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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 333 cod. proc. civile: Impugnazioni incidentali

Le parti alle quali sono state fatte le notificazioni previste negli articoli precedenti debbono proporre, a pena di decadenza, le loro impugnazioni in via incidentale nello stesso processo.


Giurisprudenza annotata

Forma e conversione dell’impugnazione autonoma in impugnazione incidentale

Nei procedimenti con pluralità di parti, una volta avvenuta ad istanza di una di esse la notificazione del ricorso per cassazione, le altre parti, alle quali il ricorso sia stato notificato, debbono proporre, a pena di decadenza, i loro eventuali ricorsi avverso la medesima sentenza nello stesso procedimento e, perciò, nella forma del ricorso incidentale, ai sensi dell’art. 371 c.p.c., in relazione all’art. 333 dello stesso codice. Tuttavia, dovendo l’inosservanza della forma del ricorso incidentale, in ragione della mancanza di una espressa affermazione da parte della legge circa l’essenzialità dell’osservanza di tale requisito formale, essere apprezzata secondo i principi generali in tema di nullità, la riunione ai sensi dell’art. 335 c.p.c. non impedisce la conversione di detto ricorso in ricorso incidentale, qualora esso risulti proposto entro i quaranta giorni dalla notificazione del primo ricorso principale, posto che in tale ipotesi si ravvisa l’idoneità del secondo ricorso a raggiungere lo scopo. In difetto di riunione delle due impugnazioni, la pronuncia relativa alla prima rende improcedibile la seconda, atteso che, risultando ormai impossibile il “simultaneus processus”, si verifica un impedimento all’esame degli ulteriori gravami, in ragione della decadenza con la quale l’art. 333 c.p.c. sanziona la prescrizione dell’incidentalità delle impugnazioni successivamente proposte.

Cass. 21 dicembre 2011, n. 27898; conforme Cass. lav., 30 dicembre 2009, n. 27887.

 

Le impugnazioni contro la medesima sentenza, che sia ancora possibile formulare, si propongono in forma incidentale e, in particolare, l’appello incidentale si propone con comparsa di risposta, il cui deposito è di per sé idoneo a determinarne la conoscenza anche nei confronti degli altri appellati, a meno che alcuni di essi non restino contumaci, nel qual caso è necessario che la comparsa di risposta sia loro notificata nel termine che il giudice deve assegnare a questo scopo.

Cass. 14 dicembre 2006, n. 26852.

 

Conversione dell’impugnazione incidentale in eccezione processuale

La parte totalmente vittoriosa in primo grado non ha l’onere di proporre appello incidentale per chiedere il riesame delle eccezioni disattese dalla sentenza impugnata dalla parte soccombente, essendo sufficiente, ai sensi dell’art. 346 c.p.c., la riproposizione di tali eccezioni in una delle difese del giudizio di secondo grado. Tuttavia, ove la parte totalmente vittoriosa utilizzi a tal fine il mezzo dell’appello incidentale, questo, benché inammissibile - stante l’eccedenza del mezzo adoperato rispetto all’interesse della parte medesima, che non può chiedere di vedere accolte le proprie ragioni con una diversa motivazione -, vale comunque a riproporre l’eccezione disattesa in primo grado, in virtù del principio generale di conversione degli atti nulli.

Cass. 9 settembre 2004, n. 18169; conforme Cass. 27 gennaio 2010, n. 1712.

 

Conversione del ricorso incidentale in ricorso principale

Dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione proposto in via principale, il ricorso incidentale assume, a sua volta, funzione di ricorso principale, del quale deve possedere i requisiti di tempestività, con la conseguenza che esso è inammissibile ove notificato oltre il termine di sessanta giorni dalla notifica della sentenza impugnata. Tale termine va infatti rispettato anche dal notificante, attesa la comunanza di esso ad entrambe le parti, per effetto del compimento di quell’attività acceleratoria e sollecitatoria individuata dall’art. 326, primo comma, c.p.c., nella notificazione della sentenza.

Cass. 25 luglio 2002, n. 10952.

 

La parte, alla quale sia stato notificato l'appello principale, ove intenda proporre appello incidentale tempestivo, deve comunque osservare i termini di cui agli artt. 325 e 327 cod. proc. civ., sicché essa, qualora l'appello principale sia stato notificato in prossimità della scadenza dei termini medesimi, allo scopo di evitare l'eventuale sanzione di inefficacia di cui all'art 334, secondo comma, cod. proc. civ., per il caso in cui volontariamente o involontariamente l'appellato principale (omettendo di costituirsi in giudizio o determinandone comunque le relative condizioni) dia poi luogo ad una causa di inammissibilità o improcedibilità della propria impugnazione, può, alternativamente, procedere all'iscrizione a ruolo della causa depositando la propria comparsa di risposta con appello incidentale entro la scadenza del termine di cui all'art. 325 cod. proc. civ., ovvero proporre la sua impugnazione con citazione notificata entro lo stesso termine. Rigetta, App. Messina, 14/04/2009

Cassazione civile sez. III  01 aprile 2014 n. 7519  

 

 Appello incidentale c.d. condizionato

Soltanto la parte totalmente vittoriosa in primo grado non ha l’onere di riproporre con appello incidentale le domande od eccezioni non accolte nella sentenza di primo grado e, per sottrarsi alla presunzione di rinuncia di cui all’art. 346, c.p.c., può limitarsi a riproporle nella comparsa di risposta e nelle successive difese, fino all’udienza di precisazione delle conclusioni; la parte che sia rimasta soccombente su di una questione preliminare - qual è la qualificazione giuridica di un contratto rispetto all’accertamento dell’inadempimento dell’obbligo di adempiere, quando tale qualificazione abbia condizionato l’impostazione e la definizione dell’indagine di merito - ha invece l’onere di proporre appello incidentale condizionato, pena il formarsi sulla questione preliminare del giudicato (cosiddetto giudicato implicito), che concerne anche gli accertamenti che costituiscono il presupposto logico-giuridico della decisione.

Cass. 23 settembre 2004, n. 19126.

 

Appello incidentale proprio ed improprio

L’appello incidentale c.d. proprio o subordinato (conformemente al combinato disposto di cui all’art. 37, t.u. 26 giugno 1924 n. 1054 e di cui all’art. 29, L. 6 dicembre 1971 n. 1034) costituisce il rimedio incidentale di carattere subordinato volto ad eliminare la soccombenza dell’appellato nei confronti dell’appellante, e si pone quale strumento geneticamente subordinato rispetto alla proposizione del ricorso principale ed allo scopo principale di paralizzare l’azione “ex adverso” proposta, per l’ipotesi della sua ritenuta fondatezza in sede di gravame, secondo la logica della c.d. impugnazione condizionata. Invece, l’appello incidentale c.d. improprio si caratterizza per non essere sostanzialmente rivolto avverso il medesimo capo della sentenza gravato attraverso l’appello principale (ovvero, avverso un capo rispetto ad esso connesso o dipendente) e si connota, soprattutto, piuttosto per una marcata autonomia tanto nei presupposti (autonomia dell’interesse alla proposizione dell’appello), quanto sotto il profilo funzionale; in tal modo si configura quale conseguenza dell’introduzione nell’ambito del rito amministrativo della previsione di cui all’art. 333 c.p.c., nella logica del “simultaneus processus”.

Cons. St., 29 marzo 2010, n. 1785.

 

Impugnazioni incidentali tipiche ed autonome

Nel sistema processuale vigente l’impugnazione proposta per prima determina la costituzione del rapporto processuale, nel quale devono confluire le eventuali impugnazioni di altri soccombenti perché sia mantenuta l’unità del procedimento e sia resa possibile la decisione simultanea. Ne consegue che, in caso di appello, le impugnazioni successive alla prima assumono necessariamente carattere incidentale, siano esse impugnazioni incidentali tipiche (proposte, cioè, contro l’appellante principale), siano, invece, impugnazioni incidentali autonome (dirette, cioè, a tutelare un interesse del proponente che non nasce dall’impugnazione principale, ma per un capo autonomo e diverso della domanda), e debbono essere proposte nel termine previsto dall’art. 343, comma 1, c.p.c.

Cass. 30 aprile 2009, n. 10124.

 

Principio di concentrazione delle impugnazioni

Per il principio di concentrazione delle impugnazioni, applicabile anche con riguardo alle impugnazioni contro la sentenza non definitiva, la parte soccombente nella sentenza non definitiva ed in quella definitiva, ove quest’ultima venga impugnata per prima dalla controparte risultata parzialmente soccombente, è tenuta, nei limiti temporali indicati dall’art. 343 c.p.c., a proporre impugnazione incidentale contro la sentenza non definitiva nello stesso procedimento introdotto con la impugnazione principale avverso la sentenza definitiva.

Cass. 14 novembre 2002, n. 16022.

 

 

  1. Principio di consumazione delle impugnazioni.

La proposizione del ricorso principale per cassazione determina la consumazione del diritto di impugnazione, con la conseguenza che il ricorrente, ricevuta la notificazione del ricorso proposto da un’altra parte non può introdurre nuovi e diversi motivi di censura con i motivi aggiunti, né ripetere le stesse censure già avanzate con il proprio originario ricorso mediante un successivo ricorso incidentale, che, se proposto, va dichiarato inammissibile, pur restando esaminabile come controricorso nei limiti in cui sia rivolto a contrastare l’impugnazione avversaria Cass., Sez. Un., 22 febbraio 2012, n. 2568.

 

La parte che abbia già proposto ricorso per cassazione (sia esso principale o incidentale) contro alcune delle statuizioni della sentenza d’appello, nel rapporto con un determinato avversario, non può successivamente presentare un nuovo ricorso, nell’ambito dello stesso rapporto, nemmeno se nel frattempo abbia ricevuto notificazione del ricorso di detto avversario, ed a prescindere dal fatto che quest’ultimo possa suggerire una estensione della contesa anche con riguardo ad altre pronunce relative a quel rapporto, atteso che l’ordinamento non consente il reiterarsi o frazionarsi dell’iniziativa impugnatoria in atti separati (secondo il principio della cosiddetta consumazione dell’impugnazione) e che il relativo divieto non trova deroga nelle disposizioni di cui all’art. 334 c.p.c., le quali operano soltanto in favore della parte che, prima dell’iniziativa dell’altro contendente, abbia fatto una scelta di acquiescenza alla sentenza impugnata. Cass. lav., 13 dicembre 1996, n. 11128; conforme Cass. 20 ottobre 2006, n. 22533.

 

La necessaria verifica dell’eventuale consumazione del diritto di impugnazione comporta che nell’ipotesi di contemporaneità nella redazione degli atti impugnatori di una parte, ricorso principale e ricorso incidentale al ricorso principale di controparte, deve farsi riferimento, ai fini di stabilire la priorità temporale di uno di essi, alla ricezione dell’atto di notifica al destinatario dello stesso, come ogni volta in cui non vengano in rilievo ipotesi di decadenza conseguenti al tardivo compimento di attività riferibili a soggetti diversi da chi richiede la notifica, ma conseguenze generali dipendenti dalla notifica, e nell’ipotesi di verificata contemporaneità delle notifiche deve darsi prevalenza al ricorso principale, con conseguente inammissibilità del ricorso incidentale. Cass. 12 giugno 2006, n. 13585.

 



 
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