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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 288 cod. proc. civile: Procedimento di correzione

Se tutte le parti concordano nel chiedere la stessa correzione, il giudice provvede con decreto (1).

Se è chiesta da una delle parti, il giudice, con decreto da notificarsi insieme col ricorso a norma dell’articolo 170 primo e terzo comma, fissa l’udienza nella quale le parti debbono comparire davanti a lui. Sull’istanza il giudice provvede con ordinanza, che deve essere annotata sull’originale del provvedimento.

Se è chiesta la correzione di una sentenza dopo un anno dalla pubblicazione, il ricorso e il decreto debbono essere notificati alle altre parti personalmente.

Le sentenze possono essere impugnate relativamente alle parti corrette nel termine ordinario decorrente dal giorno in cui è stata notificata l’ordinanza di correzione.


Commento

(1) Per attivare il procedimento è necessaria sempre l’istanza di parte [v. Formula n. 19] e l’indicazione dell’organo a cui l’istanza è diretta. Nel caso in cui il provvedimento da correggere è stato emesso dal collegio, l’istante sarà diretta al Presidente del tribunale, negli altri casi al giudice unico.


Giurisprudenza annotata

Impugnazione del provvedimento di correzione

Il procedimento di correzione di errori materiali disciplinato dagli artt. 287 c.p.c. e ss. è funzionale alla eliminazione di errori di redazione del documento cartaceo, ma non può in alcun modo incidere sul contenuto concettuale della decisione, con la conseguenza che l’ordinanza che lo conclude non è soggetta ad impugnazione, neppure con il ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 Cost. (atteso il carattere non giurisdizionale, ma meramente amministrativo di tale provvedimento), mentre resta impugnabile, con lo specifico mezzo di impugnazione per essa di volta in volta previsto (il cui termine decorre dalla notifica del provvedimento di correzione), la sentenza corretta, anche al fine di verificare se, mercé il surrettizio ricorso al procedimento de quo, sia stato in realtà violato il giudicato ormai formatosi nel caso in cui la correzione sia stata utilizzata per incidere (inammissibilmente) su errori di giudizio.

Cass., Sez. Un., 12 marzo 2004, n. 5165; conforme Cass. 12 maggio 2004, n. 22658; Cass. 28 dicembre 2004, n. 24061; Cass. 5 maggio 2004, n. 8543; Cons. St. 22 aprile 2004, n. 2358; Cass. 26 novembre 2008, n. 28189.

 

 Requisiti di ammissibilità

Il procedimento di correzione degli errori materiali o di calcolo previsto dagli artt. 287 e 288 c.p.c. è esperibile per ovviare ad un difetto di corrispondenza tra l’ideazione del giudice e la sua materiale rappresentazione grafica, chiaramente rilevabile dal testo del provvedimento mediante il semplice confronto della parte che ne è inficiata con le considerazioni contenute in motivazione, difetto causato da mera svista o disattenzione e, come tale, rilevabile “ictu oculi”; ne consegue che non può farsi ricorso a tale procedimento quando il giudice intenda sostituire completamente la parte motiva e il dispositivo precedenti, afferenti ad altra e diversa controversia avente in comune una sola delle parti, perché in questo modo si viene a conferire alla sentenza corretta un contenuto concettuale e sostanziale completamente diverso.

Cass. 31 maggio 2011, n. 12035.

 

Requisito sub c): termine di impugnazione.

La proposizione della istanza di correzione della sentenza non comporta la legale conoscenza della stessa e, pertanto, non determina, sia che il giudice abbia proceduto alla correzione sia che l’abbia negata, la decorrenza del termine breve per proporre impugnazione. Infatti, a fronte delle molteplici formalità dettate dal codice di rito al fine di determinare i modi e i tempi nei quali tale conoscenza si determina, in primo luogo attraverso il complesso sistema delle notificazioni, nessuna rilevanza può essere in proposito attribuita al provvedimento di diniego della correzione, che, oltre ad essere un atto amministrativo e non giurisdizionale, non è neppure preso in considerazione ai fini processuali dall’art. 288 c.p.c., il quale, solo per la ipotesi di intervenuta correzione, prevede la possibilità di impugnare la sentenza, con riguardo alle sole parti corrette, nel termine ordinario decorrente dal giorno in cui è stata notificata l’ordinanza di correzione (e non comunque dal momento di proposizione della relativa istanza, di per sé non rilevante), così sancendo l’impugnabilità del provvedimento di correzione soltanto in quanto inserito nel testo della sentenza «corretta».

Cass. trib., 8 maggio 2000, n. 5767.

 

L'art. 288, quarto comma, cod. proc. civ., nel prevedere che le sentenze assoggettate al procedimento di correzione possono essere impugnate, per le parti corrette, nel termine ordinario decorrente dal giorno in cui è stata notificata l'ordinanza di correzione, si riferisce alla sola ipotesi in cui l'errore corretto sia tale da determinare un qualche obbiettivo dubbio sull'effettivo contenuto della decisione e non già quando l'errore stesso, consistendo in una discordanza chiaramente percepibile tra il giudizio e la sua espressione, possa essere agevolmente eliminato in sede di interpretazione del testo della sentenza, poiché, in tale ultima ipotesi, un'eventuale correzione dell'errore non sarebbe idonea a riaprire i termini dell'impugnazione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto inammissibile, per violazione del termine di cui all'art. 327 cod. proc. civ., il ricorso proposto avverso una sentenza che, seppur in seguito corretta nel dispositivo, tuttavia già precisava, in motivazione, la necessità di tener conto, al fine del deposito presso la Cassa Depositi e Prestiti delle somme determinate a titolo di indennità di esproprio e di occupazione, delle somme eventualmente già versate dal convenuto). Dichiara inammissibile, App. Bari, 16/12/2003

Cassazione civile sez. I  20 ottobre 2014 n. 22185  

 



 
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