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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 36 cod. proc. civile: Cause riconvenzionali

Il giudice competente per la causa principale conosce anche delle domande riconvenzionali (1) che dipendono dal titolo dedotto in giudizio dall’attore o da quello che già appartiene alla causa come mezzo di eccezione (2), purchè non eccedano la sua competenza per materia o valore; altrimenti applica le disposizioni dei due articoli precedenti.


Commento

Domanda riconvenzionale: si ha quando il convenuto non si limita a chiedere il rigetto della domanda attrice, ma propone, a sua volta, una domanda esercitando, limitatamente ad essa, un’autonoma azione (es.: Caio convenuto da Tizio per il pagamento di 100, eccepisce in compensazione un controcredito di 200 chiedendo contestualmente la condanna di Tizio al pagamento della differenza).

 

 

(1) Il convenuto ha nel corso del giudizio diverse possibilità. Può limitarsi a contestare la domanda attrice, allegando fatti impeditivi, modificativi o estintivi del diritto fatto valere in giudizio dall’attore (eccezioni in senso stretto). Può anche proporre eccezioni fondate sui fatti che potrebbero costituire titolo per un’autonoma domanda (es.: eccezione di annullabilità del contratto). Si parla in questo caso di eccezioni riconvenzionali, perché esse realizzano la funzione processuale dell’eccezione (rigetto della domanda) pur avendo la struttura logica della domanda riconvenzionale.

 

(2) La domanda riconvenzionale, cioè, deve dipendere da fatti che siano collegati con i fatti costitutivi della domanda principale o con i fatti estintivi, impeditivi o modificativi dedotti nella causa in forma di eccezione.

 


Giurisprudenza annotata

  1. Domanda riconvenzionale ed eccezione riconvenzionale: differenza.

L’eccezione riconvenzionale consiste in una prospettazione difensiva che, pur ampliando il tema della controversia, è finalizzata, a differenza della domanda riconvenzionale, esclusivamente alla reiezione della domanda attrice, attraverso l’opposizione al diritto fatto valere dall’attore di un altro diritto idoneo a paralizzarlo. Ne consegue che l’inammissibilità della domanda riconvenzionale volta ad ottenere la dichiarazione di nullità di un contratto di comodato ed il riconoscimento dell’esistenza di un contratto di affittanza agraria non travolge l’eccezione riconvenzionale relativa all’onerosità del rapporto, essendo quest’ultima necessariamente e logicamente insita nella linea difensiva del convenuto, ben potendo coesistere una domanda ed una eccezione, basate sulla stessa situazione che si pongono l’una come progressione difensiva dell’altra. Cass. 15 aprile 2010, n. 9044.

 

A differenza della domanda riconvenzionale (con la quale il convenuto, traendo occasione dalla domanda contro di lui proposta, chiede un provvedimento giudiziale a sé favorevole, che gli attribuisca beni determinati in contrapposizione a quelli richiesti con la domanda principale), l’eccezione riconvenzionale esprime una richiesta che, pur rimanendo nell’ambito della difesa, amplia il tema della controversia, senza tuttavia tendere ad altro fine che non sia quello della reiezione della domanda, opponendo al diritto fatto valere dall’attore un diritto idoneo a paralizzarlo. Cass. 24 luglio 2007, n. 16314; conforme Cass. 30 ottobre 2006, n. 23341; Cass. 4 luglio 2006, n. 15271; Cass. 23 febbraio 2005, n. 3767.

 

Ricorre l'ipotesi della eccezione riconvenzionale (come tale ammissibile anche in appello, secondo la disciplina originaria di cui all'art. 345 cod. proc. civ.) allorquando il fatto dedotto dal convenuto sia diretto provocare il mero rigetto della domanda avversaria; integra invece vera e propria domanda riconvenzionale, preclusa in sede di gravame, l'istanza con la quale venga chiesto, oltre al rigetto dell'altrui pretesa, l'ulteriore declaratoria di tutte le conseguenze giuridiche connesse all'invocato mutamento della situazione precedente (principio affermato ai sensi dell'art. 360, n. 1, cod. proc. civ.). Rigetta, App. Napoli, 21/07/2006

Cassazione civile sez. III  13 giugno 2013 n. 14852  

 

 

  1. Domanda riconvenzionale non eccedente la competenza del giudice della domanda principale.

La relazione tra domanda principale e domanda riconvenzionale, ai fini dell’ammissibilità di quest’ultima, non va intesa in senso restrittivo, nel senso che entrambe debbano dipendere da un unico ed identico titolo, essendo sufficiente che fra le contrapposte pretese sia ravvisabile un collegamento obiettivo, tale da rendere consigliabile ed opportuna la celebrazione del “simultaneus processus”, a fini di economia processuale ed in applicazione del principio del giusto processo di cui all’art. 111, primo comma, Cost. Cass. 20 dicembre 2011, n. 27564.

Il giudice del foro del consumatore quando è competente per la causa principale, ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 36 e 40 c.p.c., conosce anche della domanda riconvenzionale che dipende dal titolo dedotto in giudizio dall’attore o da quello che già appartiene alla causa come mezzo di eccezione, se non ecceda la sua competenza per materia e valore. Cass. 20 agosto 2010, n. 18785.

 

 

2.1. Sussistenza di un collegamento tra domanda principale e riconvenzionale.

La domanda di revisione dell’assegno di divorzio e quella riconvenzionale di riconoscimento di una quota di t.f.r. sono oggettivamente connesse ai sensi dell’art. 36 c.p.c., perché il diritto all’assegno, di cui si discute nel giudizio di revisione, è il presupposto di entrambe, non rilevando, inoltre, se il diritto alla quota del t.f.r. maturi successivamente alla sentenza di divorzio; pertanto, l’art. 40 c.p.c. ne consente il cumulo nello stesso processo, sebbene si tratti di azioni di per sé soggette a riti diversi. (Rigetta, App. Milano, 22 novembre 2006). Cass. 12 marzo 2012, n. 3924.

 

 

2.2. Deduzione di un titolo diverso da quello fatto valere dall’attore.

Qualora la domanda riconvenzionale non ecceda la competenza del giudice della causa principale, con essa può dedursi anche un titolo non dipendente da quello fatto valere dall’attore a fondamento della sua domanda, purché sussista con questo un collegamento oggettivo che giustifichi l’esercizio, da parte del giudice, della discrezionalità che può autorizzare il simultaneus processus. Cass. 14 febbraio 2000, n. 1617.

 

 

2.3. Domanda riconvenzionale di competenza territoriale inderogabile.

In tema di competenza per territorio, la domanda rivolta a conseguire la restituzione di un bene immobile da parte di chi l’abbia ricevuto dall’attore, in forza di titolo da dichiararsi risolto, ha natura personale e non reale, soggetta pertanto alla disciplina di cui agli artt. 18-20 c.p.c. e senza che si determini spostamento di competenza ove nel giudizio sia proposta domanda riconvenzionale, connessa a quella principale, che pur se appartenente alla competenza per territorio inderogabile di altro giudice, non ecceda la competenza per materia o valore del primo. Cass. 3 settembre 2007, n. 18554; conforme Cass. 8 giugno 2007, n. 13512; Cass. 3 febbraio 2006, n. 2416; Cass. 13 aprile 2005, n. 7674; Cass. 2 settembre 2004, n. 17665.

 

 

2.4. Relazione di «dipendenza» della domanda riconvenzionale.

La relazione di dipendenza della domanda riconvenzionale «dal titolo dedotto in giudizio dall’attore o da quello che già appartiene alla causa come mezzo di eccezione», comportante, ai sensi dell’art. 36 c.p.c. - purché la riconvenzionale non ecceda la competenza per materia o valore del giudice adito - la trattazione simultanea delle cause, deve essere intesa, non già come identità della causa petendi (richiedendo, appunto, la norma un rapporto di mera dipendenza), ma come comunanza della situazione o del rapporto giuridico dal quale traggono fondamento le contrapposte pretese delle parti, ovvero come comunanza della situazione o del rapporto giuridico sul quale si fonda la riconvenzionale, con quello posto a base di una eccezione, sì da delinearsi una connessione oggettiva qualificata della domanda riconvenzionale con l’azione o con l’eccezione proposta. Cass. 10 settembre 1999, n. 9656.

 

 

2.5. Decisione secondo diritto e decisione secondo equità.

Qualora vengano proposte davanti al giudice di pace due domande, l’una principale e l’altra riconvenzionale, fra loro connesse, la prima soggetta a decisione di equità e l’altra a decisione secondo diritto, la regola è che entrambe devono essere decise secondo diritto; peraltro, ove il giudice di pace abbia deciso la domanda principale e rimesso quella riconvenzionale, per valore, al tribunale, anziché rimettere al tribunale, per connessione, l’intera decisione, la sentenza si considera emessa secondo diritto e l’impugnazione esperibile è l’appello, anche nel regime anteriore alla modifica dell’art. 339 c.p.c. disposta dall’art. 1 del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40. Cass. 17 maggio 2010, n. 12030.

 

 

  1. Eccedenza dalla competenza del giudice adito con la domanda principale.

Qualora sia proposta dinanzi al giudice di pace una domanda risarcitoria, deducendosi l’installazione illegittima di una linea elettrica di passaggio, per una somma da ritenersi rientrante nella competenza ordinaria per valore dello stesso giudice, e venga formulata dalla parte convenuta una rituale domanda riconvenzionale di accertamento dell’acquisto per usucapione della servitù di elettrodotto, di natura immobiliare e da considerarsi pregiudiziale rispetto a quella principale, l’intera controversia, ai sensi degli artt. 34 e 36 c.p.c., e non operando alcun criterio di competenza funzionale del giudice di pace con riferimento alla domanda principale, deve considerarsi appartenente alla competenza del tribunale dinanzi al quale deve, perciò, essere rimessa. Cass. 11 maggio 2010, n. 11415.

 

In tema d’impugnazioni, nell’ipotesi di cumulo oggettivo di cause per connessione propria (art. 34, 36 c.p.c.) o per effetto di riunione dei processi ai sensi dell’artt. 40 e 274 c.p.c., il giudice può scegliere tra una pronuncia non definitiva su una singola domanda e una sentenza definitiva parziale. Quest’ultima opzione deve essere resa manifesta da un esplicito provvedimento di separazione o dalla statuizione sulle spese in ordine alla controversia decisa. Invece, nell’ipotesi di cumulo litisconsortile (artt. 103, 105, 106 e 107 c.p.c.), la sentenza che definisca integralmente la controversia in ordine ad uno dei litisconsorti od intervenienti o chiamati in causa deve sempre ritenersi definitiva e contenere una pronuncia sulle spese e un provvedimento di separazione dei restanti giudizi. Nell’ipotesi, infine, di cumulo solo oggettivo di cause tra le stesse parti, che non presentino alcun nesso di dipendenza, subordinazione o pregiudizialità e, conseguentemente, possano dar luogo ad una pronuncia parziale definitiva, è operante la disciplina della scelta tra l’impugnazione immediata e la riserva d’impugnazione differita. Cass. 25 marzo 2011, n. 6993.

 

 

3.1. Remissione della causa principale e della riconvenzionale al giudice superiore o separazione delle cause: discrezionalità del giudice.

In base al combinato disposto dell’art. 34 con gli artt. 35 e 36 c.p.c., quando la domanda riconvenzionale ecceda la competenza per materia e per valore del giudice adito con la domanda principale, la remissione dell’intera causa al giudice competente per la riconvenzionale si impone solo ove quest’ultima implichi la soluzione di una questione pregiudiziale da risolvere con efficacia di giudicato, mentre in tutti gli altri casi il giudice adito ha il potere di scegliere tra la separazione delle due cause, rimettendo al giudice superiore solo quella relativa alla riconvenzionale, e la rimessione di entrambe al giudice competente per la riconvenzionale, secondo un apprezzamento discrezionale, il cui esercizio si estrinseca in una pronuncia di contenuto ordinatorio, che non costituisce decisione sulla competenza, e non è, pertanto, suscettibile di impugnazione attraverso il regolamento di competenza. Cass. 13 aprile 1999, n. 3619.

 

La competenza a conoscere dell'opposizione a decreto ingiuntivo, attribuita dall'art. 645 c.p.c. al giudice che ha emesso il decreto, ha carattere funzionale e inderogabile, stante l'assimilabilità - se non altro per certi versi o a certi limitati fini - del giudizio di opposizione a quello di impugnazione. Deriva da quanto precede, pertanto, che nel caso sia proposta dall'opponente domanda riconvenzionale eccedente i limiti di valore della competenza del g.d.p. questi è tenuto a separare le due cause, trattenendo quella relativa all'opposizione e rimettendo l'altra al tribunale. Regolam. di competenza.Cassazione civile sez. VI  07 dicembre 2012 n. 22276  

 

 

  1. Opposizione a decreto ingiuntivo.

Nel procedimento di ingiunzione, in cui il contraddittorio è solo eventuale e posticipato, instaurandosi solo per effetto dell’opposizione, non si verifica alcuna inversione della posizione sostanziale delle parti nel giudizio contenzioso che s’instaura con l’opposizione. Ciascuna di esse assume, cioè, la propria effettiva e naturale posizione, nel senso che mentre il creditore mantiene la veste sostanziale di attore, all’opponente compete la posizione tipica del convenuto. Ciò esplica i suoi effetti non solo nell’ambito dell’onere della prova, che incombe sempre su ei qui dicit, ma anche in ordine alla possibilità della emendatio libelli ed alla introduzione di eventuali ulteriori domande accessorie che, pur non potendo esulare dalla competenza ratione valoris del giudice adito, impropriamente vengono qualificate riconvenzionali, tale che in relazione ad esse non può trovare applicazione l’art. 36 c.p.c. Cass. 3 marzo 1994, n. 2124.

 

 

  1. Domanda principale rimessa alla cognizione del tribunale in composizione monocratica e domanda riconvenzionale rimessa a quella del tribunale in composizione collegiale.

Allorquando innanzi al medesimo giudice penda una controversia nella quale sono state proposte due domande, l’una devoluta alla cognizione del Tribunale in composizione collegiale (nella specie, domanda di nullità di brevetto, proposta in via riconvenzionale e in relazione alla quale era stata dedotta la continenza rispetto ad altra causa pendente avanti ad altro giudice) e l’altra alla cognizione del tribunale in composizione monocratica (nella specie, domanda di risarcimento danni da concorrenza sleale), poiché, ai sensi dell’art. 281-nonies c.p.c., spetta al collegio, una volta che il giudice istruttore abbia provveduto sulla domanda di connessione o di continenza, decidere entrambe le domande ovvero disporne la separazione ai sensi dell’art. 279 c.p.c., mentre il giudice istruttore è privo di potestas iudicandi per dare un provvedimento decisorio in materia di competenza, il provvedimento con il quale il giudice istruttore, rilevata la infondatezza della eccezione di continenza, rinvii la causa in prosieguo, ai sensi dell’art. 184 c.p.c., è privo del carattere di decisorietà, trattandosi di provvedimento ordinatorio, ancorché suscettibile di essere modificato dal collegio, e nei suoi confronti non è quindi esperibile il regolamento di competenza. Cass. 22 febbraio 2005, n. 3585.

 

 

  1. Dichiarazione di incompetenza sulla domanda principale e rigetto della riconvenzionale.

L’art. 36 c.p.c. consente lo svolgimento del processo simultaneo sulla domanda principale e sulla domanda riconvenzionale avanti al giudice adito con la prima, ma ove il giudice adito con la domanda principale dichiari la propria incompetenza per territorio sulla domanda principale, e comunque si pronunci sulla riconvenzionale rigettandola, così, di fatto, separando le cause, al giudice d’appello investito del gravame sulla sola decisione attinente la riconvenzionale è preclusa ogni determinazione, anche di carattere processuale, sulla prima, della quale non è investito, spettandogli pronunciarsi sull’appello concernente la decisione in ordine alla riconvenzionale. Cass. 8 giugno 2007, n. 13512; conforme Cass. 25 marzo 1999, n. 2827; Cass. 27 marzo 1992, n. 3797.

 

 

  1. Opposizione allo stato passivo.

In tema di opposizione allo stato passivo, il termine di trenta giorni dalla notifica della sentenza di secondo grado per la proposizione del ricorso per cassazione, prescritto dall’art. 99 della legge fall. (nel testo applicabile “ratione temporis”) è applicabile non solo in ordine alle disposizioni della sentenza che attengano specificamente all’ammissione del credito insinuato o della garanzia fatta valere in relazione al credito stesso, ma anche in relazione alle domande riconvenzionali ed a quelle altre domande volte a far valere situazioni strettamente inerenti al giudizio di opposizione allo stato passivo. Cass. 5 maggio 2010, n. 10905; conforme Cass. 22 maggio 2007, n. 11850; Cass., Sez. Un., 12 novembre 2004, n. 21499; Cass., Sez. Un., 10 dicembre 2004, n. 23077; Cass. 7 febbraio 2006, n. 2602; Cass. 5 marzo 2001, n. 3159.

 

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo, la competenza ha carattere funzionale e inderogabile, stante l'assimilabilità del giudizio di opposizione a quello di impugnazione, per cui rimane insensibile alle situazioni di connessione delineate dagli artt. 31, 32, 34, 35 e 36 c.p.c. e dall'art. 40 in relazione alle cause in cui è compente il giudice di pace: pertanto, qualora dinanzi a quest'ultimo, in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo relativo a spese condominiali l'opponente deduca di avere impugnato con separato giudizio promosso dinanzi al tribunale la delibera condominiale di approvazione e ripartizione degli oneri condominiali, il giudice di pace deve trattare e decidere la causa di opposizione a decreto ingiuntivo: e da ciò consegue che anche se al giudice di pace vengono proposte contestualmente una opposizione a decreto ingiuntivo ed una questione pregiudiziale che supera la sua competenza per valore, chiedendosene la decisione con efficacia di giudicato, è corretta la decisione del giudice di pace che rimette al giudice dotato di competenza per valore più elevata solo la parte della controversia relativa alla decisione sulla questione pregiudiziale.Tribunale Bari sez. III  04 ottobre 2012



 
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