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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 340 cod. proc. civile: Riserva facoltativa d’appello contro sentenze non definitive

Contro le sentenze previste dall’art. 278 e dal n. 4 del secondo comma dell’articolo 279, l’appello può essere differito, qualora la parte soccombente ne faccia riserva, a pena di decadenza, entro il termine per appellare e, in ogni caso, non oltre la prima udienza dinanzi al giudice istruttore successiva alla comunicazione della sentenza stessa.

Quando sia stata fatta la riserva di cui al precedente comma, l’appello deve essere proposto unitamente a quello contro la sentenza che definisce il giudizio o con quello che venga proposto, dalla stessa o da altra parte, contro altra sentenza successiva che non definisca il giudizio.

 La riserva non può  più farsi, e se già fatta rimane priva di effetto, quando contro la stessa sentenza da alcuna delle altre parti sia proposto immediatamente appello.


Giurisprudenza annotata

Sentenze definitive e non definitive

In tema di impugnazioni, nella ipotesi di cumulo di domande tra gli stessi soggetti, è da considerare non definitiva, agli effetti della riserva di impugnazione differita, la sentenza con la quale il giudice si pronunci su una (o più) di dette domande con prosecuzione del procedimento per le altre, senza disporre la separazione ai sensi dell’art. 279, secondo comma, n. 5), c.p.c., e senza provvedere sulle spese in ordine alla domande (o alle domande) così decise, rinviandone la relativa liquidazione all’ulteriore corso del giudizio. Tale criterio formale di identificazione è applicabile anche per le pronunce declinatorie della giurisdizione, poiché vale a fondare l’affidamento della parte nella possibilità che, ricorrendo tali condizioni, la sentenza sia suscettibile di riserva di impugnazione differita.

Cass., Sez. Un., 28 aprile 2011, n. 9441.

 

In tema d’impugnazione delle sentenze emesse nelle controversie di lavoro il principio secondo il quale, in caso di riserva di gravame della pronuncia non definitiva, la parte ha l’onere di proporne l’impugnazione unitamente a quella definitiva ai sensi dell’art. 340 c.p.c. trova applicazione anche nel rito del lavoro, con la conseguenza che l’impugnazione immediata della sentenza non definitiva in tale ipotesi è inammissibile, pur non essendo precluso alla parte dopo la sentenza definitiva, l’esercizio del potere di impugnare anche quella non definitiva.

Cass. lav., 22 luglio 2010, n. 17233.

 

In tema di impugnazione, ha natura di sentenza non definitiva la decisione che, nel dichiarare ai sensi dell’art. 2932 c.c., il diritto all’esecuzione specifica del contratto preliminare, disponga la prosecuzione del giudizio per la quantificazione del prezzo residuo al cui pagamento deve essere condizionato il trasferimento di proprietà, rimettendo al definitivo il regolamento delle spese processuali.

Cass. 15 febbraio 2007, n. 3383.

 

In tema di impugnazione, il termine per la riserva di gravame, a pena di decadenza stabilito dall’art. 340 c.p.c. (e per il ricorso per cassazione dall’art. 361 c.p.c.) non oltre la prima udienza successiva alla comunicazione della sentenza non definitiva, non può essere prorogato o differito, essendo perciò del tutto irrilevante che la prima udienza sia stata di mero rinvio o di trattazione.

Cass. 9 gennaio 2007, n. 212.

 

La sentenza non definitiva, con la quale il giudice di primo grado si sia limitato ad affermare la propria competenza, è impugnabile esclusivamente ed immediatamente con il regolamento necessario di competenza, nei modi e nei termini di cui all’art. 47 c.p.c.; pertanto, l’appello proposto contro tale sentenza, al pari di quello avanzato contro la decisione definitiva a seguito di riserva di impugnazione differita, è inammissibile, e tale inammissibilità, se non dichiarata dal giudice di secondo grado, è rilevabile anche d’ufficio in sede di legittimità.

Cass. 21 novembre 2006, n. 24681.

 

La sentenza non definitiva con la quale il giudice si sia limitato ad affermare la propria competenza (o, come nella specie, abbia escluso la sussistenza di litispendenza o continenza) è impugnabile unicamente con il regolamento di competenza nei modi e nei termini di cui all’art. 47 c.p.c., non essendo contro detta decisione ammessa riserva d’impugnazione differita, che è prevista soltanto per l’appello e per il ricorso ordinario in cassazione.

Cass. 3 aprile 2007, n. 8354.

 

Deve qualificarsi non definitiva, nel caso di cumulo di domande fra gli stessi soggetti, come tale potendo essere oggetto di riserva di impugnazione differita (articoli 340 e 361 c.p.c.), la sentenza che decide una o più di dette domande, con la prosecuzione del procedimento per le altre, qualora non disponga la separazione ai sensi dell’articolo 279, secondo comma, numero 5, c.p.c., e non provveda sulle spese relative alla domanda o alle domande decise rinviandone la liquidazione all’ulteriore corso.

Cass. 27 febbraio 2007, n. 4618.

 

Modalità e termini della riserva

Il termine breve per impugnare una sentenza non definitiva decorre unicamente dal momento della notificazione della stessa, e non da quello della sua comunicazione da parte della cancelleria. Quest’ultimo atto, infatti, rileva soltanto al fine di individuare quale sia la prima udienza ad esso successiva, entro la quale la parte interessata ha comunque l’onere di formulare la riserva d’appello ai sensi dell’art. 340 c.p.c.

Cass. 26 marzo 2009, n. 7340.

 

Nel sistema di riserva facoltativa d’impugnazione contro sentenza non definitiva, la mancata dichiarazione di riserva o la sua irritualità o tardività producono la decadenza del diritto oggetto della riserva, ma non precludono l’esercizio del potere di impugnazione della sentenza non definitiva, secondo le regole generali.

Cass. 9 gennaio 2007, n. 212.

 

Allorquando l’appellante, dopo aver fatto riserva di impugnazione contro una sentenza non definitiva, proponga appello avverso la sentenza definitiva, e, pur specificando di indirizzare il proprio gravame contro quest’ultima, investa effettivamente, con i motivi di censura, anche la precedente, deve ritenersi che l’impugnazione sia diretta contro entrambe le pronunce, a nulla rilevando la suddetta limitazione formale che, essendo in contrasto con la concreta intenzione espressa mediante il contenuto sostanziale delle argomentazioni svolte, va ritenuta frutto di un errore materiale.

Cass. 2 marzo 2012, n. 3257.

Per il principio di concentrazione delle impugnazioni di cui all’art. 333 c.p.c., applicabile anche con riguardo alle impugnazioni contro la sentenza non definitiva, la parte soccombente nella sentenza non definitiva e in quella definitiva, ove quest’ultima venga impugnata per prima dalla controparte risultata parzialmente soccombente, è tenuta a proporre impugnazione incidentale contro la sentenza non definitiva nello stesso procedimento introdotto con l’impugnazione principale avverso la sentenza definitiva, nei limiti temporali segnati dall’art. 343 c.p.c. Tale principio non muta in ipotesi di cause scindibili e di mancata proposizione della riserva ex art. 340 c.p.c. da parte del contumace, essendo le norme che regolano l’appello incidentale applicabili tanto nelle cause inscindibili o dipendenti, quanto di cause scindibili, perché l’esigenza di rendere unitario il giudizio d’appello (a fronte di un giudizio di primo grado unitariamente trattato e definito) permane intatta, indipendentemente dalla circostanza che la pluralità di parti derivi da un litisconsorzio necessario, sostanziale o processuale, ovvero da un litisconsorzio facoltativo, proprio o improprio.

Cass. 12 gennaio 2012, n. 315.

 

 

Scioglimento della riserva

In caso di mancato esercizio della facoltà di riserva dell’impugnazione differita, la sentenza non definitiva può essere impugnata entro i termini per appellare previsti dagli artt. 325 e 327 c.p.c., e perciò, in caso di mancata comunicazione o notificazione di essa, entro un anno dalla sua pubblicazione, a nulla rilevando che l’art. 340 c.p.c. preveda la possibilità di esercitare la facoltà di impugnazione differita fino alla prima udienza successiva alla comunicazione, giacché tale articolo prevede che detta facoltà vada esercitata a pena di decadenza entro il termine per appellare e, in ogni caso, non oltre la prima udienza successiva alla comunicazione, col chiaro intento non di dilatare i termini di impugnazione previsti dai citati artt. 325 e 327 c.p.c., bensì di restringerli, nel caso in cui la prima udienza successiva alla comunicazione intervenga prima dello scadere di essi, senza che tale interpretazione della citata norma possa ritenersi pregiudizievole per i diritti di difesa della parte.

Cass. lav., 6 aprile 2000, n. 4285.



 
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