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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 380-bis cod. proc. civile: Procedimento per la decisione sull’inammissibilità del ricorso e per la decisione in camera di consiglio

Il relatore della sezione di cui all’articolo 376, primo comma, primo periodo, se appare possibile definire il giudizio ai sensi dell’articolo 375, primo comma, numeri 1) e 5), deposita in cancelleria una relazione con la concisa esposizione delle ragioni che possono giustificare la relativa pronuncia.

Il presidente fissa con decreto l’adunanza della Corte (1). Almeno venti giorni prima della data stabilita per l’adunanza, il decreto e la relazione sono notificati agli avvocati delle parti i quali hanno facoltà di presentare memorie non oltre cinque giorni prima, e di chiedere di essere sentiti, se compaiono.

Se il ricorso non è dichiarato inammissibile, il relatore nominato ai sensi dell’articolo 377, primo comma, ultimo periodo, quando appaiono ricorrere le ipotesi previste dall’articolo 375, primo comma, numeri 2) e 3), deposita in cancelleria una relazione con la concisa esposizione dei motivi in base ai quali ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio e si applica il secondo comma (2) (3).

Se ritiene che non ricorrono le ipotesi previste dall’articolo 375, primo comma, numeri 2) e 3), la Corte rinvia la causa alla pubblica udienza.


Commento

Relatore: [v. 377]; Memorie: [v. 378]; Ricorso: [v. 125]; Camera di consiglio: [v. 373].

(1) Al riguardo si evidenzia l’assoluta assenza di qualsivoglia discrezionalità, poiché è ravvisabile un obbligo di fissare l’adunanza.

 

(2) Rimane la possibilità per gli avvocati delle parti di essere presenti all’ udienza in camera di consiglio, durante la quale possono chiedere di essere sentiti. Si è prospettata, in dottrina, qualche perplessità riguardo alla presenza degli avvocati in udienza in camera di consiglio; ciò, infatti, potrebbe dar luogo ad un’inutile duplicazione dell’udienza pubblica di discussione ex art. 379, sempre preferibile per le parti contendenti (ai fini di una possibile transazione) che per i difensori (i quali preferiscono una sentenza di rigetto in udienza pubblica, piuttosto che una sentenza in camera di Consiglio di manifesta infondatezza, di carenza di motivi oppure un’ordinanza di inammissibilità). In tal modo, si rischia di annullare l’unicità dell’udienza di discussione in Cassazione, permettendo alle parti di intervenire due volte sullo stesso ricorso, raggiungendo così un risultato opposto a quello ricercato dal legislatore, che voleva alleggerire la Corte di cassazione, ed invece rischia di aggravarne il carico di lavoro.

 

(3) La novità di maggiore rilievo risiede nel riconoscimento di un potere di iniziativa per la fissazione della camera di consiglio in capo al relatore nominato ai sensi dell’art. 377. La disciplina previgente, contenuta nel combinato disposto degli artt. 377 e 138 att. (ora abrogato), assegnava tale iniziativa esclusivamente al primo presidente (o al presidente di sezione) e al pubblico ministero mediante la stesura per iscritto della sua requisitoria in calce ai ricorsi. Il relatore deve stilare un’apposita relazione contenente una succinta esposizione dei motivi che a suo giudizio giustificano la trattazione del ricorso in camera di consiglio. Si è osservato che in tal modo è stata positivizzata la prassi, già seguita in seno alla Suprema Corte nella trattazione dei ricorsi che involgono questioni di particolare importanza, di richiedere all’Ufficio del Massimario una relazione contenente una concisa esposizione dei fatti, le massime relative ai precedenti giurisprudenziali inerenti le questioni di diritto sollevate nel processo e un parere sull’opportunità di trattare la causa in camera di consiglio.

 


Giurisprudenza annotata

La relazione del giudice relatore

In tema di giudizio di cassazione, la relazione prevista dall’art. 380-bis c.p.c. non costituisce un segmento di decisione sottoposto all’approvazione del collegio, ma rappresenta una mera proposta di definizione processuale accelerata, che indica alle parti e al collegio la possibile ricorrenza delle condizioni di cui all’art. 375 c.p.c., in quanto viene offerta al contraddittorio e alla connessa considerazione critica delle parti e, pertanto, può essere utilizzata o meno (in tutto in parte) come elemento di formazione della decisione, ferma restando la possibilità di rinviare la causa alla pubblica udienza, ove non sia ravvisata la sussistenza delle predette condizioni.

Cass. 5 ottobre 2007, n. 20965.

 

La relazione di cui all’art. 380-bis c.p.c. non costituisce una «pre-decisione», condizionata all’approvazione del collegio - non avendo efficacia vincolante neppure per quel che attiene alla corretta individuazione del rito prescelto - né come un’opinione qualificata acquisita agli atti; detta relazione è una mera proposta di definizione processuale accelerata, originata dalla individuazione di una delle ipotesi delineate dall’art. 375 c.p.c. e non risulta lesiva del diritto di difesa delle parti, atteso l’obbligo della preventiva comunicazione al P.M. e agli avvocati, che hanno la facoltà di presentare rispettivamente conclusioni scritte ovvero memorie.

Cass. 6 settembre 2007, n. 18763.

A norma dell’art. 379 c.p.c., in sede di discussione davanti alla Corte di cassazione è consentito alle parti di presentare brevi osservazioni per iscritto per replicare alle conclusioni assunte dal P.M. in udienza; ne consegue che, ove il ricorso sia stato trattato in camera di consiglio con la procedura di cui all’art. 380-bis c.p.c. ed il P.M. si sia limitato a chiedere la conferma della relazione presentata, è precluso alle parti di depositare ulteriori osservazioni scritte.

Cass. 17 gennaio 2011, n. 1015.

 

La notificazione dell’avviso di udienza al difensore

Nel procedimento dinanzi alla Corte di cassazione in cui il ricorrente non abbia eletto domicilio in Roma, la notifica dell’avviso di udienza al difensore, ai sensi dell’art. 377 c.p.c., deve essere effettuata e si perfeziona con il deposito dell’avviso stesso presso la cancelleria della medesima Corte, così realizzandosi compiutamente il diritto di difesa della parte, mentre l’invio di copia dell’avviso al difensore, ai sensi dell’art. 135 disp, att. c.p.c., come sostituito dall’art. 4, L. 7 febbraio 1979, n. 59, svolge una funzione meramente informativa, e non costitutiva, ponendosi su un piano funzionale equivalente a quello della notizia che il domiciliatario è tenuto a trasmettere al domiciliato dell’avviso di udienza pervenutogli. Il suddetto principio trova applicazione anche nell’ipotesi della notificazione delle conclusioni del P.M., nei casi e a norma dell’art. 380-bis, comma 3, c.p.c., qualora, dopo la rituale notificazione in cancelleria al procuratore che non abbia eletto domicilio in Roma, gli sia inviato avviso postale.

Cass. 6 settembre 2007, n. 18721.

 

La nullità derivante dalla mancata osservanza del termine di venti giorni per la notificazione del decreto di fissazione dell'adunanza in camera di consiglio e della relazione ex art. 380 bis cod. proc. civ. è sanata, ai sensi dell'art. 156 cod. proc. civ., qualora il difensore del ricorrente depositi memoria e compaia in camera di consiglio, discutendo dell'ammissibilità e del merito del ricorso, dimostrando tali attività che la parte è stata in grado di difendersi nel pieno rispetto delle garanzie del contraddittorio e del giusto processo. Dichiara inammissibile, Corte Cass., 24/05/2013

Cassazione civile sez. VI  11 febbraio 2015 n. 2726  

 

 Rinuncia al ricorso: termini.

Nel procedimento camerale ex art. 380 bis c.p.c., il termine ultimo per poter rinunziare efficacemente al ricorso coincide con la notificazione, al P.M. ed alle parti, della relazione scritta approntata dal consigliere relatore nominato ai sensi dell’art. 377 c.p.c. Una siffatta interpretazione adeguatrice è idonea a superare il difetto di coordinamento tra l’art. 390 c.p.c. e gli art. 375 e 380 bis c.p.c., nel testo di cui alla novella recata dal D.Lgs. n. 40 del 2006, e risulta coerente con il principio ispiratore della disciplina processuale in tema di rinunzia nel giudizio di cassazione, rappresentato dall’intento di attribuire a detto atto l’effetto suo proprio di portare all’estinzione del giudizio soltanto a condizione che esso intervenga prima dell’attivazione del momento decisionale.

Cass. 25 febbraio 2008, n. 4852.

 

 



 
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