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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 360-bis cod. proc. civile: Inammissibilità del ricorso

Il ricorso è inammissibile (1):

1) quando il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa (2);

2) quando è manifestamente infondata la censura relativa alla violazione dei principi regolatori del giusto processo (3).


Commento

Ricorso per cassazione: [v. 360]; Inammissibilità: [v. 365].

 

(1) La nuova norma, al fine di salvaguardare la funzione nomofilattica della Suprema Corte, introduce un filtro ai ricorsi in Cassazione, prevedendo che l’ammissibilità degli stessi sia sottoposta ad un preventivo vaglio da parte di un’apposita sezione, composta da magistrati appartenenti, di regola, a tutte le sezioni.

 

(2) Il ricorso per Cassazione va dichiarato inammissibile (oltre che nelle ipotesi già codificate di mancanza dei motivi di cui all’art. 360 e di difetto dei requisiti di contenuto-forma di cui all’art. 366) allorché il provvedimento impugnato abbia deciso questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza di legittimità, salvo che la Corte ritenga di doversi pronunciare per confermare o mutare il proprio orientamento (ad esempio, per scongiurare incertezze interpretative ed eventuali disparità di trattamento e, al contempo, per porre fine a interpretazioni giurisprudenziali prive di adeguata e valida motivazione secondo il sistema del cd. precedente «persuasivo»).

 

(3) La violazione dei principi regolatori del «giusto processo» non coincide con alcuno deimotivi contemplati dall’art. 360, anche se è diventata nella prassi una doglianza formulata in un gran numero di ricorsi che la catalogano generalmente tra i nn. 3, 4 e 5. Il concetto di «giusto processo», in effetti, risulta privo di riscontri normativi anche al di fuori del codice di rito, sia nell’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, sia nell’art. 111, c. 1, Cost., che rinvia, a sua volta, alla legge che disciplina il «giusto processo».


Giurisprudenza annotata

Non conformità alla giurisprudenza della Corte

La condizione di ammissibilità del ricorso, indicata nell’art. 360 bis, n. 1, c.p.c., introdotta dall’art. 47 della legge n. 69 del 2009, non è integrata dalla mera dichiarazione, espressa nel motivo, di porsi in contrasto con la giurisprudenza di legittimità, laddove non vengano individuate le decisioni e gli argomenti sui quali l’orientamento contestato si fonda.

Cass., Sez. Un., 16 aprile 2012, n. 5941; conforme Cass. 8 febbraio 2011, n. 3142.

 

Al fine di richiedere alla Corte di cassazione di rivedere la propria giurisprudenza è necessario offrire argomenti che siano univocamente rivolti a provocare un superamento dell’orientamento contestato attraverso valutazioni critiche dell’indirizzo predetto, non essendo sufficiente il riferimento ad altri non uniformi orientamenti della Corte stessa.

Cass. 16 giugno 2011, n. 13202.

È onere del ricorrente, ai sensi dell’art. 360 bis, primo comma, n. 1, c.p.c., offrire elementi per mutare l’orientamento della stessa, dovendosi, in mancanza, rigettare il motivo per manifesta infondatezza.

Cass., Sez. Un., 19 aprile 2011, n. 8923.

 

Anche in mancanza, nel ricorso, di argomenti idonei a superare la ragione di diritto cui si è attenuto il giudice del merito, il ricorso potrebbe trovare accoglimento ove, al momento della decisione della Corte, con riguardo alla quale deve essere verificata la corrispondenza tra la decisione impugnata e la giurisprudenza di legittimità, la prima risultasse non più conforme alla seconda nel frattempo mutata.

Cass., Sez. Un., 6 settembre 2010, n. 19051.

 

Regolamento di competenza

La condizione di ammissibilità del ricorso indicata dell’art. 360 bis n. 1 c.p.c. si applica anche al regolamento di competenza, dal momento che tale impugnazione mutua la sua disciplina da quella del ricorso per cassazione ordinario.

Cass. 16 giugno 2011, n. 13202; conforme Cass. 8 febbraio 2011, n. 3142.

 

Overrulling

Affinché un orientamento del giudice della nomofilachia non sia retroattivo come, invece, dovrebbe essere in forza della natura formalmente dichiarativa degli enunciati giurisprudenziali, ovvero affinché si possa parlare di “prospective overruling”, devono ricorrere cumulativamente i seguenti presupposti: che si verta in materia di mutamento della giurisprudenza su di una regola del processo; che tale mutamento sia stato imprevedibile in ragione del carattere lungamente consolidato nel tempo del pregresso indirizzo, tale, cioè, da indurre la parte a un ragionevole affidamento su di esso; che il suddetto “overruling” comporti un effetto preclusivo del diritto di azione o di difesa della parte.

Cass. lav., 27 dicembre 2011, n. 28967.

 

Il mutamento della propria precedente interpretazione della norma processuale da parte del giudice della nomofilachia, il quale porti a ritenere esistente, in danno di una parte del giudizio, una decadenza od una preclusione prima escluse, opera come interpretazione correttiva che si salda alla relativa disposizione di legge processuale “ora per allora”, nel senso di rendere irrituale l’atto compiuto o il comportamento tenuto dalla parte in base all’orientamento precedente. Infatti, il precetto fondamentale della soggezione del giudice soltanto alla legge (art. 101 Cost.) impedisce di attribuire all’interpretazione della giurisprudenza il valore di fonte del diritto, sicché essa, nella sua dimensione dichiarativa, non può rappresentare la “lex temporis acti”, ossia il parametro normativo immanente per la verifica di validità dell’atto compiuto in correlazione temporale con l’affermarsi dell’esegesi del giudice. Tuttavia, ove l’”overruling” si connoti del carattere dell’imprevedibilità (per aver agito in modo inopinato e repentino sul consolidato orientamento pregresso), si giustifica una scissione tra il fatto (e cioè il comportamento della parte risultante “ex post” non conforme alla corretta regola del processo) e l’effetto, di preclusione o decadenza, che ne dovrebbe derivare, con la conseguenza che - in considerazione del bilanciamento dei valori in gioco, tra i quali assume preminenza quello del giusto processo (art. 111 Cost.), volto a tutelare l’effettività dei mezzi di azione e difesa anche attraverso la celebrazione di un giudizio che tenda, essenzialmente, alla decisione di merito - deve escludersi l’operatività della preclusione o della decadenza derivante dall’”overruling” nei confronti della parte che abbia confidato incolpevolmente (e cioè non oltre il momento di oggettiva conoscibilità dell’arresto nomofilattico correttivo, da verificarsi in concreto) nella consolidata precedente interpretazione della regola stessa, la quale, sebbene soltanto sul piano fattuale, aveva comunque creato l’apparenza di una regola conforme alla legge del tempo. Ne consegue ulteriormente che, in siffatta evenienza, lo strumento processuale tramite il quale realizzare la tutela della parte va modulato in correlazione alla peculiarità delle situazioni processuali interessate dall’”overruling”.

Cass., Sez. Un., 11 luglio 2011, n. 15144.

 

Violazione dei principi regolatori del giusto processo

Ove il giudice di appello abbia deciso la causa senza assegnare alle parti i termini per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica, ciò si traduce in nullità della sentenza; tale nullità - comportando il mancato esercizio del diritto di difesa e la violazione del contraddittorio, principio cardine del giusto processo - è deducibile nel giudizio di cassazione ai sensi dell’art. 360-bis, n. 2), c.p.c., per le cause alle quali è applicabile, “ratione temporis”, la novella legislativa di cui alla legge 18 giugno 2009, n. 69; né è necessario, al riguardo, che la parte indichi se e quali argomenti avrebbe potuto svolgere ove le fosse stato concesso il termine per il deposito della comparsa conclusionale.

Cass. 5 aprile 2011, n. 7760; conforme Cass. 24 marzo 2010, n. 7072.

 

Qualora la corte d’appello abbia applicato l’art. 281-sexies c.p.c., seguendo la relativa disciplina, la nullità del procedimento è sanata, ai sensi dell’art. 157, secondo comma, c.p.c., ove, a fronte dell’invito rivolto alle parti di discutere oralmente la causa nella stessa udienza, quest’ultime non si oppongano, né richiedano il termine per il deposito della comparsa conclusionale e della memoria di replica, in tal modo omettendo di tenere il comportamento processuale necessario per indurre il Collegio a procedere nelle forme ordinarie, restando altresì esclusa la violazione dei principi regolatori del giusto processo, ex art. 360-bis, primo comma, n. 2, c.p.c., là dove le stesse parti abbiano avuto la possibilità di svolgere appieno le proprie difese.

Cass. 13 aprile 2012, n. 5891; Cass. 13 ottobre 2011, n. 21216.

 

Analogamente, l’esistenza di un giudicato, anche esterno, non costituisce oggetto di eccezione in senso tecnico, ma è rilevabile in ogni stato e grado anche d’ufficio, senza che in ciò sia riscontrabile alcuna violazione dei principi del giusto processo.

Cass. 6 giugno 2011, n. 12159; conforme Cass., Sez. Un., 28 novembre 2007, n. 24664; Cass. 27 gennaio 2003, n. 1153.

 

Il ricorso per cassazione può essere dichiarato inammissibile, ai sensi dell’art. 360 bis, n. 2, c.p.c., se è manifestamente infondata la censura concernente la violazione dei “principi regolatori del giusto processo” e cioè delle regole processuali, ma non già quando sia manifestamente infondata la censura concernente il vizio di motivazione della sentenza impugnata, proposta ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c.

Cass. 15 maggio 2012, n. 7558.



 
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