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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 374 cod. proc. civile: Pronuncia a sezioni unite

La Corte pronuncia a sezioni unite nei casi previsti nel n. 1) dell’articolo 360 e nell’articolo 362. Tuttavia, tranne che nei casi di impugnazione delle decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti, il ricorso può essere assegnato alle sezioni semplici, (1) se sulla questione di giurisdizione proposta si sono già pronunciate le sezioni unite (2).

Inoltre il primo presidente può disporre che la Corte pronunci a sezioni unite sui ricorsi che presentano una questione di diritto già decisa in senso difforme dalle sezioni semplici, e su quelli che presentano una questione di massima di particolare importanza (3).

Se la sezione semplice ritiene di non condividere il principio di diritto enunciato dalle sezioni unite, rimette a queste ultime, con ordinanza motivata, la decisione del ricorso.

In tutti gli altri casi la Corte pronuncia a sezione semplice


Commento

Corte di Cassazione: [v. 41]; Sezioni unite: [v. 363]; Questione di giurisdizione: [v. 279]. Sezioni semplici: sono collegi giudicanti costituiti da cinque membri cui vengono devolute tutte le cause che non sono riservate alle sezioni unite. In particolare, le sezioni sono distinte in: civili (tre), penali (sei), lavoro (una).

(1) La scelta di assegnare il ricorso alle sezioni semplici rientra nell’esercizio di un potere discrezionale del primo presidente, come tale non sindacabile.

 

(2) Viene creata una sorta di competenza concorrente delle sezioni semplici che opera nei casi in cui sulla questione di giurisdizione si siano già espresse le sezioni unite e che produrrà effetti soprattutto nelle controversie cd. seriali, ossia proposte separatamente da una pluralità di soggetti per far valere una medesima pretesa. Con ciò si rende ancor più autorevole il precedente delle sezioni unite e, nel contempo, si alleggerisce il carico di lavoro di queste ultime. Tuttavia non è mancato chi ha posto in luce le difficoltà che in concreto potrebbero sorgere nella valutazione della coincidenza o meno della fattispecie — che giustifica l’assegnazione alle sezioni semplici — con quella già esaminata e risolta dalle sezioni unite.

 

(3) Si rivitalizza in tal modo la funzione nomofilattica delle sezioni unite, cui è affidato il fondamentale compito di armonizzare l’interpretazione del diritto specie in presenza di orientamenti contrastanti e di questioni di massima di particolare importanza. Anche in questo caso la scelta di rimettere la decisione alle sezioni unite rientra nella discrezionalità del primo presidente, non soggetta ad alcun obbligo di motivazione. Tuttavia si riconosce alla parte la facoltà di proporre istanza al primo presidente per la rimessione della causa alle sezioni unite ove l’interessato ritenga che sussista la competenza di queste ultime [v. 376].

 

 


Giurisprudenza annotata

Pronuncia a Sezioni Unite: efficacia

A differenza delle sentenze delle Sezioni Unite della Corte di cassazione - alla quale, per la funzione istituzionale di organo regolatore della giurisdizione, spetta il potere di adottare decisioni dotate di efficacia esterna (cosiddetta efficacia panprocessuale) - le sentenze dei giudici ordinari di merito, come quelle dei giudici amministrativi, che statuiscano sulla sola giurisdizione, non sono idonee ad acquistare autorità di cosa giudicata in senso sostanziale ed a spiegare, perciò, effetti al di fuori del processo nel quale siano state rese, poiché le pronunce dei detti giudici sono suscettibili di acquistare autorità di giudicato (esterno) anche in tema di giurisdizione, e di spiegare, conseguentemente, i propri effetti anche al di fuori del processo nel quale siano state adottate, solo quando, in esse, la decisione - sia pure implicita - sulla giurisdizione si rapporti, ad essa collegandosi, con una statuizione di merito.

Cass., Sez. Un., 10 agosto 2005, n. 16779.

 

L'orientamento espresso dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione nell'interpretazione delle norme giuridiche mira ad una tendenziale stabilità e valenza generale, sul presupposto, tuttavia, di una efficacia non cogente ma solo persuasiva trattandosi attività consustanziale allo stesso esercizio della funzione giurisdizionale, sicché non può mai costituire limite all'attività esegetica di un altro giudice. Ne consegue che un mutamento di orientamento reso in sede di nomofilachia non soggiace al principio di irretroattività, non è assimilabile allo "ius superveniens" ed è suscettibile di essere disatteso dal giudice di merito, il quale può applicare l'indirizzo giurisprudenziale che ritiene idoneo a definire in modo corretto la controversia, senza essere tenuto a motivare le ragioni che lo hanno indotto a seguire lo stesso. Rigetta, Comm. Trib. Reg.del Lazio, 14/03/2013

Cassazione civile sez. VI  09 gennaio 2015 n. 174  

 

Deve essere rimessa alle sezioni unite la questione relativa agli effetti dei mutamenti di giurisprudenza dai quali derivino decadenze e preclusioni, al fine di stabilire se essi si applichino agli atti compiuti in base all’affidamento incolpevole in orientamenti giurisprudenziali consolidati.

Cass. 22 marzo 2011, n. 6514.

 

La richiesta di enunciazione del principio di diritto nell’interesse della legge, rivolta alla Corte di cassazione dal P.G. ai sensi dell’art. 363 c.p.c., come novellato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, si configura non già come mezzo di impugnazione, ma come procedimento autonomo, originato da un’iniziativa diretta a consentire il controllo sulla corretta osservanza ed uniforme applicazione della legge, con riferimento non solo all’ipotesi di mancata proposizione del ricorso per cassazione, ma anche a quelle di provvedimenti non impugnabili o non ricorribili per cassazione, in quanto privi di natura decisoria, con la conseguenza che l’iniziativa del P.G., che si concreta in una mera richiesta e non già in un ricorso, non dev’essere notificata alle parti, prive di legittimazione a partecipare al procedimento.

Cass., Sez. Un., 1 giugno 2010, n. 13332.

 

 Difetto di legittimazione

Il motivo di ricorso per cassazione attinente alla legittimazione a proporre opposizione a decreto ingiuntivo deve essere esaminato dalla S.C. con priorità rispetto a quello attinente alla declaratoria di nullità del ricorso monitorio e a quello concernente la integrazione del contraddittorio, atteso che la carenza di legitimatio ad opponendum, se accertata, determina la inammissibilità dell’opposizione e che la necessità dell’integrazione presuppone che il processo sia validamente instaurato dal soggetto legittimato.

Cass. lav., 27 luglio 2006, n. 17161.

 

Motivi attinenti alla giurisdizione

L’espressione «motivi attinenti alla giurisdizione» di cui al n. 1, dell’art. 360 c.p.c. - richiamata dal successivo art. 374 nel delineare uno degli ambiti di competenza delle Sezioni Unite - comprende l’ipotesi in cui il problema del riparto tra giudice ordinario e giudice amministrativo sorga in funzione dell’accertamento della compromettibilità ad arbitri, e quindi della validità del compromesso o della clausola compromissoria; conseguentemente è ammissibile la questione di giurisdizione sollevata con il ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte d’appello sull’impugnazione per nullità del lodo.

Cass., Sez. Un., 6 febbraio 2002, n. 1556.

 

Conversione del regolamento di competenza in regolamento di giurisdizione

Ove la sospensione del processo sia stata disposta dal giudice civile, non già in vista dell’ipotesi tipica, prevista dall’art. 295 c.p.c., del rapporto di pregiudizialità, ma per la necessità di attendere la decisione di una questione appartenente alla esclusiva competenza giurisdizionale del giudice amministrativo, l’impugnazione della relativa ordinanza, col mezzo del regolamento di competenza, per il motivo della denunciata violazione dell’art. 295 c.p.c., deve intendersi come diretta in realtà a censurare il diniego della propria giurisdizione da parte del giudice civile; onde la possibilità che la proposta istanza per regolamento di competenza, che l’art. 42 c.p.c. indica quale mezzo di impugnazione dell’ordinanza di sospensione emessa ai sensi dell’art. 295 c.p.c., sia convertita, ricorrendo le condizioni fissate dall’art. 41 c.p.c., in istanza per regolamento di giurisdizione, e rimessa per la decisione alle Sezioni Unite della Corte di cassazione.

Cass. 15 dicembre 2004, n. 23372.

 

 Rilevanza del giudicato interno sulla giurisdizione: non remissibilità alle Sezione Unite

Le Sezioni Unite della Corte di cassazione hanno il potere di pronunciarsi sulla giurisdizione anche in sede di regolamento di competenza proposto contro il provvedimento di sospensione del processo ai sensi dell’art. 295 c.p.c., essendo la questione di giurisdizione rilevabile d’ufficio fino a quando sul punto non intervenga il giudicato, anche implicito.

Cass., Sez. Un., 7 gennaio 2008, n. 35.

 

Nel caso in cui la sentenza di appello declinatoria della giurisdizione del giudice ordinario sia stata impugnata con ricorso per cassazione unicamente per violazione del giudicato interno che si assume essersi formato sulla contraria affermazione del giudice di primo grado, la decisione del ricorso per cassazione non va rimessa alle Sezioni Unite, in quanto, sia nell’ipotesi di fondatezza che in quella d’infondatezza dell’impugnazione, si tratta non di esaminare la questione di giurisdizione, ma solo di verificare la sussistenza del giudicato interno; che nella prima ipotesi è relativo alla statuizione sulla giurisdizione resa dal giudice di appello, non specificamente impugnata ai sensi dell’art. 360, n. 1, c.p.c. L’appellato risultato vittorioso nel merito del giudizio di I grado, per evitare la preclusione della questione di giurisdizione risolta in senso a lui sfavorevole dal primo giudice, non è tenuto a proporre appello incidentale, essendo la riproposizione della questione stessa, ai sensi dell’art. 346 c.p.c., sufficiente ad impedire la formazione del giudicato al riguardo e, quindi, a consentirne il riesame da parte del giudice di II grado.

Cass. lav., 14 aprile 1998, n. 3778.

 

Rimessione alla Corte costituzionale

La sospensione del processo per effetto della rimessione alla Corte costituzionale di una questione di costituzionalità non preclude la risoluzione della questione di giurisdizione in sede di regolamento preventivo davanti alle sezioni unite della Corte di cassazione.

Cass., Sez. Un., 24 settembre 2002, n. 13918.

 

Questioni decise dalle sezioni semplici

In materia di responsabilità civile, la contestazione circa la qualificazione in termini di diritto soggettivo o di interesse legittimo della posizione giuridica di cui è denunciata la lesione davanti al giudice ordinario ai fini del relativo risarcimento ex art. 2043 c.c. non dà luogo a questione di giurisdizione ma attiene al merito, sicché di essa la S.C. di cassazione può conoscere a sezioni semplici, non operando la riserva di attribuzione alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 374, comma 1, c.p.c.

Cass. 25 novembre 2002, n. 16562.

 

Enunciazione del principio di diritto: potere d’ufficio

A norma dell’art. 363, comma 3, c.p.c. - come novellato dall’art. 4, D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 - se le parti non possono, nel loro interesse e sulla base della normativa vigente, investire la Corte di cassazione di questioni di particolare importanza in rapporto a provvedimenti giurisdizionali non impugnabili, e il PG presso la stessa Corte non chieda l’enunciazione del principio di diritto nell’interesse della legge, le Sezioni Unite della Corte - chiamate comunque a pronunciarsi su tali questioni su disposizione del Primo Presidente - dichiarata l’inammissibilità del ricorso, possono esercitare d’ufficio il potere discrezionale di formulare il principio di diritto concretamente applicabile. Tale potere, espressione della funzione di nomofilachia, comporta che - in relazione a questioni la cui particolare importanza sia desumibile non solo dal punto di vista normativo, ma anche da elementi di fatto - la Corte di cassazione possa eccezionalmente pronunciare una regola di giudizio che, sebbene non influente nella concreta vicenda processuale, serva tuttavia come criterio di decisione di casi analoghi o simili.

Cass., Sez. Un., 28 dicembre 2007, n. 27187.



 
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