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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 276 cod. proc. civile: Deliberazione

La decisione è deliberata in segreto nella camera di consiglio. Ad essa possono partecipare soltanto i giudici che hanno assistito alla discussione (1).

Il collegio, sotto la direzione del presidente, decide gradatamente le questioni pregiudiziali proposte dalle parti o rilevabili d’ufficio e quindi il merito della causa.

La decisione è presa a maggioranza di voti. Il primo a votare è il relatore, quindi l’altro giudice e infine il presidente.

Se intorno a una questione si prospettano più soluzioni e non si forma la maggioranza alla prima votazione, il presidente mette ai voti due delle soluzioni per escluderne una, quindi mette ai voti la non esclusa e quella eventualmente restante, e cosi’ successivamente finchè le soluzioni siano ridotte a due, sulle quali avviene la votazione definitiva.

Chiusa la votazione, il presidente scrive e sottoscrive il dispositivo. La motivazione è quindi stesa dal relatore, a meno che il presidente non creda di stenderla egli stesso o affidarla all’altro giudice (2).


Commento

(1) Al principio di ogni trimestre il Presidente del tribunale determina la composizione del collegio giudicante per ogni udienza di discussione. Il collegio procede alla decisione con attività segreta. La sua composizione è fissata secondo i criteri dell’art. 114 att., la cui violazione è causa di nullità della sentenza, insanabile e rilevabile d’ufficio [v. 158]. Il principio della immodificabilità del collegio giudicante trova attuazione dal momento d’inizio della discussione. La formazione del collegio deve presumersi regolare finché non intervenga prova concreta della illegalità della composizione, che può evincersi facendo riferimento al verbale di udienza.

 

 

(2) La motivazione viene normalmente redatta dal giudice relatore, tranne che nell’ipotesi in cui questi abbia manifestato un’opinione difforme dalla maggioranza, nel qual caso il Presidente la stende egli stesso o l’affida all’altro giudice. L’estensore predispone una minuta che, previa rilettura ed eventuali correzioni da parte del Presidente o, se opportuno, dall’intero collegio, egli stesso deve sottoscrivere unitamente al Presidente. Il Presidente ed il relatore, poi, verificata la corrispondenza fra l’originale redatto dal cancelliere e la minuta, sottoscrivono la sentenza.


Giurisprudenza annotata

Principio di immutabilità del giudice

Spetta al giudice di merito stabilire le modalità di acquisizione delle prove ed, ai sensi degli artt. 202 e 276 c.p.c., non è sempre causa di nullità il frazionamento della trattazione in più udienze e l’assunzione delle deposizioni testimoniali da parte di relatori differenti. L’art. 276 c.p.c., infatti, prevede la necessità dell’identità tra il collegio operante nella fase giudicante e quello che ha istruito la causa, ma non anche l’identità del giudice in tutte le varie fasi dell’istruttoria suddivisa in una pluralità di udienze non prossime.

Cass. lav., 2 settembre 2010, n. 18998.

 

La nullità della sentenza deliberata da giudici diversi da quelli che hanno assistito alla discussione, che è insanabile e rilevabile d’ufficio ai sensi dell’art. 158 c.p.c., può esser dichiarata solo quando vi sia la prova della non partecipazione al collegio deliberante di un giudice che aveva invece assistito alla discussione della causa; tale prova non può evincersi dalla sola omissione, nella intestazione della sentenza, del nominativo del giudice non tenuto alla sottoscrizione, quando esso sia stato invece riportato nel verbale dell’udienza di discussione, sia perché l’intestazione della sentenza non ha una sua autonoma efficacia probatoria, riproducendo i dati del verbale d’udienza, sia perché da quest’ultimo, facente fede fino a querela di falso dei nomi dei giudici componenti il collegio e della riserva espressa degli stessi giudici a fine udienza di prendere la decisione in camera di consiglio, nasce la presunzione della deliberazione della sentenza da parte degli stessi giudici che hanno partecipato all’udienza collegiale, ulteriormente avvalorata dalla circostanza che, ai sensi dall’art. 276 c.p.c., tra i compiti del presidente del collegio vi è quello di controllare che i giudici presenti nella camera di consiglio siano quelli risultanti dal verbale dell’udienza di discussione. Ne consegue che l’omissione nella intestazione della sentenza del nome di un giudice, indicato, invece, nel predetto verbale, si presume determinata da errore materiale emendabile ai sensi degli artt. 287 e 288 c.p.c.

Cass. 6 luglio 2010, n. 15879.

 

Il momento della pronuncia della sentenza - nel quale il magistrato deve essere legittimamente preposto all’ufficio per potere adottare un provvedimento giuridicamente valido - va identificato con quello della deliberazione della decisione collegiale, mentre le successive fasi dell’”iter” formativo dell’atto, e cioè la stesura della motivazione, la sua sottoscrizione e la conseguente pubblicazione, non incidono sulla sostanza della pronuncia. Ne consegue che anche un giudice che ha cessato di essere titolare dell’organo deliberante può redigere la motivazione della sentenza e sottoscriverla.

Cass., Sez. Un., 18 maggio 2008, n. 11655.

 

 Sostituzione del giudice

A mente dell’art. 276 c.p.c. la decisione della causa è adottata dai giudici che hanno assistito alla discussione, sicché la composizione del collegio giudicante è immodificabile solo dal momento dell’inizio della discussione. Fuori di questo caso (e, perciò, anche anteriormente a detto inizio), la sostituzione del giudice relatore può essere liberamente disposta per ragioni organizzative e può risultare anche da semplice annotazione nel verbale di udienza, senza altra comunicazione.

Cass. 31 marzo 2007, n. 8066.

 

 Nel caso di diverse decisioni rese nell’ambito dello stesso giudizio

La composizione del collegio, immodificabile solo dall’inizio della discussione, riguarda lo svolgersi di ciascun giudizio e non lo svolgersi di diversi giudizi, quali sono quello che dà luogo alla sentenza definitiva rispetto a quello conclusosi con sentenza non definitiva.

Cass. 7 marzo 2003, n. 3390.

 

Pertanto, qualora le vicende del giudizio ne comportino la decisione in fasi diverse non è causa di nullità la circostanza che la composizione del collegio risulti diversa nelle due decisioni.

Cass. lav., 5 marzo 2003, n. 3258.

 

 Appello

È nulla la sentenza deliberata in sede di appello da un collegio giudicante in composizione diversa rispetto a quella del collegio che, avendo presieduto alla trattazione della causa, ha raccolto le conclusioni formulate dalle parti ed ha ritenuto la causa matura per la decisione, per essere la possibilità di tale mutamento in contrasto con la ratio della riforma dell’art. 350 c.p.c., introdotta con la novella n. 353 del 1990 che ha statuito il principio di piena collegialità del giudizio di secondo grado, onde assicurare la piena osservanza dei principi di immediatezza e di concentrazione del procedimento d’impugnazione.

Cass. 1 agosto 2001, n. 10458.

 

 Controversie di lavoro e agrarie

Ai sensi degli artt. 276, 420 e 437 c.p.c., il principio della immodificabilità del collegio giudicante trova applicazione anche nel rito del lavoro, ma solo dal momento in cui inizia la discussione vera e propria, sicché solo la decisione della causa da parte di un collegio diverso da quello che ha assistito alla discussione può dare luogo a nullità della sentenza, non rilevando, invece, una diversa composizione del collegio che abbia assistito a precedenti udienze di trattazione; entro questi limiti, l’eventuale mancanza di un formale decreto di nomina del presidente del tribunale che incarichi un giudice di presiedere il collegio che decide le cause di lavoro per una particolare udienza costituisce una semplice irregolarità formale, relativa ad un atto interno, e non determina alcun vizio della sentenza, neppure se il presidente del collegio eserciti il potere di designare se stesso quale relatore della causa ed estensore della sentenza.

Cass. lav., 12 maggio 2005, n. 9968.

 

Ordine logico-temporale delle decisioni

La diversità fra la data di deliberazione della sentenza indicata in calce alla medesima e la data dell’udienza collegiale fissata per tale deliberazione non è di per sé sola sufficiente a far ritenere, nel caso che quest’ultima sia successiva, che la sentenza sia stata deliberata prima di tale udienza, cioè a far ritenere superata la presunzione di rituale decisione della causa da parte del collegio, configurandosi, invece, come frutto di mero errore materiale non invalidante, anche in mancanza di attivazione del procedimento di correzione, salvo che non ricorrano altri specifici elementi dimostrativi della rispondenza al vero della indicazione e, quindi, di distorsioni verificatesi nell’”iter” processuale.

Cass. 21 luglio 2009, n. 16920.

 

 Questioni pregiudiziali

In via generale, la questione dell’ordine di priorità fra impugnazione principale ed impugnazione incidentale va risolta alla luce dell’art. 276, comma 2, c.p.c., da ritenersi applicabile anche al processo amministrativo, norma che impone l’esame prioritario del ricorso incidentale ad efficacia c.d. paralizzante. Ne consegue che l’esame del ricorso incidentale, condizionando l’esito del giudizio principale, va esaminato prioritariamente, in ragione dei possibili effetti in ordine alla stessa permanenza di una condizione dell’azione principale.

T.A.R. Lazio, Roma, 1 febbraio 2011, n. 939.

 

 Sentenze non definitive

In tema di contenzioso tributario, l’art. 35, comma 3, del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 - che esclude l’ammissibilità di sentenze non definitive o limitate solo ad alcune domande - costituisce una norma a carattere eccezionale che introduce una deroga rispetto al regime previsto per il processo civile dall’art. 279 c.p.c., ma non incide affatto sulla logica interna delle decisioni, che resta quella di cui all’art. 276 c.p.c., secondo la quale le decisioni di merito possono implicare una decisione sulle questioni preliminari o pregiudiziali, mentre la decisione su queste ultime, pur definendo l’intera materia del contendere, non affronta la questione di merito che resta assorbita, senza essere decisa in un senso o nell’altro.

Cass. 31 gennaio 2011, n. 2254.

 

 Questioni preliminari nel giudizio in cassazione

Il ricorso incidentale per cassazione con il quale la parte, totalmente vittoriosa nel merito, riproponga una questione pregiudiziale decisa in senso a lei sfavorevole deve essere esaminato prima del ricorso principale della parte soccombente nel merito ed indipendentemente da ogni valutazione sulla fondatezza di tale ricorso, in quanto sin dal momento in cui, con il ricorso principale, si rende incerta la vittoria nel merito, sorge l’interesse che rende ammissibile il ricorso incidentale e ne giustifica l’esame nell’ordine logico delle questioni indicato dall’art. 276, secondo comma, c.p.c. che, con disposizione applicabile, ai sensi dell’art. 141 disp. att. c.p.c., anche nel giudizio di cassazione, espressamente stabilisce che il giudice decide prima le questioni pregiudiziali proposte dalle parti o rilevabili d’ufficio e successivamente il merito della causa.

Cass. lav., 9 settembre 2008, n. 23113.

 

 Nullità della sentenza per mancanza della sottoscrizione

L’omessa sottoscrizione della sentenza collegiale da parte di uno dei magistrati tenuti alla sottoscrizione a norma dell’art. 132 c.p.c. determina la nullità insanabile della sentenza medesima, restando esclusa l’applicabilità del procedimento di correzione degli errori materiali e la possibilità di distinguere tra omissione intenzionale o involontaria, cioè provocata da errore o dimenticanza.

Cass. 29 novembre 2005, n. 26040; conforme Cass. 13 maggio 2004, n. 9113; Cass. 9 marzo 1998, n. 2582.

 

L’indicazione, nell’intestazione della sentenza, oltre al nome dei tre magistrati componenti il collegio dinanzi al quale la causa è stata discussa e che ha riservato la causa in decisione, del nome di un quarto magistrato non sottoscrivente la sentenza, va ascritta ad un mero errore materiale, come tale non comportante la nullità della sentenza, ma suscettibile di correzione ai sensi dell’art. 287 c.p.c., considerato che detta intestazione è priva di autonoma efficacia probatoria, esaurendosi nella riproduzione dei dati del verbale di udienza, e che, in difetto di elementi contrari, si devono ritenere coincidenti i magistrati indicati in tale verbale come componenti del collegio giudicante con quelli che in concreto hanno partecipato alla deliberazione della sentenza stessa.

Cass. 13 settembre 2006, n. 19662.

 

 Validità della sentenza sottoscritta dal solo Presidente del Collegio in funzione di estensore della sentenza.

Nel processo tributario, la sentenza delle Commissioni tributarie, ai sensi dell’art. 36 D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, deve essere sottoscritta dal presidente e dall’estensore. Secondo quanto si evince dagli artt. 132, 276 c.p.c., 118 e 119 disp. att. c.p.c., applicabili al processo tributario “ex” art. 1 D.Lgs. n. 546 citato, l’estensore della motivazione non è necessariamente identificabile nel relatore della causa, in quanto il presidente del collegio può affidare la stesura della motivazione a giudice diverso dal relatore e tale disposizione non deve neppure risultare da uno specifico provvedimento ma unicamente e indirettamente a posteriori tramite l’indicazione della particolare veste in cui il giudice non relatore sottoscrive la decisione.

Cass. 21 gennaio 2008, 1163.

 

Nullità della sentenza per difetto della qualità di estensore del Presidente del Collegio, unico sottoscrittore della sentenza.

Dall’ipotesi in cui la sentenza risulti firmata soltanto dal presidente, senza altra specificazione a questi relativa, e nella intestazione della stessa sia apposta l’indicazione di «estensore» accanto al nome di uno degli altri componenti del Collegio giudicante, possono ricavarsi due soluzioni alternative: che estensore del provvedimento sia stato il giudice indicato come «estensore», ed in tal caso la sentenza è nulla perché manca la menzione del presidente relativa all’impedimento dell’estensore a sottoscrivere, come richiesto dall’art. 132 c.p.c. e dall’art. 119 disp. att. c.p.c.; che estensore sia stato lo stesso presidente, ed anche in tale caso la sentenza è nulla, in quanto alla sottoscrizione del presidente non è aggiunta la qualifica di «estensore», la quale soltanto può far vincere la presunzione di coincidenza delle figure di relatore ed estensore posta dall’art. 276 c.p.c. e dall’art. 118 disp. att. c.p.c.

Cass. lav., 8 maggio 2003, n. 7045.



 
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