo conoscere il risultato della propria attività in quanto influente nella sfera di interessi patrimoniali altrui. Se il conto è accettato, il giudice ordina il pagamento del saldo attivo. In caso contrario, è necessario un giudizio soggetto alle normali regole dell’onere della prova. Il provvedimento con il quale il giudice istruttore dispone la presentazione del conto assume la forma dell’ordinanza, la cui pronuncia presuppone che non siano sorte controversie sul diritto al rendiconto o sul suo oggetto.

 

(2) Tale termine non è perentorio, per cui nessuna sanzione è ricollegata alla sua inosservanza. Tuttavia, essendo esso previsto per consentire alla controparte di prendere visione del conto ed eventualmente contestarlo, qualora non venga osservato, l’interessato può chiedere il rinvio della discussione ad altra udienza.


Giurisprudenza annotata

Presupposti della domanda di rendiconto

La domanda di rendimento del conto (nella specie, tra coeredi) include la domanda di condanna al pagamento delle somme che risultano dovute, in quanto il rendiconto, ai sensi degli artt. 263, secondo comma, e 264, terzo comma, cod. proc. civ., è finalizzato proprio all'emissione di titoli di pagamento. Ne consegue che non viola l'art. 112 cod. proc. civ. il giudice che, pur senza un'espressa domanda al riguardo, condanni chi rende il conto alla corresponsione delle somme dovute. Rigetta, App. Catania, 16/08/2007

Cassazione civile sez. II  31 gennaio 2014 n. 2148

 

La parte che abbia un titolo legale che le conferisca il diritto di successione ereditaria, come la vedova del “de cuius”, che è erede legittima e legittimaria, non è tenuta a dimostrare di avere accettato l’eredità, qualora proponga in giudizio domande che di per sé manifestino la volontà di accettare, qual è la domanda diretta a ricostituire l’integrità del patrimonio ereditario, tramite azioni di rendiconto e di restituzione di somme riscosse da terzi per conto del “de cuius”, gravando, in questi casi, su chi contesti la qualità di erede l’onere di eccepire la mancata accettazione dell’eredità ed eventualmente i fatti idonei ad escludere l’accettazione tacita, che appare implicita nel comportamento dell’erede.

Cass. 14 ottobre 2011, n. 21288.

 

L’azione di rendiconto e quella conseguente di pagamento dell’eventuale saldo, manifestando l’intento di acquisire all’asse ereditario beni ad esso spettanti, rispondono all’interesse di tutti gli eredi e possono essere esercitate da ognuno di questi singolarmente, nell’esercizio dei poteri di gestione dell’eredità e dell’interesse comune, fermo restando, ovviamente, l’obbligo di rendere il conto ai coeredi e di ripartire fra tutti l’attivo ereditario in sede di divisione, senza che siano ravvisabili, in linea di principio, gli estremi del litisconsorzio necessario, trattandosi di iniziativa che non può arrecare pregiudizio ai coeredi, salvo specifica dimostrazione in contrario da parte dell’interessato.

Cass. 14 ottobre 2011, n. 21288.

 

L’istituto del rendiconto, previsto dall’art. 1713, comma primo, c.c,che trova il suo riferimento nell’art. 263 del c.p.c. è incompatibile con il mandato “ad litem” di cui all’art. 84, comma primo, c.p.c., che abilita il difensore a compiere e ricevere nell’interesse della parte che lo ha conferito tutti gli atti del processo, non essendo, invero, riconducibile ad un mandato “ad negotia” e, quindi, ad una figura che attenga al diritto sostanziale in senso proprio.

Cass. 19 aprile 2010 n. 9264.

 

Il procedimento di rendiconto di cui agli artt. 263 e ss. c.p.c. è fondato sul presupposto dell’esistenza dell’obbligo legale o negoziale di una delle parti di rendere il conto all’altra, facendo conoscere il risultato della propria attività in quanto influente nella sfera di interessi patrimoniali altrui o, al contempo, nella altrui e nella propria, e, come tale, si ricollega all’esistenza di un rapporto di natura sostanziale; si instaura a seguito di domanda di rendiconto proposta in via principale od incidentale, sviluppandosi come un giudizio di cognizione di merito, sia pure speciale, il cui atto terminale, in caso di accettazione del conto, è un’ordinanza non impugnabile del giudice istruttore, mentre, in caso contrario, è una sentenza, anche parziale se si tratta di procedimento promosso in via incidentale, avente attitudine ad acquisire efficacia di giudicato sul modo di essere della situazione sostanziale inerente l’obbligo di rendiconto (e ciò, o in via esclusiva, o in via strumentale, rispetto alla situazione costituente il diritto principale cui si lega l’obbligo di rendiconto .

Cass. 23 luglio 2010, n. 17283.

 

Procedura

In tema di rendimento dei conti, il regime dell’istituto è diverso se il rendiconto viene presentato prima del giudizio o nel corso di esso, in quanto il conteggio reso fuori dal giudizio non deve rispondere a particolari requisiti, mentre se la parte che ha diritto al rendiconto ne contesta giudizialmente la mancanza o la lacunosità, la parte obbligata deve presentare un rendiconto che risponda ai requisiti imposti dalla disciplina processuale. Peraltro, se la parte obbligata rende il conto solo in modo lacunoso e incompleto, inidoneo ad adempiere gli oneri a suo carico, il giudice può integrare la prova carente con altri mezzi di cognizione disposti anche d’ufficio, in particolare con la consulenza contabile o il giuramento.

Cass. lav., 26 gennaio 2006, n. 1551; conforme Cass. 21 febbraio 2007, n. 4091.

 

Deposito del conto

In tema di rendiconto, la mancata produzione dei documenti giustificativi, privando di attendibilità il conto, equivale all’omessa presentazione dello stesso, con conseguente impossibilità della sua impugnativa ai sensi dell’art. 264 c.p.c.

Cass. 2 dicembre 2009, n. 25349.

 

La sottoscrizione di colui che renda il conto, consistendo questo in una esposizione analitica di somme necessariamente racchiusa in un documento da depositare in tempo utile perché la controparte possa esaminarlo, deve considerarsi requisito essenziale del medesimo, con la conseguenza che il documento che ne risulti privo non può ritenersi idoneo a fondare il legittimo instaurarsi del procedimento di cui agli artt. 263 e ss. c.p.c.

Cass. 6 agosto 1997, n. 7284; conforme Cass. 2 dicembre 2009, n. 25349.

 

Accettazione del conto

In tema di rendimento di conti, allorché, in relazione ad una data gestione, le parti interessate abbiano accettato un conto ricostruito da un terzo, e, nel detto conto, una partita di credito riguardante la gestione, in precedenza dedotta da una delle parti e contestata dall’altra, non sia stata in alcun modo riportata, deve ritenersi che tale partita non può più costituire ragione di credito o di debito di alcuna delle parti verso l’altra, dovendo, per effetto dell’accettazione del conto ricostruito dal terzo, i rapporti tra le parti relativi alla gestione, a cui il conto si riferisce, essere regolati soltanto in base alle risultanze di questo.

Cass. 18 maggio 1963, n. 1288.

 



 
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