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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 268 cod. proc. civile: Termine per l’intervento

L’intervento può aver luogo sino a che non vengano precisate le conclusioni (1).

Il terzo non può compiere atti che al momento dell’intervento non sono più consentiti ad alcuna altra parte, salvo che comparisca volontariamente per l’integrazione necessaria del contraddittorio (2).


Commento

(1) Di regola, pertanto, l’intervento è ammissibile solo in primo grado, ad eccezione dei casi di cui all’art. 344 per i quali è previsto anche in sede di appello. Non è mai ammissibile in Cassazione.

 

(2) L’interventore viene a trovarsi nella medesima posizione processuale delle originarie parti in causa, per cui incorre nelle medesime preclusioni che paralizzano l’attività di queste ultime.


Giurisprudenza annotata

Preclusioni

La formulazione della domanda costituisce l'essenza stessa dell'intervento principale e litisconsortile, sicché la preclusione sancita dall'art. 268 c.p.c. non si estende all'attività assertiva del volontario interveniente, nei cui confronti, perciò, non è operante il divieto di proporre domande nuove ed autonome in seno al procedimento "fino all'udienza di precisazione delle conclusioni", configurandosi solo l'obbligo, per l'interventore stesso ed avuto riguardo al momento della sua costituzione, di accettare lo stato del processo in relazione alle preclusioni istruttorie già verificatesi per le parti originarie.

Cassazione civile sez. I  17 febbraio 2015 n. 3116  

 

La preclusione ex art. 268 c.p.c. non opera in relazione all’attività assertiva del volontario interveniente, il quale può, quindi, proporre domande nuove in seno al procedimento, fino alla precisazione delle conclusioni, con l’unico limite del rispetto delle preclusioni istruttorie già maturate per le parti originarie.

Cass. 14 novembre 2011, n. 23759; conforme Cass. 14 febbraio 2006 n. 3186; Cass. 25 febbraio 2003, n. 2830.

 

La preclusione stabilita dall’art. 268, comma 1, c.p.c., che non consente l’intervento del terzo dopo la rimessione della causa al collegio, opera, qualora la causa sia stata assegnata alla sezione stralcio secondo il disposto della L. 22 luglio 1997 n. 276, rispetto all’udienza fissata dal g.o.a. e non a quella già fissata dal giudice istruttore, in quanto l’assegnazione della causa al giudice onorario ne ripropone necessariamente la trattazione nelle sue successive fasi che assorbono, reiterandole, quelle già svolte, si che rispetto ad esse va condotto lo scrutinio su eventuali preclusioni di legge.

Cass. 9 settembre 2011, n. 18563.

 

Chi interviene volontariamente in un processo già pendente ha sempre la facoltà di formulare domande nei confronti delle altre parti, quand’anche sia ormai spirato il termine di cui all’art. 183 c.p.c. per la fissazione del thema decidendum; né tale interpretazione dell’art. 268 c.p.c. viola il principio di ragionevole durata del processo o il diritto di difesa delle parti originarie del giudizio; infatti, l’interveniente, dovendo accettare il processo nello stato in cui si trova, non può dedurre, ove sia già intervenuta la relativa preclusione, nuove prove e, di conseguenza, non vi è il rischio di riapertura dell’istruzione, né quello che la causa possa essere decisa sulla base di fonti di prova che le parti originarie non abbiano potuto debitamente contrastare.

Cass. 11 luglio 2011, n. 15208.

 

Appello

Ai sensi dell’art. 268, comma 1, c.p.c. (nel testo anteriore alle modifiche apportate dalla riforma del 1990), il terzo che afferma di essere stato erroneamente pretermesso nel corso del giudizio di primo grado ha la possibilità di intervenire volontariamente nel giudizio di appello finché la causa non sia rimessa al collegio.

Cass. 23 maggio 2002, n. 7541.

 

Nel giudizio d’appello la facoltà d’intervento dei terzi può essere esercitata fino a quando non siano precisate le conclusioni, se il terzo interviene per integrare il contraddittorio.

Cass. 23 marzo 2002, n. 7541.

 

 



 
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