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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 345 cod. proc. civile: Domande ed eccezioni nuove

Nel giudizio d’appello non possono proporsi domande nuove e, se proposte, debbono essere dichiarate inammissibili d’ufficio. Possono tuttavia domandarsi gli interessi, i frutti e gli accessori maturati dopo la sentenza impugnata, nonché il risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza stessa.

Non possono proporsi nuove eccezioni, che non siano rilevabili anche d’ufficio.

Non sono ammessi i nuovi mezzi di prova e non possono essere prodotti nuovi documenti, salvo che la parte dimostri di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile. Può sempre deferirsi il giuramento decisorio.


Giurisprudenza annotata

Divieto di nuove domande

In materia contrattuale, pur essendo l’obbligo di restituzione della prestazione ricevuta un effetto naturale dell’annullamento del contratto, non di meno sul piano processuale è necessario che la parte proponga specifica domanda ai fini di detti effetti restitutori; ne consegue che, ove sia stata proposta in primo grado la domanda di annullamento del contratto con richiesta di risarcimento danni, al giudice d’appello è preclusa, la possibilità di prendere in esame la domanda restitutoria avanzata per la prima volta dopo la definitiva determinazione della materia del contendere, trattandosi di domanda nuova.

Cass. 15 marzo 2012, n. 4143.

 

È inammissibile la domanda con cui la parte chieda per la prima volta in appello l'attribuzione di interessi non reclamati in primo grado, perché introduttiva di un "novum" non consentito in sede di impugnazione, salvo che si tratti di interessi che non avrebbero potuto essere richiesti precedentemente. Cassa con rinvio, App. Caltanissetta, 31/01/2012

Cassazione civile sez. VI  27 gennaio 2015 n. 1529  

 

In tema di limiti alla proposizione di domande nuove in appello, non viola il divieto di "ius novorum" la deduzione, da parte del convenuto dell'acquisto per usucapione, ordinaria o abbreviata, della proprietà dell'area rivendicata da controparte qualora già in primo grado egli abbia eccepito ad altro titolo la proprietà dell'area medesima, in quanto la proprietà e gli altri diritti reali di godimento appartengono alla categoria dei cosiddetti diritti autodeterminati, che si identificano in base alla sola indicazione del loro contenuto e non per il titolo che ne costituisce la fonte, la cui eventuale deduzione non assolve ad una funzione di specificazione della domanda o dell'eccezione, ma è necessaria ai soli fini della prova. Rigetta, App. Milano, 21/07/2008

Cassazione civile sez. II  08 gennaio 2015 n. 40  

 

Nella causa di contraffazione di un brevetto per invenzione le eccezioni di nullità per difetto di originalità e di novità possono, ai sensi dell'art. 345 c.p.c., essere proposte per la prima volta in grado d'appello; al contrario, qualora in primo grado venga proposta una domanda di nullità del brevetto per modello ornamentale limitatamente ad alcuni disegni allegati alla domanda di registrazione, in appello non è ammissibile la domanda di nullità dell'intero brevetto per modello ornamentale. Tale ampliamente dell'originario petitum, infatti, si pone in contrasto con l'art. 345 c.c.. non essendo configurabile come una semplice modificazione quantitativa della domanda, implicando un mutamento della stessa causa petendi, non più limitata all'avvenuta divulgazione del modello raffigurato nei disegni indicati ma estesa quella degli altri modelli che costituivano oggetto della domanda di brevetto.

Cassazione civile sez. I  19 novembre 2014 n. 24651  

 

Si ha domanda nuova - inammissibile in appello - per modificazione della “causa petendi” quando il diverso titolo giuridico della pretesa, dedotto innanzi al giudice di secondo grado, essendo impostato su presupposti di fatto e su situazioni giuridiche non prospettate in primo grado, comporti il mutamento dei fatti costitutivi del diritto azionato e, introducendo nel processo un nuovo tema di indagine e di decisione, alteri l’oggetto sostanziale dell’azione e i termini della controversia, in modo da porre in essere una pretesa diversa, per la sua intrinseca essenza, da quella fatta valere in primo grado e sulla quale non si è svolto in quella sede il contraddittorio.

Cass. 16 febbraio 2012, n. 2201.

 

In tema di esecuzione forzata, il principio per cui spetta al giudice dell’esecuzione verificare la sussistenza originaria e la permanenza del titolo esecutivo per tutto il corso del processo esecutivo deve essere coordinato, in sede di opposizione all’esecuzione, con i principi della domanda e della corrispondenza tra chiesto e pronunciato, di cui agli artt. 99 e 112 c.p.c. Ne consegue che, allorquando nel giudizio di opposizione si controverta della illegittimità del titolo esecutivo, costituisce domanda nuova - come tale inammissibile, secondo il regime preclusivo di cui alla legge 26 novembre 1990, n. 353, applicabile nella specie “ratione temporis” - la proposizione, nel corso del giudizio di primo grado o per la prima volta in appello, della richiesta di accertamento della carenza originaria del titolo per un motivo diverso da quello dedotto con l’atto introduttivo del giudizio di opposizione.

Cass. 28 luglio 2011, n. 16541.

Nel giudizio di reintegrazione della quota di riserva, non costituiscono domande nuove e sono conseguentemente ammissibili, anche se formulate per la prima volta in appello, le richieste volte all’esatta ricostruzione sia del “relictum”, che del “donatum”, mediante l’inserimento di beni, liberalità o l’indicazione di pesi o debiti del “de cuius”, trattandosi di operazioni connaturali al giudizio medesimo cui il giudice è tenuto d’ufficio ed alle quali si può dare corso, nei limiti in cui gli elementi acquisiti le consentono, indipendentemente dalla formale proposizione di domande riconvenzionali in tal senso da parte del convenuto.

Cass. 17 giugno 2011, n. 13385.

 

Pur appartenendo i diritti reali alla categoria dei diritti c.d. “autodeterminati”, non per questo si può pervenire, attraverso tale qualificazione, a consentire una deroga al sistema delle preclusioni che regola l’ammissibilità della prova in grado di appello, la quale rimane assoggettata alla disciplina dell’art. 345 c.p.c., che vieta l’ammissione di nuovi mezzi di prova, salva la valutazione, da parte del giudice, dell’eventuale indispensabilità degli stessi o dell’esistenza delle condizioni per la rimessione in termini della parte che sia incorsa nella decadenza relativa alla formulazione delle necessarie istanze istruttorie.

Cass. 23 dicembre 2010, n. 26009.

 

In tema di “ius novorum” vietato in appello, costituisce domanda nuova la richiesta di estendere lo scioglimento della comunione a beni in relazione ai quali in primo grado era stato chiesto che permanesse lo stato di comunione “pro indiviso”, dal momento che questa richiesta non determina soltanto una diversa modalità di realizzazione della divisione, ma, introducendo nuovi temi d’indagine, costituisce una “mutatio” e non una semplice “emendatio libelli”. C

ass. 28 aprile 2011, n. 9472.

 

La domanda di usucapione speciale non può ritenersi immanente in ogni domanda di usucapione ordinaria; sicché, ove proposta per la prima volta in appello, la domanda di usucapione speciale può reputarsi ammissibile se le condizioni costitutive del diritto siano state oggetto di specifiche allegazioni e prove già introdotte, ritualmente, in causa, dovendosene altrimenti ritenere la tardività.

Cass. 31 marzo 2011, n. 7543.

 

Non trova applicazione il limite dello ius novorum di cui al codice di rito ai giudizi di opposizione allo stato passivo.

Cass. 4 giugno 2012, n. 8929.

 

Nel giudizio di opposizione allo stato passivo, nonostante la sua natura impugnatoria, non opera la preclusione posta dall’art. 345 c.p.c. in materia di jus novorum e, pertanto, il curatore non è tenuto a circoscrivere le proprie difese nell’ambito delle eccezioni dedotte nella fase precedente, poiché il thema probandum può essere ampliato dalla curatela con nuove allegazioni istruttorie e con la formulazione di eccezioni in senso ampio non preventivamente sottoposte all’esame del giudice delegato, al fine di non comprimerne il diritto di difesa.

Cass. 4 giugno 2012, n. 8929.

 

L’art. 345, comma 3, c.p.c., deve essere interpretato nel senso che, fermo restando, sul piano generale, il principio dell’inammissibilità dei nuovi mezzi di prova e quindi anche delle produzioni documentali, il giudice di appello è abilitato ad ammettere, in sede di gravame, oltre a quelle prove che le parti dimostrino di non aver potuto proporre per causa a esse non imputabile, solo quelle prove che ritenga nel quadro delle risultanze istruttorie già acquisite indispensabili in quanto suscettibili di un’influenza causale più incisiva rispetto a quella che le prove, definite come rilevanti, hanno sulla decisione finale della controversia; l’indispensabilità, in definitiva, deve essere intesa come capacità di determinare un positivo accertamento dei fatti di causa, decisivo, talvolta, per giungere ad un completo rovesciamento della decisione cui è pervenuto il primo.

Cass. 21 giugno 2011, n. 13606.

 

La chiara previsione del disposto normativo di cui all’art. 345 c.p.c. implica che la Corte d’Appello è tenuta a motivare sull’indispensabilità delle nuove prove nel giudizio di secondo grado, che ne giustifica l’ammissione, in deroga alla regola generale che ne prevede il divieto, e non già sulla mancata ammissione delle prove ritenute non indispensabili.

Cass. 10 gennaio 2011, n. 367.

 

Nuove eccezioni

La norma dell’art. 345, secondo comma, c.p.c. (nel testo vigente, successivo alla riforma recata dalla legge 26 novembre 1990, n. 353) si riferisce ad ogni eccezione non rilevabile d’ufficio, senza che possa distinguersi tra “eccezioni in senso stretto”, per le quali opererebbe il divieto di “jus novorum” in appello, ed altre eccezioni non rilevabili d’ufficio, per le quali detto divieto non opererebbe.

Cass. 9 novembre 2011, n. 23270.

 

In materia di procedimento civile, a norma dell’art. 345 c.p.c. (nella formulazione antecedente alla riforma di cui alla legge 26 novembre 1990, n. 353, applicabile nella fattispecie “ratione temporis”), la proponibilità di eccezioni riconvenzionali nuove in appello deve ritenersi consentita all’appellante anche nel caso in cui venga, per l’effetto, ampliato il “thema decidendum”, purché le eccezioni formulate nell’atto introduttivo siano dirette all’esclusivo fine di ottenere la reiezione della domanda avversaria. Ne consegue che l’eccezione riconvenzionale di usucapione, non introducendo una nuova pretesa, ma essendo rivolta essenzialmente al rigetto di quella della controparte, sia pure con allargamento dei poteri di indagine del giudice, ben può essere proposta per la prima volta in appello.

Cass. 30 agosto 2011, n. 17808.

 

In tema di impugnazioni, la deduzione, ad opera dell’appellato, del proprio difetto di titolarità passiva del rapporto fatto valere in giudizio dall’attore, risolvendosi nella contestazione dei requisiti di fondatezza della domanda, non rientra tra le eccezioni riservate alla parte, ma, integrando una mera difesa, può essere sollevata per la prima volta anche in appello, senza incorrere nel divieto dei “nova” nel giudizio di gravame, previsto dall’art. 345 c.p.c.

Cass. 19 luglio 2011, n. 15832.

 

Le eccezioni vietate in appello, ai sensi dell’art. 345, secondo comma, c.p.c., sono soltanto quelle in senso proprio, ovvero “non rilevabili d’ufficio”, e non, indiscriminatamente, tutte le difese, comunque svolte dalle parti per resistere alle pretese o alle eccezioni di controparte, potendo i fatti su cui esse si basano e risultanti dalle acquisizioni processuali essere rilevati d’ufficio dal giudice alla stregua delle eccezioni “in senso lato” o “improprie”.

Cass. 19 maggio 2011, n. 11015.

 

Nuove prove

L’art. 345, terzo comma, c.p.c., come modificato dalla legge 26 novembre 1990, n. 353, nell’escludere l’ammissibilità di nuovi mezzi di prova, ivi compresi i documenti, consente al giudice di ammettere, oltre alle nuove prove che le parti non abbiano potuto produrre prima per causa ad esse non imputabile, anche quelle da lui ritenute, nel quadro delle risultanze istruttorie già acquisite, indispensabili, perchè dotate di un’influenza causale più incisiva rispetto a quella che le prove rilevanti hanno sulla decisione finale della controversia; indispensabilità da apprezzarsi necessariamente in relazione alla decisione di primo grado e al modo in cui essa si è formata, sicchè solo ciò che la decisione afferma a commento delle risultanze istruttorie acquisite deve evidenziare la necessità di un apporto probatorio che, nel contraddittorio in primo grado e nella relativa istruzione, non era apprezzabile come utile e necessario. Tale facoltà deve esercitata in modo non arbitrario, in quanto il giudizio di indispensabilità, positivo o negativo, deve essere comunque espresso in un provvedimento motivato.

Cass. 5 dicembre 2011, n. 26020.

 

In tema di ammissibilità di nuovi mezzi di prova in grado d’appello, deve escludersi che dal vigente regime processuale possa ricavarsi un onere della parte, sancito a pena di decadenza, di produrre nel giudizio di primo grado gli eventuali documenti probatori che si siano formati dopo lo spirare del termine assegnato dal giudice per la deduzione dei mezzi istruttori ma prima del passaggio della causa in decisione; ne consegue che i documenti formatisi dopo il maturare delle preclusioni istruttorie vanno annoverati fra i nuovi mezzi di prova, ammissibili in grado d’appello, ai sensi dell’art. 345, terzo comma, c.p.c., ancorché la parte abbia avuto la possibilità di acquisirli in data anteriore alla spedizione della causa di primo grado a sentenza, fatta soltanto salva, in tale ipotesi, la possibilità per il giudice del gravame, di applicare il disposto dell’art. 92 c.p.c.

Cass. 16 settembre 2011, n. 18962.

 

Nel rito ordinario, con riguardo alla produzione di nuovi documenti in grado di appello, l’art. 345, terzo comma, c.p.c. va interpretato nel senso che esso fissa sul piano generale il principio della inammissibilità di mezzi di prova «nuovi» - la cui ammissione, cioè, non sia stata richiesta in precedenza - e, quindi, anche delle produzioni documentali, indicando nello stesso tempo i limiti di tale regola, con il porre in via alternativa i requisiti che tali documenti, al pari degli altri mezzi di prova, devono presentare per poter trovare ingresso in sede di gravame (sempre che essi siano prodotti, a pena di decadenza, mediante specifica indicazione degli stessi nell’atto introduttivo del giudizio di secondo grado, a meno che la loro formazione non sia successiva e la loro produzione non sia stata resa necessaria in ragione dello sviluppo assunto dal processo): requisiti consistenti nella dimostrazione che le parti non abbiano potuto proporli prima per causa ad esse non imputabile, ovvero nel convincimento del giudice della indispensabilità degli stessi per la decisione. Peraltro, nel rito ordinario, risultando il ruolo del giudice nell’impulso del processo meno incisivo che nel rito del lavoro, l’ammissione di nuovi mezzi di prova ritenuti indispensabili non può comunque prescindere dalla richiesta delle parti.

Cass., Sez. Un., 20 aprile 2005, n. 8203; conforme Cass. 6 aprile 2001, n. 5133.

 

In rapporto all’originaria domanda di riconoscimento di una rendita per infortunio sul lavoro, per la quale sia stata accertata un’inabilità permanente inferiore alla misura indennizzabile, è inammissibile la richiesta in appello, formulata ex art. 80 D.P.R. n. 1124 del 1965, di cumulo con altra rendita relativa a diverso infortunio sul lavoro non riferibile a modificazioni delle condizioni fisiche dell’assicurato successive alla proposizione della predetta domanda, comportando tale richiesta la valutazione dei fatti costitutivi della nuova fattispecie dedotta, in violazione dei limiti posti dall’art. 437 c.p.c., e non potendo trovare applicazione, d’altra parte, il disposto dell’art. 149 disp. att. c.p.c., invocabile solo ove il diverso infortunio sia intervenuto in corso di giudizio.

Cass., Sez. Un., 29 luglio 2002, n. 11198.



 
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