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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 358 cod. proc. civile: Non riproponibilità di appello dichiarato inammissibile o improcedibile

L’appello dichiarato inammissibile (1) o improcedibile non può essere riproposto, anche se non è decorso il termine fissato dalla legge (2) (3) (4) (5).


Commento

Improcedibilità: [v. 348].

 

(1) L’appello è dichiarato inammissibile innanzitutto quando è proposto dopo la decorrenza del termine [v. 325]; o quando le parti vi abbiano fatto acquiescenza [v. 329]. Ancora, l’inammissibilità sarà dichiarata se nessuna delle parti ha provveduto a integrare il contraddittorio nel termine fissato dal giudice [v. 331] o se la sentenza è ex lege inappellabile [v. 339], in carenza assoluta del potere impugnatorio o avverso sentenza impugnabile solo con altro mezzo ovvero in mancanza di legittimazione ad appellare.

 

(2) La norma si riferisce sia all’appello principale che incidentale.

 

(3) La disposizione non si applica nel caso di dichiarazione di nullità dell’appello (come nel caso di impugnazione proposta da procuratore privo di mandato), in quanto in questo caso non viene esercitato il diritto di impugnazione data la gravità del vizio.

 

(4) L’improcedibilità, invece, è prevista in due ipotesi, e cioè: per mancata costituzione nei termini dell’appellante e per mancata comparizione, sempre dell’appellante, alla prima udienza e a quella successiva fissata con ordinanza impugnabile.

 

(5) Le dichiarazioni sia di inammissibilità che di improcedibilità possono essere pronunciate anche d’ufficio. L’appello dichiarato inammissibile o improcedibile non può essere riproposto, anche se non è decorso il termine per la sua proposizione per cui prima di tale dichiarazione, l’appellante in termini potrebbe riproporre l’impugnazione e in tal modo rimuovere le cause dell’inammissibilità o dell’improcedibilità.


Giurisprudenza annotata

Consumazione dell’impugnazione

Stante l’espressa previsione degli artt. 358 e 387 c.p.c., la consumazione del potere di impugnazione presuppone l’esistenza di due impugnazioni della stessa specie nonché, al tempo della proposizione della seconda, una declaratoria di inammissibilità della precedente; pertanto non si ha consumazione del potere di impugnazione quando il suo esercizio sia stato preceduto da una impugnazione di diversa specie.

Cass., Sez. Un., 15 novembre 2002, n. 16162.

 

L'impugnazione parziale di una sentenza comporta, per acquiescenza, la formazione del giudicato sulle parti non impugnate, atteso anche il principio di consumazione dell'impugnazione sancito dagli artt. 358 e 387 c.p.c., che consentono la proposizione di un ulteriore appello solo nel particolare caso in cui debba procedersi alla tempestiva rinnovazione di un atto integralmente nullo e sempre che non sia intervenuta declaratoria di inammissibilità o improcedibilità, così implicitamente escludendosi, in via generale la possibilità di una rinnovazione o integrazione del gravame già proposto. (ConfermaTarLombardia, Milano, sez. III, n. 2681 del 2013).

Consiglio di Stato sez. IV  07 novembre 2014 n. 5497  

 

Il divieto di frazionamento dei mezzi di impugnazione, sotteso al principio di consumazione delle impugnazioni sancito dagli artt. 358 e 387 c.p.c. (che connota qualsiasi processo retto, come anche quello amministrativo, dal principio della domanda e da quello dispositivo), impedisce alla parte, che abbia proposto un primo gravame, di proporne un secondo, pur quando siano ancora pendenti i relativi termini; una limitata eccezione a tale principio è prevista nel solo caso in cui il primo atto di impugnazione sia stato proposto in modo irrituale e ad esso segua, nel rispetto dei termini perentori previsti dalla disciplina legale di riferimento, un secondo atto di impugnazione inteso a sostituire il precedente viziato ma a condizione, in tal caso, che nell'intervallo corrente fra la proposizione delle due impugnazioni non sia sopraggiunta una decisione di inammissibilità, irricevibilità o improponibilità del primo gravame. (ConfermaTarPuglia, Bari, sez. II, n. 225 del 2014).

Consiglio di Stato sez. V  02 aprile 2014 n. 1570

 

Il principio di consumazione dell’impugnazione non esclude che, fino a quando non intervenga una declaratoria di inammissibilità, possa essere proposto un secondo atto di appello, immune dai vizi del precedente e destinato a sostituirlo, sempre che la seconda impugnazione risulti tempestiva, dovendo la tempestività valutarsi, anche in caso di mancata notificazione della sentenza, non in relazione al termine annuale, bensì in relazione al termine breve decorrente dalla data di proposizione della prima impugnazione, equivalendo essa alla conoscenza legale della sentenza da parte dell’impugnante.

Cass. 21 luglio 2000, n. 9569; conforme Cass. 19 aprile 2010, n. 9265.

 

La consumazione del potere d’impugnazione, che ai sensi dell’art. 358 c.p.c., consegue alla dichiarazione di inammissibilità od improcedibilità dell’appello, presuppone che l’impugnazione sia stata rivolta contro un provvedimento idoneo a costituire giudicato in senso formale. Ne consegue che, proposto appello avverso un’ordinanza emessa ai sensi dell’art. 186 quater c.p.c. (nel testo anteriore alla modifica apportata dalla legge 28 dicembre 2005, n. 263), e dichiarato tale gravame inammissibile per non avere l’ordinanza acquistato efficacia di sentenza, in assenza di una valida rinuncia alla pronuncia di sentenza proveniente dalla parte intimata, è ammissibile la proposizione di un successivo appello contro la medesima ordinanza, una volta che la parte intimata, nella prosecuzione del giudizio di primo grado, abbia validamente manifestato detta rinuncia nelle forme di rito.

Cass. 27 gennaio 2011, n. 1902.

 



 
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