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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 30-bis cod. proc. civile: Foro per le cause in cui sono parti i magistrati

Le cause in cui sono comunque parti magistrati (1), che secondo le norme del presente capo sarebbero attribuite alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d’appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte d’appello determinato ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale (2).

Se nel distretto determinato ai sensi del primo comma il magistrato è venuto ad esercitare le proprie funzioni successivamente alla sua chiamata in giudizio, è competente il giudice che ha sede nel capoluogo del diverso distretto di corte d’appello individuato ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale con riferimento alla nuova destinazione.

 


Commento

(1) Si intendono i casi in cui il magistrato sia imputato, persona offesa, persona danneggiata dal reato e, anche solo indagato, nonché sia parte di un giudizio civile. Con il termine «magistrato» devono intendersi sia i giudici togati che quelli onorari per il loro inserimento stabile, seppure temporaneo, nell’amministrazione della giustizia. Devono ritenersi compresi anche i giudici della Cassazione, dal momento che il riferimento al distretto di corte di appello all’interno del quale il magistrato esercita le sue funzioni deve intendersi di carattere meramente territoriale e non istituzionale. Ovviamente, per questi magistrati, la norma è destinata ad operare limitatamente ai gradi del giudizio di merito. Sono da escludersi, al contrario, i giudici popolari delle Corti d’assise.

 

(2) La disposizione fa indifferenziato riferimento alla situazione in cui il giudice sia attore o convenuto in giudizio, oppure abbia nello stesso spiegato intervento. La controversia poi deve ricadere nella competenza territoriale di un giudice inserito all’interno dello stesso distretto di Corte di appello in cui il magistrato interessato alla causa esercita le sue funzioni. In presenza di queste due condizioni la competenza territoriale viene trasferita al giudice ugualmente competente per materia che operi nel distretto di Corte di appello individuato dall’art. 11 c.p.p., il quale a sua volta fa rinvio al criterio d’individuazione stabilito dalla l. 420/1998.


Giurisprudenza annotata

  1. Natura inderogabile.

La competenza nelle cause di cui siano parti i magistrati, individuata a norma dell’art. 30-bis c.p.c., si configura come competenza territoriale inderogabile, che prevale su qualsiasi altro «foro» previsto come inderogabile, ma il rilievo o l’eccezione di incompetenza non possono intervenire in ogni stato e grado del giudizio, in quanto anche nell’ipotesi di incompetenza ex art. 30-bis citato trova applicazione la disciplina generale di cui all’art. 38 c.p.c., con la conseguenza che l’incompetenza territoriale può essere rilevata o eccepita non oltre la prima udienza di trattazione. Peraltro, essendo il citato art. 30-bis applicabile ai procedimenti in corso al momento della sua entrata in vigore, in questi giudizi l’eccezione o il rilievo d’ufficio dell’incompetenza si sarebbero potuti ritenere ammissibili anche ad un’udienza successiva, purché coincidente con quella immediatamente seguente alla data di sopravvenuta vigenza dello stesso nuovo art. 30-bis, senza che tale interpretazione potesse trovare ostacolo nel principio stabilito dall’art. 5 c.p.c., essendo derogato dal disposto del secondo comma del medesimo art. 30-bis che, con riferimento alle particolari ragioni sottese alla determinazione della competenza territoriale in questa materia, ha inteso riaffermare l’applicabilità dei principi generali in tema di successione di leggi processuali nel tempo. Cass. 14 febbraio 2008, n. 3533.

 

A norma dell'art. 30 bis c.p.c., nel testo risultante dalla sentenza n. 147 del 2004 Corte cost., le azioni civili concernenti le restituzioni e il risarcimento del danno da reato, delle quali — indipendentemente dal fatto che un procedimento penale sia stato iniziato — sia parte un magistrato, nei termini dettati dall'art. 11 c.p.p. (per cui, secondo le norme del relativo capo, sarebbero attribuite alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d'appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni), sono di competenza del giudice ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte d'appello determinato ai sensi del citato art. 11.Cassazione civile sez. VI  26 luglio 2011 n. 16382  

 

In tema di foro per le cause in cui sono parti i magistrati, ove sia stato adito un giudice competente secondo le regole ordinarie e in violazione dell'art. 30 bis, comma 1, c.p.c. (come, nella specie), il giudice competente, dinanzi al quale deve farsi la rimessione della causa, va determinato, in deroga all'art. 5 c.p.c., non già in base al luogo di servizio del magistrato al momento della proposizione della domanda, bensì in ragione di quello sopravvenuto sino al momento della decisione.

Cassazione civile sez. VI  26 luglio 2011 n. 16382  

 

 

  1. Incostituzionalità.

È dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 30-bis, primo comma, c.p.c., per contrasto con gli articoli 3 e 24 della Per effetto della sentenza della Corte costituzionale 25 marzo 2004, n. 147, che ha dichiarato la parziale illegittimità costituzionale dell’art. 30-bis, primo comma, c.p.c., lo spostamento della competenza nei giudizi civili in cui sia parte un magistrato è configurabile solo nelle azioni civili concernenti le restituzioni e il risarcimento del danno da reato. Pertanto, le opposizioni ad ordinanza ingiunzione, anche se proposte da un magistrato, seguono le ordinarie disposizioni regolative della competenza territoriale, dovendosi escludere, sulla base della motivazione della sentenza della Corte costituzionale, qualsiasi assimilazione analogica tra tali giudizi e quelli penali o quelli aventi ad oggetto il risarcimento del danno da reato. Cass. 26 settembre 2007, n. 19996; conforme Cass. 5 settembre 2006, n. 19054; Cass. 18 agosto 2004, n. 16081.

 

Il principio di cui all’art. 5 c.p.c., secondo cui la competenza si determina con riguardo alla legge vigente al momento della proposizione della domanda, non opera quando la norma che regola la competenza è dichiarata costituzionalmente illegittima, data l’efficacia retroattiva delle pronunce di illegittimità della Corte costituzionale, salve l’avvenuta formazione del giudicato e la presenza di preclusioni processuali già verificatesi. Cass. 11 maggio 2007, n. 10875; conforme Cass. 18 dicembre 2006, n. 27040.

 

La dichiarazione di incostituzionalità di una norma regolatrice della competenza per territorio - come nel caso di determinazione del foro per le cause civili in cui sono parti i magistrati (sentenza n. 147 del 2004 della Corte costituzionale) - comporta l'inapplicabilità dell'art. 5 c.p.c. - il quale dispone che si abbia riguardo solo allo stato di fatto e di diritto esistente al momento della proposizione della domanda - e, poiché la pronuncia di incostituzionalità opera "ex tunc", viene meno la "potestas iudicandi" anche del giudice di appello, se la controversia in cui è parte un magistrato abbia origine da un fatto illecito costituente reato e il magistrato prestava servizio, al momento dell'insorgere dell'obbligazione, nel distretto di corte di appello nel quale si colloca il "locus commissi delicti", non assumendo rilievo il fatto che il medesimo sia stato "medio tempore" trasferito in altra sede. (Nella specie alcuni sostituti procuratori presso la procura di Torre Annunziata avevano agito in sede civile per diffamazione a mezzo stampa innanzi quel tribunale e il giudice adito aveva ritenuto inapplicabile l'art. 30 bis c.p.c. - introdotto dalla l. n. 420 del 1998 - al processo in corso in applicazione dell'art. 5 c.p.c., essendo a seguito della pronuncia di incostituzionalità sull'art. 11 c.p.p. inderogabile per quei procedimenti in cui i magistrati rivestono la posizione di persone offese o danneggiate da reato. Confermata dalla corte di appello una tale statuizione, in applicazione del principio di cui sopra la S.C. ha cassato la sentenza impugnata, dichiarando la competenza del tribunale di Roma).

Cassazione civile sez. III  27 settembre 2011 n. 19729  

 

 

  1. Immediata applicabilità nei processi in corso.

L’art. 30-bis c.p.c. è norma applicabile anche ai procedimenti in corso al momento della sua entrata in vigore, senza che a ciò sia d’ostacolo il disposto dell’art. 5 c.p.c., atteso che il medesimo art. 30-bis citato contiene già in sé una deroga al suddetto art. 5 laddove prevede che, se il magistrato parte nel giudizio è venuto successivamente ad esercitare nel distretto del quale fa parte l’ufficio giudiziario procedente, la competenza per territorio va nuovamente determinata secondo i criteri dettati dal comma precedente del medesimo articolo. Pertanto deve ritenersi che il legislatore, in virtù delle particolari «ragioni» di determinazione della competenza territoriale in questione, abbia inteso svincolarla dal principio sancito dal citato art. 5 c.p.c., norma che, contenendo una deroga alla disciplina generale, deve cedere a fronte di una successiva disposizione che, esplicitamente o implicitamente derogando alla norma derogatoria, riaffermi i principi generali in materia di successione delle leggi processuali nel tempo. Cass. lav., 16 maggio 2002, n. 7119.

 

 

  1. Esecuzione forzata.

La disciplina dell’art. 30-bis c.p.c per le cause in cui sono parti i magistrati, non è riferibile (già nel testo anteriore alla declaratoria di illegittimità costituzionale ad opera della sentenza n. 444 del 2002) al foro dell’esecuzione forzata di cui all’art. 26 c.p.c., sia perché i procedimenti di esecuzione forzata non sono cause, sia perché l’attività di cognizione è assolutamente assente in tali procedimenti, sicché non ricorre la ratio, di garanzia dell’imparzialità del giudice, sottesa allo spostamento di competenza previsto dal citato art. 30-bis. Cass. 10 gennaio 2003, n. 274.

 

 

  1. Casistica.

Agli effetti della normativa sulla sicurezza dei luoghi di lavoro di cui al D.Lgs. n. 626 del 1994, “datore di lavoro” del personale di un ufficio giudiziario è il capo dell’ufficio medesimo e, quindi, nel tribunale, il relativo presidente, secondo l’individuazione operata dal D.M. 18 novembre 1996, in attuazione dell’art. 30 del D.Lgs. n. 242 del 1996, immutata pur a fronte delle competenze gestionali assegnate ai dirigenti amministrativi degli uffici giudiziari dal D.Lgs. n. 240 del 2006. Ne consegue che, per la domanda di risarcimento del danno da reato proposta da un cancelliere di tribunale a motivo delle lesioni personali cagionategli dall’inosservanza delle norme di sicurezza sul lavoro, la competenza territoriale si determina, in deroga all’art. 413 c.p.c., con riguardo al foro per le cause in cui è parte un magistrato ex artt. 30-bis c.p.c. e 11 cod. proc. pen., anche se, in concreto, il presidente del tribunale non sia stato sottoposto a procedimento penale. Cass. 17 febbraio 2012, n. 2382.

 

 

5.1. Magistrati esercitanti funzioni di consigliere di cassazione.

È manifestamente infondata, in riferimento all’art. 3 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell’art. 30-bis c.p.c. nella parte in cui prevede un foro derogatorio per le cause in cui sono parti i magistrati soltanto per la fase del giudizio di merito, senza estendere il proprio ambito di operatività al caso del magistrato parte del giudizio che eserciti le proprie funzioni come consigliere di cassazione, allorché di fronte al giudice di legittimità sia proposta impugnazione. La previsione di un foro specifico derogatorio nella fase di merito per le cause in cui sia parte un magistrato che eserciti le proprie funzioni nel distretto di corte d’appello in cui si trova l’ufficio giudiziario che sarebbe competente secondo le regole ordinarie, si fonda sul presupposto della esistenza nel nostro ordinamento di una pluralità di giudici di merito con eguale competenza per valore o per materia, mentre tale presupposto della concorrente competenza non sussiste per la fase di legittimità, essendo unica la Corte di cassazione, e dovendo d’altra parte essere assicurata al magistrato, come ad ogni altro cittadino, la possibilità di adire il giudice di legittimità. Cass. 6 aprile 2001, n. 5146.

 



 
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