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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 346 cod. proc. civile: Decadenza dalle domande e dalle eccezioni non riproposte

Le domande e le eccezioni non accolte nella sentenza di primo grado, che non sono espressamente riproposte in appello, si intendono rinunciate.


Giurisprudenza annotata

Latitudine dell’effetto devolutivo

Nel caso in cui il danneggiato abbia azionato una domanda risarcitoria nei confronti di due soggetti, ed abbia avuto una pronuncia di condanna solo nei confronti di uno di questi, per ottenerla anche a carico dell’altro, è necessario che il danneggiato stesso formuli appello incidentale, non essendo sufficiente che riproponga le domande già formulate in primo grado, ex art. 346 c.p.c.

Cass. 6 dicembre 2011, n. 26206.

 

Nel processo dinanzi al giudice amministrativo, come disciplinato dall’art. 30 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, la decisione sulla questione di giurisdizione, implicita nella decisione di rigetto del ricorso rivolto al tribunale amministrativo regionale, passa in giudicato se, impugnata dal ricorrente la decisione sul merito, non è a sua volta impugnata dagli interessati con appello incidentale condizionato.

Cass., Sez. Un., 9 novembre 2011, n. 23306.

Il principio secondo cui l’art. 346 c.p.c., il quale dispone la decadenza dalle domande e dalle eccezioni non riproposte in appello, non si applica con riferimento alle questioni rilevabili d’ufficio, in quanto esso va coordinato con il sistema delle preclusioni e con l’art. 342 c.p.c., concernente la specificità dei motivi d’impugnazione, in virtù dei quali la libera iniziativa del giudice con riguardo alle questioni rilevabili d’ufficio trova un limite nel caso in cui una di tali questioni sia stata espressamente decisa nel precedente grado di giudizio ed il relativo punto non abbia formato oggetto d’impugnazione ovvero, nel caso di parte praticamente vittoriosa, non sia stato comunque riproposto al giudice di appello.

Cass. 20 maggio 2011, n. 11259.

 

Nel giudizio di cassazione non trova applicazione il disposto dell’art. 346 c.p.c., relativo alla rinuncia alle domande ed eccezioni non accolte in primo grado; pertanto, sulle questioni esplicitamente o implicitamente dichiarate assorbite dal giudice di merito, e non riproposte in sede di legittimità all’esito di tale declaratoria, non si forma il giudicato implicito, ben potendo le suddette questioni, in caso di accoglimento del ricorso, essere riproposte e decise nell’eventuale giudizio di rinvio.

Cass. 24 gennaio 2011, n. 1566.

 

La parte pienamente vittoriosa nel merito in primo grado, difettando di interesse al riguardo, non ha l’onere di proporre, in ipotesi di gravame formulato dal soccombente, appello incidentale per richiamare in discussione “le eccezioni non accolte nella sentenza di primo grado”, da intendersi come quelle che risultino superate o non esaminate perché assorbite o anche quelle esplicitamente respinte qualora l’eccezione mirava a paralizzare una domanda comunque respinta per altre ragioni, ma è soltanto tenuta a riproporle espressamente nel giudizio di appello in modo tale da manifestare la sua volontà di chiederne il riesame, al fine di evitare la presunzione di rinuncia derivante da un comportamento omissivo, ai sensi dell’art. 346 c.p.c.

Cass. 26 novembre 2010, n. 24021.

 

Onere di riproposizione

Mentre con la domanda riconvenzionale il convenuto, traendo occasione dalla domanda contro di lui proposta, oppone una controdomanda e chiede un provvedimento positivo, sfavorevole all’attore, che va oltre il mero rigetto della domanda attrice, mediante l’eccezione riconvenzionale egli, pur deducendo fatti modificativi, estintivi o impeditivi, che potrebbero costituire oggetto di un’autonoma domanda in un giudizio separato, si limita a chiedere la reiezione della pretesa avversaria, totalmente o anche solo parzialmente, al fine di beneficiare di una condanna più ridotta. Ne consegue che la mancata impugnazione della decisione di rigetto della domanda riconvenzionale di risarcimento dei danni per i vizi dell’opera appaltata, resa dal giudice di primo grado in considerazione della mancata prova dei fatti posti a fondamento di essa, comporta la sola preclusione di riproporre nel giudizio di appello l’esame di detta domanda, ma non determina l’abbandono dell’eccezione riconvenzionale, riproposta in sede di gravame, parimenti fondata su tali vizi e volta a confutare la pretesa attorea sotto il profilo del “quantum”.

Cass. 16 marzo 2012, n. 4233.

 

Proposta una domanda di risarcimento del danno aquiliano nei confronti di due debitori in via alternativa, l’accoglimento nei confronti di uno soltanto non comporta soccombenza dell’attore; ne consegue che ove la sentenza sia appellata dal danneggiante soccombente, in appello il danneggiato potrà limitarsi a riproporre la domanda di condanna di tutti e due gli originari convenuti, senza necessità di proporre appello incidentale avverso il capo di sentenza che ha rigettato la domanda nei confronti di uno dei due.

Cass. 2 marzo 2012, n. 3253.

 

Nella controversia tra l’assicurato e l’assicuratore della responsabilità civile, il massimale contrattualmente pattuito rappresenta un elemento costitutivo della pretesa fatta valere dall’assicurato, con la duplice conseguenza, da un lato, che dell’esistenza di esso è onere dell’assicurato dare la prova e, dall’altro, che l’allegazione di incapienza del massimale è una mera difesa e non è, pertanto, soggetta alle preclusioni istruttorie, né al regime di cui all’art. 346 c.p.c.

Cass. 17 maggio 2011, n. 10811.

 

Il giudice di appello, pur in mancanza di specifiche deduzioni sul punto, deve valutare tutti gli elementi di prova acquisiti, quand’anche non presi in considerazione dal giudice di primo grado, poiché in materia di prova vige il principio di acquisizione processuale, secondo il quale le risultanze istruttorie comunque ottenute, e quale che sia la parte ad iniziativa o ad istanza della quale siano formate, concorrono tutte indistintamente alla formazione del convincimento del giudice.

Cass. 12 luglio 2011, n. 15300.

 

La parte vittoriosa in primo grado ha l’onere di manifestare in maniera esplicita e precisa la propria volontà di riproporre domande od eccezioni respinte, anche implicitamente, dalla sentenza impugnata. Ne consegue l’inammissibilità dell’eccezione (nella specie, quella di decadenza e prescrizione del committente dall’azione di responsabilità ex art. 2226 c.c.), formulata in primo grado, ma riproposta dalla parte vittoriosa non già nella comparsa di costituzione in appello, ma esclusivamente nella memoria di replica alla comparsa conclusionale avversaria in detto giudizio.

Cass. 10 marzo 2011, n. 5735.

 

In materia di procedimento civile, in mancanza di una norma specifica sulla forma nella quale l’appellante che voglia evitare la presunzione di rinuncia ex art. 346 c.p.c. deve reiterare le domande e le eccezioni non accolte in primo grado, queste possono essere riproposte in qualsiasi forma idonea ad evidenziare la volontà di riaprire la di-scussione e sollecitare la decisione su di esse. Tuttavia, pur se libera da forme, la riproposizione deve essere fatta in modo specifico, non essendo al riguardo sufficiente un generico richiamo alle difese svolte ed alle conclusioni prese davanti al primo giudice.

Cass. 20 agosto 2004, n. 16360.

 

La parte integralmente vittoriosa in primo grado, qualora abbia in detto grado proposto, oltre alla domanda principale integralmente accolta, anche una domanda subordinata superata dall’accoglimento della domanda principale, è tenuta, in caso di appello della controparte, a riprodurre la relativa questione al giudice d’appello, e tale riproposizione può ritenersi rituale ai sensi dell’art. 346 c.p.c. solo se la relativa domanda è proposta con chiarezza e precisione sufficienti a renderla inequivocamente intelligibile per la controparte ed il giudicante.

Cass. 5 agosto 2004, n. 15003.

 



 
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