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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 366 cod. proc. civile: Contenuto del ricorso

Il ricorso deve contenere, a pena di inammissibilità:

1) l’indicazione delle parti (1);

2) l’indicazione della sentenza o decisione impugnata (2);

3) l’esposizione sommaria dei fatti della causa (3);

4) i motivi per i quali si chiede la cassazione, con l’indicazione delle norme di diritto su cui si fondano (4), secondo quanto previsto dall’articolo 366-bis;

5) l’indicazione della procura, se conferita con atto separato e, nel caso di ammissione al gratuito patrocinio, del relativo decreto.

6) la specifica indicazione degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda.

Se il ricorrente non ha eletto domicilio in Roma ((ovvero non ha indicato l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine)), le notificazioni gli sono fatte presso la cancelleria della Corte di cassazione.

Nel caso previsto nell’articolo 360, secondo comma, l’accordo delle parti deve risultare mediante visto apposto sul ricorso dalle altre parti o dai loro difensori muniti di procura speciale, oppure mediante atto separato, anche anteriore alla sentenza impugnata, da unirsi al ricorso stesso.Le comunicazioni della cancelleria e le notificazioni tra i difensori di cui agli articoli 372 e 390 sono effettuate ai sensi dell’articolo 136, secondo e terzo comma.


Commento

Inammissibilità: [v. 365]; Elezione di domicilio: [v. 170]; Notificazione: [v. 137]; Difensore: [v. Libro I, Titolo III]; Posta elettronica certificata: [v. 149bis].

 

(1) Il ricorso deve essere proposto, a pena di inammissibilità, con un unico atto avente i requisiti indicati dall’articolo in esame, con la conseguenza che è inammissibile un nuovo atto successivamente notificato a modifica o ad integrazione del primo. È possibile solo la proposizione di un nuovo ricorso (se non sono scaduti i termini dell’impugnazione) in sostituzione di un ricorso viziato, ma non ancora dichiarato inammissibile. È inammissibile il ricorso proposto con un unico atto contro più sentenze in procedimenti formalmente e sostanzialmente distinti. È ammissibile, invece, il ricorso proposto con un unico atto contro sentenze diverse pronunciate tra le stesse parti ed aventi ad oggetto identiche questioni di diritto. Il ricorso, inoltre, è inammissibile solo quando vi sia incertezza assoluta sull’ identità delle parti e non anche nell’ ipotesi di erronea indicazione delle stesse. In particolare il requisito dell’indicazione delle parti deve intendersi nel senso dell’art. 163 n. 2, per cui l’errore inficiante l’indicazione della parte, non incide sulla validità del ricorso quando dal contesto di questo e dal riferimento agli atti dei precedenti giudizi sia possibile identificare con certezza la parte. L’omissione nel ricorso del nome della persona che rappresenta la società proponente non è causa di inammisibilità dell’atto quando è esatta l’indicazione della persona giuridica ricorrente.

 

(2) La mancanza o inesistenza dell’indicazione della sentenza non determina inammissibilità del ricorso se da altri elementi contenuti in esso, quali l’autorità giudiziaria che l’ha emanata, le parti o i procuratori sia comunque possibile identificarla.

 

(3) È questo il fulcro del ricorso (cd. editio actionis), atto che è rivolto direttamente all’ autorità giudiziaria, manchevole, pertanto, a differenza della citazione, di una vocatio in ius: l’esposizione sommaria, che si ritiene assolta con la trascrizione della parte espositiva della sentenza impugnata, consente al giudice di legittimità di avere una precisa visione dell’oggetto dell’impugnazione, senza ricorrere ad altre fonti o atti del processo. Ad esempio, la Corte ha ritenuto inammissibile il ricorso nel quale il ricorrente si era limitato, per enunciare i fatti di causa, a rinviare alla narrativa della sentenza impugnata, senza trascriverla.

 

(4) Si deve trattare di motivi inerenti a questioni già discusse, non potendosi il controllodi legittimità estendere a nuove questioni di diritto o argomenti diversi da quelli proposti nel giudizio di merito, salvo che si tratti di questioni rilevabili d’ufficio o, nell’ ambito dei temi già trattati, di profili nuovi di diritto da considerarsi inerenti al tema, in quanto fondati sugli stessi elementi di fatto già dedotti. La mancanza dei motivi va ritrovata non nell’ omessa indicazione dei motivi o nella loro manifesta infondatezza, ma quando il raffronto tra il contenuto sostanziale del ricorso e quello della sentenza impugnata evidenzia che le censure sono estranee alla tipologia legale prevista dall’ art. 360 ed, in particolare, quando si tende ad ottenere dalla Corte un riesame del merito della controversia.


Giurisprudenza annotata

Indicazione delle parti

La previsione della sanzione della inammissibilità per la mancanza nel contenuto del ricorso per cassazione del requisito dell’indicazione delle parti di cui all’art. 366 n. 1 c.p.c., impone che il suo rispetto debba necessariamente emergere dal ricorso, impedendo, proprio per l’espresso riferimento del legislatore alla categoria della inammissibilità e non a quella della nullità, per un verso che possa desumersi aliunde, cioè da atti diversi dal ricorso (come la sentenza impugnata ovvero la relazione di notificazione del ricorso ovvero atti del processo di merito) e, per altro verso (se del caso in analogia con quanto ipotizzato dall’art. 164 c.p.c.), dall’atteggiamento della parte intimata, che identifichi essa le parti.

Cass. 3 settembre 2007, n. 18512.

 

Ai fini della sussistenza del requisito della indicazione delle parti, prescritto, a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione, dall’art. 366, primo comma, n. 1, c.p.c., non è richiesta alcuna forma speciale, essendo sufficiente che le parti medesime, pur non indicate, o erroneamente indicate, nell’epigrafe del ricorso, siano con certezza identificabili dal contesto del ricorso stesso, dalla sentenza impugnata, ovvero da atti delle pregresse fasi del giudizio, sicché l’inammissibilità del ricorso è determinata soltanto dall’incertezza assoluta che residui in esito all’esame di tali atti.

Cass. 11 gennaio 2006, n. 254; conforme Cass. 12 aprile 2005, n. 7551; Cass. 3 gennaio 2005, n. 57; Cass. 21 luglio 2004, n. 13580; Cass. 27 giugno 2003, n. 10226; Cass. 11 novembre 2002, n. 15793; Cass. 11 febbraio 1994, n. 1389.

 

La sanzione dell’inammissibilità opera anche quando nel ricorso sia indicato il nome del rappresentante processuale volontario ma non del rappresentato.

Cass. 2 agosto 2001, n. 10590.

 

Indicazione della sentenza o decisione impugnata

L’inammissibilità del ricorso per cassazione che non contenga l’indicazione della sentenza o della decisione impugnata (art. 366, n. 2 c.p.c.), è configurabile soltanto se la parte cui il ricorso è diretto non abbia elementi sufficienti per individuare inequivocabilmente la sentenza o la decisione impugnata.

Cass. 2 dicembre 2004, n. 22661; conforme Cass. lav., 2 aprile 2002, n. 4661; Cass. 6 giugno 1994, n. 5472.

 

La mancata indicazione nel ricorso per cassazione di ogni elemento identificativo della sentenza impugnata comporta l’inammissibilità dell’impugnazione ai sensi dell’art. 366, primo comma, n. 2, c.p.c. C

ass. 28 ottobre 2003, n. 16165.

 

Esposizione dei fatti

In tema di ricorso per cassazione, ai fini del requisito di cui all’art. 366, n. 3, c.p.c., la pedissequa riproduzione dell’intero, letterale contenuto degli atti processuali è, per un verso, del tutto superflua, non essendo affatto richiesto che si dia meticoloso conto di tutti i momenti nei quali la vicenda processuale si è articolata; per altro verso, è inidonea a soddisfare la necessità della sintetica esposizione dei fatti, in quanto equivale ad affidare alla Corte, dopo averla costretta a leggere tutto (anche quello di cui non occorre sia informata), la scelta di quanto effettivamente rileva in ordine ai motivi di ricorso.

Cass., Sez. Un., 11 aprile 2012, n. 5698.

 

Per soddisfare il requisito dell’esposizione sommaria dei fatti di causa, prescritto, a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione, dal n. 3 dell’art. 366 c.p.c., non è necessario che l’esposizione dei fatti costituisca una premessa autonoma e distinta rispetto ai motivi di ricorso, né occorre una narrativa analitica o particolareggiata, ma è sufficiente ed, insieme, indispensabile che dal contesto del ricorso (ossia, solo dalla lettura di tale atto ed escluso l’esame di ogni altro documento, compresa la stessa sentenza impugnata) sia possibile desumere una conoscenza del «fatto», sostanziale e processuale, sufficiente per bene intendere il significato e la portata delle critiche rivolte alla pronuncia del giudice a quo, non potendosi distinguere, ai fini della detta sanzione di inammissibilità, fra esposizione del tutto omessa ed esposizione insufficiente.

Cass., Sez. Un., 18 maggio 2006, n. 11653.

 

Motivi dell’impugnazione: riferibilità del ricorso alla decisione impugnata

L’onere della indicazione specifica dei motivi di impugnazione, imposto a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione dall’art. 366, primo comma, n. 4 c.p.c.), qualunque sia il tipo di errore (“in procedendo” o “in iudicando”) per cui è proposto, non può essere assolto “per relationem” con il generico rinvio ad atti del giudizio di appello, senza la esplicazione del loro contenuto, essendovi il preciso onere di indicare, in modo puntuale, gli atti processuali ed i documenti sui quali il ricorso si fonda, nonché le circostanze di fatto che potevano condurre, se adeguatamente considerate, ad una diversa decisione e dovendo il ricorso medesimo contenere, in sé, tutti gli elementi che diano al giudice di legittimità la possibilità di provvedere al diretto controllo della decisività dei punti controversi e della correttezza e sufficienza della motivazione della decisione impugnata. C

ass. 31 maggio 2011, n. 11984.

 

Il ricorso per cassazione che, senza riportare nell’esposizione in fatto il contenuto decisorio della sentenza impugnata, contenga, nell’esposizione dei motivi, mere enunciazioni di violazioni di legge e di vizi di motivazione, non idonee a consentire, nemmeno attraverso una lettura globale dell’atto, l’individuazione del collegamento di tali enunciazioni con la sentenza impugnata e le argomentazioni che la sostengono, né, quindi, a far emergere le ragioni per le quali se ne chieda l’annullamento, non soddisfa i requisiti di contenuto fissati dall’art. 366 c.p.c. e va pertanto dichiarato inammissibile, dovendosi escludere che il contenuto di tale ricorso possa essere integrato dall’esame di altri documenti (compresa la sentenza impugnata), ancorché in esso richiamati.

Cass. 26 marzo 2003, n. 4494; Cass. 30 maggio 2000, n. 7131.

 

Indicazione della procura

In base al disposto dell’art. 366, primo comma, n. 5, c.p.c., deve ritenersi inammissibile il ricorso per cassazione che rechi un’indicazione generica della procura speciale rilasciata sulla copia notificata della sentenza impugnata, non essendo possibile alla controparte, in tal caso, verificare che la procura sia stata rilasciata anteriormente (o contemporaneamente) alla notificazione del ricorso per cassazione, come richiesto dall’art. 365 c.p.c.

Cass. 14 dicembre 2011, n. 26835.

In base al disposto dell’art. 366, primo comma, n. 5, c.p.c., deve ritenersi inammissibile il ricorso per cassazione, che rechi un’indicazione generica della procura speciale rilasciata sulla copia notificata della sentenza impugnata, non essendo possibile alla controparte, in tal caso, di verificare che la procura sia stata rilasciata anteriormente (o contemporaneamente) alla notificazione del ricorso per cassazione, come richiesto dall’art. 365 c.p.c.

Cass. lav., 8 agosto 2000, n. 10446.

 

Indicazione degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi

In tema di ricorso per cassazione, l’art. 366, primo comma, n. 6, c.p.c., novellato dal D.Lgs. n. 40 del 2006, oltre a richiedere l’ indicazione degli atti, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi posti a fondamento del ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale il documento risulti prodotto; tale prescrizione va correlata all’ulteriore requisito di procedibilità di cui all’art. 369, secondo comma, n. 4 c.p.c., per cui deve ritenersi, in particolare, soddisfatta: a) qualora il documento sia stato prodotto nelle fasi di merito dallo stesso ricorrente e si trovi nel fascicolo di esse, mediante la produzione del fascicolo, purché nel ricorso si specifichi che il fascicolo è stato prodotto e la sede in cui il documento è rinvenibile; b) qualora il documento sia stato prodotto, nelle fasi di merito, dalla controparte, mediante l’indicazione che il documento è prodotto nel fascicolo del giudizio di merito di controparte, pur se cautelativamente si rivela opportuna la produzione del documento, ai sensi dell’art. 369, comma 2, n. 4, c.p.c., per il caso in cui la controparte non si costituisca in sede di legittimità o si costituisca senza produrre il fascicolo o lo produca senza documento; c) qualora si tratti di documento non prodotto nelle fasi di merito, relativo alla nullità della sentenza od all’ammissibilità del ricorso (art. 372 c.p.c.) oppure di documento attinente alla fondatezza del ricorso e formato dopo la fase di merito e comunque dopo l’esaurimento della possibilità di produrlo, mediante la produzione del documento, previa individuazione e indicazione della produzione stessa nell’ambito del ricorso.

Cass., Sez. Un., 25 marzo 2010, n. 7161.

 

In tema di ricorso per cassazione, il requisito di cui all’art. 366, primo comma, n. 6, c.p.c., postula che nel ricorso sia individuato il documento e specificato in quale sede processuale risulti prodotto, fermo restando che tale obbligo non può che riferirsi agli atti ed ai documenti il cui esame sia necessario per la decisione della causa, con la conseguenza che, qualora l’esame del ricorso si risolva nell’ambito di uno solo dei tanti motivi dedotti, a tale unico motivo ed al suo contenuto deve farsi riferimento nel valutare l’osservanza della norma. C

ass., Sez. Un., 13 novembre 2009, n. 24178.

 

In tema di ricorso per cassazione, a seguito della riforma ad opera del D.Lgs. n. 40 del 2006, il novellato art. 366 c.p.c. richiede la «specifica» indicazione degli atti e documenti posti a fondamento del ricorso, al fine di realizzare l’assoluta precisa delimitazione del thema decidendum, attraverso la preclusione per il giudice di legittimità di esorbitare dall’ambito dei quesiti che gli vengono sottoposti e di porre a fondamento della sua decisione risultanze diverse da quelle emergenti dagli atti e dai documenti specificamente indicati dal ricorrente. Né può ritenersi sufficiente la generica indicazione degli atti e documenti posti a fondamento del ricorso nella narrativa che precede la formulazione dei motivi.

Cass., Sez. Un., 31 ottobre 2007, n. 23019.

 

Il ricorrente per cassazione, il quale intenda dolersi dell’omessa od erronea valutazione di un documento da parte del giudice di merito, ha il duplice onere - imposto dall’art. 366, comma primo, n. 6, c.p.c. - di produrlo agli atti e di indicarne il contenuto. Il primo onere va adempiuto indicando esattamente nel ricorso in quale fase processuale ed in quale fascicolo di parte si trovi il documento in questione; il secondo deve essere adempiuto trascrivendo o riassumendo nel ricorso il contenuto del documento. La violazione anche di uno soltanto di tali oneri rende il ricorso inammissibile.

Cass. 4 settembre 2008, n. 22303.

 

Elezione di domicilio

L’art. 82 del R.D. 22 gennaio 1934, n. 37 - secondo cui gli avvocati, i quali esercitano il proprio ufficio in un giudizio che si svolge fuori della circoscrizione del tribunale al quale sono assegnati, devono, all’atto della costituzione nel giudizio stesso, eleggere domicilio nel luogo dove ha sede l’autorità giudiziaria presso la quale il giudizio è in corso, intendendosi, in caso di mancato adempimento di detto onere, lo stesso eletto presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria adita - trova applicazione in ogni caso di esercizio dell’attività forense fuori del circondario di assegnazione dell’avvocato, come derivante dall’iscrizione al relativo ordine professionale, e, quindi, anche nel caso in cui il giudizio sia in corso innanzi alla corte d’appello e l’avvocato risulti essere iscritto all’ordine di un tribunale diverso da quello nella cui circoscrizione ricade la sede della corte d’appello, ancorché appartenente allo stesso distretto di quest’ultima. Tuttavia, a partire dalla data di entrata in vigore delle modifiche degli artt. 125 e 366 c.p.c., apportate dall’art. 25 della legge 12 novembre 2011, n. 183, esigenze di coerenza sistematica e d’interpretazione costituzionalmente orientata inducono a ritenere che, nel mutato contesto normativo, la domiciliazione “ex lege” presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria, innanzi alla quale è in corso il giudizio, ai sensi dell’art. 82 del R.D. n. 37 del 1934, consegue soltanto ove il difensore, non adempiendo all’obbligo prescritto dall’art. 125 c.p.c. per gli atti di parte e dall’art. 366 c.p.c. specificamente per il giudizio di cassazione, non abbia indicato l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine.

Cass., Sez. Un., 20 giugno 2012, n. 10143.

 

Comunicazioni via fax

L’art. 366, ultimo comma, c.p.c. - che consente l’uso del fax e della posta elettronica quali idonei strumenti di comunicazione - è limitata alle sole “comunicazioni” ai difensori e alle “notificazioni tra avvocati” non si applica all’avviso di udienza di cassazione al difensore del ricorrente che non abbia eletto domicilio in Roma, il quale è destinatario della notificazione (e non di comunicazione) da parte della cancelleria, effettuata mediante deposito dell’avviso della cancelleria della Corte di cassazione, senza che assuma rilievo la circostanza che il difensore abbia dichiarato di avvalersi degli strumenti di cui all’art. 366, ultimo comma, c.p.c.

Cass. 15 maggio 2012, n. 7625.

 



 
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