codice-proc-civile
Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 372 cod. proc. civile: Produzione di altri documenti

Non è ammesso il deposito di atti e documenti non prodotti nei precedenti gradi del processo, tranne di quelli che riguardano la nullità della sentenza impugnata (1) e l’ammissibilità del ricorso e del controricorso.

Il deposito dei documenti relativi all’ammissibilità può avvenire indipendentemente da quello del ricorso e del controricorso, ma deve essere notificato, mediante elenco, alle altre parti (2).


Commento

Nullità: [v. 156]; Sentenza: [v. 132]; Ricorso: [v. 360]; Controricorso: [v. 370].

 

(1) La deroga relativa alla nullità della sentenza viene intesa in termini diversi; secondo un primo orientamento essa attiene esclusivamente ai documenti che evidenziano vizi propri della sentenza; secondo un diverso orientamento, invece, la deroga riguarda anche i documenti da cui risultino vizi derivati, ossia relativi ad atti del procedimento che si ripercuotono sulla sentenza. Il procedimento è dominato dall’impulso d’ufficio, nel senso che, dopo il deposito del ricorso e del controricorso, nessun ulteriore onere è posto a carico delle parti, che possono solo depositare nuovi documenti concernenti la nul-lità della sentenza impugnata (sia per la mancanza di requisiti formali, sia per vizi del procedimento che si ripercuotono sulla sentenza, deducibili per la prima volta in sede di legittimità) e l’ammissibilità del ricorso e del controricorso (anche ai fini della legittimazione processuale: si pensi al documento attestante l’avvenuta trasformazione, successivamente al giudizio di appello, di società di persone in società di capitali) e, in nessun caso il merito della controversia.

 

(2) Il deposito dei documenti può avvenire anche dopo il deposito del ricorso e fino alla relazione della causa in udienza. L’avvenuto deposito deve essere notificato alle altre parti per garantire il rispetto del contraddittorio. La preclusione della produzione documentale deve essere rilevata d’ufficio.


Giurisprudenza annotata

Produzione di atti e documenti

Il divieto di cui all’art. 372 c.p.c. di produrre nuovi documenti nel giudizio di cassazione - fatta eccezione per quelli che riguardano la nullità della sentenza impugnata e l’ammissibilità del ricorso e del controricorso - non riguarda gli atti e i documenti già facenti parte del fascicolo d’ufficio o di parte di un precedente grado del processo. Consegue che se una parte deposita in cassazione copia di un atto o documento, assumendo che ha fatto parte del fascicolo d’ufficio o del fascicolo di parte, la produzione non può essere considerata senz’altro inammissibile, ma va invece presa in esame, restando impregiudicata la questione della corrispondenza della copia all’originale e dell’effettiva appartenenza ad uno dei predetti fascicoli.

Cass. 23 novembre 2000, n. 15148; conforme Cass. 15 marzo 2006, n. 5682.

 

In tema di contenzioso tributario, sebbene l’inammissibilità del ricorso introduttivo sia rilevabile di ufficio in ogni stato e grado del giudizio, tuttavia la relativa eccezione non può essere sollevata per la prima volta innanzi al giudice di legittimità, allorché il suo esame implichi un accertamento in fatto, rimesso al giudice di merito.

Cass. 31 marzo 2011, n. 7410.

 

La prova mediante documenti delle condizioni dell’azione, nonostante queste, in caso di controversia sulle relative circostanze, siano verificabili fino al momento della decisione, da non limitarsi restrittivamente a quella di primo grado, è soggetta alle regole preclusive proprie di ciascun grado di giudizio; di conseguenza, essendo inammissibile, ex art. 372 c.p.c., nella sede di legittimità, qualsiasi attività istruttoria, sia pure documentale, sono irricevibili i documenti volti a provare la condizione dell’azione esercitata.

Cass. 1 marzo 2010, n. 4863.

 

Nullità della sentenza

Le ipotesi di nullità della sentenza che consentono, ex art. 372 c.p.c., la produzione di nuovi documenti in sede di giudizio di legittimità, sono limitate a quelle derivanti da vizi propri dell’atto per mancanza dei suoi requisiti essenziali di sostanza e di forma, e non si estendono, pertanto, a quelle originate, in via riflessa o mediata, da vizi del procedimento, quantunque idonei, in astratto, a spiegare effetti invalidanti sulla sentenza. C

ass. 26 ottobre 2006, n. 23026; conforme Cass. 4 novembre 2004, n. 21140; contra Cass. lav., 24 maggio 2004, n. 9942.

 

Ancor meno si estendono a quelle derivanti (come nella specie) dall’error in iudicando che sarebbe stato commesso, nel provvedimento impugnato, nell’apprezzamento della legittimazione o dell’interesse della parte a proporre il giudizio di merito.

Cass. 22 dicembre 2004, n. 23783.

 

La disposizione dell’art. 372 c.p.c., che consente la produzione, nel giudizio di legittimità, dei documenti relativi alla nullità della sentenza impugnata, si applica anche alla nullità derivante dalla inesistenza o nullità della notifica dell’atto di citazione introduttivo del giudizio di primo grado quando, trattandosi di sentenza impugnabile solo con il ricorso per cassazione, la produzione dei documenti costituisce il solo mezzo per dimostrare, con il vizio del procedimento, la nullità della sentenza, atteso che il divieto di produzione di nuovi documenti nel giudizio di legittimità si tradurrebbe, altrimenti, in una ingiustificata limitazione del diritto di difesa della parte, garantito dall’art. 24 della Costituzione. Pur se conseguentemente ammissibile, la produzione della documentazione anagrafica - non costituendo il certificato anagrafico prova idonea del diverso luogo di residenza del destinatario della notifica rispetto al luogo ove la notifica è stata effettuata - è peraltro inidonea a dimostrare ex se la nullità della notificazione dell’atto di citazione.

Cass. 31 maggio 2006, n. 13011; conforme Cass. lav., 11 febbraio 2009, n. 3373.

 

Il vizio processuale derivante dall’omessa citazione di alcuni litisconsorti necessari può essere dedotto per la prima volta anche in sede di legittimità, alla duplice condizione che gli elementi che rivelano la necessità del contraddittorio emergano, con ogni evidenza, dagli atti già ritualmente acquisiti nel giudizio di merito (senza la necessità di svolgimento di ulteriori attività istruttorie) e che sulla questione non si sia formato il giudicato; ciò in quanto le ipotesi di nullità della sentenza che consentono, ai sensi dell’art. 372 c.p.c., di acquisire mezzi di prova precostituiti in sede di legittimità sono limitate a quelle derivanti da vizi propri dell’atto per mancanza dei suoi requisiti essenziali di sostanza e di forma, con esclusione delle nullità originate da vizi del processo.

Cass. 28 febbraio 2012, n. 3024; conforme Cass. 3 novembre 2008, n. 26388.

 

La morte dell’unico difensore della parte costituita, che intervenga nel corso del giudizio di secondo grado tra l’udienza di precisazione delle conclusioni e l’udienza collegiale, determina automaticamente l’interruzione del processo, anche se il giudice e le altre parti non ne abbiano avuto conoscenza, e preclude ogni ulteriore attività processuale, con la conseguente nullità degli atti successivi e della sentenza di appello eventualmente pronunciata; l’irrituale prosecuzione del processo, nonostante il verificarsi dell’evento interruttivo, può essere dedotta e provata in sede di legittimità, ai sensi dell’art. 372 c.p.c., mediante la produzione dei documenti all’uopo necessari, ma solo dalla parte colpita dal predetto evento, a tutela della quale sono poste le norme che disciplinano l’interruzione, non potendo quest’ultima essere rilevata d’ufficio dal giudice, né eccepita dalla controparte come motivo di nullità della sentenza.

Cass. 11 dicembre 2006, n. 26319; sulla seconda parte, vedi anche: Cass. 14 dicembre 2010, n. 25234.

 

Deve considerarsi inammissibile l’eccezione, sollevata per la prima volta in sede di legittimità, di nullità della procura rilasciata in fase monitoria comportante, ad avviso della parte, la nullità di tutti gli atti successivi ivi compresa la sentenza impugnata, posto che il suo esame implica accertamenti di fatto e valutazioni da eseguire in fase di merito.

Cass. 20 novembre 2002, n. 16331; conforme Cass. lav., 8 maggio 2006, n. 10437.

 

Ammissibilità del ricorso

L’art. 372 c.p.c. consente che il deposito di documenti che riguardano l’ammissibilità del ricorso per cassazione o del controricorso avvenga anche oltre il termine previsto dall’art. 369 dello stesso codice, ma richiede che del deposito eseguito la parte dia comunicazione all’altra notificandogli un elenco. Pertanto, poiché la notificazione costituisce uno specifico procedimento volto a realizzare la conoscenza legale del fatto che ne costituisce l’oggetto, ove essa sia stata omessa la documentazione prodotta non può essere presa in considerazione, segnatamente quando la parte (come nella specie) non sia intervenuta all’udienza di discussione di cui all’art. 375 c.p.c.

Cass. 10 luglio 2003, n. 10904.

 

È ammissibile la produzione all’udienza di discussione della documentazione comprovante l’avvenuta notifica della sentenza di secondo grado, e quindi la decorrenza del termine breve per l’impugnazione, qualora tale produzione sia avvenuta alla presenza del difensore della controparte, intervenuto alla medesima udienza.

Cass. 5 febbraio 2007, n. 2452.

 

A seguito delle decisioni della Corte costituzionale n. 477 del 2002 e n. 28 del 2004, deve ritenersi che il ricorrente in cassazione o il controricorrente (in relazione alla notifica del controricorso) deve far constare che il momento di consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario si è collocato prima della scadenza del termine per l’esercizio del diritto di impugnazione (e del termine per la notifica del controricorso). Tale dimostrazione deve essere data o attraverso la ricevuta, rilasciata dall’ufficiale giudiziario ai sensi dell’art. 109 del D.P.R. 15 dicembre 1959, n. 1229, dell’incarico affidatogli e della consegna dell’atto da notificarsi o, qualora il notificante non si sia fatto rilasciare la detta ricevuta al momento dell’incarico, attraverso idonea attestazione dello stesso pubblico ufficiale della data di ricezione dell’atto da notificare. L’introduzione nel processo in cassazione di tale documentazione, ove non avvenga direttamente all’atto del deposito del ricorso (come, ad esempio, se la ricevuta non si sia chiesta al momento della consegna dell’atto e si richieda un’attestazione senza che sia rilasciata entro il termine per il deposito), deve, poi, avvenire nelle forme di cui al secondo comma dell’art. 372 c.p.c., dovendosi escludere la possibilità di una produzione soltanto all’udienza, in quanto contraria alla lettera ed alla finalità del suddetto secondo comma, che è di tutela al tempo stesso del contraddittorio e della possibilità che l’udienza del giudizio di cassazione si svolga in una situazione in cui la Corte abbia già certezza sull’ammissibilità del ricorso.

Cass. 26 luglio 2005, n. 15616.

 

Procedibilità del ricorso

L’art. 369 c.p.c. - il quale prescrive il deposito, insieme con il ricorso per cassazione, e a pena di improcedibilità dello stesso, della copia autentica della sentenza o della decisione impugnata con la relazione di notificazione, al fine di consentire la verifica della tempestività dell’atto di impugnazione e della fondatezza dei suoi motivi - non osta all’effettuazione di quel deposito separatamente (ex art. 372 c.p.c.), purché nel termine perentorio di venti giorni dall’ultima notificazione del ricorso.

Cass. 19 dicembre 2005,n. 28108.

 

Ai sensi dell’art. 369, secondo comma, n. 2, c.p.c., la parte ricorrente deve, a pena di improcedibilità, depositare copia autentica della sentenza o della decisione impugnata con la relazione di notificazione, al fine di consentire la verifica della tempestività dell’atto impugnatorio e della fondatezza dei motivi. L’obbligo in parola, può ritenersi soddisfatto anche quando il deposito sia comunque effettuato con le modalità fissate dall’art. 372, comma 2, c.p.c., ossia mediante notifica alla controparte, nel termine perentorio, previsto dall’art. 369 c.p.c., di venti giorni dall’ultima notificazione dell’atto impugnatorio.

Cass. 4 agosto 2005, n. 16375.

 

Nel procedimento di revocazione delle sentenze della Corte di cassazione, stante l’applicabilità dell’art. 369 c.p.c., opera la sanzione processuale della improcedibilità nel caso di mancato deposito, nel termine ivi stabilito, insieme con il ricorso, degli atti e dei documenti sui quali esso si fonda e diretti ad attestare la presenza, nella sentenza impugnata, dell’errore di fatto ai sensi dell’art. 395, numero 4, c.p.c., senza che all’omissione possa ovviarsi con il successivo deposito ex art. 372, secondo comma, c.p.c., atteso che la facoltà di depositare documenti in un momento successivo è da quest’ultima disposizione limitata agli atti riguardanti l’ammissibilità del ricorso, e quindi si riferisce a quelli concernenti questioni processuali (quali la tempestività dell’impugnazione, la legittimazione processuale del ricorrente o la cessazione della materia del contendere), non già a quelli attinenti al merito della controversia.

Cass. 25 marzo 2003, n. 4384.

 

Litispendenza

La parte che eccepisce la litispendenza ha l’onere di dimostrare non solo l’esistenza, ma anche la persistenza, fino all’udienza di discussione, pur nella fase di giudizio di legittimità, delle condizioni per l’applicabilità dell’art. 39 c.p.c. perché la questione deve esser decisa con riguardo alla situazione processuale esistente al momento della relativa pronuncia e dunque avuto riguardo anche agli eventi processuali sopravvenuti. Pertanto l’eccipiente deve produrre la relativa idonea documentazione anche in cassazione, non essendo soggetti alla preclusione disposta dall’art. 372 c.p.c. gli atti concernenti questioni proponibili in ogni grado di giudizio e rilevabili d’ufficio, quale quella della litispendenza.

Cass. 7 marzo 2001, n. 3340; contra Cass. 11 novembre 1996, n. 9839.

 

Documenti relativi a fatti sopravvenuti

Il deposito di documenti relativi a vicende successive al deposito del ricorso per cassazione non è consentito, indipendentemente dal rispetto delle forme previste dall’art. 372, comma 2, c.p.c., fatta eccezione per quei documenti che riguardano la nullità della sentenza e l’ammissibilità del ricorso e del controricorso nonché dell’atto di rinuncia al ricorso.

Cass. 4 luglio 2002, n. 9689.

 

In tema di procedimento civile, la chiusura del fallimento, determinando la cessazione degli organi fallimentari e il rientro del fallito nella disponibilità del suo patrimonio fa venir meno la legittimazione processuale del curatore, determinando il subentrare dello stesso fallito tornato in bonis al curatore nei procedimenti pendenti all’atto della chiusura; tale principio peraltro, non vale per il giudizio di cassazione, che è caratterizzato dall’impulso d’ufficio ed al quale non sono perciò applicabili le norme di cui agli artt. 299 e 300 c.p.c. sicché non è consentito il deposito ai sensi dell’art. 372 c.p.c. di documenti attestanti la chiusura del fallimento. Ne consegue che, qualora in un giudizio di cassazione introdotto dalla curatela fallimentare sia stata ordinata l’integrazione del contraddittorio e nelle more sia sopravvenuta la chiusura del fallimento, all’esecuzione dell’ordine è legittimata solo la curatela (oltre che la sua controparte) e non anche il fallito tornato in bonis.

Cass. 18 aprile 2006., n. 8959.

 

Nel giudizio di opposizione alla stima dell’indennità di espropriazione, la produzione del decreto di esproprio, che sia intervenuto dopo la definizione del procedimento d’appello o dopo la proposizione del ricorso per cassazione, può essere validamente effettuata nel giudizio di legittimità, non trovando ostacolo nell’art. 372 c.p.c., poiché il provvedimento ablatorio ha natura giuridica di condizione dell’azione, la cui sopravvenienza è rilevabile in ogni stato e grado del giudizio, compreso quello di legittimità, fino al termine della discussione orale.

Cass. 17 giugno 2009, n. 14080; contra Cass, 12 ottobre 2007, n. 21434.

 

Regolamento di giurisdizione e di competenza

Il disposto dell’art. 372 c.p.c., che pone il divieto, fatte salve le eccezioni dallo stesso previste, di produrre nel giudizio di cassazione atti e documenti che non siano già stati acquisiti nei precedenti gradi del processo, non è applicabile al regolamento preventivo di giurisdizione, che non costituisce mezzo di impugnazione, e nel quale, pertanto, è consentito alle parti di fornire le prove documentali che esse avrebbero potuto dedurre in sede di merito, se non si fossero avvalse del regolamento.

Cass., Sez. Un., 19 maggio 2004, n. 9532; conforme Cass., Sez. Un., 16 novembre 1999, n. 781.

 

Termini e modalità del deposito di documenti

L’esame di un documento, attinente all’ammissibilità del ricorso per cassazione, non resta precluso dal fatto che il deposito di tale documento non sia stato notificato, come prescritto dall’art. 372, secondo comma, c.p.c., qualora sulla relativa questione si sia formato il contraddittorio, in conseguenza del richiamo del documento stesso nella memoria e dell’intervento all’udienza di discussione del difensore della controparte.

Cass., Sez. Un., 19 giugno 2000, n. 450.

 

È suscettibile di acquisizione in sede di legittimità il documento diretto a dimostrare l’ammissibilità del ricorso per cassazione quando la relativa produzione, sebbene non avvenuta nei modi previsti dall’art. 372 c.p.c. o dall’art. 134 disp. att. c.p.c., derivi da un’iniziativa del resistente.

Cass. 24 gennaio 2002, n. 844.

 

La documentazione allegata dai ricorrenti per cassazione alla memoria depositata in prossimità dell’udienza è inammissibile ai sensi dell’art. 372 c.p.c., che vieta la produzione nel giudizio di cassazione di atti diversi da quelli riguardanti la nullità della sentenza impugnata o l’ammissibilità del ricorso o del controricorso e che non considera gli atti o documenti già prodotti nei gradi di merito, non perché ne sia permessa la produzione, ma perché alle parti è sufficiente il richiamo ad essi. Né è possibile, nell’udienza di cassazione, procedere alla ricostruzione dei fascicoli del giudizio di merito, poiché al giudice di legittimità non sono consentiti accertamenti ed apprezzamenti di fatto.

Cass. lav., 9 marzo 2005, n. 5123.



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti