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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 329 cod. proc. civile: Acquiescenza totale o parziale

Salvi i casi di cui ai numeri 1, 2, 3 e 6 dell’articolo 395, l’acquiescenza risultante da accettazione espressa o da atti incompatibili con la volontà di avvalersi delle impugnazioni ammesse dalla legge ne esclude la proponibilità.

L’impugnazione parziale importa acquiescenza alle parti della sentenza non impugnate.


Giurisprudenza annotata

Principi generali

L’acquiescenza può ritenersi sussistente soltanto quando l’interessato abbia posto in essere atti da quali sia possibile desumere, in maniera precisa ed univoca, il proposito di non contrastare gli effetti giuridici della pronuncia, e cioè gli atti stessi siano assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell’impugnazione.

Cass. 11 aprile 2012, n. 5729.

 

Il pagamento, anche senza riserve, delle spese processuali liquidate nella sentenza d'appello, o comunque esecutiva, non comporta acquiescenza alla stessa, neppure quando sia antecedente alla minaccia di esecuzione o all'intimazione del precetto. Rigetta, App. Palermo, 19/12/2007

Cassazione civile sez. lav.  25 giugno 2014 n. 14368  

 

L’acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell’impugnazione ai sensi dell’art. 329 c.p.c., consiste nell’accettazione della sentenza, ovverosia nella manifestazione da parte del soccombente della volontà di non impugnare, la quale può avvenire sia in forma espressa che tacita: in quest’ultimo caso, l’acquiescenza può ritenersi sussistente soltanto quando l’interessato abbia posto in essere atti dai quali sia possibile desumere, in maniera precisa ed univoca, il proposito di non contrastare gli effetti giuridici della pronuncia, e cioè quando gli atti stessi siano assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell’impugnazione.

Cass. lav., 19 novembre 2010, n. 23482.

 

In tema di ricorso per cassazione, l’esame di una eccezione di inammissibilità del ricorso, essendo pregiudiziale alla questione di giurisdizione, è precluso dalla sentenza delle Sezioni Unite sulla giurisdizione, atteso che detta pronuncia viene resa sul processo nella sua individualità e concretezza, su un ricorso giudicato ammissibile.

Cass., Sez. Un., 4 gennaio 2007, n. 13.

 

Acquiescenza espressa e tacita

L’acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell’impugnazione ai sensi dell’art. 329 c.p.c., consiste nell’accettazione della sentenza, ovverosia nella manifestazione da parte del soccombente della volontà di non impugnare, la quale può avvenire sia in forma espressa che tacita: in quest’ultimo caso, l’acquiescenza può ritenersi sussistente soltanto quando l’interessato abbia posto in essere atti dai quali sia possibile desumere, in maniera precisa ed univoca, il proposito di non contrastare gli effetti giuridici della pronuncia, e cioè quando gli atti stessi siano assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell’impugnazione. Pertanto, non costituisce manifestazione univoca della volontà di non impugnare una sentenza di un tribunale ordinario declinatoria della giurisdizione la circostanza che sia stata proposta davanti al giudice amministrativo, non rilevando in contrario il fatto che la parte, nell’instaurare il nuovo giudizio, non abbia formulato alcuna riserva di impugnazione contro la sentenza, dato che detta riserva non è prevista da alcuna disposizione.

Cass., Sez. Un., 4 gennaio 2007, n. 13.

 

L'acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell'impugnazione ai sensi dell'art. 329 cod. proc. civ. (configurabile solo anteriormente alla proposizione del gravame, giacché successivamente allo stesso è possibile solo una rinunzia espressa all'impugnazione da compiersi nella forma prescritta dalla legge), consiste nell'accettazione della pronuncia, ossia nella manifestazione, da parte del soccombente, della volontà di non impugnare, la quale può avvenire sia in forma espressa che tacita, potendo, in quest'ultimo caso, ritenersi sussistente soltanto quando l'interessato abbia posto in essere atti assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell'impugnazione e dai quali sia possibile desumere, in maniera precisa ed univoca, il proposito di non contrastare gli effetti giuridici della pronuncia. Ne consegue che la spontanea esecuzione della decisione di primo grado favorevole al contribuente da parte della P.A. non comporta acquiescenza alla sentenza, trattandosi di un comportamento che può risultare fondato anche sulla mera volontà di evitare le eventuali ulteriori spese di precetto e dei successivi atti di esecuzione. Cassa con rinvio, Comm. Trib. Reg. della Campania, sez. dist. di Salerno, 08/11/2011

Cassazione civile sez. VI  11 giugno 2014 n. 13293

 

L’instaurazione del procedimento di revisione delle condizioni di divorzio in epoca successiva all’impugnazione della sentenza che ha pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio non comporta acquiescenza tacita alla predetta pronuncia, atteso che l’acquiescenza tacita prevista dall’art. 329 c.p.c., oltre a richiedere il compimento di atti dai quali si possa desumere in modo univoco l’intento di non avvalersi dell’impugnazione, è riconducibile esclusivamente ad una impugnazione non ancora proposta, dovendosi altrimenti ricorrere, per il conseguimento dei medesimi effetti, ad una rinuncia espressa all’impugnazione.

Cass. 23 aprile 2008, n. 10578.

 

Acquiescenza parziale

Nel caso di impugnazione parziale, l’acquiescenza ai sensi dell’art. 329, secondo comma, c.p.c., alle parti della sentenza non impugnate, si verifica quando si desuma dall’atto in modo inequivoco la volontà dell’appellante di sottoporre solo in parte la decisione all’appello (elemento soggettivo) e le diverse parti siano del tutto autonome l’una dall’altra (elemento oggettivo) e non anche quando la parte impugnata sia sviluppo logico della parte non impugnata, per cui in realtà l’impugnazione della argomentazione, pur distinta, della prima si ponga in nesso conseguenziale con l’altra.

Cass. 7 gennaio 2008, n. 33.

 

In tema di riscossione delle imposte sul reddito, nel caso in cui nel procedimento di impugnazione di un avviso di accertamento si verifichi la formazione progressiva del giudicato (anche in riferimento a diverse componenti del reddito relative ad una medesima imposta ed alla stessa annualità), il termine di decadenza per l’iscrizione a ruolo decorre dalla data di formazione dei singoli giudicati parziali, sempre che l’imposta non richieda per sua natura un unico atto di liquidazione.

Cass. 23 febbraio 2007, n. 4257.

 

Adempimento di un provvedimento esecutivo

L’acquiescenza ad una pronunzia, preclusiva della proponibilità dell’impugnazione contro la stessa, richiede un atteggiamento univocamente incompatibile con la volontà di avvalersi dell’impugnazione, che non può ravvisarsi nel comportamento della parte parzialmente vittoriosa la quale si limita a pretendere la porzione di credito riconosciutale dalla sentenza, non essendovi alcuna incompatibilità logica o giuridica tra la volontà del soggetto di eseguire la decisione nella parte a lui favorevole ed il proposito di impugnarla nella parte a lui sfavorevole.

Cass. 1 giugno 2004, n. 10480.

 

L’acquiescenza del soccombente, che costituisce ostacolo alla proposizione dell’impugnazione ex art. 329 c.p.c., ove non risulti da un’accettazione espressa della pronuncia giudiziale o da una formale rinuncia a sottoporla a gravame, può desumersi soltanto da atti o fatti univoci, del tutto incompatibili con la volontà di avvalersi del mezzo di impugnazione nell’ipotesi prevista. Ne consegue che non dà luogo ad acquiescenza l’adempimento spontaneo da parte del soccombente della prestazione dovuta in base a sentenza esecutiva, non essendo tale comportamento incompatibile con la volontà di avvalersi del mezzo di impugnazione esperibile e risultando esso volto ad evitare l’esecuzione forzata del provvedimento giurisdizionale.

Cass. 9 giugno 2004, n. 10963.

 

L’obbligo della restituzione delle somme pagate in esecuzione di una decisione successivamente cassata, ovvero di sentenza di primo grado provvisoriamente esecutiva, successivamente riformata in appello, sorge per il solo fatto della cassazione o della riforma della sentenza, ancorché questa non contenga la condanna alle restituzioni. Ne consegue che, a seguito della riforma della sentenza, la spontanea esecuzione di tale obbligo da parte del soccombente non configura acquiescenza, non dimostrando una volontà di accettare la sentenza, incompatibile con la volontà di valersi delle impugnazioni.

Cass. 24 giugno 2004, n. 11729.

 

Rinuncia

L’instaurazione del procedimento di revisione delle condizioni di divorzio non comporta acquiescenza tacita alla pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio, atteso che l’acquiescenza tacita prevista dall’art. 329 c.p.c. è riconducibile esclusivamente ad una impugnazione non ancora proposta, dovendosi altrimenti ricorrere, per il conseguimento dei medesimi effetti, ad una rinuncia espressa all’impugnazione.

Cass. 23 aprile 2008, n. 10578.

 



 
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