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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 375 cod. proc. civile: Pronuncia in camera di consiglio

La Corte, sia a sezioni unite che a sezione semplice, pronuncia con ordinanza in camera di consiglio quando riconosce di dovere:

1) dichiarare l’inammissibilità del ricorso principale e di quello incidentale eventualmente proposto, anche per mancanza dei motivi previsti dall’articolo 360;

2) ordinare l’integrazione del contraddittorio o disporre che sia eseguita la notificazione dell’impugnazione a norma dell’articolo 332 ovvero che sia rinnovata;

3) provvedere in ordine all’estinzione del processo in ogni caso diverso dalla rinuncia (1);

4) pronunciare sulle istanze di regolamento di competenza e di giurisdizione (2);

5) accogliere o rigettare il ricorso principale e l’eventuale ricorso incidentale per manifesta fondatezza o infondatezza.


Commento

Camera di consiglio: [v. 373]; Inammissibilità: [v. 365]; Ricorso: [v. 125]; Ricorso incidentale: [v. 371]; Contraddittorio: [v. 101]; Regolamento di competenza: [v. 42].

 

(1) Nel caso di estinzione per rinuncia (o per effetto di provvedimento legislativo) la disciplina di riferimento è contenuta nel novellato art. 391 [v. →] che individua nel decreto il provvedimento mediante il quale il presidente della Corte dichiara l’estinzione ove non vi siano altri ricorsi contro lo stesso provvedimento; qualora ricorra tale ultima eventualità la Corte dichiarerà l’estinzione del processo con sentenza.

 

(2) L’introduzione dell’ipotesi di regolamento preventivo di giurisdizione è una novità, poiché il testo previgente prevedeva la sola ipotesi del regolamento di competenza.


Giurisprudenza annotata

Improcedibilità

Sebbene l’art. 375, comma primo, n. 1, c.p.c., anche nel testo modificato dalla legge 18 giugno 2009, n. 69, non preveda espressamente tra i casi di applicabilità del procedimento decisorio in camera di consiglio, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., l’ipotesi di improcedibilità del ricorso, essa vi si deve ritenere egualmente compresa.

Cass. 18 ottobre 2011, n. 21563.

 

La norma contenuta nell’art. 177 c.p.c., secondo la quale le ordinanze “latu sensu” istruttorie e quelle destinate a regolare lo svolgimento del processo possono essere modificate o revocate dal giudice che le ha emesse, salvo i casi previsti dal terzo comma della stessa norma, è applicabile anche al giudizio di cassazione, unitamente al principio secondo cui tali ordinanze comunque motivate non possono pregiudicare la decisione della causa. Ne consegue che l’ordinanza interlocutoria con la quale la Corte di Cassazione abbia ritenuto che non ricorressero i presupposti per la trattazione in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c. non impedisce la successiva declaratoria d’inammissibilità del ricorso per gli stessi motivi che avevano indotto la trattazione camerale, potendo la scelta della pubblica udienza essere giustificata da altre condizioni, quali la produzione di memorie, che, per la loro complessità, siano incompatibili la trattazione abbreviata.

Cass. 11 febbraio 2011, n. 3409.

 

Inammissibilità

Il complesso normativo costituito dall’art. 366, n. 4, c.p.c., art. 366-bis c.p.c., e art. 375, n. 5, c.p.c., - nel testo risultante dalla novella recata dal D.Lgs. n. 40/2006 - deve interpretarsi nel senso che, anche per quanto concerne i vizi di cui all’art. 360, n. 5, c.p.c., l’illustrazione del motivo deve essere accompagnata da un momento di sintesi che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità.

Cass. 13 ottobre 2011, n. 21091.

 

La norma contenuta nell’art. 177 c.p.c., secondo la quale le ordinanze “latu sensu” istruttorie e quelle destinate a regolare lo svolgimento del processo possono essere modificate o revocate dal giudice che le ha emesse, salvo i casi previsti dal terzo comma della stessa norma, è applicabile anche al giudizio di cassazione, unitamente al principio secondo cui tali ordinanze comunque motivate non possono pregiudicare la decisione della causa. Ne consegue che l’ordinanza interlocutoria con la quale la Corte di Cassazione abbia ritenuto che non ricorressero i presupposti per la trattazione in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c. non impedisce la successiva declaratoria d’inammissibilità del ricorso per gli stessi motivi che avevano indotto la trattazione camerale, potendo la scelta della pubblica udienza essere giustificata da altre condizioni, quali la produzione di memorie, che, per la loro complessità, siano incompatibili la trattazione abbreviata.

Cass. 11 febbraio 2011, n. 3409.

 

Qualora sulla questione oggetto di un motivo di ricorso per cassazione il giudice "a quo" (nella specie il Tribunale superiore delle acque pubbliche) si sia uniformato alla giurisprudenza della Cassazione e l'esame del motivo non offra elementi per mutare tale orientamento, il ricorso deve essere dichiarato manifestamente infondato, a norma dell'art. 375 n. 5, c.p.c.

Cassazione civile sez. un.  26 marzo 2012 n. 4773  

 

 Infondatezza

Ai sensi dell’art. 375 c.p.c., è da ritenere manifestamente infondato - e deve essere pertanto trattato in Camera di Consiglio - il ricorso che proponga alla Corte di cassazione una questione di diritto identica a quella già da essa reiteratamente esaminata e decisa conforme a quello auspicato dal ricorrente; ciò tanto più quando il controricorrente non affidi la propria resistenza a ragioni nuove e diverse da quelle già disattese dal giudice di legittimità nell’elaborazione del diritto vivente. In tale evenienza, difettano, più in particolare, elementi di tale gravità che, soli, sono in grado di esonerare la Corte di cassazione dal dovere di fedeltà ai propri precedenti, dovere sul quale si fonda, per larga parte, l’assolvimento della funzione - ordinamentale e, al contempo, di rilevanza costituzionale - di assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge nonché l’unità del diritto oggettivo nazionale.

Cass., Sez. Un., 15 aprile 2003, n. 5994.

 

Estinzione

La decisione della Corte di cassazione sull’estinzione per rinuncia che sia intervenuta successivamente alla comunicazione della fissazione della trattazione in pubblica udienza o alla notificazione e comunicazione della trattazione in camera di consiglio deve essere adottata dalla Corte in composizione collegiale con ordinanza, atteso che è tale la forma di decisione collegiale prescritta dall’art. 375, n. 3, c.p.c. per le dichiarazioni di estinzione del processo al di fuori del caso di rinuncia.

Cass. 27 gennaio 2011, n. 1878.

 

Nel procedimento per la decisione in Camera di consiglio sull’istanza di regolamento di competenza, quante volte sia stata seguita la modalità prevista dall’art. 380 bis c.p.c. e non quella alternativa consentita dall’art. 380 ter c.p.c., la dichiarazione di rinuncia all’istanza può essere presentata, mediante deposito in cancelleria, anche dopo che sia stato pronunciato il decreto di fissazione dell’adunanza. Ma la conseguente pronuncia di estinzione del giudizio non può più essere pronunciata con decreto dal presidente, ai sensi dell’art. 391 c.p.c., avendo questi esaurito il proprio potere, ma dal Collegio in applicazione dell’art. 375, n. 3, c.p.c.

Cass., Sez. Un., 6 settembre 2010, n. 19051.

 

Regolamento di competenza

Nel caso di regolamento di competenza, che sia stato assegnato alle Sezioni Unite, per essere stata prospettata una questione di giurisdizione, la relativa decisione va pronunciata in camera di consiglio, poiché anche l’esame di tale questione resta assoggettato al rito camerale che è proprio del giudizio in cui essa è sorta, fermo restando che il provvedimento conclusivo assume la forma di sentenza, atteso che l’art. 279 c.p.c., nel disciplinare la forma dei provvedimenti, indica che la decisione di questioni pregiudiziali, di giurisdizione e di competenza (se risolutiva) definisce il processo.

Cass., Sez. Un., 19 febbraio 2007, n. 3724.

 

Regolamento preventivo di giurisdizione.

L’avvenuta fissazione della trattazione di un’istanza di regolamento preventivo di giurisdizione in udienza pubblica - anziché, come prescritto dall’art. 375 c.p.c., in camera di consiglio - è pienamente legittima, in quanto non determina alcun pregiudizio ai diritti di azione e difesa delle parti, considerato che l’udienza pubblica rappresenta, anche nel procedimento davanti alla Corte di cassazione, lo strumento di massima garanzia di tali diritti, consentendo ai titolari di questi di esporre compiutamente i propri assunti (come è reso palese dall’adeguato termine stabilito per la comunicazione del giorno fissato per l’udienza medesima e dalla possibilità di deposito di memorie illustrative), nell’osservanza più piena del principio del contraddittorio, anche nei confronti del rappresentante del procuratore generale, sulle cui conclusioni è consentito svolgere osservazioni scritte. Peraltro, per effetto della trattazione dell’istanza di regolamento in udienza pubblica resta inciso il legame istituito dal citato art. 375 c.p.c. fra il rito camerale e la prescrizione dell’ordinanza come forma del provvedimento conclusivo, con la conseguenza che alla decisione dell’istanza di regolamento deve essere, in tal caso, attribuita la forma della sentenza, dal combinato disposto degli artt. 131, comma 1, e 279 c.p.c. essendo consentito enucleare, quale principio generale dell’ordinamento processuale (e salve le deroghe che risultino espressamente stabilite dalla legge), la prescrizione di una forma siffatta per i provvedimenti collegiali che, all’esito della pubblica udienza di discussione, comportano la definizione del giudizio davanti al giudice adito.

Cass., Sez. Un., 10 luglio 2003, n. 10841; conforme Cass., Sez. Un., 8 aprile 2008, n. 9151.

 

 Rinuncia al ricorso

La pronuncia sulla inammissibilità o improcedibilità del ricorso per cassazione ha carattere pregiudiziale e prevalente rispetto a quella sulla rinuncia stessa, la quale postula la ritualità dell’impugnazione, poiché non è dato di rinunciare ad un diritto processuale quando non esistono le condizioni necessarie per il suo esercizio.

Cass. 9 luglio 2004, n. 12793; conforme Cass. 20 agosto 1999, n. 8801; Cass. trib., 18 gennaio 2008, n. 1060.

 

In tema di 'dichiarazione di estinzione a seguito di rinuncia', la forma è la sentenza nell'ipotesi in cui siano da decidere altri ricorsi con lo stesso provvedimento; in caso contrario, è il decreto (ma se quest'ultimo non riporta la condanna alle spese, tale provvedimento deve considerarsi non conclusivo del processo di Cassazione). Tuttavia, nel silenzio della legge, si deve ritenere che, nel caso in cui vi siano altri ricorsi da decidere e per essi ricorrano le ipotesi di cui all'art. 375 c.p.c. e, dunque, per la decisione in Camera di Consiglio, sia possibile decidere con il procedimento di cui all'art. 380-bis c.p.c. e, quindi, in camera di consiglio con un'unitaria ordinanza, che dichiari l'estinzione per rinuncia sul ricorso rinunciato e decida con l'applicazione dell'ipotesi di cui all'art. 375 c.p.c. ritenuta congrua per gli altri ricorsi. Pertanto, ove la rinuncia avvenga nelle more del procedimento di decisione in udienza pubblica prima dell'inizio della relazione, ove la si faccia nelle more dello svolgimento del procedimento di decisione in Camera di Consiglio e ove la si faccia nelle more del procedimento prima che siano notificate le conclusioni scritte del pm, la forma del procedimento può essere convenuta nell'ordinanza, trattandosi di provvedimento collegiale. Qualora, però, il Presidente non ravvisi di poter pronunciare il decreto di dichiarazione dell'estinzione per rinuncia, pur non ricorrendo l'ipotesi che debbano decidersi altri ricorsi, sembra obbligatoria la fissazione dell'udienza.

Cassazione civile sez. un.  23 settembre 2014 n. 19980  

 

 



 
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