codice-proc-civile
Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 339 cod. proc. civile: Appellabilità delle sentenze

Possono essere impugnate con appello le sentenze pronunciate in primo grado, purché appello non sia escluso dalla legge o dall’accordo delle parti a norma dell’art. 360, secondo comma.

E’ inappellabile la sentenza che il giudice ha pronunciato secondo equità norma dell’art. 114.

Le sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità norma dell’articolo 113, secondo comma, sono appellabili esclusivamente per violazione delle norme sul procedimento, per violazione di norme costituzionali o comunitarie ovvero dei principi regolatori della materia.


Giurisprudenza annotata

Generalità

Ai sensi dell’art. 113, secondo comma, c.p.c., le cause riguardanti rapporti contrattuali sottoposti per legge ad un regime giuridico uniforme, quali quelle relative al pagamento di un premio di lotteria gestito in regime di monopolio dal Ministero delle Finanze,devono essere decise esclusivamente secondo diritto, indipendentemente dal valore della causa, con conseguente impugnabilità di esse con appello ordinario e non con quello a contenuto limitato ai sensi dell’art. 339, terzo comma, c.p.c.

Cass. 24 novembre 2011, n. 24836.

 

In caso di rigetto dell’istanza, avanzata dal difensore della parte, di distrarre in suo favore gli onorari non riscossi e le spese che dichiara di avere anticipate, il rimedio esperibile è costituito dal procedimento di correzione degli errori materiali, di cui agli artt. 287 e 288 c.p.c., e non dagli ordinari mezzi di impugnazione.

Cass. 30 gennaio 2012, n. 1301.

 

In tema di opposizione a sanzioni amministrative, a seguito dell’entrata in vigore dell’art. 26 del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, che ha abrogato l’ultimo comma dell’art. 23 della legge n. 689 del 1981 - che prevedeva il ricorso per cassazione e non l’appello come mezzo di impugnazione della sentenza che avesse definito il giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione - tali sentenze sono diventate soggette ad appello e non a ricorso per cassazione, secondo la regola generale dell’art. 339 c.p.c.

Cass. lav., 21 marzo 2011, n. 6376.

 

Giudice di pace

La pronuncia del giudice di pace in giurisdizione equitativa successiva alla novella ex art. 40, D.Lgs. n. 40 del 2006 è impugnabile attraverso l’appello e non il ricorso per cassazione.

Cass. 14 marzo 2012, n. 4036.

 

Nel caso di sentenza emessa dal giudice di pace secondo equità, la circostanza che il tribunale, adito quale giudice d'appello, abbia mancato di rilevare l'inammissibilità del gravame, giacché proposto per motivi esorbitanti quelli deducibili ai sensi dell'art. 339, terzo comma, cod. proc. civ., come sostituito dall'art. 1 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, non esclude che, proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza d'appello, lo stesso debba necessariamente dedurre l'inosservanza delle norme sul procedimento, ovvero delle norme costituzionali o comunitarie, o dei principi regolatori della materia, pena la sua inammissibilità ex artt. 339, terzo comma, e 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ. Rigetta, Trib. Savona, 01/10/2012

Cassazione civile sez. VI  24 febbraio 2015 n. 3715  

 

Ai fini dell’ammissibilità dell’appello “a rime obbligate”, previsto, per le sentenze pronunciate dal giudice di pace secondo equità (art. 113, secondo comma, c.p.c.), nei limiti di cui all’art. 339, terzo comma, c.p.c. (come novellato dal D.Lgs. n. 40 del 2006, applicabile ratione temporis), non rileva se le suddette sentenze siano pronunciate secondo diritto o secondo equità, ma il valore della controversia, da determinarsi – indipendentemente dal valore dichiarato per il contributo unificato – applicando analogicamente le norme di cui agli art. 10 e ss. c.p.c. in tema di competenza. Di conseguenza, in presenza di una domanda determinata nell’ammontare, inferiore al limite quantitativo previsto per la giurisdizione di equità, che si accompagni ad una richiesta generica di maggior somma “conforme a giustizia” (salvo che quest’ultima possa considerarsi mera clausola di stile sulla base delle risultanze di causa), essendo indeterminata la somma richiesta, la domanda, in difetto di tempestiva contestazione, si presume, ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 14 c.p.c. pari al limite massimo della competenza per valore del giudice adito in ragione della natura della domanda (art. 7 c.p.c.) e, quindi, nella misura al di sopra del limite della giurisdizione equitativa, ne consegue l’appellabilità secondo le regole generali e non nei limiti del citato art. 339”.

Cass. 11 giugno 2012, n. 9432.

 

La sentenza con la quale il giudice di pace - adito a seguito di declaratoria di incompetenza per territorio emessa da altro giudice di pace - abbia a sua volta declinato la propria competenza a favore di altro giudice, senza sollevare conflitto a norma dell’art. 45 c.p.c., non essendo impugnabile dalla parte con regolamento di competenza, può essere appellata, nei limiti e secondo le previsioni dell’art. 339 c.p.c., contestando i criteri applicati per la dichiarazione di incompetenza, ma non in relazione al solo profilo del mancato esercizio della facoltà da parte del giudice di pace di sollevare conflitto. Cass. 10 novembre 2011, n. 23458.

 

Le sentenze pronunciate dal giudice di pace secondo equità, ai sensi dell’art. 113 c.p.c., nel regime anteriore alle modifiche di cui al D.Lgs. 2 febbraio 2006 n. 40, sono ricorribili in cassazione, ove eccedano i limiti che la legge pone all’equità, dal momento che il giudice non vincolato a decidere in base alle “norme di diritto” è, tuttavia, tenuto, per il principio di legalità, a rispettare i “principi informatori della materia”; questi non corrispondono a singole norme regolatrici della materia, né alle regole accessorie e contingenti che non la qualificano nella sua essenza, ma costituiscono enunciati desumibili dalla disciplina positiva, il cui mancato rispetto comporta una decisione ingiusta, censurabile in sede di legittimità. Le predette sentenze sono pertanto ricorribili per cassazione non solo quando violano norme inderogabili processuali, costituzionali e comunitarie, ma anche ove siano in contrasto con i principi informatori della materia oggetto di causa e che qualificano la stessa fisionomia giuridica del rapporto controverso, nonché per omessa od apparente motivazione della sentenza.

Cass. 4 maggio 2011, n. 9759.

 

In relazione ad una domanda avente ad oggetto la richiesta di una somma di danaro, proposta avanti al giudice di pace con l’espressa precisazione del contenimento «nei limiti della competenza del giudice adito di lire due milioni», nonché con la richiesta degli interessi e della rivalutazione monetaria, equivalendo il riferimento al suddetto importo all’indicazione di una somma determinata e dovendosi la richiesta degli accessori, in ragione della precisazione circa i suddetti limiti di competenza, intendere come relativa al momento successivo alla proposizione della domanda e come tale non incidente ai fini del suo valore, deve ritenersi che il valore della domanda sia di lire due milioni e, quindi, riconducibile alla giurisdizione di equità del giudice adito, con la conseguenza che la sentenza risulta appellabile e non ricorribile per cassazione.

Cass. 14 ottobre 2005, n. 19976.

 

Interesse all’impugnazione

La sentenza pronunciata nei confronti di una società in nome collettivo - la quale, ancorché priva di personalità giuridica, costituisce, in ragione della propria autonomia patrimoniale, un centro di imputazione di rapporti distinto da quello riferibile a ciascun socio e fonte di una propria capacità processuale - non fa stato nei confronti dei soci che non siano stati parte del relativo giudizio e che, pertanto, non sono legittimati ad impugnare la sentenza stessa.

Cass. 6 dicembre 2011, n. 26245.

 

Ai sensi dell’art. 100 c.p.c., secondo cui per proporre una domanda in giudizio o per resistere ad essa occorre avervi interesse, applicabile anche al giudizio di impugnazione, la sussistenza dell’interesse ad impugnare una sentenza, o un capo di essa, presuppone una soccombenza della parte, anche parziale, nel precedente giudizio; pertanto, in caso di proposizione di due domande distinte ed autonome, l’una in via principale e l’altra in via subordinata, e di accoglimento della domanda subordinata, la parte ha interesse a proporre impugnazione in relazione al mancato accoglimento della domanda principale.

Cass. 27 luglio 2005, n. 15705.

 

Poiché l’interesse all’impugnazione sussiste quando dalla decisione sfavorevole possa derivare alla parte soccombente un pregiudizio concreto e giuridicamente rilevante, che possa essere rimosso dal giudice ad quem, l’attribuzione autoritativa del bene in sede di divisione ad un richiedente piuttosto che ad un altro implica necessariamente - salvo che non vi sia stato accordo fra i comunisti in ordine al soggetto o ai soggetti attributari dell’immobile medesimo - la soccombenza della parte di cui non è stata accolta la richiesta d’attribuzione e che, pertanto, ha interesse ad impugnare la decisione, chiedendone la riforma. Né tale interesse è escluso dalla natura dichiarativa della divisione e dalla postulata equivalenza economica delle porzioni dei condividenti, giacché lo stesso costituisce un riflesso dell’interesse sostanziale riconosciuto ai comunisti dall’art. 720 c.c. di ottenere l’attribuzione in natura dell’immobile non comodamente divisibile od utilmente frazionabile.

Cass. 4 marzo 2005, n. 4778.

 

Sentenze non appellabili

L’ordinanza di assegnazione di crediti, costituendo l’atto conclusivo dell’esecuzione forzata per espropriazione di crediti e configurandosi, quindi, essa stessa come atto esecutivo, deve essere impugnata con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi quando si tratta di far valere vizi che si riferiscono ai singoli atti esecutivi o ad essa stessa, mentre può essere impugnata con l’appello, quando la sua pronuncia abbia assunto natura decisoria, per aver inciso sulle posizioni sostanziali del creditore o del debitore. Il suddetto provvedimento non è invece mai soggetto al ricorso per cassazione ex art. 111 Cost., che, se proposto, deve essere dichiarato inammissibile.

Cass. 22 giugno 2007, n. 14574.

 

Il provvedimento che dichiara l’interruzione del processo ha non soltanto la forma, ma anche il contenuto intrinseco di ordinanza, in quanto non pronunzia sulla pretesa sostanziale fatta valere in giudizio, né definisce il processo, ma importa soltanto un temporaneo stato di quiescenza dello stesso fino alla riassunzione, o, in mancanza di questa, fino all’estinzione, ed ha quindi carattere ordinatorio e preparatorio. Conseguentemente avverso detto provvedimento, anche se emesso irritualmente nella forma di sentenza, è inammissibile sia l’appello, sia il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111, settimo comma, Cost.

Cass. 28 febbraio 2007, n. 4733.

 

La domanda ex art. 710 c.p.c. può essere esperita solo dopo che si sia formato il giudicato, sulla separazione mentre la natura e la funzione dei provvedimenti diretti a regolare i rapporti economici tra i coniugi in conseguenza della separazione, postulano la possibilità di adeguare l’ammontare del contributo al variare nel corso del giudizio delle loro condizioni patrimoniali o reddituali, ed anche, eventualmente, di modularne la misura secondo diverse decorrenze riflettenti il verificarsi di dette variazioni, con la conseguenza che il giudice di appello, nel rispetto del principio di disponibilità e di quello generale della domanda, è tenuto a considerare l’evoluzione delle condizioni delle parti verificatesi nelle more del giudizio.

Cass. 24 luglio 2007, n. 16398.

 

In tema di impugnabilità delle sentenze del conciliatore, giudice soppresso dall’art. 49 della legge n. 374 del 1991, l’art. 43 della legge citata, nel disporre che sono decise dal conciliatore, dal pretore o dal tribunale secondo le norme anteriormente vigenti le cause pendenti dinanzi agli stessi organi anche se attribuite alla competenza del giudice di pace (la cui entrata in funzione è stata differita al 1º maggio 1995 dall’art. 13, D.L. n. 571 del 1994, conv. in legge n. 673 del 1994), si riferisce all’individuazione del giudice competente sulle cause effettivamente in corso dinanzi a tali uffici, ma non riguarda l’individuazione della legge applicabile ai fini della determinazione del regime di impugnabilità, cha continua ad essere il regime risultante dalle norme del codice di procedura civile all’epoca vigente. Ne consegue che non è soggetta ad appello, essendo esperibile contro di essa soltanto il ricorso per cassazione, la sentenza del giudice conciliatore pubblicata dopo l’entrata in vigore della legge istitutiva del giudice di pace, dovendosi applicare l’art. 339 c.p.c. nel testo anteriore alla modifica introdotta dall’art. 33, legge n. 374/91.

Cass. 27 giugno 2007, n. 14832.

 

La sentenza di secondo grado che neghi la competenza del primo giudice che aveva respinto l’eccezione di incompetenza sollevata dal convenuto e pronunci su istanza di una delle parti anche nel merito si compone di due distinte pronunce, pur se emesse contestualmente, quella sulla competenza che in quanto emanata in grado d’appello è impugnabile con il ricorso per cassazione e quella di merito che, in quanto pronunciata in primo grado, è invece impugnabile con l’appello.

Cass. 25 maggio 2007, n. 12248.

 

 Provvedimenti emanati non in forma di sentenza

L’avvocato che abbia prestato la propria opera professionale in favore di persona costituitasi parte civile in un processo penale non può ottenere il pagamento dei relativi onorari valendosi del procedimento previsto dagli artt. 29 e 30 della legge 13 giugno 1942, n. 794, applicabile per gli onorari e gli altri compensi spettanti agli avvocati per le prestazioni professionali esplicate nell’ambito di un processo civile o di altri procedimenti a questo equiparati dalla stessa legge n. 794 (procedimenti davanti a giudici speciali o davanti agli arbitri). Pertanto il provvedimento decisorio dell’opposizione ad un decreto ingiuntivo riguardante onorari e spese spettanti ad un avvocato per la difesa di una parte civile in un processo penale ha a tutti gli effetti natura di sentenza emessa in un ordinario giudizio di cognizione e quindi detto provvedimento è impugnabile solo mediante appello e non già mediante ricorso per cassazione.

Cass. 14 ottobre 2004, n. 20293.

 

Quando l’organo investito della decisione della causa ha struttura monocratica, la pronuncia di estinzione del processo ha natura sostanziale di sentenza e, come tale, è appellabile anche se emessa in forma di ordinanza; la pronuncia conserva, invece, la sua natura di ordinanza reclamabile avanti al collegio se emessa dal giudice istruttore nelle cause in cui il tribunale giudica in composizione collegiale.

Cass. 28 aprile 2004, n. 8092.

 

In relazione alla cartella esattoriale emessa ai fini della riscossione di sanzioni amministrative pecuniarie sono ammissibili, a seconda dei casi, i seguenti rimedi: a) l’opposizione ai sensi della legge 24 novembre 1981, n. 689, allorché sia mancata la notificazione dell’ordinanza-ingiunzione o del verbale di accertamento di violazione al codice della strada, al fine di consentire all’interessato di recuperare l’esercizio del mezzo di tutela previsto dalla legge riguardo agli atti sanzionatori; b) l’opposizione all’esecuzione, ai sensi dell’art. 615 c.p.c., allorché si contesti la legittimità dell’iscrizione a ruolo per omessa notifica della stessa cartella, e quindi per la mancanza di un titolo legittimante l’iscrizione a ruolo, o si adducano fatti estintivi sopravvenuti alla formazione del titolo; c) l’opposizione agli atti esecutivi, ai sensi dell’art. 617 c.p.c., allorché si contesti la ritualità formale della cartella esattoriale o si adducano vizi di forma del procedimento esattoriale, compresi i vizi strettamente attinenti alla notifica della cartella e quelli riguardanti i successivi avvisi di mora. Ciascuno di tali rimedi è, poi, soggetto al regime suo proprio quanto ai mezzi di impugnazione della relativa decisione: ricorso per cassazione quanto al primo e al terzo rimedio; appello quanto al secondo.

Cass. lav., 26 marzo 2004, n. 6119.

 

Il provvedimento dichiarativo dell’estinzione del processo adottato dal giudice monocratico del tribunale ha natura sostanziale di sentenza, ancorché sia pronunciato in forma di decreto; pertanto, quando sia stato pronunciato in primo grado, è impugnabile con l’appello, senza che sia ipotizzabile il reclamo al collegio, non essendo possibile contrapporre il giudice unico al collegio, nei procedimenti che si svolgono davanti al giudice unico di primo grado. Lo stesso rimedio è esperibile anche con riferimento al provvedimento di rigetto dell’eccezione di estinzione pronunciato dal giudice unico, trattandosi di provvedimento che risolve una questione preliminare di merito da decidere con sentenza non definitiva, da ricondurre alla previsione di cui all’art. 279, primo comma, n. 2, c.p.c., senza che possa applicarsi analogicamente il secondo comma dell’art. 178 c.p.c., nella parte in cui stabilisce che l’estinzione del processo è dichiarata con ordinanza, giacché la disposizione si riferisce alla dichiarazione positiva dell’estinzione del processo resa dal giudice istruttore non in funzione di giudice unico.

Cass. 22 giugno 2007, n. 14592.

 

 



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti