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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 306 cod. proc. civile: Rinuncia agli atti del giudizio

Il processo si estingue per rinuncia agli atti del giudizio quando questa è accettata dalle parti costituite che potrebbero aver interesse alla prosecuzione (1). L’accettazione non è efficace se contiene riserve o condizioni (2).

Le dichiarazioni di rinuncia e di accettazione sono fatte dalle parti o da loro procuratori speciali, verbalmente all’udienza o con atti sottoscritti e notificati alle altre parti.

Il giudice, se la rinuncia e l’accettazione sono regolari, dichiara l’estinzione del processo.

Il rinunciante deve rimborsare le spese alle altre parti, salvo diverso accordo tra loro. La liquidazione delle spese è fatta dal giudice istruttore con ordinanza non impugnabile.


Commento

Rinuncia agli atti: consiste nell’espressa dichiarazione di volontà, effettuata personalmente dall’attore o a mezzo di procuratore speciale, di voler porre fine al processo; deve essere accettata da tutte le parti costituite che abbiano interesse alla prosecuzione del giudizio. Si differenzia dalla rinuncia all’azione perché non implica la disposizione del diritto sostanziale sottostante, per cui la domanda può essere successivamente riproposta.

 

Estinzione: è la cessazione anticipata del processo per una causa che impedisce la sua prosecuzione. Il codice prevede due casi di estinzione: per rinuncia agli atti del giudizio e per inattività delle parti, che si verifica quando le parti non hanno compiuto gli atti di impulso che consentono la prosecuzione del processo.

 

 

(1) Ai fini dell’estinzione del processo, la rinunzia agli atti del giudizio deve essere accettata non da tutte le parti processuali, ma solo da quelle che abbiano dimostrato di avere interesse alla sua prosecuzione. Tale interesse manca alla parte contumace, cioè alla parte che ha rinunziato a partecipare attivamente al giudizio; è priva di tale interesse anche la parte che, pur essendosi costituita, ha dimostrato con il proprio comportamento processuale di non volere una pronuncia nel merito, ad esempio per aver sollevato soltanto eccezioni processuali.

 

(2) Si differenzia dalla rinuncia agli atti, la rinuncia alla domanda o a parte della domanda, in quanto quest’ultima rientra nella facoltà della parte di modificare la propria domanda ai sensi dell’art. 184.


Giurisprudenza annotata

Rinuncia agli atti e rinuncia all’azione

La rinuncia alla domanda, a differenza della rinuncia agli atti del giudizio, non richiede l’adozione di forme particolari, non necessita di accettazione della controparte ed estingue l’azione.

Cass. 14 novembre 2011, n. 23749.

 

La rinuncia alla domanda rientra fra i poteri del difensore, che in tal modo esercita la discrezionalità tecnica che gli compete nell'impostazione della lite e che lo abilita a scegliere, in relazione anche agli sviluppi della causa, la condotta processuale da lui ritenuta più rispondente agli interessi del proprio rappresentato e perciò si distingue dalla rinunzia agli atti del giudizio, ai sensi dell'art. 306, c.p.c., e non necessita dell'accettazione della controparte; determina poi la cessazione della materia del contendere nei confronti della controparte, che dunque non ha interesse alla prosecuzione del giudizio e quindi a svolgere una qualsiasi attività processuale.

Tribunale sup. acque  23 ottobre 2013 n. 165  

 

L’art. 306 c.p.c., secondo il quale la rinuncia agli atti del giudizio dev’essere accettata, non si applica al giudizio di cassazione nel quale la rinuncia, non richiedendo l’accettazione della controparte per essere produttiva di effetti processuali, non ha carattere “accettizio” e, determinando il passaggio in giudicato della sentenza impugnata, comporta il conseguente venir meno dell’interesse a contrastare l’impugnazione.

Cass. trib., 5 maggio 2011, n. 9857.

 

Parti costituite interessate alla prosecuzione del giudizio

Ai fini della declaratoria di estinzione del processo, ai sensi dell’articolo 306 c.p.c., l’accettazione della rinuncia agli atti del giudizio è necessaria solo quando, nel rapporto processuale già instaurato, vi sia una parte costituita che potrebbe avere interesse alla prosecuzione del giudizio, non rilevando a tal fine che la parte non costituita abbia un interesse a partecipare al giudizio o un interesse dipendente da quello ivi dedotto.

Cass. 24 marzo 2011, n. 6850.

 

Trasferimento dell’azione civile nel processo penale

Il trasferimento dell’azione civile dal processo civile a quello penale, disciplinato dall’art. 75 c.p.p., va considerato non già un fatto che estingue il primo, quanto un fatto che ne impedisce il proseguimento, perché non possono pendere davanti a giudici diversi più processi per la stessa causa e perché l’ordinamento consente alla parte di chiedere che sul merito della domanda già proposta al giudice civile provveda ormai il giudice penale. Peraltro il trasferimento presuppone la pendenza di un giudizio davanti al giudice penale, situazione non ravvisabile allorché al momento in cui sia stata proposta la domanda civile risulti depositato il decreto di archiviazione del giudice delle indagini preliminari, restando irrilevante l’intervenuto annullamento senza rinvio, da parte della Corte di cassazione, del decreto medesimo.

Cass. 3 novembre 2004, n. 21057.

 

Il trasferimento dell’azione civile dal processo civile a quello penale, disciplinato dall’art. 75 c.p.p., va considerato quale preclusione impeditiva del suo proseguimento, stante l’ostacolo della pendenza della lite e della pregiudizialità del secondo sul primo, ma la sua declaratoria non può essere pronunciata se nel frattempo il processo penale si sia concluso senza una pronuncia sull’azione civile.

Cass. 28 agosto 2007, n. 18193.

 

Rinuncia all’azione

La rinuncia all’azione, diversamente dalla rinuncia agli atti del giudizio, non richiede l’accettazione della controparte, estingue l’azione, determina la cessazione della materia del contendere e, avendo l’efficacia di un rigetto, nel merito, della domanda, comporta che le spese del processo devono essere poste a carico del rinunciante; peraltro, qualora la rinuncia intervenga nella fase di impugnazione, la liquidazione delle spese processuali nel procedimento di appello deve essere effettuata tenendo conto dell’esito complessivo del giudizio, e non già separando l’esito del giudizio di impugnazione dai risultati totali della lite.

Cass. 10 settembre 2004, n. 18255; conforme Cass. lav., 13 marzo 1999, n. 2268.

 

La rinunzia all’azione, che non richiede formule sacramentali e può essere anche tacita, presuppone l’incompatibilità assoluta tra il comportamento dell’attore e la volontà di proseguire nella domanda proposta, il cui accertamento demandato al giudice del merito, risolvendosi in una valutazione di fatto, non è censurabile in sede di legittimità, ove logicamente e congruamente operata.

Cass. 9 novembre 2005, n. 21685.

 

Qualora l’originario attore riconosca il fondamento dell’eccezione di difetto di legittimazione attiva, dedotta dalla parte convenuta, e chieda di essere estromesso dal giudizio, si ha una rinunzia all’azione, disciplinata dall’art. 306 c.p.c., che può dar luogo non ad estromissione dal giudizio, ma all’estinzione del giudizio stesso in caso di accettazione da parte del convenuto e previa offerta di rimborso delle spese di giudizio. L’estromissione, ex art. 109 c.p.c., ricorre invece nella diversa ipotesi in cui due o più soggetti richiedano l’adempimento di una stessa obbligazione nei confronti di una medesima persona, che non contesti di dovere la prestazione, ma si dichiari disponibile ad eseguirla in favore di chi risulterà averne diritto all’esito del giudizio.

Cass. 9 dicembre 2003, n. 18740.

 

Cessazione della materia del contendere

La cessazione della materia del contendere costituisce una fattispecie di estinzione del processo, creata dalla prassi giurisprudenziale e contenuta in una sentenza dichiarativa della impossibilità di procedere alla definizione del giudizio per il venir meno dell’interesse delle parti alla naturale conclusione del giudizio stesso, tutte le volte in cui non risulti possibile una declaratoria di rinuncia agli atti o di rinuncia alla pretesa sostanziale per l’assenza di una formale dichiarazione delle parti in tal senso.

Cass. 3 marzo 2006, n. 4714; conforme Cass. lav., 24 gennaio 2003, n. 1089.

 

Dichiarazione di rinuncia agli atti del giudizio

Perché sia valida la rinuncia agli atti del giudizio, non è necessario che la sottoscrizione del rinunciante sia autenticata dal difensore. L’autentica, infatti, non è imposta dall’art. 306 c.p.c., né può desumersene la necessità in via di interpretazione sistematica, posto che, per un verso, il difensore è sprovvisto di un potere certificatorio generale (potendo esercitare quello conferitogli dalla legge nelle sole ipotesi espressamente previste - artt. 83 e 390 c.p.c.) e, per altro verso, la certezza della riferibilità della dichiarazione di rinuncia al titolare della posizione sostanziale controversa può essere diversamente acquisita anche con atto scritto extraprocessuale.

Cass. 23 aprile 2002, n. 5905.

 

In tema di contenzioso tributario, la rinuncia nel corso del giudizio, da parte dell’erario, ad una pretesa fiscale nei confronti del contribuente comporta di per sé la rinuncia alle sanzioni amministrative astrattamente derivanti dalla condotta che l’amministrazione ha rinunciato a fare accertare. C

ass. trib., 16 maggio 2007, n. 11226.

 

Provvedimento dichiarativo dell’estinzione del processo

L’estinzione del processo ai sensi dell’art. 306, comma 3, c.p.c., va pronunciata con sentenza, perché se è vero che l’art. 308, c.p.c., prevede che l’estinzione sia dichiarata con ordinanza (impugnabile, nei modi di cui all’art. 178, commi 3, 4 e 5, c.p.c., con reclamo immediato al collegio, il quale provvede in camera di consiglio con sentenza se respinge il reclamo, e con ordinanza non impugnabile se l’accoglie), è però altrettanto vero che l’art. 178, comma 2, c.p.c., esclude espressamente la reclamabilità del provvedimento dichiarativo dell’estinzione del processo emesso dal giudice istruttore che operi in funzione di giudice unico, di tal che, in quest’ultima ipotesi, la declaratoria di estinzione del processo non può che essere pronunciata con sentenza (tanto che, nell’ipotesi in cui sia dichiarata con ordinanza, quest’ultima, per consolidata giurisprudenza, ha natura sostanziale di sentenza, impugnabile con i mezzi di gravame ordinari, trattandosi di provvedimento definitivo su presupposti e condizioni processuali della domanda giudiziale, a contenuto decisorio.

Trib. Bari, 24 aprile 2008.

 

L’ordinanza con la quale il giudice di merito dichiari estinto il processo per rinuncia agli atti del giudizio, previa esclusione della necessità di un’accettazione delle altre parti, per insussistenza di un loro interesse alla prosecuzione della causa, ha contenuto decisorio quanto alla sussistenza dei presupposti per l’estinzione; ne consegue che essa è impugnabile con l’appello, anche quando l’impugnazione investa soltanto le statuizioni sulle spese, mentre sfugge allo speciale regime di non impugnabilità previsto dall’art. 306, comma 4, c.p.c. per le ordinanze che si limitano a dichiarare l’estinzione del processo in assenza di contestazioni.

Cass. 3 luglio 2009, n. 15631.



 
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